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Un sole intero di felicità

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"Non vedo l'ora che arrivi stasera, 'o sai?"

La voce di Manuel, ancora piena di sonno, era poco più di un sussurro, ma non per questo non arrivò chiara e forte alle orecchie di Simone. Non era la prima volta che si svegliavano insieme, ma sapeva che non si sarebbe mai abituato a quella voce roca che gli attraversava la pelle e gli faceva tremare i muscoli. Accennò un sorriso, pigramente, e si strinse un po' di più all'altro ragazzo, che approvò con un mugolio.

"Ma se siamo svegli da tipo cinque minuti…"

Gli fece presente e anche Manuel avvertì più di un brivido quando fu investito da quella voce bassa e profonda. Non si sarebbe mai abituato a quella sensazione, ne era sicuro, ma del resto non aveva alcuna intenzione di abituarsi. Portò una mano tra i ricci morbidi del suo ragazzo per accarezzarli delicatamente, ottenendo un gemito d’approvazione in risposta. Manuel aveva presto capito che quando Simone aveva sonno, come in questo momento, si lasciava andare molto più liberamente a quei piccoli versi e dato che per lui rientravano tra i suoni più belli che Dio o chi per lui avesse creato, aveva altrettanto presto imparato a sfruttare quelle occasioni.

"Sì, ma oggi è una giornata speciale e stasera lo sarà ancora di più."

I suoi occhi scuri luccicavano emozionati e per Simone facevano concorrenza ai raggi di Sole di fine Giugno che invadevano la stanza. Quasi gli sembrava impossibile aver paragonato quegli stessi occhi a due lampadine fulminate appena qualche settimana prima.

"Tu lo sai che per me ogni giorno con te è speciale e che mi basta che passiamo la serata insieme per essere felice, vero?"

Era il loro primo mesiversario e in più Simone aveva superato il suo esame formale, due eventi che Manuel aveva insistito di festeggiare fino allo sfinimento. Erano giorni che stava organizzando qualcosa, più di una volta Simone lo aveva beccato a confabulare con sua nonna o suo padre, ma non era riuscito a carpire neanche una piccolissima informazione. Non doveva sapere nulla di quella serata ed era davvero così, non sapeva cosa aspettarsi. Era molto emozionato all'idea, però, perché nessuno aveva mai fatto qualcosa di simile per lui, nemmeno Laura. Manuel interruppe le sue carezze per arruffargli i capelli, in modo da scacciare via quel pensiero. Simone meritava il mondo, era ora che lo capisse!

"Per prima cosa, guarda che il poeta tra noi due so' io, tu pensa agli assi cartesiani e a quelle robe là. Poi comunque è presto per parla', magari quello che ho preparato non ti piace…"

Replicò Manuel con un po' di apprensione, che non si sforzò di nascondere. Da quando stava con Simone aveva imparato a non cercare di imprigionare i sentimenti in fondo al cuore ed era molto più sereno da quando aveva smesso di farlo. Non era l'unica cosa che Simone gli aveva insegnato e, come per tutte le altre, lui gli era estremamente grato. Fu il turno dell'altro ragazzo, adesso, di arruffare una matassa di ricci per scacciare pensieri insensati.

"Non hai sentito la parte in cui ti ho detto che mi basta stare insieme a te? Ti devo ringraziare già soltanto per il pensiero che hai avuto."

Mormorò dolcemente, poi accennò un ghigno furbetto.

"Se vuoi essere proprio sicuro, comunque, puoi sempre illuminarmi sul tuo progetto."

Manuel scoppiò a ridere, scuotendo il capo. Non era facile resistere a quella richiesta, soprattutto perché il ruffiano aveva iniziato a fargli dei grattini sulla nuca per cui lui impazziva –anche Simone era uno che imparava in fretta, dopotutto-, ma no, non avrebbe ceduto.

"E secondo te so scemo che te vengo a di' tutto mo, all’ultimo? No, non esiste, e non riuscirai a corrompermi!"

E subito imitò il ghigno furbo dell'altro, per poi avvicinare ancora un po' i loro visi. Erano stretti in un meraviglioso abbraccio, con cui andavano a dormire ogni sera e si svegliavano ogni mattina.

"Però se proprio vuoi, quel ringraziamento me lo prendo...meglio approfittarne, no? Metti che poi davvero te fa schifo la mia sorpresa…"

Simone si lasciò sfuggire una risatina e in un attimo lo fece stendere a pancia in su e gli fu sopra. Sentì il lenzuolo scivolargli dalla schiena nuda, ma non se ne curò, anzi meglio così, sarebbe stato più libero di muoversi. Per qualche istante non fece altro che accarezzare il volto di Manuel, in silenzio, lasciando che fossero i loro occhi scuri a portare avanti una conversazione silenziosa, ma poi all'improvviso, sempre in silenzio, si chinò sulle sue labbra un po' secche e le baciò lentamente, senza alcuna fretta. La scuola era finita da giorni e loro non dovevano andare da nessuna parte. O meglio, Simone aveva gli allenamenti di rugby, ma era ancora presto per prepararsi, quindi aveva tutto il tempo per ringraziare adeguatamente il suo premuroso e creativo ragazzo.

Manuel, dopo un istante di piacevole confusione, portò una mano tra i capelli di Simone per dimostrargli quanto apprezzasse quel gesto, tenendolo fermo contro di sé senza tuttavia esercitare troppa pressione, perché in quel mese aveva scoperto che quando il matematico veniva lasciato libero di fare ciò che preferiva, non c'erano poemi in grado di raccontarne le gesta. L'altra mano, invece, scivolò sulla sua schiena tonica, che Manuel accarezzò con dedizione, soffermandosi su ogni muscolo in tensione fino a fermarsi poco sopra il bordo dei boxer.

Simone, a quel tocco, decise di approfondire il bacio, accarezzando le labbra dell'altro ragazzo con la punta della lingua per chiedere un permesso che ottenne subito, e a quel punto niente e nessuno avrebbe potuto separarli, nemmeno Giove con le sue saette.

Tuttavia, a suo modo di vedere, non bastava un bacio a ringraziare il suo fidanzato, quindi quando sentì che entrambi avevano bisogno di respirare interruppe quel contatto, ma solo per spostare le proprie labbra altrove. Manuel, quando vide lo sguardo malizioso che l'altro gli aveva rivolto, non ebbe nemmeno il tempo di chiedergli cosa avesse intenzione di fare perché immediatamente si ritrovò quelle stesse labbra al centro del proprio petto. Simone aveva preso l’abitudine di baciarlo in quel punto e ogni volta Manuel smetteva di respirare, anzi smetteva di fare qualsiasi cosa, perfino di pensare: in quei momenti lì, viveva di sensazioni e basta.

Simone si spostava lentamente, seguendo con precisione chirurgica la sagoma del tatuaggio del serpente e Manuel, come sempre, lasciò che la stanza si riempisse dei propri gemiti e mugolii, non riuscendo –né volendo- a trattenersi. Ciò che non si aspettava -per quanto ogni volta fosse come la prima- era di sentire la punta della lingua di Simone accarezzare la propria pelle, una cosa che l'altro non aveva mai fatto e che, per lo stupore, gli fece emettere un gemito un po' più acuto degli altri. Simone lo sentì irrigidirsi sotto al suo tocco e si fermò, sollevando il capo per guardarlo. Beh, ad occhio Manuel non sembrava uno che stesse sopportando una tortura, ma era sempre meglio accertarsi che fosse tutto a posto.

"Hey, tutto bene?"

Domandò con estrema dolcezza, facendogli una carezza sul fianco. Manuel deglutì, poi gli sorrise. Dolce Simone, che si preoccupava sempre per lui, anche quando non ce n'era motivo, come in questo caso.

"Cazzo Simo', se va tutto bene. Va talmente bene che secondo me tra poco 'sto serpente prende vita, io t'avviso, eh…"

Simone ridacchiò di gusto e Manuel insieme a lui. Anche le loro risate erano inseparabili.

"Posso continuare, quindi?"

"Ah, te prego de non smettere mai."

Rispose Manuel senza esitare, ringraziandolo con lo sguardo. Simone salì un attimo a dargli un bacio a fior di labbra, poi tornò a dedicarsi a quel tatuaggio con tutto se stesso e Manuel, con l'ultimo briciolo di lucidità rimastagli, ringraziò mentalmente la mano tremolante del tatuatore che glielo aveva fatto prima di spegnere il cervello e di lasciarsi completamente andare a quei baci più caldi del Sole, prima di lasciarsi completamente amare.

"Simo', io te lo devo dire, questa cosa che ti sei inventato è illegale…"

Commentò Manuel, affannato, mentre sistemava il capo sul petto di Simone dopo quell'intensa sessione di baci. Subito l'altro lo cinse con un braccio e prese ad accarezzargli con l'indice quella porzione di pelle resa rossa dalle proprie labbra. Non sembrava esserci tregua per quel tatuaggio, ma a Manuel andava più che bene così.

"Pensavo non avessi problemi con le cose illegali."

Replicò divertito ed anche con un pizzico d'orgoglio. Amava tantissimo Manuel -tutto amore ricambiato, lo sapeva- e quando riusciva a dimostrarglielo, anche fisicamente, si sentiva sempre bene. Manuel fece una risatina, annuendo appena.

"E infatti non c'ho problemi, anzi, ho apprezzato tantissimo questo tuo modo di ringraziarmi. Avrei apprezzato qualsiasi cosa, però insomma... hai capito."

Per quanto il suo cervello stesse ancora recuperando ossigeno, Manuel era lucidissimo nel fare quell'affermazione: Simone non aveva bisogno di inventarsi chissà che per lasciarlo senza fiato, semplicemente i loro corpi si riconoscevano a vicenda ed erano fatti per amarsi, perché erano i loro cuori ad amarsi per primi. La loro era una connessione nemmeno lontanamente paragonabile a ciò che aveva vissuto con Chicca e con Alice: quelle due storie, seppur per motivi diversi, non erano state neanche una misera ombra di ciò che vivevano adesso lui e Simone. Al pensiero si strinse un po' di più all'altro, nonostante facesse caldo e fossero entrambi leggermente sudati, e anche Simone lo cinse con un po' più di forza, in un gesto naturale ed istintivo. Aveva capito, certo che aveva capito, non c'era bisogno di parole.

"Quindi adesso mi dirai cosa mi aspetta stasera?"

Domandò furbescamente, pur sapendo che avrebbe ricevuto una risposta negativa, ma cazzeggiare un po' non aveva mai fatto male a nessuno. Manuel ridacchiò e scosse il capo, ostinato, sollevandosi quanto bastava per guardarlo negli occhi. Non contento, gli diede un pizzicotto sul fianco, facendolo sussultare appena e lamentare in un modo decisamente sproporzionato.

"Zitto, che te lo meriti! Sei un grandissimo ruffiano, lo sai, ve'?"

Il ragazzo fece spallucce, mettendo su uno sguardo innocente.

"Beh, ci ho provato, almeno. Però non sono un ruffiano, era tutto molto sincero."

Simone, nonostante il tono scherzoso, stava dicendo la verità e Manuel non mancò di capirlo, quindi lo ringraziò con un bacio altrettanto sincero e sentito prima di tornare a sistemarsi sul suo petto. Passarono diversi minuti in silenzio, le leggere carezze che si regalavano a vicenda erano l'unica cosa che poteva far intuire che non stessero dormendo, quando Simone parlò.

"Sai perché mi piace tanto baciarti in questo punto?"

Manuel aveva intuito che Simone avesse una particolare predilezione per quella parte specifica del proprio corpo e conoscendo bene la profondità del suo animo era sicuro che dietro ci fosse un motivo preciso, ma non sapeva quale fosse, per cui scosse il capo e si sollevò di nuovo, in modo da poterlo guardare in viso. Dal suo tono, sembrava che quella domanda avesse una risposta particolarmente importante e Manuel voleva dedicarvi tutta la sua attenzione.

"Perché quando ti bacio qui, il tuo cuore inizia a battere così forte che lo sento anch'io e allora mi ricordo che tu sei qui, vivo, accanto a me."

Sorrise imbarazzato a quella confessione, sembrava così ridicola in un momento sereno come quello, ma sapeva che Manuel non l'avrebbe giudicato. Da quando si erano messi insieme tutto era andato per il meglio, ma c'era una vocina nella sua testa che ogni tanto gli ricordava di non adagiarsi troppo sugli allori ed era molto difficile metterla a tacere. Ecco, i suoi grandi occhi marroni si velarono di preoccupazione e Manuel, che sentiva il proprio cuore piangere a quella vista, si affrettò ad avvicinarsi e a posare tanti piccoli baci su quel volto dolcissimo, accarezzandolo con delicatezza.

"E perché mai non dovrei essere accanto a te? Io non me ne vado da nessuna parte, Simone, non esiste altro posto per me."

Sussurrò in risposta, cercando di captare in quegli occhioni un segnale di tranquillità. Niente da fare, erano ancora agitati.

"Mi dici a cosa stai pensando, per favore? Perché tanto lo so che stai pensando a qualcosa di preciso e magari parlarne ci fa bene."

Propose, sorridendo incoraggiante, e Simone non si fece pregare ulteriormente. Sperava davvero di poter risolvere quel problema. Allungò un braccio sul comodino e prese il cellulare, poi si mise a scorrere tra i video e le foto della sua galleria: ce n'erano tanti di Manuel e di lui e Manuel insieme, ma ne stava cercando uno in particolare. Quando lo trovò, non glielo mostrò subito.

"Non dico che tu possa andartene volontariamente, non è neanche una cosa che penso, però...non sempre le cose dipendono da noi, no?"

Fece un profondo respiro e gli porse il cellulare, mostrandogli il video che gli aveva fatto quando lo aveva soccorso mesi prima, mentre lui dormiva. Manuel si accigliò leggermente, non sapeva che Simone lo avesse ripreso in quel frangente, ma non era per la propria privacy che aveva assunto quell'espressione corrucciata: aveva compreso la sua paura e non poteva certo dire che fosse infondata. A dire il vero, soltanto a guardare quelle immagini gli sembrava di tornare a sentire tutto il dolore che aveva provato durante e dopo il pestaggio.

"Scusami se ti ho fatto questo video e scusami se non te l’ho mai detto, ma avevo bisogno di qualcosa che mi ricordasse quanto tu avessi rischiato per colpa mia. Ho davvero temuto di perderti, quel giorno…"

Simone parlava a voce bassa e teneva bassi anche gli occhi, anzi nel mezzo del discorso li chiuse per bloccare le lacrime. Era una giornata speciale, come gli era saltato in mente di appesantirla in quel modo?

Manuel posò il cellulare sul comodino, poi si chinò a posare un bacio sulle sue palpebre, accarezzandogli una guancia. Anche i suoi occhi pizzicavano per quella confessione, ma non fece niente per non darlo a vedere.

"Simo, ti prego, apri gli occhi, va tutto bene. Non devi vergognarti di ciò che provi, me l'hai insegnato tu."

Simone, dopo qualche altro secondo di incertezza, sollevò le palpebre, ma non parlò. Fece incontrare i propri occhi con quelli di Manuel e si accorse che anche quelli erano lucidi. Istintivamente imitò il suo movimento e salì con una mano ad accarezzargli il viso. Manuel curvò le labbra in un dolce sorriso.

"Ti prometto che con Sbarra risolvo, va bene? Da domani inizierò a pensare ad una soluzione e di illegale ci saranno solo i tuoi baci, te lo giuro. Oggi però è soltanto nostro."

Ripensò alla richiesta di Claudio, di testimoniare contro Sbarra. Pensava ancora che fosse una follia, che fosse pericoloso, ma era l'unica opzione che aveva per uscire da quel giro. Stava diventando più rischioso restarci, anche perché ultimamente Manuel non era stato esattamente uno scagnozzo affidabile, cosa che a Simone non aveva detto per non farlo preoccupare. Si convinse ancora di più a parlare con l'avvocato quando vide il viso di Simone rilassarsi, per il momento le sue parole lo avevano calmato.

"Non sai quanto mi faccia piacere sentirtelo dire, Manuel. Non dovrai pensarci da solo, però, lo faremo insieme. Ti ricordo che siamo una società."

Replicò, più tranquillo. Lo aveva aiutato nel compiere dei veri e propri crimini -mentre da amico avrebbe dovuto consigliargli di non infilarsi in quel mondo pericoloso- lo avrebbe aiutato anche ad uscirne. Manuel si chinò a dargli un bacio, per ringraziarlo.

"Allora, da socio, mi permetto di ricordarti che hai gli allenamenti di rugby e che dovresti iniziare a prepararti."

Sussurrò sulle sue labbra e Simone ridacchiò, perché Manuel solitamente era la causa per cui arrivava tardi a quegli allenamenti, ma immaginava che oggi avesse un motivo valido per cacciarlo dal letto.

"Mi stai davvero cacciando da casa mia, Manuel?"

Domandò divertito e intanto lo strinse un po' di più a sé con il braccio libero, mentre con l'altra mano non smise di accarezzargli il viso. Si sarebbe alzato a breve, voleva solo fare tesoro di quei momenti insieme per avere qualcosa da ricordare -e da far ricordare a Manuel- per il resto della giornata.

"Eh, sai com'è, devo vedermi con la mia amante bona."

Prima che Simone potesse ribattere, Manuel si abbassò a baciargli il collo, sapendo perfettamente che questo avrebbe azzerato ogni sua capacità di replica. Simone, infatti, poté soltanto esprimere il proprio apprezzamento con un lungo sospiro seguito da qualche roco gemito. Manuel fu particolarmente attento, però, a non fare in modo che quei baci azzerassero anche la voglia di alzarsi dal letto e smise prima che Simone potesse abituarcisi troppo.

"Certo che anche tu, in quanto a baci illegali…"

"Eh, vedi, qualcosa la so fa' anch'io. Mo alzati, su."

E così dicendo si spostò sul lato libero del letto. Simone si alzò, stiracchiandosi, e Manuel come sempre si ritenne davvero fortunato ad avere un biglietto in prima fila per quello spettacolo esclusivo.

"Più di qualcosa, se proprio lo vuoi sapere. Adesso che dici, vieni con me a fare colazione o ti sei già nutrito abbastanza con gli occhi?"

"I miei occhi non sono mai sazi di te!"

Ribatté in fretta il poeta e il matematico, colto come sempre alla sprovvista da quelle dichiarazioni improvvise, sorrise impacciato. Era bello sentirsi così amati e voleva che anche Manuel si sentisse così, quindi si affrettò a fare il giro del letto per andargli vicino e baciarlo, prima sulle labbra e poi tra i capelli arruffati. Per Manuel, che sorrise beato alle sue attenzioni, quello era il Paradiso.

"Sappi che in un altro momento avrei saltato gli allenamenti, così da non far morire di fame i tuoi occhi."

"Simo', se me lo dici così mi fai quasi venire voglia de assecondarti. Quasi, però, eh."

Si alzò, finalmente, per evitare che quel ‘quasi’ diventasse certezza e per permettere ad entrambi di cominciare le rispettive giornate.

"Ti ho lasciato un biglietto con degli esercizi di matematica da fare, poi domani li controlliamo insieme. Ah, e cerca di imparare il capitolo di scienze che abbiamo riassunto ieri, ok?"

Simone fece quelle raccomandazioni mentre si infilava il casco della Vespa, conosceva il suo pollo e sapeva che senza di lui non amava studiare quelle materie piene di numeri e formule. Manuel però era stato bravo e aveva recuperato in quasi tutte le materie prima della fine dell'anno e Simone, come promesso, lo stava aiutando a superare il debito nelle altre. Il diretto interessato alzò gli occhi al cielo.

"Sì, mamma, nun te preoccupa', poi magno pure tutte le verdure."

Simone fece una risatina, scuotendo appena il capo con finta esasperazione.

"Mi raccomando, Paperotto. Ci vediamo stasera."

Si sporse a dargli un bacio, ma Manuel non sembrava essere della stessa idea.

"E basta co’ sto soprannome, dai! Un pezzo di ragazzo come me, puoi mai chiamarlo Paperotto?"

Si lamentò, indicandosi. Simone rise di nuovo, amava stuzzicarlo in quel modo.

"Eddai, è una cosa tenera, a me piace."

"Mh, aspetta che trovo un soprannome ridicolo per te e poi vediamo che dici."

Quella velata minaccia fu seguita dal bacio che non gli aveva dato poco prima, non era concepibile che si salutassero senza baciarsi. Manuel restò a guardare Simone allontanarsi fin quando scomparve alla vista, poi rientrò in casa e come prima cosa si mise a studiare, in modo da togliersi subito il pensiero. Certo, sarebbe stato molto più piacevole farlo con il suo ragazzo seduto accanto a lui, pronto a dispensargli premi ad ogni piccolo risultato, ma si consolò pensando alla loro serata speciale.

Dopo pranzo, a tale proposito, si dedicò al compito ben più piacevole di preparare la sorpresa per Simone e più andava avanti e più il suo cuore batteva forte, come se con ogni battito volesse contare i secondi che lo separavano da quella sera. Prima che potesse accorgersene, ma al tempo stesso gli sembrò passata un'eternità, Dante, Virginia e Anita uscirono per andare a teatro, così come Manuel aveva pregato di fare e lui si ritrovò in giardino ad aspettare Simone. A breve l'avrebbe visto in sella alla Vespa nel viale di villa Balestra, non stava più nella pelle. Camminava avanti e indietro e ogni minimo suono gli sembrava il rombo del motorino di Simone, ma il suo sorriso si spegneva ogni volta che si rendeva conto che era qualcos'altro.

Strano, Simone non era mai stato un ragazzo ritardatario -a differenza sua- e certamente non avrebbe iniziato ad esserlo proprio adesso. Manuel controllò più volte la loro chat, ma non c'erano nuovi messaggi. Dopo mezz'ora di attesa fu lui a scrivergli e dopo un'ora, dal momento che non aveva ricevuto risposta, gli telefonò. Nessuna risposta anche in questo caso. Fece un altro tentativo dopo essersi acceso una sigaretta che prese a fumare per cercare di calmarsi e poi altri ancora, ma all'ennesimo squillo a vuoto si rese conto che qualcosa non andava. Salì allora in sella alla sua moto in fretta e furia, mentre nella sua testa si affollavano brutti pensieri.

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Simone aveva dato il meglio di sé in quella giornata di allenamento intensivo e aveva ricevuto perfino i complimenti del suo coach, un tipo che solitamente era restio a farne: gli aveva detto che se avesse giocato così anche quel sabato, nell’ultima partita della stagione, sarebbe stato fondamentale per portare la squadra alla vittoria.

Eppure non era per vincere la finale che Simone si era dato tanto da fare, ma perché immaginava di dedicare a Manuel ogni punto che avrebbe segnato, come del resto aveva iniziato a fare da quando stavano insieme. Il suo ragazzo non ne capiva molto di rugby, anche se aveva provato a spiegargli le basi, ma si illuminava ed esultava più di tutti quando lui segnava e Simone avrebbe fatto di tutto per vederlo sempre così felice. Non importava quanto fossero distanti durante le partite, i loro occhi non fallivano mai di incontrarsi in quei piccoli istanti.

"Oh, certo che te lo sei magnato er campo, oggi! Ricordati di lasciarne un po' pure a noi!"

Commentò scherzosamente Marco, uno dei suoi compagni di squadra, mentre si ritiravano negli spogliatoi. Era un ragazzo simpatico, con cui era piacevole scambiare quattro chiacchiere. Simone ridacchiò in risposta, ma non ebbe modo di replicare perché subito l'altro ragazzo riprese la parola.

"Vojo di', pure noi abbiamo delle fidanzate a cui dedicare le mete, ci fai fare brutta figura!"

Simone sgranò gli occhi, sorpreso. Non aveva detto a nessuno di Manuel e non perché ci trovasse qualcosa di male o si vergognasse, ma perché non era poi così in confidenza con i suoi compagni di rugby e, in generale, non era il tipo che andava a raccontare in giro delle sue relazioni.

"E tu come lo sai che sono fidanzato, scusa?"

Domandò incuriosito, accennando un mezzo sorriso. Si sentiva abbastanza tranquillo, Marco non gli aveva mai dato l'impressione di avere la mente chiusa, ma nel caso avrebbe difeso il proprio amore a spada tratta.

"Eh, come lo so! Scusa se te infrango l'aura da ragazzo del mistero…"

Cominciò a rispondere l'altro, gesticolando un po' come se stesse tracciando il contorno di quell'aura.

"...ma non ci vuole la sfera magica per vedere che ti volti sempre verso lo stesso ragazzo quando fai un punto, anche perché per quanto si agita è difficile non notarlo."

Simone rise, pensando a quanto entrambi si ritenessero riservati e discreti sotto quel punto di vista e invece a quanto pareva il loro amore era sotto gli occhi di un po' tutti. Beh, in fondo l'amore non è una cosa che si può nascondere, pensò.

"Sì, lui...si chiama Manuel e sì, è il mio fidanzato." I suoi occhi brillavano d'orgoglio, era bello dire quella cosa ad alta voce. Le parole 'Manuel', 'mio' e 'fidanzato' stavano particolarmente bene insieme, nella bocca di Simone avevano il sapore del miele. Marco diede una leggera spinta al suo compagno di squadra, scherzoso.

"Mazza, oh, sei proprio cotto! Dai, te lascio l'ultima doccia libera così puoi correre da lui…"

"Oh no, non ti preoccupare, preferisco lavarmi a casa, devo solo prendere la mia roba. Grazie lo stesso!"

I due ragazzi si salutarono, Simone raccolse il suo borsone e uscì dallo spogliatoio, sporco e sudato com'era, stanco e felicissimo al tempo stesso. Mentre percorreva la strada che lo separava dal parcheggio sul retro del campo si mise a fantasticare sulla sorpresa che lo attendeva a casa -su Manuel che lo attendeva a casa-, ma poi i suoi pensieri furono interrotti da un altro tipo di sorpresa, ben più spiacevole: la Vespa aveva una ruota a terra.

"No, cazzo!"

Imprecò tra i denti e sbuffò. Non si spiegava come fosse successo, dato che l'aveva guidata quella mattina e non aveva notato niente di strano. Se si fosse soffermato ad esaminare meglio la ruota si sarebbe accorto che presentava un taglio netto, troppo preciso per essere accidentale, ma in quel momento voleva solo tornare a casa, quindi prese il cellulare per farsi venire a prendere. Non fece in tempo a telefonare a Manuel o a suo padre, all'improvviso avvertì un forte dolore alla testa e tutto divenne buio.

Quando riaprì gli occhi fece fatica a rendersi conto di averlo fatto, perché il buio del posto in cui si trovava non era tanto diverso da quello dietro le sue palpebre. La testa gli faceva un male cane e istintivamente provò a toccarsela con una mano, ma quando fece per sollevare un braccio si rese conto di non poterlo muovere e così anche l'altro. Mosse un po' le mani, che si trovavano dietro la sua schiena, e il rumore metallico che udì gli fece capire di essere ammanettato ad un tubo o qualcosa del genere. Come era finito in quella situazione? L'ultima cosa che ricordava era la Vespa con una ruota a terra e...possibile che quello fosse uno scherzo di Manuel, che facesse parte della sorpresa? Il pensiero gli attraversò la testa per un istante, ma il dolore pulsante che avvertiva gli fece scartare l'idea, Manuel non gli avrebbe mai fatto del male, tanto meno per fargli uno scherzo.

Deglutì, spaventato, realizzando di essere stato rapito da qualcuno, per qualche motivo. Spinto dalla pura e semplice paura, provò a dare degli strattoni alle manette per liberarsi, ma ci guadagnò soltanto delle fitte improvvise in punti sparsi del corpo che gli mozzarono il fiato. Rimase immobile per almeno un paio di minuti, in attesa che le fitte passassero, ma più il tempo passava e più il dolore sembrava aumentare e diffondersi ovunque. Perfino respirare gli faceva male e quando si umettò le labbra con la lingua sentì sulla propria pelle il sapore ferroso del sangue.

Non erano dolori che potevano dipendere dagli allenamenti di rugby, la stessa persona che l'aveva portato lì -ovunque lì fosse- doveva averlo anche pestato per bene e Simone non ebbe dubbi su chi potesse essere stato a conciarlo così: conosceva quella sequenza di colpi, apparentemente casuale, ma abbastanza precisa da non danneggiare gli organi interni, perché non erano colpi destinati ad ucciderti, solo a farti desiderare di essere morto: era la stessa che aveva visto e medicato sul corpo di Manuel mesi prima.

Se era stato Zucca a picchiarlo e a rapirlo, e ne era certo, allora in quel momento si trovava nelle mani di Sbarra e la paura che era riuscito a tenere più o meno sotto controllo fino a quel momento si trasformò in terrore. Pensò subito a Manuel, perché in fondo era plausibile che Sbarra avesse rapito anche lui, e il suo cuore già agitato saltò un battito.

"Manuel? Manuel? Sei qui?"

Sussurrò, ricevendo soltanto il silenzio della stanza in risposta. Ciò non lo fece sentire più tranquillo, però, perché del resto Sbarra, che era infame e Simone lo sapeva bene, avrebbe potuto benissimo tenerli separati. L'idea di non sapere come stesse il suo ragazzo gli faceva più male dei lividi e delle contusioni e più paura dell'incertezza sul suo immediato futuro. E dire che fino a poco -o tanto, non sapeva da quanto tempo si trovasse lì- prima quel senso di incertezza aveva un sapore del tutto diverso. Gli veniva da piangere, ma il rumore di una porta che si apriva lo costrinse a trattenere le lacrime. Un istante dopo, si ritrovò a strizzare gli occhi, accecato da una luce improvvisa.

"Oh, ma guarda, il pischello si è svegliato! Buongiorno principino! Hai riposato bene?"

Sentì esclamare da una voce fredda e melliflua, che gli fece venire i brividi. Strizzò le palpebre più volte e quando finalmente riuscì a mettere a fuoco ciò che vedeva, si ritrovò davanti Zucca, che conosceva già, e un uomo più anziano, quello che aveva parlato, e che senza dubbio era Sbarra. Si mise a sedere un po' più dritto, per quanto possibile, e rivolse ai due uomini un'occhiataccia che sperava nascondesse le lacrime che premevano per uscire.

"Che cazzo vuoi, Sbarra?"

Chiese con una sicurezza che in realtà non aveva e il vecchio ridacchiò. Simone pensò che probabilmente doveva trovarlo ridicolo.

"Ah, non c'è bisogno delle presentazioni, allora, a saperlo nun te venivo proprio a trova'. Però vedi, questa cosa nun va bene, perché se sai come me chiamo vuol dire che l'amichetto tuo ti ha parlato di me e io gli avevo detto de starse zitto. Manco questo ha saputo fa'..."

Simone, preoccupato di aver messo Manuel nei casini, si affrettò a scuotere il capo e nel farlo gli si annebbiò la vista per un attimo.

"No, no, Manuel non mi ha detto niente! T'ho visto sui giornali…"

Sbarra rise di gusto e così anche Zucca. Quest'ultimo, ad un cenno dell'altro, si avvicinò a Simone e gli diede uno schiaffo in piena guancia.

"Senti ragazzi’, mettiamo subito le cose in chiaro: 'ste fregnacce non me le devi di', altrimenti dico a Zucca de menarti de nuovo, ce semo capiti? Che secondo me non vede l'ora di farlo, ancora è incazzato per il pugno che gli hai dato…"

Simone non ci aveva fatto caso, né si ricordava di essersi difeso nel parcheggio, ma adesso che lo guardava bene, notò che effettivamente Zucca aveva un occhio nero. In un altro momento ne sarebbe stato compiaciuto. Annuì in risposta alla domanda di Sbarra, poi sputò a terra il grumo di sangue che si sentiva in bocca dopo lo schiaffo. Doveva stare più attento a ciò che diceva.

"Oh, bene, forse sei più intelligente di quell'altro là. In confidenza, comunque, è già nei guai fino al collo, che t'abbia detto di me conta poco."

"In che senso? Che ha fatto?"

Domandò, gli occhi sgranati pieni d’angoscia. Sbarra non era il tipo a cui si potevano fare torti, che cazzo aveva combinato Manuel? "

Cosa non ha fatto, ti dovrei dire. Gli avevo affidato un compitino, niente che non avesse già fatto, ma nun s'é fatto più vede’ ed è qui che sei entrato in gioco tu. Capirai, non c'ho niente contro de te, però non potevo lascia’ correre, no? Te sta già cercando, ha provato a chiamarti non so quante volte...ah, a proposito, questo è meglio se lo spegniamo."

Sbarra prese un cellulare dalla tasca, che Simone riconobbe come il proprio, e gli mostrò lo schermo acceso prima di fare quanto aveva detto. Il ragazzo si sentì le guance andare a fuoco quando vide la foto di lui e Manuel che si baciavano, una delle tante nella sua galleria, era l'ultima cosa che Sbarra avrebbe dovuto scoprire. Per la seconda volta nella stessa giornata si rese conto di quanto fosse difficile nascondere l'amore.

"Siete proprio 'na bella coppia, complimenti. Pensavo d'aver rapito un amico, ma un fidanzato è pure meglio! Dopo lo richiamo io, vuoi che je dica qualcosa da parte tua? Che je vuoi tanto bene, magari?"

Nel tono dell'uomo non c'era una briciola di gentilezza, soltanto scherno che fece ribollire il sangue nelle vene di Simone. Ogni sua parola era un insulto al loro amore, ma lui non poteva permettersi di perdere la calma. Non avrebbe fatto bene né a Manuel, che sicuramente avrebbe cercato di affrontare Sbarra di lì a poco, né a se stesso.

"Tutto quello che potrei dirgli, Manuel lo sa già."

Borbottò tenendo lo sguardo fisso in quello del criminale, che fece spallucce in risposta.

"Come te pare, volevo esse gentile. Non lo sono spesso, fossi stato in te ne avrei approfittato."

Si avvicinò alla porta della piccola stanza, seguito da Zucca, ma prima di uscire si voltò di nuovo verso Simone.

"Un'ultima cosa prima che me ne vado: non sprecare il fiato a gridare come una gallina spennata, non ti sentirebbe nessuno tranne me e non penso che tu voglia romperme i coglioni, nun te conviene. Perciò mettiti comodo e statti tranquillo, così forse mi verrà un altro attacco de gentilezza."

Non gli diede modo di replicare, spense la luce ed uscì prima che Simone potesse dire qualcosa, anche se non avrebbe saputo cosa dire. Era di nuovo al buio, in compagnia soltanto del suo corpo dolorante e dei suoi pensieri, pensieri che inevitabilmente ruotavano intorno a Manuel. Perché era stato così incosciente da saltare un lavoro per Sbarra, sapendo cosa rischiava? Era già stato menato una volta, cazzo!

E cosa sarebbe successo quando Manuel sarebbe andato da lui? Sbarra lo avrebbe fatto picchiare da Zucca come l'ultima volta? O avrebbe fatto picchiare lui davanti ai suoi occhi, per dargli un qualche tipo di dimostrazione e spaventarlo? Come aveva appena sentito dire, dopotutto, un fidanzato era anche meglio di un amico. Simone preferiva questa seconda opzione, avrebbe preso e sopportato tutte le percosse del mondo pur di non far fare del male a Manuel. C'era anche una terza opzione che vedeva entrambi ammazzati come bestie, in modi che non voleva neanche immaginare.

Affannato da tutti questi pensieri si concesse la libertà di piangere, ma al tempo stesso si impose di non singhiozzare: Sbarra e Zucca non dovevano sentirlo, non dovevano capire quanto fosse terrorizzato, Simone non poteva dar loro alcun tipo di vantaggio. Si appoggiò meglio al muro dietro di sé, anche se il tubo al quale era ammanettato gli rendeva impossibile trovare un minimo di comodità, e lasciò che il suo corpo esaurisse le lacrime, senza nemmeno poterle asciugare. Chiuse gli occhi, si sentiva stanco, e immaginò –pregò, sperando ci fosse qualcuno all'ascolto- che quando li avrebbe riaperti si sarebbe ritrovato abbracciato a Manuel come ogni mattina, scoprendo che tutta questa situazione era soltanto un brutto sogno.

Doveva essere la loro giornata speciale.

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Manuel conosceva perfettamente la strada che portava al campo da rugby dove Simone si allenava, l’aveva percorsa così tante volte che avrebbe potuto guidare anche ad occhi chiusi, ma quella sera li tenne più aperti che mai: si aspettava di trovare la Vespa di Simone rovesciata da qualche parte a causa di un incidente e il suo proprietario a poca distanza da essa. Paradossalmente, era l’opzione più felice che riusciva ad immaginare e sperò che se proprio a Simone doveva essere successo qualcosa, fosse questo.

“Simo! Simo!”

Gridava di tanto in tanto, sperando di ottenere qualche risposta che però non arrivò mai.

Giunse fino al centro sportivo e fece il giro del parcheggio più di una volta per cercare il motorino del suo ragazzo. Quando fu certo che non ci fosse entrò dentro, cercando di ignorare i battiti del suo cuore e concentrarsi.

“Scusa, sto cercando Simone Balestra, sta nella squadra di rugby. Non è che per caso è ancora qui?”

Domandò all’uomo seduto dietro ad una scrivania all’ingresso, che normalmente raccoglieva le iscrizioni ai vari corsi, ma che in quel momento stava guardando qualcosa sul cellulare e non sembrò aver sentito la domanda di Manuel.

“Oh, sto parlando con te! Mi senti o no?”

Esclamò il ragazzo, allungando un braccio per dare una leggera spinta a quel tizio. Non aveva tempo da perdere dietro alle sue distrazioni.

“Nun me toccà, che cazzo fai? Guarda che qua stiamo a chiude, tutti i ragazzi se ne sono già andati, e mo vedi di annartene pure tu prima che te faccia penti' di essere venuto!”

Manuel ascoltò soltanto la parte di risposta che gli interessava davvero e senza salutare corse di nuovo fuori, agitato.

“Cazzo Simo’, cazzo…”

Mormorò a denti stretti, mentre per l’ennesima volta provava a telefonargli e per l’ennesima volta non riceveva risposta, con la differenza che il cellulare di Simone stavolta non aveva squillato affatto. Qualcuno doveva averlo spento e un solo nome si affacciò nella sua mente quando si chiese chi potesse essere stato, causandogli un sussulto allo stomaco che per poco non lo fece vomitare per strada.

Come cazzo era possibile? Era stato attento, tutte le volte che Simone lo aveva accompagnato allo sfascio era sempre rimasto fuori, lontano dagli occhi viscidi di quel criminale, proprio per evitare che venisse coinvolto. Soltanto una volta Zucca lo aveva visto in sua compagnia, davvero era stata sufficiente a far capire quanto fossero legati? Certo che è bastata, si rispose da solo, perché Simone ha provato a difenderme.

Doveva fare qualcosa, ma cosa? Chiamare la polizia era fuori discussione, non poteva farlo con Simone tra le grinfie di Sbarra, e non poteva neanche presentarsi allo sfascio, perché da solo non sarebbe riuscito a fare nulla. Chiamò allora l’unica persona che forse poteva aiutarlo, che sperava potesse aiutare Simone, una persona a cui avrebbe dovuto dare ascolto tempo prima e che, fortunatamente, rispose dopo un paio di squilli.

“Te prego dimmi che stai a casa, è successo un casino e ti devo parla', è urgente!”

Biascicò agitato, mentre saliva già in sella alla sua moto. Claudio, dall’altra parte del telefono, si accigliò preoccupato. Continuava a sentirsi con Simone di tanto in tanto per controllare che tutto andasse bene, mentre Manuel di solito lo evitava, quindi la situazione doveva essere grave per davvero se aveva deciso di contattarlo.

“Sono a casa, ma se mi dici dove sei ti vengo a prendere io. Non mi sembri nelle condizioni di-”

“Sto arrivando.”

Interruppe Manuel, chiudendo subito la telefonata. In effetti Claudio aveva ragione, non era saggio mettersi alla guida inquieto com’era, ma in quel frangente non aveva razionalità a cui dare ascolto. Fu per questo molto fortunato ad arrivare illeso a casa dell’avvocato, se si escludeva il pallore del suo volto e lo stato generale di agitazione. Claudio non l’aveva mai visto così, per quel poco che lo conosceva, nemmeno quando aveva provato a picchiarlo, e per questo era sicuro che quel casino a cui gli aveva accennato avesse a che fare con Simone.

“Dimmi tutto, dai.”

Lo invitò a sedersi sul divano accanto a lui, ma Manuel era troppo nervoso e preferì restare in piedi.

“Ho fatto una cazzata, Claudio, una cazzata vera, e adesso Simone è sparito…”

Cominciò a dire, camminando avanti e indietro per la stanza, tormentandosi le mani. Dirlo ad alta voce era anche peggio. Claudio si sporse verso di lui, allarmato.

“Cosa? In che senso è sparito?”

“Eh, secondo te in che senso? Non è tornato a casa dopo gli allenamenti di rugby, sono anche andato a cercarlo e non c’era, ho provato a chiamarlo, ma niente! L’ha preso Sbarra, so' sicuro, e non so che cazzo fare!”

L’avvocato chiuse gli occhi per un istante e fece un profondo respiro. Per quanto quell’idea lo spaventasse, non poteva permettersi di farsi prendere dal panico. Bastava Manuel.

“Aspetta, respira un secondo e non saltare a conclusioni affrettate. Come fai ad essere certo che Sbarra l’abbia rapito? Davvero non può essere successo altro?”

Manuel fece un verso di stizza, quasi un ringhio, perché sì cazzo, ne era più che sicuro!

“Ho pensato ad un incidente, c’ho sperato ad essere sincero, ma ti ho detto che sono andato a cercarlo al centro sportivo e per strada non c’erano né la polizia né ambulanze, niente! Poi l’ho chiamato non so quante volte, se fosse finito in ospedale qualcuno avrebbe risposto, no? E invece adesso il telefono è pure spento, non fa neanche un cazzo di squillo! E poi so' sicuro che è stato Sbarra perché…perché sono un coglione, cazzo.”

Parlò di getto, senza quasi respirare, e gli venne un giramento di testa che lo costrinse a sedersi in poltrona. Si sentiva stupido ed inutile. Claudio si alzò per andargli a prendere un bicchiere d’acqua, che però Manuel rifiutò.

“Fare così non serve a niente, Manuel. Bevi un po’ e poi dimmi cos’hai combinato, possiamo trovare una soluzione.”

“Claudio, se a Simone succede qualcosa io ammazzo Sbarra e poi mi ammazzo io, hai capito?”

Replicò con un filo di voce, tuttavia fermo e deciso. La sua mente stava già pensando al peggio ed era certo che Claudio non potesse dargli torto, nonostante la sua aria tranquilla. Come diamine facesse ad avere sempre il controllo di se stesso, proprio non lo capiva.

“Bevi e non dire queste cose, non pensarle nemmeno. Conosco bene i tipi come Sbarra, se ha preso Simone è perché vuole ricattarti, quindi gli serve ed è anche nel suo interesse che non gli succeda nulla di irrimediabile.”

Il ragazzo lo guardò male, per niente rincuorato da quell’informazione.

“Grazie, adesso sì che mi sento più tranquillo.”

Si decise a bere un sorso d’acqua, che comunque non riuscì a farlo sentire meglio, ovviamente. Claudio sospirò, paziente.

“Lo so che sembra assurdo, ma dovresti. Significa che abbiamo tempo per aiutare Simone. Ora, immagino che tu non voglia coinvolgere la polizia…”

“No, infatti, non se ne parla! Se vanno allo sfascio a fare casino, quello è capace de fa sbranare Simone da quei cani indemoniati che se ritrova!”

“E infatti, se mi avessi fatto finire di parlare, ti avrei detto che per il momento è una buona idea, più o meno. Non possiamo fare tutto da soli, però, quindi facciamo così: spiegherò la situazione ad un ispettore che conosco da anni, è un mio caro amico, e gli chiederò di tenersi pronto, ma saremo noi a dirgli quando intervenire, va bene?”

Manuel sospirò, ben poco convinto. Non che l’idea di Claudio gli sembrasse del tutto sbagliata, era chiaro che prima o poi la polizia sarebbe dovuta intervenire, solo che non riusciva a vedere quel momento opportuno. Sbarra non era un fesso, in fin dei conti.

“E se non ce ne fosse occasione? Guarda che Sbarra lo conosco, è furbo, non si farà fregare facilmente.”

Claudio scacciò via quel pensiero agitando una mano.

“Fidati, anche i migliori sbagliano e Sbarra sarà anche furbo, ma non è infallibile. So che ti sembra tutto nero in questo momento, ma devi fare lo sforzo di fidarti di me.”

Disse guardandolo negli occhi e Manuel, per un istante, trovò un po’ di rassicurazione in quello sguardo che, seppur di ghiaccio, gli parve estremamente caldo. Annuì appena.

“Anche perché solo tu puoi aiutare Simone, io so solo metterlo nei guai e combinare casini…”

Mormorò, scuotendo il capo. Finì il suo bicchiere d’acqua e lo posò sul tavolino, fece poi per alzarsi, ma Claudio glielo impedì. Nelle sue condizioni, era meglio che restasse seduto.

“Puoi aiutarlo anche tu, ma devi essere sincero e raccontarmi tutto. Sbarra vuole vendicarsi, che gli hai fatto?”

Manuel si umettò le labbra, più per prendere tempo che altro. Se solo ci ripensava, si sentiva ancora più coglione.

“Mi aveva dato della roba da spacciare, non è la prima volta che lo faccio.”

Teneva lo sguardo basso, fisso sulle mani che strofinava tra loro per sfogare l’agitazione.

“Solo che negli ultimi tempi ho pensato soltanto a Simone e ho trascurato…il lavoro, se così si può chiamare. Ero così felice de pote' finalmente stare con lui e non riuscivo a separarmene, soprattutto all’idea di doverlo fare per due pillole di merda. Ma ho sbagliato, se solo mi fossi preso qualche sera, Simone non sarebbe in pericolo adesso. Se solo ti avessi ascoltato, quando mi hai chiesto de denuncia’ tutto…”

Si piegò in avanti e nascose il viso tra le mani, pieno di vergogna e sensi di colpa, pieno di paura.

Claudio gli rivolse uno sguardo comprensivo e portò una mano sulla sua schiena, facendogli una carezza che sperava potesse dargli conforto. Manuel non se ne rendeva conto, ma ciò che aveva appena ammesso era molto bello.

“Hai sentito cosa hai detto? L’amore che provi per Simone e che lui prova per te ti ha salvato da una brutta fine e ti ha aiutato a capire qual è la cosa giusta da fare. Non hai sbagliato…”

Manuel scosse rapidamente il capo e lo sollevò per guardare di nuovo l’avvocato. Aveva sbagliato e si stava sbagliando anche lui.

“E invece sì, perché l’ho capito troppo tardi! È proprio questo il problema, Simone ha salvato me, ma io non so se riuscirò a salvare lui e…”

Si interruppe, sentendo il cellulare vibrargli in tasca. Sperò con tutto il cuore di leggere il nome di Simone sul display, di sentire la sua voce che gli diceva che stava bene e che lo aspettava a casa per festeggiare il loro giorno speciale. Ogni speranza si spense quando vide un numero ben diverso. Deglutì.

“È Sbarra, Claudio.”

Subito l’avvocato prese il proprio cellulare e fece partire il registratore.

“Metti il vivavoce, potrebbe dire qualcosa di utile. Forza, andrà tutto bene.”

Manuel prese un respiro profondo e fece quanto detto. La mano libera gli tremava e d’istinto si aggrappò al bracciolo della poltrona. L'ultima volta che aveva stretto quella stoffa aveva chiesto perdono a Simone per come l'aveva trattato e gli aveva confessato i suoi sentimenti. Quel momento gli sembrava lontano anni luce.

“Dove cazzo è Simone, Sbarra?”

Chiese, furioso. L’uomo dall’altra parte non si scompose minimamente.

“Chi, scusa? E poi te sembra il modo de rivolgerte a me, dopo tutto questo tempo che nun te sei fatto senti'?”

“Non prendermi per il culo! Simone, il mio amico! Dimmi dove cazzo sta, adesso!”

Sbarra ridacchiò e a Manuel venne voglia di spaccare qualcosa. Sapeva che lo faceva per tormentarlo e purtroppo ci riusciva benissimo.

“E io che ne posso mai sape’ de dove sta l’amico tuo, non lo conosco nemmeno! Ma non è che hai bevuto, ragazzi’?”

Claudio gli fece segno di non insistere, era meglio non indisporlo ulteriormente. Manuel sospirò e si costrinse ad inghiottire il rospo.

“Sì, forse c’hai ragione, ho bevuto troppo. Beh, che vuoi, allora?”

“T’ho chiamato per un lavoretto, se sei interessato. M’hanno portato una Vespa da rottamare ed è messa male, te lo dico, ma secondo me te con le mani d’oro che te ritrovi la puoi rimette a nuovo, così la rivendo e ti do la metà. Che dici, ce stai?”

Manuel si lasciò scivolare sulla poltrona, era come se lo avessero colpito in pieno petto. Sbarra era dannatamente furbo, quello era il suo modo per dirgli che aveva
Simone in mano senza dirlo direttamente. Probabilmente sospettava anche che stesse registrando la telefonata.

“Una…una Vespa?”

Balbettò e Sbarra gli rise in faccia.

“Mazza quanto devi aver bevuto, però, me fai quasi preoccupa’! Sì, una Vespa, c'hai presente? Nun me fa perde tempo, accetti o no?”

“Sì, sì, certo che accetto! Posso venire anche adesso…”

Si affrettò a rispondere, ma Sbarra ridacchiò di nuovo, interrompendolo.

“E da quando decidi tu? Facciamo domani sera a quest’ora, va bene?”

“Domani sera? Ma se non vuoi perde tempo, non è meglio adesso?”

Aveva bisogno di vedere Simone il prima possibile, doveva sapere come stava. Solo per miracolo la sua voce non suonava come una supplica.

“Se permetti il mio tempo me lo gestisco io e sai cosa? Facciamo dopodomani sera, mi sono ricordato che domani c'ho già un impegno. O preferisci fare tra una settimana?”

Manuel imprecò mentalmente, sia contro se stesso che contro Sbarra.

“No, no, dopodomani va benissimo.”

“Ecco, bravo, così me piaci. Se vedemo, Manuel, e mi raccomando non bere troppo!”

L'uomo chiuse la telefonata e Manuel scattò verso la cucina, perché il bagno era decisamente troppo lontano. Non aveva bevuto come aveva detto a Sbarra, ma il vomito di cui si liberò nel lavandino era degno della peggiore delle sbronze. Claudio gli fu subito accanto a reggergli la testa e a tenergli indietro i capelli. Gli ricordò sua madre, per un attimo.

“Dai, siediti, ti faccio una tisana…”

Disse Claudio dolcemente, quando Manuel terminò di vomitare tutto ciò che aveva in corpo. Il ragazzo fece una smorfia.

“Ne hai una al cianuro? La porto a quello stronzo…”

Biascicò, lasciandosi cadere su una sedia. L’avvocato fece una risatina.

“No, quella mi manca, ma ho quella giusta per te.”

Così dicendo si mise a preparare una tisana alla menta, avrebbe aiutato lo stomaco di Manuel a rilassarsi. Non aggiunse altro fino a quando il ragazzo cominciò a bere e anche Manuel preferì restare in silenzio, nonostante sentisse il bisogno di urlare. Gli mancava la forza.

“Ascoltami, Sbarra ti ha detto della Vespa per torturarti, per farti stare esattamente così. Tu ti sei lasciato coinvolgere e non te ne faccio una colpa, ami Simone ed è normale, ma devo chiederti di fare uno sforzo, quando andrai da lui. Anche se ti sentirai morire dentro o avrai voglia di urlare o di spaccare tutto, non puoi perdere la calma o farti prendere dal panico. Quelli come Sbarra ci sguazzano in queste cose e lui ha già un vantaggio su di te, non puoi dargliene altri, hai capito?”

Manuel sorrise amaramente, quasi rimpiangeva l’aver perso il suo talento nel soffocare le emozioni. Per una volta gli sarebbe tornato utile.

“E come cazzo faccio, Claudio? Me lo spieghi, eh? Quello non c’ha un vantaggio qualsiasi, c’ha Simone! Il mio Simone, cazzo! Io lo dovevo proteggere, lo dovevo rendere felice e invece guarda cos’ho combinato! Per colpa mia adesso è solo, buttato chissà dove, nelle mani di due pazzi! Dovrei esserci io al posto suo!”

I suoi occhi erano come due braci infuocate e Claudio avvertiva tutta la forza di quello sguardo. Era un fuoco praticamente impossibile da spegnere, ma Manuel doveva riuscire almeno a nasconderlo se voleva aiutare il suo Simone.

“Se ci fossi tu al posto suo, Simone starebbe esattamente come stai tu adesso e io dovrei dirgli le stesse identiche cose. Quando si ha un cuore che batte come il tuo, come il vostro, nasconderlo è praticamente impossibile e io non so spiegarti come imparare a farlo nel giro di un giorno, mi dispiace. Posso solo dirti che, al momento, è l’unica cosa che puoi fare per non peggiorare la situazione."

Manuel si sentiva intrappolato in un incubo, un incubo dal quale non riusciva a svegliarsi. Temeva di fare un'altra cazzata, di peggiorare la situazione, e allora cosa sarebbe successo? Simone ne avrebbe pagato le conseguenze, come sempre. Era il martire sull'altare delle sue stronzate.

"Hai visto che avevo ragione? Non vado bene per Simone, doveva restare con te! Oggi dovevamo festeggiare il nostro primo mese insieme, avevo organizzato tutto, me so' pure vestito da pinguino…"

Con un gesto vago della mano indicò la camicia bianca che indossava, ormai stropicciata, e la cravatta che si era fatto prestare da Dante, che aveva allargato perché si sentiva soffocare. Con quella stessa mano andò a stringere l'altra, dato che gli tremavano.

"...e poi ho trascurato la cosa più importante! Me so illuso che uno come me potesse essere felice e magari anche rendere felice un'altra persona, o almeno risparmiarle la tristezza e invece…"

Cominciò a singhiozzare, senza riuscire a fermarsi. Bella prova per uno che avrebbe dovuto nascondere le sue emozioni di lì ad un giorno!

Claudio gli andò vicino e gli offrì un abbraccio che Manuel inaspettatamente accettò. Era stata decisamente una giornata pesante per lui e le prossime non sarebbero state da meno, aveva il diritto di sfogarsi.

"Manuel, ascoltami. È vero, hai commesso uno sbaglio, ma tenerti dentro i tuoi sentimenti nei confronti di Simone sarebbe stato un errore ancora più grande.

Risolveremo questa situazione, voi festeggerete il vostro mesiversario e tornerete ad essere felici, te lo giuro. Ora però è meglio che tu vada a riposare, non c'è altro che tu possa fare per il momento. Ti riaccompagno a casa, ok?"

Gli disse dopo un bel po' di tempo, quando le lacrime non vollero più saperne di dare voce all'angoscia di Manuel. Il ragazzo si aggrappò a quella promessa con tutto se stesso.

"A casa ci torno, ma devo spiegare la situazione a Dante e alla nonna di Simone e anche a mia madre, non credo che dormirò, stanotte. Poi, senza Simone..."
Claudio fece un profondo sospiro.

"Con loro è meglio che ci parli io, devo spiegare alcune cose. Tu, invece, devi fare uno sforzo e dormire eccome, non puoi permetterti di perdere lucidità. Anche un sonno agitato è meglio di niente."

"Se lo dici tu…"

Manuel finì la sua tisana in silenzio e poi si lasciò riportare a casa, senza dire una parola per tutto il viaggio. Dante fu sorpreso di vederli arrivare.

"Manuel, ma dov'eri finito? E dov'è Simone? Pensavo che voi…"

Il ragazzo non gli diede modo di completare la frase.

"Ho fatto una cazzata, professo', e ho messo in pericolo Simone…"

Esclamò con voce rotta, non scoppiò a piangere solamente perché non aveva più lacrime. Il professore si accigliò, confuso e spaventato, ma prima che potesse ribattere intervenne Claudio.

"Manuel, qui ci penso io, tranquillo. Tu va' a riposare, cerca di dormire un po'."

Manuel non se lo fece ripetere due volte, non riusciva a sostenere lo sguardo di Dante, l'uomo che aveva accolto lui e sua madre in casa propria e che gli aveva affidato il proprio figlio. Come l'aveva ripagato, lui?

Mormorò soltanto un "mi dispiace" prima di scappare via nella stanza che lui e Simone ormai condividevano. Si infilò rapidamente e distrattamente una specie di pigiama, poi si stese a letto e chiuse gli occhi. Per quanto si sforzasse di non farlo, non riusciva ad evitare di pensare a quanto quel letto fosse vuoto, troppo grande per una sola persona, a come invece a quest'ora sarebbe dovuto essere pieno, un nido di baci e d'amore.

Si agitava alla ricerca di una posizione comoda, ma senza Simone non aveva più il proprio spazio, il proprio posto e il cuscino che stringeva, per quanto avesse il suo profumo, non era Simone. Si sentì inevitabilmente in colpa per quello che gli sembrò il capriccio di un bambino, perché lui almeno aveva un letto comodo in cui riposare, mentre Simone stava sicuramente molto peggio di lui. In un flash improvviso gli tornò in mente che Sbarra, al telefono, gli aveva detto che la Vespa era ridotta male e sentì il sangue gelarsi nelle vene. Non era una cosa detta a caso, Sbarra non parlava mai a caso: la Vespa era Simone e se era messa male, allora Simone era ferito.

Con il cuore in gola, immaginò che avesse subito lo stesso violento trattamento di calci e pugni di cui lui aveva fatto esperienza mesi prima e di cui ricordava benissimo gli effetti. Se solo avesse potuto, se lo sarebbe preso lui quel dolore.

Claudio gli aveva detto di riposare, ma come poteva dormire sapendo che Simone soffriva ad ogni respiro? Si arrese ad una notte insonne, la prima dopo molto tempo, e nonostante il suo rapporto con Dio si fosse fermato alla Prima Comunione, si ritrovò a mormorare una specie di preghiera, nel buio e nel silenzio della stanza.

"Senti Dio, o come te chiami, c'ho una cosa da chiederte, una cosa importante e ti prego, ascoltami. Non voglio fa' l'ipocrita, io manco so' sicuro che esisti, ma per stanotte devi esistere, devi esistere per Simone. Sta nei casini per colpa mia, solo per colpa mia, e non se lo merita, so' sicuro che lo sai pure te ed è per questo che ti chiedo, ti prego, di mandare un angelo dei tuoi a salvarlo da quel diavolo de Sbarra, da quell'Inferno in cui l'ho trascinato io."

Deglutì il pesante groppo in gola che gli bloccava la voce e si passò una mano sul viso per asciugare le lacrime. Sperava con tutto il cuore che ci fosse davvero qualcuno all'ascolto, qualcuno con il potere di portare Simone in salvo.

"Se poi tutti i tuoi angeli so' impegnati, allora prenditi il mio sonno e dallo a lui, te chiedo almeno questo. Fallo riposa' per un po', che ne ha bisogno, fallo sta' un po' in pace."

Sospirò.

"Ti prego, non lo fa' per me, che so' un diavolo anch'io, fallo pe' Simone, che è innocente. Ti prego, lo so che sono l'ultima persona che c'ha diritto de parlarte, ma ti supplico, se stanotte devi sceglie de aiuta' qualcuno, aiuta il mio Simone. Io non ne sono capace…"

Chapter Text

Simone, dopo quella visita di Sbarra, venne totalmente abbandonato a se stesso. Era riuscito a dormire un po'  -più che altro gli sembrava che il suo corpo si fosse spento per poter spegnere anche il dolore- ma non poteva certo dire di essersi riposato. Senza il calore del corpo di Manuel, il profumo della sua pelle e le carezze che si scambiavano ogni sera era ormai impossibile per lui riposare davvero, anzi si chiedeva come avesse fatto tutti quegli anni senza di lui. Forse per tutta la sua vita non aveva fatto altro che spegnersi e basta.

Non appena riaprì gli occhi desiderò di non averlo fatto: il dolore che non aveva avvertito in quel periodo di sonno -breve o lungo, non lo sapeva- era tornato a farsi sentire con gli interessi e se possibile lo stanzino era piombato in un'oscurità ancora più profonda, la notte era entrata senza bisogno di passare per le finestre, che del resto lì non c'erano.

Il tempo passava lentamente, così lentamente da sembrare fermo, e l'unica cosa che ne testimoniava lo scorrere era il vociare ovattato che proveniva dall'altra parte della porta. Riconobbe la voce di Sbarra, poi forse quella di Zucca, mentre le altre per lui erano del tutto sconosciute. Da un lato desiderava sentire quella di Manuel, dall'altro sperava che il suo ragazzo non si presentasse lì, ma sapeva bene di poterlo soltanto sperare, perché era impossibile che l'altro non andasse a cercarlo, soprattutto se Sbarra gli aveva già parlato.

Ad un certo punto ogni voce si spense e Simone non ebbe neanche più quella magra compagnia a distrarlo. Come un'ombra lenta, un profondo senso d'angoscia si impadronì di lui, strisciando lentamente fino al suo cuore, che cominciò a battere all'impazzata. Si sentiva come quando da piccolo si svegliava in piena notte per un brutto sogno e nel buio della sua cameretta gli sembrava si nascondessero mostri terribili. Un po' li vedeva anche adesso, quei mostri, come se avessero dato il cambio a quelli che fino a poco prima si trovavano al di là della porta, ma lui non era più un bambino e non si trovava nella sua cameretta, non poteva chiamare la mamma per mandarli via. Doveva affrontarli da solo.

                                                                                                     *****

Manuel non aveva chiuso occhio tutta la notte e quando allo spuntare dei primi raggi di Sole si decise a lasciare quella stanza troppo vuota per lui, si rese conto che non era stato l'unico a passare la notte in bianco. Sua madre, Dante e la nonna di Simone erano seduti in soggiorno, ciascuno con una faccia da funerale che per Manuel furono come pugni nella pancia. Dante, in particolare, sembrava invecchiato di dieci anni in una sola notte.

Fece per tornare sui suoi passi, sperando di non essere stato visto, ma sentì sua madre chiamarlo e si bloccò.

"Tesoro, vieni qui. Sei già sveglio?"

Gli chiese dolcemente, con un sorriso, anche se dai suoi occhi si vedeva che era preoccupata. Manuel, tenendo lo sguardo basso per i sensi di colpa, si trascinò nella stanza.

"E chi ha dormito, ma'."

Sussurrò e Anita si alzò per abbracciarlo, stringendolo forte. La lasciò fare per qualche secondo, poi si separò da lei per andarsi a sedere al tavolo, in disparte dai tre adulti che invece erano sistemati sul divano. Si era accorto di non riuscire a sopportare neanche il contatto fisico, oltre a quello visivo. Sentiva gli occhi di Dante puntati addosso, sentiva il suo giudizio su di sé come non succedeva neanche a scuola e sapeva che era soltanto per l'affetto che provava nei confronti di sua madre che non l'aveva sbattuto fuori di casa.

"Lo so che me vuole di' qualcosa, prof. Avanti, lo faccia."

Interruppe quel silenzio assordante che non riusciva più a sopportare, trovando il coraggio di alzare gli occhi verso quelli dell' adulto. Nonostante fosse ormai il compagno di sua madre, nonché padre del suo ragazzo, non aveva smesso di considerarlo il suo professore né di chiamarlo così. Era una forma di rispetto, per lui.

"L'unica cosa che voglio dirti, Manuel, è che sei un irresponsabile! E te lo sto dicendo da padre, non da professore! Ti rendi conto del pericolo che corre Simone? Perché non mi hai dato ascolto quando ti ho detto di lasciar perdere quel criminale? E perché non ci hai parlato dei problemi che avevi con lui?"

Manuel avrebbe preferito sentirsi urlare addosso, vedersi scagliata contro tutta la rabbia che un uomo può provare e invece la voce di Dante era quasi un sussurro, incrinata, come se quell'uomo sempre energico non avesse più avuto forze in corpo. Faceva male vederlo così.

"Perché pensavo di poter gestire tutto, di essere più furbo di Sbarra...ma sono stato un coglione, lo so."

Anche la sua voce era rotta, tremava come tremavano le mani che cercava inutilmente di tenere ferme. Dante sospirò profondamente.

"Non sei stato un coglione, sei stato un ragazzino. Perché questo sei, Manuel, anche se ti piace pensare di essere già grande. Mi dispiace, ma adesso dovrai crescere in fretta, perché soltanto tu puoi aiutare Simone. Claudio ci ha consigliato di farci da parte."

Spiegò, con un certo rammarico misto a fastidio. Manuel, a dire il vero, non sapeva nulla di ciò che si erano detti.

"Vi ha detto questo, quindi?"

La nonna di Simone, rimasta ferma e in silenzio fino a quel momento come se con la testa fosse stata da un'altra parte, annuì.

"Ci ha consigliato di comportarci come se non sapessimo niente di questo mascalzone che ha rapito mio nipote, come se per noi si trattasse di una sparizione inspiegabile e ci ha dato il nome di un ispettore che conosce. Più tardi Dado andrà a fare una finta denuncia, deve essere tutto credibile. È un copione che non avrei mai voluto recitare, ma un attore non è sempre libero di scegliere i propri ruoli."

Anche in quella situazione, Virginia non aveva perso la compostezza che sempre la caratterizzava, almeno a prima vista. Manuel, nelle ultime settimane, aveva imparato a conoscerla un po' e notò il tremolio alle mani e i capelli leggermente fuori posto che tradivano tutta la sua preoccupazione. Si sentiva terribilmente in colpa anche nei suoi confronti.

"Anch'io voglio che Simone torni a casa sano e salvo e lo so che avrei dovuto pensarce prima, ma…"

Non riuscì a completare la sua stessa frase, non sapeva cosa aggiungere. Cosa avrebbe potuto dire? 'Ma ve lo riporterò a casa sano e salvo'? Una promessa che non era sicuro di poter mantenere. 'Ma vi chiedo di fidarvi di me'? Neanche lui si fidava di se stesso, come poteva chiederlo a loro? Abbassò lo sguardo, sospirando, e il soggiorno piombò di nuovo nel più totale silenzio.

                                                                                                     *****

Simone si ridestò improvvisamente, non ricordava nemmeno di essersi addormentato. Gli stava accadendo sempre più spesso e ogni volta che si svegliava si sentiva più stordito di prima. Preferiva quei momenti di sonno, se così si potevano definire, perché quelli in cui era cosciente di ciò che succedeva intorno a lui erano diventati un vero Inferno, quasi in senso letterale: se aveva interpretato bene l'alternanza di chiacchiericcio e di silenzio, erano trascorsi quasi due giorni da quando era stato portato lì e la porta era rimasta chiusa per tutto quel tempo, trasformando la piccola stanza in una sorta di grande forno e facendo di lui l'arrosto delle grandi occasioni, la portata principale. Fece una risatina a quella buffa associazione mentale -ci stava proprio bene, era anche legato come un arrosto-, subito sostituita da una scarica di colpi di tosse.

Lo stanzino, infatti, oltre ad essere caldissimo, era anche pieno di polvere e lui la stava respirando da fin troppo tempo. La tosse non fece altro che acuirgli il bruciore alla gola, che tentò inutilmente di placare deglutendo un po' di saliva. Non ricordava neanche più quando aveva bevuto l'ultimo sorso d'acqua e avrebbe dato una gamba per averne un bicchiere.

Poggiò la testa contro il tubo dietro di lui, che ormai quasi considerava una parte di sé, per cercare di darsi un po' di stabilità e di aggrapparsi a qualcosa che lo aiutasse a far passare quel senso di vertigini che lo tormentava costantemente. Le vertigini erano in buona compagnia, a tormentarlo c'era anche il sudore, che gli faceva bruciare la pelle nei punti in cui i lividi presentavano qualche graffio, e un tanfo di cui, suo malgrado, poteva incolpare soltanto se stesso.

Una buona notizia però c'era, o almeno Simone se la raccontava come tale, e cioè che i dolori in tutto il corpo sembravano essere andati via, almeno se restava fermo, sostituiti da un generale senso di torpore, che però lo aiutava a non muoversi e quindi a non soffrire.

Aveva anche imparato a fare tesoro di quei brevi attimi di passaggio tra la veglia e l'incoscienza, piccoli momenti di grazia in cui riusciva a vedere Manuel, bello come sempre, e talvolta anche a sentire anche le sue mani delicate che lo accarezzavano. Gli sussurrava sempre parole dolci che Simone custodiva nel cuore, una volta sveglio. Si trattava di allucinazioni, ne era consapevole, ma paradossalmente erano l'unica cosa che lo aiutava a non dare di matto, a resistere, nell'attesa che succedesse qualcosa.

Ecco, stava entrando in un altro di quei piccoli momenti preziosi, sentiva gli occhi che si chiudevano, ma se voleva assaggiare un briciolo di felicità doveva sforzarsi di tenerli aperti ancora per un po': Manuel era seduto accanto a lui, nel verso opposto al proprio e gli sorrideva, illuminando la stanza con la forza della sua luce. Simone gli sorrise di rimando e d'istinto si sporse verso di lui, ma le manette lo tenevano bloccato anche in quegli attimi di sogno e lui allora si mosse di nuovo, poi ancora una volta, facendo uno sforzo sovrumano nelle sue condizioni, per cercare di liberarsi ed emise un gemito di frustrazione quando non ci riuscì. L'altro ragazzo lo placò con una carezza sul ginocchio, infilando la mano poco sotto i pantaloncini della divisa.

"Non toccarli, sono sporchi. Sono sporco."

Mormorò Simone, pieno di vergogna, ma Manuel fece una risatina -il suono più bello del mondo- e si avvicinò a dargli un bacio a fior di labbra. Un istante dopo, Simone crollò.

Si risvegliò in un momento di quiete, segno che i traffici di Sbarra per quella giornata erano finiti e che per Simone era passato un altro giorno di prigionia. Doveva essersi sbagliato, però, perché dopo un po' sentì di nuovo una voce, o meglio un grugnito che corrispondeva a Zucca, poi quella di Sbarra che parlava con una terza voce, più bassa, ma che doveva appartenere ad una persona giovane. Tutto arrivava ovattato alle sue orecchie, anche a causa del suo non essere del tutto lucido, quindi impiegò un po’ di tempo a realizzare chi si trovava dall’altra parte della porta. Quando lo capì, però, non ebbe più dubbi.

"Manuel! Manuel!"

Gridò, più e più volte, cercando dentro se stesso quel poco di voce che doveva essergli rimasta. Non si trattava di un'allucinazione, stavolta.

                                                                                                      *****

Manuel non era riuscito a resistere più di mezza giornata a casa Balestra, nonostante ormai fosse anche casa sua: senza Simone ogni stanza era vuota e quel vuoto lo avvolgeva tra le sue spire, lo stritolava, lo soffocava. Sarebbe impazzito a restare lì e non poteva permetterselo, doveva restare lucido come aveva detto Claudio. Fu proprio l'avvocato a scrivergli che, se voleva, poteva andare a stare da lui per un po', e lui non esitò ad accettare.  Cominciava a capire perché Simone si fosse affidato a quell'uomo quando era stato male -per colpa mia, gli ricordò la sua testa-, era come se avesse il potere di leggere nei cuori feriti delle persone e sapeva come prendersene cura. Manuel gli era molto grato di quella gentilezza, che in fin dei conti non gli doveva, considerando che aveva anche provato a spaccargli la faccia.

"Secondo te cosa accadrà domani sera?"

Domandò all'uomo seduto accanto a lui sul divano. Era notte fonda, tra meno di ventiquattro ore sarebbe dovuto andare da Sbarra -da Simone- e nonostante si sentisse stanchissimo non riusciva minimamente a dormire.

Stringeva tra le mani una tazza di camomilla -nonostante facesse piuttosto caldo era stato Manuel a chiedere a Claudio di poter bere uno dei suoi 'intrugli', sperando che potesse fare qualcosa per distendergli i nervi- e teneva lo sguardo basso, fisso verso un punto indefinito del pavimento. Era terrorizzato dagli scenari che si affollavano nella sua mente. Claudio fece un profondo sospiro.

"Te lo dico chiaramente, Manuel, così non ti fai illusioni: non aspettarti di tornare a casa con Simone, domani."

Il ragazzo si sentì di nuovo annegare nel vuoto. Non era ingenuo, sapeva che Sbarra non gli avrebbe restituito Simone non appena si fosse presentato alle porte dello sfascio, ma un po' aveva sperato di far finire quell'incubo l'indomani. Ogni speranza morì con le parole di Claudio.

"Sarebbe troppo bello, eh? Ma troppo facile…"

Commentò con amarezza, per poi passarsi una mano sul viso stanco. Claudio sollevò un angolo delle labbra in un sorrisetto che non aveva nulla di allegro.
"Sarebbe poco conveniente per Sbarra. Rapire qualcuno ha dei rischi considerevoli, se lo si fa è perché si è certi di poter ottenere qualcosa che valga di più."
Manuel si accigliò, perplesso. Cosa poteva mai dare a Sbarra, lui? Non aveva certo i soldi per pagare un riscatto, né poteva essergli particolarmente utile per i suoi affari. Insomma, di ragazzetti da mandare in giro a spacciare o a minacciare negozianti poteva trovarne a bizzeffe.

"Ma...io pensavo me volesse solo dare una lezione, perché l'ho tradito. Ora, lo so che non se accontenterebbe de un biglietto di scuse, che me chiederà de fare qualcosa, però...non è poi tanto difficile trovare qualcun altro come me, no?"

Claudio annuì, pronto a spiegarsi meglio.

"E questo è vero, in generale, ma tu in questo momento sei molto più di una semplice pedina nei suoi loschi affari. Sei un simbolo."

Bevve un po' di camomilla, poi fece spallucce.

"Sei uno che ha provato a disobbedirgli, a ribellarsi e lui adesso, attraverso te, sta dimostrando cosa succede a chi ci prova. Sono sicuro che ti riempirà di...chiamiamoli incarichi, nei prossimi giorni, è importante che la gente veda che sei tornato a lavorare per lui. In questo c'è il tuo valore, Manuel, ed è questo il motivo per il quale terrà con sé Simone ancora per un po'. Non può dartela vinta facilmente, capisci?"

E il ragazzo annuì, mentre i sensi di colpa e il terrore gli mordevano l'anima.

"Questi lavori che mi darà, io...dovrò farli, allora? Così lascerà in pace Simone?"

Quella era la sua unica preoccupazione, il suo unico desiderio. Si sarebbe fatto arrestare, chiudere in carcere, qualsiasi cosa per salvare il suo Simone.

"Dovrai accettarli e senza fare storie, a prescindere da cosa ti proporrà, ma ciò non vuol dire che dovrai effettivamente eseguirli. Ne parleremo insieme e troveremo delle soluzioni alternative. Andrà tutto bene."

"Claudio, però qui c'è in gioco Simone. Cosa accadrebbe se Sbarra si accorgesse che lo sto prendendo in giro? Che lo voglio fregare?"

I suoi occhi sembravano ancora più scuri, presi dall'angoscia, e non trovarono conforto nemmeno in quelli di Claudio. Era una preoccupazione troppo pesante, insostenibile. Non poteva fare cazzate.

"Accadrebbe esattamente ciò che temi, perciò dobbiamo essere molto cauti. Tu, poi, devi mantenere la calma, ok? Mi devi promettere che non importa ciò che Sbarra dirà o farà, non dovrai andare in escandescenza. Anche se non ti dovesse far vedere Simone."

Claudio aveva ragione e Manuel ne era consapevole, ma come poteva mantenere la calma se già si sentiva impazzire? E poi aveva bisogno di vedere Simone, doveva capire in che condizioni si trovasse, perché la sua testa continuava a proporgli immagini sempre peggiori.

"È questo il problema, io lo so già che combinerò un casino e metterò ancora più in pericolo Simone, so fare solo danni. Dante m'ha detto che devo fare l'adulto, ma la verità è che c’ha ragione, io so' soltanto un ragazzino. Vorrei essere come te, Claudio, ma ho paura di non riuscirci. Ho paura de un sacco di cose, so' peggio de un bambino."

Disse quell'ultima cosa con gli occhi bassi e pieni di lacrime, quasi in un sussurro. Con Simone aveva imparato ad aprirsi, ma nei confronti del resto del mondo manteneva la sua diffidenza.

La situazione però era particolare, Simone non poteva ascoltarlo e lui si sentiva scoppiare, aveva bisogno di tirare fuori almeno un po' di tutto quel peso che si sentiva dentro. La diffidenza però c'era sempre ed era entrata in contrasto con il suo bisogno di urlare ed ecco perché aveva sussurrato. Ciononostante, Claudio lo aveva sentito e gli sorrise comprensivo, come un padre farebbe nei confronti del figlio. Almeno, Manuel immaginava che fosse così, dato che lui non aveva mai avuto un padre.

"Guarda che essere un ragazzino, vivere la tua età, non è una cosa sbagliata. Ti dirò di più: anche io ho paura, anche io mi domando se sarò in grado di prendere le decisioni giuste, quelle che aiuteranno Simone. Essere adulti, però, non significa non avere paura, ma prendersi le proprie responsabilità e tu lo stai facendo, perché anche tu corri dei rischi ad andare da Sbarra. Qualcun altro si sarebbe tirato indietro."

Manuel liberò un piccolo sbuffo, in un altro momento si sarebbe concesso una risatina: per lui era inconcepibile non aiutare la persona che si amava.

"Questo qualcuno, allora, non ama."

Replicò con voce un po' più alta, più ferma e sicura, così come fermo e sicuro era l'amore tra lui e il ragazzo che aveva il suo cuore accanto al proprio. Claudio annuì, concordando con lui.

"Cerca di amare anche te stesso, però. Non fare cazzate, perché possono prendersela anche con te. Ti ricordo che Sbarra ce l'ha con te, Simone è soltanto un mezzo."
"Me? Ma che me frega de me! Tu hai idea di come sta Simone, di quello che sta passando? Mi farei spezzare le gambe, pur di restituirgli la libertà!"

Nell'esclamare ciò, preso dall'impeto, Manuel aveva risollevato la testa e Claudio si accorse delle lacrime che gli rigavano le guance e arrossavano gli occhi. Oltre a questo, era anche visibilmente stanco. Scelse di non sottolineare la cosa, però, perché preferiva che Manuel si liberasse, invece di trattenersi per la vergogna.

"Allora vedila in questo modo: ama te stesso perché Simone ha bisogno di te."

Così dicendo si alzò in piedi e lo invitò a fare lo stesso con un cenno.

"E tu hai bisogno di dormire. Andiamo, dai."

Manuel scosse il capo, ostinato.

"Te se vuoi va' pure, io resto qua, tanto a dormire non ci riesco, ci ho provato anche prima, mi hai visto."

"Sì, ma adesso ti sei sfogato un po' e hai anche bevuto la camomilla, ti aiuterà a rilassarti. Dai, forza…"

Manuel sbuffò, ma si decise ad alzarsi. Dopo un paio di passi, però, si fermò di nuovo.

"Senti, Claudio...non è che potresti venire anche tu? Solo per un po', eh, magari...magari aspetti che mi addormento. Per favore."

Domandò imbarazzato, senza guardare in faccia l'avvocato. Gli sembrava di essere tornato a quando aveva cinque anni e chiedeva alla madre di dormire con lui perché pensava di avere dei mostri sotto al letto. Quelli non c'erano più, ma adesso, che era più grande, altri li avevano sostituiti: i mostri che doveva affrontare erano la solitudine e la paura. Claudio gli si avvicinò, sorridendogli comprensivo.

"Certo, non ti preoccupare. Andiamo."

Gli mise una mano sulla spalla e lo accompagnò nella camera degli ospiti, poi si distese a letto accanto a lui.

"Secondo te Simone pensa che l'abbia abbandonato?"

Sussurrò dopo qualche istante, stringendo un lembo del cuscino. Era uno dei tanti sensi di colpa che gli impedivano di dormire. Claudio scosse appena il capo.

"No, sono sicuro di no. Sa che faresti di tutto per lui e si fida di te."

"E te che ne sai de quello che pensa Simone?"

Domandò, un po' sorpreso da tutta quella sicurezza. L'avvocato fece una risatina.

"Beh, perché ogni tanto ci sentiamo e Simone non fa altro che parlarmi bene di te, quindi lo so perché me l'ha detto lui. È felice di stare con te, Manuel, non dubitarne mai."

Il ragazzo accennò un sorriso, anche se la preoccupazione non lo fece arrivare agli occhi, lucidi d'amore.

"Voglio solo essere degno di questa fiducia."

"Lo sei, anche se non te ne rendi ancora conto. Dai, adesso prova a dormire."

Manuel annuì appena, poco convinto, ma contro sua ogni aspettativa, dopo essersi girato e rigirato per un po', si spense, esausto. Il suo ultimo pensiero fu il sorriso luminoso di Simone, sperava con tutto il cuore di poterlo rivedere presto.

Chapter Text

“Pronto?”

Finalmente era arrivato il momento di andare da Sbarra, dopo una giornata che sembrava non volerne sapere di finire, e anche se Manuel era terrorizzato all’idea di mandare tutto all’aria, finalmente avrebbe potuto fare qualcosa per aiutare Simone. Quindi sì, era pronto, e annuì con decisione in risposta a Claudio.

“È Sbarra che nun è pronto a incontrarme.”

L’avvocato accennò una risatina alla battutina del ragazzo.

“Ah, questo è poco ma sicuro.”

Tornò serio e fissò gli occhi nei suoi, incoraggiante.

“Resta concentrato e andrà tutto bene. Io ti aspetto qui, ma se ti dovesse succedere qualcosa, chiamami subito.”

Manuel annuì ancora e lo ringraziò con lo sguardo, poi si infilò al volo una felpa, prese le chiavi della moto e uscì, ripetendosi mentalmente per tutto il tragitto quanto fosse fondamentale mantenere la calma. Claudio gli aveva spiegato che Sbarra avrebbe fatto di tutto per intimidirlo e anche se lui aveva tutto il diritto di spaventarsi, non doveva darlo a vedere. Doveva riuscirci.

Si fermò poco prima dell’ingresso dello sfascio, parcheggiando la moto in un punto che avrebbe potuto raggiungere facilmente nel caso di una fuga improvvisa, e fece l’ultimo breve tratto a piedi. Tutto taceva vista l’ora tarda, ma già dal cancello poteva vedere che c’era la luce accesa in quella specie di baracca che fungeva da ufficio di Sbarra, segno che fosse effettivamente lì ad aspettarlo. Fece un respiro profondo ed entrò, trovandosi quasi immediatamente fermato da Zucca, che sbucò da un lato.

“Chi nun more se rivede! O sai che pensavo non avessi le palle de venì? E invece me devo ricrede, bravo. Stupido, ma bravo.”

Zucca doveva decisamente rientrare nella categoria di persone che non amavano, pensò Manuel, cercando di concentrarsi su questo piuttosto che sull’istinto di tirargli un pugno. Non sarebbe servito a niente se non a peggiorare le cose e poi, a ben vedere, qualcuno -che Manuel ringraziò mentalmente- doveva averci già pensato, a giudicare dal suo occhio nero. Sostenne il suo sguardo, cercando di non far capire quanto la paura gli stesse mordendo lo stomaco.

“Beh, mo però sto qua, me fai passare o no?”

“Che, vai de fretta? Prima devo vede’ se c’hai qualcosa, forza.”

Gli fece cenno di allargare le braccia e le gambe e Manuel obbedì, pur scuotendo il capo.

“Ma che devo tene’, è ridicolo…”

Si finse incredulo, in realtà era estremamente sollevato: aveva proposto a Claudio di farsi montare una piccola videocamera o un piccolo microfono addosso per registrare la conversazione con Sbarra e avere delle prove contro di lui, ma l’avvocato aveva bocciato la sua idea dicendogli che guardava troppi film e che un criminale vero non si sarebbe fatto fregare così. Per fortuna gli aveva dato ascolto.

“Ridicolo sarai te, guarda. Comunque questo lo prendo io.”

Agitò il cellulare di Manuel davanti ai suoi occhi e poi se lo mise in tasca.

“Annamo.”

Senza troppe cerimonie, afferrò Manuel per un braccio e lo portò con sé verso l’ufficio di Sbarra. Il vecchio era lì ad aspettarli e insieme a lui c’era quella donna che gli stava sempre intorno.

“Guarda chi c’è venuto a trova’!”

Esclamò Zucca, con finto tono cordiale. Sbarra allargò le mani, sorpreso.

“T’o dicevo io che non sarebbe mancato! ‘Sto ragazzo è intelligente e non si sarebbe fatto scappare una proposta come la mia. Come stai, ragazzi’? Te trovo bene…”

Sbarra lo guardava con un sorrisetto sardonico stampato in viso e due occhi che sembravano quelli di un predatore. Manuel non aveva mai odiato tanto qualcuno in vita sua. Gli ricordava un po’ Lombardi quando lo chiamava alla cattedra, con la differenza che fare un errore durante questa interrogazione sarebbe costato molto più di un brutto voto. Accennò un sorrisetto di circostanza, imponendosi di tenere lo sguardo fisso su Sbarra e di non far vagare gli occhi alla ricerca di un posto in cui poteva essere nascosto Simone. Era uno degli errori da non commettere.

“Sto ‘na favola, grazie. Pure te me sembri messo bene.”

Odiava dover conversare con quel pezzo di merda come se fossero due amici al bar, ma quando aveva parlato con lui al telefono aveva già provato ad imporgli dei tempi e ne aveva subito le conseguenze, che erano ricadute su Simone. Meglio lasciare che fosse Sbarra a decidere tutto, motivo per il quale sopportò le inutili domande sulla scuola –neanche fosse un suo vecchio zio-, sul calcio –lui manco lo seguiva, il calcio!- e su tutta un’altra serie di argomenti di poca importanza, sforzandosi di dare risposte più o meno credibili, come se fosse davvero interessato a quello scambio di opinioni.

Ad un tratto, però, udì una cosa che lo fece gelare sul posto: si sentì chiamare, più di una volta, da una voce rotta e spezzata che si sforzava di gridare e che lui avrebbe riconosciuto tra mille. Simone era lì, da qualche parte in quella stanza, e Manuel non poteva andare da lui.

Non erano mai stati così vicini, eppure così lontani.

Gli ci volle tutto il suo autocontrollo per non scattare in piedi e correre nella direzione di quella voce, o anche solo per non risponderle, mentre sentiva il proprio cuore andare in mille pezzi.

Simo, che cazzo ti hanno fatto?, fu l’unico pensiero che riuscì a formulare.

Anche Sbarra aveva sentito Simone gridare, per forza di cose, quindi la domanda che gli fece subito dopo non fu casuale.

“E senti, dimme ‘npo’, ma te la sei trovata ‘na donna? O quella che ha mannato er fratello a sfascia’ la mia macchina t’ha traumatizzato?”

L’uomo fece una risatina alla sua stessa battuta e Manuel si sforzò di ridacchiare a sua volta. Era tutto più difficile, ora che le urla di Simone rimbombavano nella stanza. Era una follia dover far finta di niente mentre il suo ragazzo, la persona che amava, si sgolava in quel modo. Immaginò quanto si sentisse solo e anche abbandonato. Probabilmente si chiedeva perché non fosse ancora andato a prenderlo, a salvarlo, pur essendo lì. Si sforzò di mandare giù il doloroso magone che sentiva in gola e poi rispose.

“No, non ce l’ho la ragazza…”

Che poi, in fin dei conti, non era neanche una bugia.

Sbarra ridacchiò, un po’ troppo a lungo per il sesto senso di Manuel. Sospettava che in qualche modo sapesse di lui e Simone e del loro rapporto non esattamente d’amicizia. La sua paura si centuplicò all’idea e pregò che fosse soltanto una sua sensazione.

“Vabbè, per fortuna sei ancora giovane! Mo vieni con me, che te la presento io una signorina…”

Si alzò, facendo cenno di seguirlo. Manuel non aveva proprio voglia di lasciare quella stanza, ma non poteva fare diversamente e quindi, ancora una volta trascinato da Zucca, attraversò lo sfascio fino ad arrivare alla zona dedicata alle motociclette, una zona che lui conosceva meglio delle sue tasche per tutte le volte che era stato lì a cercare pezzi di ricambio. Si fermarono davanti ad una Vespa bianca, o meglio, a quella che una volta era  stata una Vespa bianca.

“Come vedi è proprio messa male, me l’ha portata uno che ha fatto un incidente de quelli brutti, eh, però dacce n’occhiata, sei te l’esperto. Non essere timido, vai.”

Zucca mollò la presa sul suo braccio e Manuel poté avvicinarsi all’ammasso di ferraglia che una volta era –non ebbe dubbi-  il motorino di Simone. Non era salvabile, lo si capiva subito, ma fece comunque finta di esaminarlo con attenzione perché, esattamente come aveva fatto prima, doveva continuare a recitare il copione di Sbarra. Gli tornò in mente la frase che Virginia gli aveva detto il giorno precedente, che non sempre un attore può scegliersi il ruolo. Adesso capiva come ci si sentisse.

“Sbarra, senti, ‘sta Vespa non è messa male, peggio. Io sarò pure er mago delle moto, ma qua ci vorrebbe un miracolo. Te la posso smonta’ per i pezzi de ricambio, però, qualcosa ce ricavi.”

Spiegò mentre si puliva le mani sulla felpa lasciata aperta a mo’ di giubbino, cercando di sembrare il più naturale possibile. Sbarra annuì, mettendo su una faccia piena di rammarico. Lui era decisamente un attore che aveva potuto scegliersi il ruolo da interpretare.

“Me sa che c’hai ragione, sì. Però me dispiace, t’avevo promesso un po’ de soldi, so che te servono…”

“No, ma davvero, non fa niente. Nun te preoccupa’, io m’arrangio…”

Sbarra era irremovibile e scosse il capo, poi poggiò una mano sulla spalla di Manuel e prese a camminare insieme a lui.

“E no, invece me preoccupo, perché lo so che te vuoi aiuta’ mamma tua co le bollette e tutto er resto. Famo così, te ricordi le caramelle che t’avevo dato? Dimmi la verità, ce le hai ancora o le hai vendute per conto tuo, mh?”

Manuel fece un profondo respiro. Era un lavoro che dopotutto poteva accettare, non era la prima volta che spacciava per Sbarra, e avrebbe potuto rifarlo se Claudio non avesse trovato un’alternativa sicura per Simone. Su questo non avrebbe accettato compromessi.

“No, no, ce le ho ancora. Anzi, scusami se…”

Sbarra lo interruppe con un cenno della mano.

“Nun te preoccupa’, quella è acqua passata. Se me le vai a venne e me porti cinquemila euro, il resto te lo puoi tene’ per te. Che ne dici?”

Manuel annuì immediatamente, senza esitare.

“Quanto tempo c’ho?”

L’altro fece spallucce, come se la cosa non avesse importanza.

“M’hai fatto aspetta’ tre settimane, diciamo che il tempo non è poi così importante per me. Però diciamo pure che meno ce metti e meglio è, mh?”

Manuel annuì ancora, aveva recepito il messaggio sotteso. Il tempo che avrebbe impiegato a portare quei soldi a Sbarra sarebbe stato del tempo che Simone avrebbe trascorso ancora alla sua mercé e se soltanto due giorni lo avevano portato a gridare nel modo in cui aveva sentito poco prima, non poteva farne passare molti altri.

“Va bene, allora me faccio sentire io. Grazie, Sbarra, non me ne dimenticherò.”

Gli faceva schifo ringraziare Sbarra anche solo per finta, si faceva schifo solo per aver pronunciato quella parola, ma doveva essere credibile.

C'era anche del vero in quella frase, però, e cioè che non avrebbe dimenticato il modo in cui aveva osato far del male alla persona a cui più teneva al mondo. Si sarebbe vendicato, per una via o per un'altra.

“Bravo, sarà meglio pe’ te. Mo vattene a casa, che c’ho ancora un po’ da fare qua. Zucca, accompagnalo che non voglio se perda.”

Manuel non se lo fece ripetere due volte e non appena Zucca gli restituì il cellulare, all’ingresso dello sfascio, saltò in sella alla sua moto per tornare da Claudio. Soltanto quando fu abbastanza lontano si concesse il lusso di piangere, lasciando libero sfogo alla paura, alla rabbia e alla frustrazione.
 
                                                                                     *****
 
"Manuel! Sono qui!"

Ogni parola che urlava era l'ennesima fiamma nella sua gola che già andava a fuoco da ore, ma il dolore non era abbastanza per convincerlo a tacere, non con Manuel a pochi passi da lui.

Doveva fargli sapere che era lì, che tutto sommato stava bene perché era ancora vivo, e che era pronto a tornare a casa. Sì, perché se Manuel era andato da Sbarra, doveva sicuramente averlo fatto con un piano per salvarlo e di lì a breve si sarebbero riabbracciati, ne era certo.

Eppure la porta dello stanzino non si aprì, Manuel non diede segni di averlo sentito -forse non aveva gridato abbastanza?- e presto le voci tacquero. Sospirò rassegnato, tornando ad appoggiarsi al muro.

Che si fosse immaginato tutto? O forse si era addormentato e quello era un sogno? Entrambe le opzioni erano plausibili, del resto non sarebbe stata la prima volta che la realtà si confondeva con la fantasia, eppure stavolta c'era qualcosa di diverso dalle altre, perché almeno nei suoi sogni -e momenti di incoscienza in generale- Manuel era sempre presente, non si limitava a sentirne soltanto la voce. In più, le fitte che gli mozzavano il fiato erano decisamente reali, preso dall'euforia si era agitato troppo e il suo corpo ne stava pagando il prezzo.

Era quindi abbastanza sicuro che Manuel fosse davvero andato lì, ma se non era andato a prenderlo allora cosa era successo? Cominciò a temere che Sbarra gli avesse fatto del male o che lo avesse ucciso così, a sangue freddo, e Simone urlò di nuovo il suo nome, stavolta per la paura. Tanto valeva che Sbarra ammazzasse anche lui, allora, perché vivere una vita senza Manuel non aveva senso.

I suoi pensieri furono interrotti dalla luce che praticamente lo accecò, facendogli chiudere gli occhi. Li riaprì lentamente, trovandosi i suoi aguzzini davanti.

"Ah, meno male che sei vivo! Dalla puzza che c'è qua dentro, pensavo de trovarme davanti a un cadavere!"

Esclamò divertito Sbarra e Zucca ridacchiò.

"E per forza! Guarda, s'è pisciato addosso come un marmocchio!"

Simone si sentì montare dalla vergogna, ma fu abbastanza forte da non lasciarla vincere e tenne lo sguardo in alto, non lo abbassò.

"Dov'è Manuel?"

Chiese subito, con la poca voce che la sua gola martoriata e assetata poteva permettersi.

"Io fossi in te nun me preoccuperei de lui, ragazzi’. Io una cosa t'avevo chiesto de non fare, e te che fai? Te metti a strillare come un matto! Te mo capisci che devo prendere provvedimenti, vero?"

Simone non rispose, troppo impegnato a pregare il Cielo che Manuel fosse al sicuro. In un istante Zucca gli fu accanto e gli mollò un ceffone, poi gli tirò su il capo afferrandolo per i capelli.

"Oh, svejate, t'ha fatto una domanda. Lo capisci o no?"

Simone fece una smorfia di dolore che avrebbe preferito nascondere.

"Sì, sì, lo capisco, ma non m'importa, va bene? "

Rispose, tenendo lo sguardo fisso in quello di Zucca. Entrambi gli uomini ridacchiarono.

"Ah, nun te 'mporta? Quindi se io adesso chiedo a Zucca de spezzarte na gamba, a te non importa? Nun ce credo manco se lo vedo."

Simone spostò lo sguardo su Sbarra, carico d'odio.

"Non è un problema mio se non ci credi."

Non era impazzito, né certamente era felice all'idea di farsi spezzare una gamba -anzi, aveva una paura fottuta-, ma se Sbarra si era messo in testa di punirlo in qualche modo, lui non avrebbe potuto in ogni caso fargli cambiare idea, quindi era meglio affrontare la cosa con dignità, per quanto possibile. Non si sarebbe messo ad implorare.
Zucca gli diede un ceffone che gli fece vedere le stelle e poi si preparò a dargliene un secondo, ma Sbarra lo fermò prima.

"Certo che te c'hai le palle, ragazzi’, è un peccato che mi tocchi lavora’ co quell'altro. Pe stavolta lascio corre, me sento generoso, però te nun tira’ troppo la corda."

Lo avvertì, poi fece segno a Zucca di allontanarsi. Simone era decisamente sorpreso, ma lo fu ancora di più, qualche minuto dopo, quando vide una donna entrare nello stanzino con una bottiglia d'acqua in mano. Fu quello il dettaglio che catturò tutta la sua attenzione.

"Sì, è per te, sta' tranquillo. T'aiuto io, però devi bere piano, altrimenti vomiti."

Simone annuì senza dire nulla, lasciò che l'altra gli avvicinasse il beccuccio alle labbra e bevve avidamente qualche sorso. Non era abbastanza, ma già si sentiva meglio.

Quando si vide privare di quell'acqua, istintivamente si spinse in avanti per avvicinarsi alla bottiglia.

"Oh ma sei de coccio, t'ho detto che devi bere piano! Aspetta un attimo, no?"

La donna sospirò pazientemente e lo aiutò a bere un altro po', poi come prima si fermò.

"Com'è che te chiami, ragazzi’?"

Simone non aveva voglia di fare conversazione, ma aveva sete e tutta l'intenzione di finire quella bottiglia, quindi era meglio non far andare via quella tizia. Si schiarì la voce prima di rispondere.

"Simone."

Mormorò lui e lei annuì.

"Sei stato coraggioso, lo sai, Simone? Non te lo dovrei dire, ma Sbarra è rimasto sorpreso da come gli hai tenuto testa. Ho visto uomini ben più adulti de te piangere come agnelli per molto meno, sai?"

A Simone non importava un cazzo di cosa Sbarra pensasse di lui, era solo contento di essersi risparmiato una gamba rotta.

"E se non me lo dovresti dire, allora perché l'hai fatto?"

Domandò pungente e la donna ridacchiò, avvicinandogli di nuovo l'acqua alla bocca.

"Perché m'andava, va bene?"

Simone bevve, svuotando totalmente la bottiglietta. La donna stava già per andarsene, ma la chiamò prima che uscisse.

"Aspetta! Aspetta un attimo! Mi puoi dire un'altra cosa?"

Lei si voltò a guardarlo e gli tornò vicino. Era incuriosita.

"Dipende da cosa vuoi sapere."

"Il ragazzo che prima è venuto qui, adesso dov'è? Sbarra gli ha fatto qualcosa?"

Gli occhioni di Simone tradivano i due grandi sentimenti che provava per il suo Manuel, amore e paura, per quanto non avrebbe dovuto mostrarsi così coinvolto. Tutte le sue difese però crollavano, se c'entrava Manuel. La donna gli rivolse un sorriso intenerito.

"Nun te preoccupà, sta bene. Sbarra gli ha fatto vede' qualcosa nello sfascio e poi l'ha mannato a casa. Se te posso da' un consiglio, però, non metterte a gridare di nuovo come hai fatto prima. Se Sbarra s'incazza, se la prende con te e con lui."

Simone sospirò sollevato, si sentiva come se gli avessero tolto un peso dal petto. Perfino il buio e la solitudine in cui la stanza era ripiombata sembravano un po' meno opprimenti. Manuel stava bene e lui tutto sommato era vivo, c'era ancora speranza. Doveva solo essere paziente e resistere.
 
                                                                                             *****
 
Manuel rientrò in casa con gli occhi arrossati dalle lacrime e lo sguardo preoccupato. Simone non era con lui, ma del resto Claudio non si aspettava diversamente. Subito il ragazzo si gettò sul divano, portandosi il viso tra le mani. Quando le abbassò, a Claudio sembrò di vedere in faccia un adulto divenuto tale troppo in fretta.

"Allora? Che è successo?"

Le labbra di Manuel si curvarono in un sorriso amaro.

"In teoria è andato tutto bene, ma Sbarra è un cazzo de sadico, Claudio."

Sospirò profondamente, prendendosi un attimo per organizzare un discorso coerente. Non aveva chissà cosa da raccontare, ma la sua testa era ancora piena delle urla di Simone e gli veniva difficile concentrarsi.

"Appena so arrivato s'è messo a parlare del più e del meno e lo so che l'ha fatto per infastidirmi, però non gliel'ho data vinta. Ho risposto alle sue domande del cazzo come se me ne fosse interessato davvero, sono stato calmissimo, ma ti giuro, Claudio, c'è mancato poco. È successa una cosa che…"

Mentre parlava, le sue mani non stavano ferme un attimo, continuava a farle toccare in qualche modo per scaricare la tensione. Da Sbarra non si era concesso nemmeno questo, per non mostrarsi agitato. Scosse il capo, sospirando di nuovo.

"Ad un certo punto ho sentito Simone gridare. Mi chiamava, era disperato, io...io non l'ho mai sentito così, anzi non ho proprio mai sentito nessuno gridare così, mi devi credere. Non so cosa gli abbiano fatto, ma non possiamo lasciarlo lì ancora per molto."

Claudio annuì preoccupato, adesso capiva perché Manuel fosse così devastato. Non era difficile immaginare quanto fosse stato duro per lui sopportare una cosa del genere.

"E poi che è successo?"

"Niente, nel senso che io non ho fatto niente, ho solo continuato a parlare con Sbarra."

Accennò una risatina amara.

"Sai cosa m'ha chiesto, il bastardo, mentre Simone urlava ancora? Se avessi la ragazza!"

Il viso di Claudio si contrasse in una smorfia di puro disgusto, ma purtroppo non era sorpreso da un comportamento del genere.

"Sbarra è un infame e su questo non si discute, tu però sei stato bravo, davvero. Puoi essere fiero di te stesso."

Manuel scrollò le spalle, non aveva né il tempo né la voglia di crogiolarsi in se stesso. C'era altro a cui pensare.

"Sarò fiero di me stesso quando Simone smetterà di soffrire a causa mia."

"Sei sulla buona strada, concediti almeno questo. C'è altro?"

Manuel annuì.

"M'ha portato a vede' la Vespa che voleva farmi riparare ed era quella de Simone, ne sono sicuro. Era tutta sfasciata, distrutta, e Sbarra mi ha detto che il proprietario aveva fatto un incidente. Un incidente, capito lo stronzo?"

Fece un respiro profondo, quel racconto non gli stava facendo bene. Era giusto che Claudio sapesse tutto, naturalmente, ma ogni parola era come una piccola scheggia di vetro che andava ad infilarsi nelle ferite che quella notte gli aveva lasciato.

"Poi ha fatto come hai detto tu, mi ha chiesto di spacciare quelle pillole che mi aveva dato tempo fa. Devo portargli cinquemila euro."

Claudio annuì, aveva immaginato che come primo incarico gli avrebbe affidato questo.

"Quanto tempo hai?"

"Nun me l'ha detto, ma è meglio sbrigarse. Anzi, è meglio che inizi adesso…"

Claudio lo interruppe con un gesto della mano.

"No, tu quella roba non vai a venderla, non per davvero. Ti do io i soldi, tu fatti solo vedere in giro, mettiti nei soliti posti, ma spostati continuamente. Sbarra ti terrà d'occhio."

Manuel scosse il capo, non gli piaceva quel piano.

"Un motivo in più pe non fa cazzate, no? Che facciamo se si accorge che la roba sua non sta circolando?"

Claudio sospirò profondamente. Era un rischio che aveva calcolato.

"Lo so, Manuel, ma non puoi vendere quelle pillole. La gente ci muore per queste cose."

Manuel alzò gli occhi al cielo, facendo uno sbuffo sarcastico. Tornò poi a guardare l'altro dritto dritto nei suoi occhi di ghiaccio.

"E sai quanto me ne sbatto er cazzo della gente, Claudio? Non li obbligo io a drogarsi, è una scelta che fanno loro. Se è per tenere al sicuro Simone, per me possono anche morire tutti quanti."

Replicò duro, irremovibile. Simone era la persona più importante del mondo per lui, non aveva scelto di mettersi in quella situazione, e aveva bisogno di aiuto. Se Claudio avesse ascoltato le sue urla, se le sue ossa avessero tremato come le proprie, sarebbe stato d'accordo con lui.

"Dici così perché non hai mai avuto un morto sulla coscienza."

Gli fece notare l'avvocato, preoccupato per il ragazzo.

"È vero, ma non vorrei cominciare proprio da Simone."

Claudio, negli occhi scuri di Manuel, vide tanta, tantissima determinazione, ma in fondo erano sempre quelli di un ragazzino spaventato. Lo capiva.

"D'accordo, facciamo come dici tu. Sta' attento però, mi raccomando."

Manuel non attese oltre, filò in quella che provvisoriamente era diventata la sua stanza e si mise lo zaino in spalla. Si era portato dietro quella roba, sia per non lasciarla a casa di Dante, sia perché immaginava che Sbarra l'avrebbe rivoluta indietro o cose del genere.

Cominciò a vendere quelle pillole quella notte stessa e andò avanti così per quasi una settimana. Di giorno dormiva, per quanto possibile, e di notte si fermava nelle strade più nascoste di Roma, quelle a cui i turisti non si avvicinavano, ma che erano comunque piene di gente. Era una specie di supereroe, insomma, ma il suo obiettivo era salvare una sola persona.

"Sbarra, so' Manuel. Ho fatto quella cosa."

Spiegò al telefono, qualche ora dopo aver venduto l'ultima pillola. Aveva preferito aspettare che fosse mattina inoltrata per chiamare Sbarra, non voleva rischiare di disturbarlo di notte. Non era riuscito minimamente a chiudere occhio, nell'attesa, pensando a cosa sarebbe successo dopo: probabilmente Sbarra gli avrebbe affidato un nuovo incarico, come gli aveva spiegato Claudio, ma Manuel si chiedeva soprattutto se stavolta gli sarebbe stato possibile vedere Simone. Purtroppo, la decisione era in mano a quello stronzo.

"Ah, ma che bravo! Passa stasera, allora, al solito orario, 'o sai."

Senza aspettare una risposta, l'uomo chiuse la telefonata e Manuel rivolse un insulto all'indirizzo dei suoi antenati che per fortuna non avrebbe lasciato la camera degli ospiti di Claudio. Si concesse allora di dormire un po', per quanto tutte le sue ore di sonno sembrassero non contare niente al risveglio, e riaprì gli occhi soltanto quando sentì l'avvocato entrare in camera, portando un vassoio con sé. Il ragazzo si accigliò perplesso, ancora non del tutto lucido.

"Ma no, Claudio, dai! M'hai portato la colazione in camera? Non dovevi…"

Biascicò, stropicciandosi un occhio. Claudio accennò una risatina.

"Pranzo, a dire il vero, hai dormito un bel po’. E poi così sono sicuro che mangi, non ti sei fermato un attimo in questi giorni."

Nell'ultima settimana, infatti, Manuel aveva spesso saltato i pasti, o perché doveva andare in giro a spacciare per Sbarra o perché, al ritorno, era troppo stanco per mangiare e crollava a letto. L'altro si tirò su a sedere, prendendo il vassoio e mettendoselo sulle gambe. Nel farlo, notò che erano le tre di pomeriggio passate, aveva dormito davvero tanto. Peccato che non fosse servito a niente, si sentiva più stanco di prima.

"Quindi...non ce l'hai con me per non aver voluto fare come dicevi tu?"

Domandò dopo qualche istante di silenzio, mentre mangiava. Claudio sorrise comprensivo e scosse il capo.

"No, perché dovrei? Hai semplicemente fatto la tua scelta e col senno di poi credo anch'io che sia stata quella migliore. Adesso però non pensare al passato, concentrati sul presente. Hai avvisato Sbarra?"

"Sì, l'ho chiamato prima. Devo anna’ là stasera…"

Buttò giù un altro boccone prima di chiedere una cosa a Claudio, una cosa che gli premeva molto. Lui se ne intendeva di queste situazioni, del resto, e forse avrebbe saputo dargli una risposta.

"Secondo te stasera me farà vedere Simone? Lo so che non devo chiederlo e non lo farò, te lo giuro, però...ho bisogno di vedere come sta."

Gli occhi di Manuel erano spenti, tristi e non era giusto per un ragazzo della sua età, come del resto non era giusta la situazione che lui e Simone stavano affrontando. Per questi motivi, Claudio si sentì un po' in colpa a dargli la risposta che gli diede, si rendeva conto quanto potesse sembrare da stronzi.

"Sì, potrebbe, ma sarebbe meglio che non lo facesse. Ogni cosa che dirai o farai vedendo Simone, o che Simone dirà o farà vedendo te, sarà un'altra arma che Sbarra potrà usare contro di voi. Lo capisci, questo?"

Manuel annuì, perché la sua testa lo capiva, ma il suo cuore non voleva sentire ragioni.

"Io me sento impazzi', Claudio. 'Sta pasta sicuramente è bona, ma in bocca mia sa di cartone, e questo letto senz'altro è comodissimo, eppure a me sembra de stendermi in mezzo alle spine."

Allontanò il vassoio, gli era passato l'appetito, e poi poggiò il capo contro la testata del letto, mantenendo lo sguardo fisso in quello di Claudio.

"Me sento di vivere in un mondo senza colori, senza odori, senza sapori, senza niente. Non è vita, questa, non è vita senza Simone. Tu dici che devo restare lucido, e hai ragione, ma sta diventando sempre più difficile. E lo so che sono passati solo pochi giorni, ma ogni giorno pesa come un'eternità e se per me è così, immagina per Simone."

Fece un respiro profondo, che gli sembrò costargli una fatica immensa. Anche l'aria era diventata irrespirabile.

"Dobbiamo pensare ad un modo per tirarlo fuori da lì, non possiamo aspettare che Sbarra commetta un errore."
Manuel aveva le sue ragioni e aveva ragione, Claudio lo sapeva, ma non era il momento di lasciarsi prendere dalla fretta. Gli riavvicinò il vassoio, dato che il ragazzo aveva lasciato quasi tutto.

"Adesso finisci di mangiare, ne hai bisogno, altrimenti come credi di poter pensare ad una soluzione efficace?"
Disse con un sorriso accennato, comprensivo del dolore dell'altro, e Manuel si lasciò convincere, ma soltanto perché quella sera doveva tornare da Sbarra, o meglio, dal suo Simone.

Chapter Text

L'ora dell'incontro giunse con la lentezza delle ore attese e questa volta Manuel non protestò quando Zucca si mise a perquisirlo. Come l'altra volta gli sequestrò il cellulare e lo trascinò con ben poca gentilezza nell'ufficio di Sbarra. Manuel si chiese se il vecchio si fosse mosso da lì dall'ultima volta che si erano visti.

"Ragazzi’, me devi scusa' se oggi vado de fretta, ma c'ho un sacco da fa'. M'hai portato i soldi?"

Domandò subito e Manuel senza perdere tempo -anzi, era contento di non dover dilungarsi in chiacchiere inutili- prese nello zaino la busta in cui aveva messo i contanti, poggiandola sulla scrivania.

"So' settemila, ho pensato che te dovessi da' un po' de interessi per quanto t'ho fatto aspetta'..."

E poi lui i soldi di Sbarra non li voleva, non più. Aveva capito che gli antichi romani nel pensare ‘pecunia non olet’ si erano sbagliati di grosso, c'erano soldi che puzzavano eccome e lui non voleva averci niente a che fare, non più.

Sbarra fece una risatina e contò rapidamente le banconote nella busta, poi prese mille euro e li porse a al ragazzo.

"Tiè, questi so pe te. Sei stato bravo, te li meriti."

Manuel scosse il capo, poi si sforzò di accennare un sorrisetto di circostanza.

"No, te ringrazio, ma non me li merito. Magari la prossima volta…"

"No, insisto io. Pigliateli, magari ce porti fuori a cena er pischello tuo, eh?"

Replicò con un ghigno beffardo e Manuel si gelò sul posto. Le sue paure erano fondate, Sbarra sapeva tutto. Deglutì, sforzandosi di mantenere la calma, e nascose le mani in tasca per non far vedere che avevano cominciato a tremare.

"Pischello? Ma di che parli, Sbarra? Io mica so' frocio…"

Cercò di mostrarsi sicuro di sé, usò perfino quella parola orribile che aveva sputato in faccia a Simone troppe volte -e non avrebbe mai smesso di sentirsi una merda per questo, non importava quanto lui gli dicesse di averlo perdonato- nel tentativo di allontanare l'idea da Sbarra, ma evidentemente non ci riuscì perché il vecchio si mise a ridere e così anche Zucca.

"Ah no, non sei frocio, te? Siediti, che te faccio vede' 'na cosa."

Manuel si morse un labbro, nervosamente, e si mise a sedere. Subito si ritrovò le mani di Zucca strette sulle sue spalle per tenerlo fermo. Pochi istanti dopo Sbarra gli mostrò una foto e Manuel non ebbe bisogno neanche di osservarla da vicino per riconoscerla, lui e Simone l'avevano scattata appena una settimana dopo essersi messi insieme: erano stesi a letto, entrambi si erano svegliati da poco e Manuel aveva i capelli più arruffati del solito. Simone aveva riso tantissimo, li aveva definiti 'un nido di rondini' e aveva insistito tanto per immortalare il buffo momento. Manuel aveva protestato un po', ma solo per gioco, in realtà sarebbe andato anche a scuola con quell'assurda pettinatura, pur di rendere allegro Simone. Ciò che rendeva inequivocabile la foto, anche per chi non sapeva nulla di loro, erano le labbra di Simone poggiate sulla guancia di Manuel in un morbido bacio e il volto di Manuel illuminato di conseguenza.

"Questo pischello qua, mo te sei rinfrescato la memoria? Simone, giusto?"

Manuel chiuse gli occhi per un istante e annuì. Non aveva senso continuare a mentire.

"Lo so che l'hai rapito tu, la Vespa che mi hai fatto vedere era la sua."

Sbarra accennò un sorrisetto beffardo.

"Bravo, sei proprio intelligente allora. E dimme, hai capito pure il motivo per cui so' stato costretto a mandare Zucca a prende 'sto ragazzetto?"

Manuel annuì di nuovo e fece un respiro profondo prima di rispondere. Era chiaro che Sbarra avesse affidato a Zucca un compito del genere, del resto era il suo uomo di fiducia, ma si sentì comunque morire dentro di fronte a quella certezza, perché Zucca non era uno che usava le maniere gentili per fare qualcosa.

"Sì, sì, l'ho capito, l'hai fatto perché non ti ho venduto subito quelle pillole e m'hai voluto puni'. Ti giuro che nun se ripeterà più."

Parlava in fretta, agitato, non riusciva a tenere a freno la sua preoccupazione, pur sapendo di star sbagliando. Claudio aveva ragione, se solo vedere una foto di lui e Simone gli aveva fatto perdere il controllo, cosa sarebbe successo se l'avesse visto di persona? Il problema era che lui, a Claudio e alle sue indicazioni, non riusciva nemmeno a pensarci, in quel momento.

"E adesso immagino che me chiederai de lasciar andare il tuo fidanzatino, non è così?"

Sbarra era estremamente compiaciuto dalla situazione, era bastato davvero poco a far crollare quella finta spavalderia che il ragazzetto di fronte a lui si ostinava a mostrare. Manuel si sentiva soffocare.

"Sì, però te voglio proporre uno scambio, come negli affari che te piacciono tanto. Lascia andare Simone e prenditi me, sono io quello che t'ha fatto incazza'.  Me puoi far menare da Zucca, je puoi di' de spezzarme un braccio, tutto quello che ti pare, ma prenditela con me. Simone non c'entra in questa storia."

Manuel pensò che quella, più che una proposta, fosse una vera e propria supplica. Una supplica fatta al Diavolo in persona, che in quanto tale gli rise in faccia.

"Che cuor de leone, e innamorato pure! Tra poco me fai mette a piagne, guarda…"

Scosse il capo.

"Il problema sai qual è? È che io t'ho già fatto menare una volta e tu la lezione non l'hai imparata. Non so' un professore, ma questo nuovo metodo ha funzionato molto di più, adesso me sembri davvero convinto. Me spiace, ma me vedo costretto a trattenere l'amichetto tuo ancora per un po'..."

Manuel non ci vide più, fece per alzarsi preso dalla voglia di strozzare quel vecchio infame con le sue stesse mani, ma Zucca lo teneva fermo, piantato sulla sedia, non importava quanto lui si agitasse.

"Non lo puoi fare!"

Esclamò, terrorizzato e arrabbiato, anche se in realtà Sbarra poteva benissimo.

"Mh, altrimenti che fai, chiami la polizia? Mettiamo le cose in chiaro, appena sento odore de sbirri, io al tuo amichetto faccio fare una brutta fine, intesi?"

Il ragazzo si placò immediatamente, ogni fibra del suo corpo aveva perso forza di fronte a quella minaccia, nonostante il suo cuore pompasse sangue all'impazzata. Ogni via d'uscita gli sembrò lontanissima, irraggiungibile.

"Ecco, così già va meglio. E ringrazia che sono un romanticone, adesso te la faccio io una proposta. Mi senti?"

"Sì, ti sento…"

Rispose lui con voce fioca. Sapeva già di non avere alternative e che avrebbe dovuto accettare a prescindere.

"Ce stanno un po' de persone che, come te, se sentono de potermi prendere in giro. Me devono dei soldi e nun vojono paga'. Tu va' da loro, convincili, e io, se me gira bene, te faccio incontrare Simone. So sicuro che anche lui muore dalla voglia de rivederti."

Le ultime parole di Sbarra si arrampicarono come brividi lungo la sua schiena, Manuel sapeva che non erano casuali, non lo erano mai. Cosa cazzo sta facendo passare a Simone?, pensò.

"Va bene, sì, lo faccio. Dammi gli indirizzi e ci vado…"

"Vedi che ho ragione e che questo metodo funziona? Faremo tante belle cose, io e te…"

Così dicendo prese a scrivere su un pezzetto di carta, ma venne interrotto quasi subito da una telefonata, al termine della quale si alzò.

"Zucca, andiamo, ce sta quella cosa da fare. Manuel, tu m'aspetti qui, vero? Cinque minuti e torno, così ti do la lista. Mi raccomando, nun tocca’ niente."

Entrambi si allontanarono, lasciando Manuel da solo con la donna di Sbarra a tenerlo d'occhio. Di certo lei non era Zucca, ma Manuel era così spaventato al pensiero di fare un passo falso, che l'idea di poter sfruttare il momento per salvare Simone venne accantonata immediatamente. Anche volendo, poi, lo sfascio era pieno degli uomini di Sbarra, sarebbero stati fermati ancor prima di poter raggiungere il cancello.

"Te sei Manuel, giusto?"

Domandò la donna, che fino a quel momento era stata a sistemarsi le unghie. Il ragazzo quasi trasalì a sentirne la voce, gli aveva sempre dato l'impressione di essere una bambolina e basta, era come se adesso gli avesse parlato una Barbie.

"Sì, sono Manuel. Che vuoi?"

La donna accennò un sorrisetto.

"Voglio farti un favore. Alzati."

Si avvicinò alla scrivania di Sbarra, aprì un cassetto e vi prese un piccolo mazzo di chiavi. Manuel la osservava accigliato, non capiva cosa volesse fare. Aveva una speranza, però.

"Oh, ma te vuoi move? Guarda che Sbarra non starà via pe’ molto. Vie' con me."

E Manuel finalmente si alzò, seguendola nella stanza accanto all'ufficio -dove lei si fermò a prendere una bottiglietta d'acqua- e poi ancora fino ad un'altra porta. Manuel sapeva cosa, o meglio chi, ci fosse dall'altra parte, ma non aveva intenzione di aggiungere l'ingenuità agli errori di quel giorno. Fermò quindi la donna prima che potesse aprirla.

"Guarda che qua dentro ce sta Simone, eh."

"E questo l'avevo capito, ma non capisco perché tu me lo voglia fa' vede'. Non hai sentito l'uomo tuo? Se ne parla la prossima volta…"

Cercò di dissimulare il rammarico nella sua voce, ma non fu sicuro di riuscirci bene. La voglia di abbracciare Simone era troppo forte, non era facile nasconderla.

La donna alzò gli occhi al cielo.

"Sì che l'ho sentito, perciò ti ho portato qui. Ti ho detto che voglio farti un favore, non ti sta bene?"

"E no che non mi sta bene, perché i favori poi si devono ricambiare e io non so cosa tu voglia da me."

Replicò, con una punta di sarcasmo. La gente come Sbarra non faceva mai niente per niente, ormai l'aveva imparato.

"Senti, Manuel, Sbarra non starà via a lungo, se ci tieni a vede' Simone devi deciderlo adesso. Se vuoi un consiglio, lasciami aprire ‘sta porta."

Si fissarono negli occhi per qualche istante e Manuel vi lesse, inaspettatamente, una determinazione sincera. Sembrava ci tenesse davvero a fargli incontrare Simone e forse, se davvero era così, evidentemente sapeva qualcosa più di lui. Le lasciò la mano, in modo che potesse girare la chiave.

"Me dispiace, te posso dà solo cinque minuti. E fallo bere un po', ma piano piano perché altrimenti se sente male."

Così dicendo gli porse la bottiglia e aprì la porta subito dopo. Manuel si ritrovò davanti ad una stanza buia, ma non appena la donna di Sbarra accese la luce, sentì il proprio cuore saltargli in gola.

Davanti a lui, all'altro capo di quello che capì essere uno stanzino, c'era Simone seduto a terra, con il capo reclinato leggermente in avanti. Sembrava addormentato, tuttavia una persona che dorme solitamente si sveglia quando all'improvviso viene accesa una luce, mentre Simone non reagì in alcun modo. Non era addormentato, era svenuto.

"Simo! Oh, Simo!"

Esclamò, precipitandosi accanto a lui. Si mise in ginocchio per essere alla sua altezza e gli sollevò il viso prendendolo delicatamente tra le mani.

La prima cosa che notò fu il grosso ematoma all'altezza dello zigomo sinistro, gli copriva quasi tutta la guancia, per cui preferì dargli qualche colpetto sul lato destro, per evitare di fargli male.

La seconda, furono le manette che lo tenevano legato al tubo dietro di lui, perché provò a spostarlo un po' e non ci riuscì.

"Simo, cazzo, svegliati! Nun me fa scherzi…"

La voce gli tremava per la paura e sentiva gli occhi già pieni di lacrime quando finalmente Simone riaprì i suoi. Manuel gli sorrise a trentadue denti e Simone, dopo qualche istante di confusione passato a sbattere le palpebre per il fastidio causato dalla luce, lo ricambiò. Doveva essere un altro di quei momenti bellissimi in cui Manuel gli faceva visita tra il sonno e la veglia, sì. Questa volta, però, si accorse che le mani di Manuel, morbidissime sulle sue guance, erano molto più calde.

"Ciao, Simo'."

Riuscì appena a sussurrare, troppe erano le parole che gli affollavano la testa e poco il tempo per dirle tutte. Una cosa, però, era più importante delle altre.

"Te lo giuro, ti porterò fuori di qui. Ti riporterò a casa, fosse anche l'ultima cosa che faccio. Me dispiace, me dispiace da morire…"

Simone si lasciò cullare da quella promessa rassicurante, anche se era soltanto frutto della sua fantasia, e da quelle carezze delicate che Manuel aveva preso a fargli con il pollice sulla guancia sana. Erano più belle del solito e gli mancavano tanto.

"Vorrei che tu fossi davvero qui, lo sai?"

Mormorò con un filo di voce e Manuel si accigliò, preoccupato. Che Simone non stesse nelle migliori delle condizioni lo aveva messo in conto, ma la situazione adesso gli sembrava molto più critica.

"Che vuoi dire, Simo'? Guarda che io sto qua per davvero, eh."

Gli sorrise incoraggiante, passandogli la mano libera tra i capelli. Erano sudatissimi, in quella stanza faceva un caldo infernale, ma non se ne curò minimamente.

Simone scosse il capo in maniera quasi impercettibile.

"Lo dici sempre, ma poi scompari. Non fa niente, però, va bene così."

No, per Manuel non andava un cazzo bene se Simone aveva le allucinazioni. In lui, il desiderio di spaccare la testa a Sbarra era solo di poco inferiore a quello di prendersi cura di Simone.

"No, no, guarda, stavolta non è così. Adesso ti dimostro che sono vero."

Disse dolcemente, interrompendo le carezze soltanto per prendere la bottiglia che aveva lasciato a terra e aprirla. Portò una mano dietro la testa di Simone, con delicatezza, mentre con l'altra gli avvicinò l'acqua.

"Bevi un po', mh? L'acqua è reale, senti? E lo sono anch'io."

Mentre Simone beveva, lasciò vagare i suoi occhi su di lui: indossava la tuta che usava per gli allenamenti di rugby, la stessa tuta che Manuel più di una volta si era preso il tempo di sfilare, sporca di terra e chiazzata di sudore in alcune parti - in quello sgabuzzino si moriva di caldo- ma fu una particolare macchia ad attirare la sua attenzione.

Serrò la mascella, sentendo la rabbia montargli dentro quando realizzò che quello stronzo di Sbarra non lo lasciava nemmeno andare in bagno e Simone era costretto a pisciarsi addosso.

Spostando lo sguardo ancora più giù, vide che le sue gambe erano piene di lividi ed era certo che ne avrebbe trovati altri, se avesse sollevato la maglietta. Sbarra gliel'avrebbe pagata.

"Adesso mi credi?"

Domandò sorridendogli, spostando momentaneamente la bottiglia dalle labbra di Simone. Preferì mettere la rabbia da parte per quel momento, che doveva essere soltanto loro.

Simone gli sorrise di rimando, il primo vero sorriso in quei giorni bui, con le lacrime agli occhi.
"Sei...sei davvero qui!"

Balbettò, felicissimo. Si spinse verso di lui, potendo soltanto poggiare la fronte contro la sua, ma se avesse avuto le mani libere e se non fosse stato sporco dalla testa ai piedi lo avrebbe stretto a sé. La paura, il dolore, la sete e la fame scomparvero tutti quasi per magia a quel contatto. Se c'era Manuel, lui stava bene, sempre.

"Sì, sì Simo'. Paperotto tuo è qui."

Sussurrò Manuel senza smettere di sorridere e Simone ridacchiò.

"Pensavo ti facesse schifo questo soprannome."

"E pensavi male! Mi fa schifo tanto quanto mi fa schifo abbracciarti, cioè per niente."

Simone abbassò lo sguardo, pieno di vergogna. Era tutto sudato e sporco, sicuramente Manuel la pensava diversamente in quel momento.

"Non ti biasimerei, se adesso ti facesse schifo abbracciarmi…"

Manuel scosse il capo, incredulo. Sollevò il capo di Simone portandogli una mano sotto al mento, in modo da poterlo guardare di nuovo negli occhi. Come poteva anche solo pensare una cosa del genere?

"Simo', non fare il perfettone. T'abbraccerei anche se fossi ricoperto di spazzatura, non lo faccio soltanto per paura de farte male."

Il viso dell'altro ragazzo si illuminò di un bel sorriso, un sorriso che sciolse il cuore di Manuel.

"I tuoi abbracci non potrebbero mai farmi male."

Sussurrò e Manuel, allora, si sporse ad abbracciarlo dopo avergli chiesto il permesso con lo sguardo. Era vero, Simone era sporco e sudato, ma Manuel non avrebbe rinunciato a stringerlo a sé per niente al mondo. Erano uniti in un modo che nulla poteva separare.

Simone, per la prima volta dopo giorni, rilassò ogni muscolo del suo corpo, cuore compreso. Era tutto tornato al suo posto, anche se c'era ancora tutto da risolvere.

"Ascoltami, non sei tu che ti devi vergognare, capito? È quello stronzo di Sbarra che deve vergognarse de respirare ancora."

Sussurrò Manuel al suo orecchio, senza separarsi da lui. Simone annuì piano, anche lui ben poco intenzionato a rompere quel contatto. Restarono stretti ancora per un po', con Manuel che accarezzava la schiena di Simone per quanto gli era possibile, quando furono interrotti dalla donna di Sbarra.

"Ragazzi’, me dispiace, ma il tempo è scaduto. Sbarra sta tornando, spicciate."

Manuel sciolse a malincuore l'abbraccio e anche l'espressione di Simone si fece più triste. Gli diede un bacio a fior di labbra e per un attimo sentì il sapore del ferro.

"Torno presto, te lo prometto. E ti riporterò a casa."

"Ti aspetto."

Rispose l'altro e i due si scambiarono un dolce sorriso, pieno di futuro.

Manuel poi si sbrigò a tornare nell'altra stanza e Simone rimase di nuovo solo, al buio. Poggiò la testa contro al muro e chiuse gli occhi, lasciando che il suo corpo si beasse della sensazione lasciata da quello di Manuel e che la sua mente lo cullasse con un bel ricordo.

"Ah, ecco dov’era finita la mia maglietta!"

Esclamò Simone, voltandosi per sventolare la sua maglia a righe rosse e blu in direzione dell'altro ragazzo.

La stanza di Manuel era qualcosa di molto simile ad un campo di battaglia: i suoi vestiti erano sparsi un po' ovunque, per non parlare dei libri, dei dischi e di tante altre cianfrusaglie che Manuel nemmeno ricordava di possedere. In ogni spazio libero c'era almeno uno scatolone, pronto per essere riempito. Lui e Anita erano in procinto di trasferirsi a Villa Balestra e Simone si era offerto ben volentieri di aiutare il suo ragazzo nei preparativi.

Manuel, che era di spalle, si voltò e mise su un'espressione che ricordava quella di un bambino beccato con le mani nella marmellata.

"Ah, sì, quella. Scusami, è che poi sei partito pe Glasgow, ce so stati quei casini e me so' dimenticato di restituirtela."

Disse con nonchalance, tornando a concentrarsi sui dischi che aveva appoggiato sulla scrivania per non incrociare lo sguardo di Simone. Era la maglietta che Simone gli aveva prestato quando lo aveva soccorso dal pestaggio di Zucca ed effettivamente Manuel si era dimenticato, almeno in un promo momento, di riportargliela.

Simone, comunque, non era intenzionato a dargliela vinta così facilmente: posò la maglietta sul letto e si avvicinò di soppiatto alle spalle del suo ragazzo, lasciandogli un bacio sul collo prima di poggiare il mento sulla sua spalla. Manuel sorrise istintivamente.

"Pensavo non ti piacesse il mio modo di vestire. Sbaglio o hai detto che è strano?"

Disse per punzecchiarlo, intuendo che ci fosse qualcosa sotto. La sua intuizione fu confermata dal leggero rossore che colorò le guance di Manuel. A Simone vennero in mente gli angioletti dipinti che spesso si vedono negli affreschi delle chiese o nei quadri. Quello che stava stringendo tra le braccia era un angioletto un po' inusuale, sicuramente troppo cresciuto, ma era il suo preferito.

Qualcuno non avrebbe esitato ad etichettarlo come angelo caduto, ma per Simone era il più santo, il più sacro. Manuel era un Lucifero a cui era stata data una seconda possibilità e che era tornato a diffondere la sua luce ovunque andasse. Era bastato semplicemente dargli più amore per farlo tornare a splendere.

"E infatti mica me la so’  rimessa! È troppo da perfettone, io mica me vesto così!"

Ribatté l'altro, sforzandosi di suonare convincente. Simone fece una risatina dolce.

"Mi fa piacere sapere che una piccola parte di me sia rimasta qui con te anche mentre eravamo lontani."

Sussurrò, riferendosi non solo alla distanza fisica, ma soprattutto a quella emotiva, quella che aveva fatto più male.

"Se vuoi te la lascio per ricordo, comunque."

Aggiunse più scherzoso e Manuel scoppiò a ridere. Si voltò nel suo abbraccio e portò le proprie mani sui fianchi di Simone per stringerlo a sé. No, aveva molto di meglio di una maglietta, adesso.

"E che me ne faccio di un ricordo, se adesso ci sei tu, ci siamo noi?"

Mormorò, avvicinandosi poi per baciarlo a fior di labbra e subito quel bacio venne approfondito.

In entrambi si stava facendo strada l'idea di lasciar perdere gli scatoloni per un po', ma non avevano fatto i conti con Anita, che per fortuna bussò prima di entrare. Era a conoscenza della loro relazione ed era esattamente questo il motivo per cui aveva imparato a bussare ogni volta che i due erano in stanza da soli.

Manuel sbuffò, separandosi controvoglia da Simone.

"Che c'è, ma'? Entra!"

La donna entrò in camera con un bel sorriso stampato in volto e una scatola colorata in mano. Manuel fece una smorfia quando la vide.

"Guarda che ho trovato, Manuel! Pensavo le avessimo perse quando ci siamo trasferiti qui…"

Disse lei, allegra. In realtà quella scatola non era andata perduta, era stato Manuel a nasconderla accuratamente quando aveva iniziato a portare Chicca a casa le prime volte.

"Eh, magari le avessimo perse, ma'."

Borbottò lui e la madre gli scoccò un'occhiataccia.

"Ma che scorbutico! Vuoi vedere che a Simone invece fa piacere vederle?"

Simone si avvicinò incuriosito, ma Manuel si parò tra lui e la madre.

"No, non esiste! E poi non gli interessa, vero Simo'?"

Simone guardò divertito il suo ragazzo, doveva esserci qualcosa di veramente imbarazzante per lui in quella scatola a giudicare dal rossore del suo volto.

"Non so nemmeno di cosa state parlando, come faccio a sapere se mi interessa?"

Replicò furbetto e prima che Manuel potesse rispondergli, lo fece Anita.

"Sta facendo tutte queste storie per le sue foto da piccolo! Ti rendi conto?"

Simone scoppiò a ridere, mentre l'altro incrociò le braccia, sulla difensiva. Si aspettava un po' di collaborazione dal suo fidanzato!

"Faccio storie perché tu le fai vede’ a tutti! Lo vuoi capire che adesso sono cresciuto?"

Anita si avvicinò a fare una carezza su quel viso imbronciato. Difficile credere che suo figlio avesse diciassette anni, quando si comportava così.

"Ed è proprio perché sei cresciuto che questi sono ricordi belli e preziosi. Sono contenta di aver ritrovato questa scatola, sai?"

Manuel sbuffò, anche se la sua espressione si ammorbidì un po' sotto le carezze della madre.

"Se Simone mi lascia per colpa di queste foto, me la paghi."

Fu Simone, adesso, ad avvicinarsi per fargli una carezza. Più precisamente, per scompigliargli i capelli. Ma cosa andava a pensare quella testa riccioluta?

"Dopo tutta la fatica che ho fatto per mettermi con te, secondo te ti lascio per delle foto? Come se poi ci fosse qualcosa di male, dai."


"Ecco, bravo Simone, diglielo anche tu! Poi sono così carine, guarda…"

Si mise a sedere sul letto, facendo segno a Simone di sedersi accanto a lei e subito il ragazzo si accomodò. Manuel si sentiva rincuorato dalle sue parole, ma avrebbe voluto comunque sprofondare al centro della Terra.

Gli parve trascorsa un'eternità quando finalmente finirono di passare in rassegna le foto del primo bagnetto, della prima volta al mare, dei vari compleanni e perfino quelle della Prima Comunione, ma doveva ammettere a se stesso che vedere Simone illuminarsi ad ogni singola foto gli aveva riempito il cuore di gioia.

"Oh, finita 'sta passeggiata sul viale dei ricordi? No perché noi qui avremmo un trasloco da preparare, nel caso in cui ve lo foste dimenticato!"

Simone sollevò gli occhi al cielo, scuotendo divertito il capo, mentre Anita andò via lamentandosi dell'acidità di suo figlio. Il ragazzo si alzò per riprendere la preparazione degli scatoloni, ma prima si accorse che una foto era caduta a terra e si chinò a raccoglierla. La girò e ciò che vide gli illuminò il viso in un'espressione di pura tenerezza: ovviamente era una foto di Manuel, che stando alla data scritta a penna sul retro aveva sei anni, vestito da Paperino in occasione del Carnevale di quell'anno. Sorrideva felice, con qualche dentino mancante, nel suo costume da papero completo di blusa, cappello e ovviamente zampe palmate e coda piumata!

"Ma che carino che eri!

Esclamò, facendogliela vedere. Manuel assunse un'altra sfumatura di rosso.

"Ma che carino e carino, ero ridicolo! Guarda qua, co ste zampe giganti che c'inciampavo sempre e sto cappello più grande della mia testa! Al confronto, mo sono uno spettacolo!"

E Simone annuì, ma solo per l'ultima parte del suo discorso. Gli diede un bacio a fior di labbra, per farlo calmare.

"È vero che sei uno spettacolo, ma non che eri ridicolo. Con questi boccoli, poi, sembravi un angioletto."

Manuel fece una risatina.

"Eh, deve esse successo quarcosa nel frattempo."

Sospirò, pensando a quanto fosse innamorato di Simone per fare ciò che stava per fare. Con Chicca, ad esempio, non l'avrebbe mai fatto.

"Senti, sta foto piace più a te che a me, se vuoi te la puoi tenere... altrimenti la riporti a mi' madre, come vuoi."

Simone sorrise a trentadue denti, felicissimo. Poteva sembrare una piccola cosa ad occhi esterni, ma per lui era grandissima.

"Grazie, mi farebbe tanto piacere. La custodirò con cura."

Promise e così dicendo la infilò nel portafogli, in modo da tenerla sempre con sé. Manuel si sentì più protetto, con quel semplice gesto.

"Mo però dobbiamo davvero riprendere a lavorare, questi scatoloni non si riempiranno da soli!"

Simone annuì con decisione.

"Come dici tu...Paperotto."

Azzardò, rivolgendogli uno sguardo curioso, per vedere la sua reazione: Manuel si lamentò, ovviamente, ma Simone avrebbe potuto giurare di averlo visto sorridere appena un istante prima.

Chapter Text

"Mi vuoi dire cos'è successo?"

Manuel era rientrato in casa di Claudio con l'aria di chi aveva tutta l'intenzione di far scoppiare una guerra. Deciso come una tempesta si era diretto subito in cucina e Claudio pensò che l'avesse fatto per prendersi qualcosa da bere, qualcosa di forte, quindi fu molto sorpreso quando invece lo vide fermo davanti alla sua vetrinetta delle tisane. Le scrutava tutte con occhi di fuoco, agitato, ma era chiaro che la sua agitazione risiedesse altrove.

"Ci penso io, dai, tu siediti e raccontami tutto."

Il ragazzo si spostò, lasciando che fosse l'avvocato a scegliere qualcosa che potesse aiutarlo almeno un po' a distendere i nervi, ma non si mise a sedere. Prese invece a misurare a grandi passi la stanza, facendo avanti e indietro come un leone in gabbia.

"Io a quello lo ammazzo con le mie mani, te lo giuro. Poi posso pure andare in galera, non me ne importa niente!"

Esclamò, e anche la sua voce sembrava il ringhio di un leone ferito e arrabbiato. Claudio sospirò pazientemente.

"Ti ricordo che in carcere non ci sarebbe Simone e sono sicuro che nessuno di voi due voglia separarsi dall'altro. Sbarra pagherà, ma lo farà con la giustizia, non con la vendetta."

Manuel fece una risatina amara. Se ci fosse stata giustizia al mondo, ci sarebbe stato lui in quello sgabuzzino buio e afoso al posto di Simone. Claudio però aveva ragione su una cosa, e cioè che non voleva assolutamente stare ancora lontano dal suo ragazzo.

"Dici così perché non hai visto Simone! Lo volevo strozza', a quello stronzo de Sbarra…"

Ringhiò ancora, dando un calcio alla gamba del tavolo che fece tremare le tazze che vi erano poggiate sopra. Claudio non si scompose, era giusto che Manuel si sfogasse ora che poteva, e riempì quelle stesse tazze con la bevanda calda. Solo allora Manuel si sedette, o meglio, si accasciò sulla sedia.

"Quindi tu l'hai visto? Sbarra te l'ha fatto incontrare?"

Manuel scosse il capo e bevve un sorso di tisana. La riconobbe, era la preferita di Simone e sentì gli occhi inumidirsi, di certo non per il sapore deciso dello zenzero.

"No, non lui, ma la donna sua sì. Sbarra era uscito un attimo e lei mi ha portato da Simone. Non so perché l'abbia fatto, ma sinceramente non m'importa. Lo tengono chiuso in uno stanzino più piccolo de 'sta cucina, Cla', ammanettato come un criminale e…"

L'immagine di Simone ferito e sporco, lasciato da solo al buio con le sue allucinazioni -allucinazioni, cazzo- gli tornò vivida davanti agli occhi e gli fece morire la voce in gola. Provò a chiuderli per scacciarla, ma fu inutile. Era giusto così, però, perché era soltanto colpa sua se Simone si trovava in quel casino e lui non aveva alcun diritto di provare ad ignorarlo. Non voleva ignorarlo.

"So' sicuro che non mangi da giorni e a stento ogni tanto je portano l'acqua. Non lo fanno manco anda' in bagno, ti rendi conto? Neanche i cani si trattano così!"

Le sue mani stringevano forte la tazza, così forte che avrebbero quasi potuto frantumarla, tanta era la rabbia che aveva in corpo, unita al dolore e alla consapevolezza di essere totalmente impotente.

"Quando so’ entrato dentro, all'inizio ha pensato che non fossi vero, mi ha fatto capire che non era la prima volta che mi vedeva. Solo che io là non c'ho mai messo piede prima de stasera."

Fissò Claudio negli occhi, per fargli capire quanto grave fosse la situazione. L'avvocato di solito era bravo a tenere a bada le sue emozioni, ma nei suoi occhi di ghiaccio Manuel poté cogliere tutta la sua preoccupazione nei confronti di Simone ed era effettivamente così, Claudio era estremamente preoccupato. Era molto affezionato a Simone e anche lui desiderava aiutarlo. Anche lui, se avesse potuto, avrebbe preso il suo posto senza esitare.

"La disidratazione può portare ad avere allucinazioni, se poi ci aggiungi anche il trauma del rapimento…"

Si interruppe subito, perché era chiaro che a Manuel non interessasse una spiegazione scientifica o psicologica. Non gli era utile, ciò di cui aveva bisogno era supporto.

"Ti giuro che se servisse davvero a qualcosa ti terrei fermo Sbarra per fartelo strangolare, ma ti ho già spiegato perché la vendetta non è una buona soluzione."

Manuel accennò uno sbuffo divertito, poi bevve un altro po' di tisana. Voleva soltanto salvare Simone, ma non sapeva come fare.

"Cosa proponi, allora?"

Claudio scrollò le spalle.

"Cos'altro è successo, stasera? Sbarra ti ha detto qualcosa?"

Il ragazzo annuì, Sbarra in realtà gli aveva detto un bel po' di cose.

"Per prima cosa s'è preso i soldi che gli ho portato e mi ha dato questi…"

Posò i mille euro -avvolti con un elastico- sul tavolo, non li voleva nella propria tasca un istante di più.

"...dicendomi di usarli per portare fuori a cena 'il mio pischello'."

Sospirò, affranto, abbassando poi lo sguardo verso il tavolo.

"Sa tutto, Claudio, mi ha pure fatto vedere una foto nostra che ha preso dal telefono di Simone. Adesso è sicuro de tenermi per le palle e io ho paura di cosa potrebbe chiedermi dopo. Sa che lo farei per forza, con Simone in mano sua e c'ha pure ragione, perché farei de tutto."

Claudio gli fece una carezza sulla schiena, comprensivo, perché capiva che quel ragazzo, in quel momento, si sentiva tutto il peso del mondo addosso. "

E per adesso, invece, cosa ti ha chiesto di fare?"

Manuel scrollò le spalle e si alzò, andando a recuperare lo zaino che aveva lasciato all'ingresso della cucina.

"M'ha dato gli indirizzi de un po' de gente che non vole paga', li devo minacciare con questa." Mise sul tavolo, accanto ai soldi, la pistola avvolta da un panno che Sbarra gli aveva dato. Claudio sollevò gli occhi verso di lui, preoccupato.

"E tu che farai?"

"Che vuoi che faccia? Ci vado, no?"

Si morse il labbro, sentendo una stretta d'ansia intorno al proprio stomaco.

"L'ultima volta che mi ha chiesto de fa' una roba simile è stata un fallimento, ho avuto paura e non ce so' riuscito. Stavolta però è diverso."

Quella sera di qualche mese prima con lui c'era Simone e nello sguardo che si erano scambiati mentre lui si avvicinava al negozio aveva trovato un motivo per non andare oltre, per non fare una cazzata. Poi da quel tizio c'era tornato, da solo, perché aveva bisogno di sentirsi grande dopo la rottura con Alice, e gli era partito un colpo che per fortuna non aveva ferito nessuno, ma che a lui ogni tanto ancora sembrava di sentire.

Se avesse ammazzato quell'uomo, quel padre di famiglia, non sarebbe riuscito a dormire la notte. Lui non era così, non era come Sbarra voleva che fosse, era come Simone lo vedeva con i suoi occhioni pieni d'amore.

Almeno, voleva essere così.

"E cosa farai se una di quelle persone si rifiutasse di pagare? Se le minacce non dovessero bastare?"

Domandò Claudio, accigliato. Aveva paura che Manuel potesse compiere un gesto di cui si sarebbe pentito, un gesto che gli avrebbe fatto imboccare una strada difficile da ripercorrere in senso opposto. Manuel sbuffò, nervoso.

"Allora 'sta pistola la userò per davvero. Non mi sembra d'ave' alternative, no?"

Voleva essere come lo vedeva Simone, ma era proprio per lui che doveva trasformarsi in ciò che invece voleva Sbarra. Non gli piaceva l'idea di dover far male a qualcuno, ma Simone stava soffrendo, stava impazzendo, e Manuel non poteva sopportarlo. Non gliene fregava un cazzo della legge morale, con Simone in quelle condizioni.

"Manuel, ti prego, pensa alle conseguenze…"

Provò a dire Claudio, ma il ragazzo lo interruppe sbattendo una mano sul tavolo.

"Ci penso alle conseguenze, a quelle che pagherebbe Simone se Sbarra non avrà i suoi cazzo di soldi! Sei tu che dovresti pensarci, perché io non riesco a fare altro!"

Urlò, riversando tutta la sua frustrazione sull'avvocato. Gli tremava la voce, ma gli occhi erano più fermi che mai. C'era il fuoco dell'amore, in quegli occhi, e Claudio temeva che Manuel potesse scottarcisi.

"Anch'io ci penso, ma penso anche a te perché a quanto pare tu non pensi a te stesso. Rovinarti per salvare Simone non è una soluzione, capito?"

Sospirò.

"Senti, tu sai quanti soldi queste persone devono a Sbarra?"

"Sì, mi ha dato una lista…"

Manuel sospirò per sbollire la rabbia, poi gli porse un foglietto ripiegato che si era messo in tasca su cui erano riportati nomi e indirizzi di cinque persone con le relative cifre che dovevano pagare. Agitava nervosamente una gamba, nell'attesa che Claudio gli proponesse una soluzione alternativa. Non aveva cambiato idea, però, se fosse stato necessario avrebbe fatto ciò che doveva, perché l'unica cosa che contava era salvare Simone, anche a costo di rovinarsi la vita.

"Facciamo così: tu andrai da queste persone e non per minacciarle, ma per proporre un accordo. I soldi per pagare Sbarra ce li metto io, loro dovranno soltanto saldare il debito, così quell'infame avrà i suoi soldi e tu non dovrai sparare a nessuno. Che dici?"

Manuel scosse il capo, poco convinto.

"E che facciamo se questi, invece de paga' Sbarra, se intascano i soldi e basta? E poi scusa, ma non è una cifra un po' alta?"

Claudio mosse una mano in aria per scacciare quell'obiezione. Capiva che per il ragazzo fossero tanti soldi, ma per lui non era un grande problema darli via, soprattutto se doveva farlo per quei due ragazzi a cui si era tanto affezionato.

"Non finirò in bancarotta, non ti preoccupare, ma anche in quel caso lo farei volentieri. Però hai ragione, meglio aggiungerci un piccolo incentivo così da evitare furbate. Va meglio?"

Propose con un sorriso e Manuel annuì, sollevato e commosso. Claudio era davvero una brava persona, e dire che solo poco tempo prima gli avrebbe spaccato volentieri il naso.

"Non so se sei un folle o un santo, ma in ogni caso ti devo ringraziare…e ti prometto che troverò un modo per ripagarti."

Mormorò, accennando un sorrisetto. Claudio, invece, fece una risatina.

"Non sono né l'uno né l'altro, voglio solo aiutarvi. E tu, se vuoi ripagarmi, adesso mangi qualcosa e poi fili a letto, ok? Non accetto un no come risposta."

Manuel non poté fare altro che accettare la proposta, anche se il cibo non aveva più lo stesso sapore e il suo stomaco era più chiuso che mai, ma doveva sforzarsi di mangiare lo stesso per restare in forze. Certo, se avesse potuto, avrebbe portato volentieri a Simone quel piatto di carbonara fumante che Claudio gli mise davanti poco dopo.

Trascorse le tre sere successive ad incontrare le persone sulla lista di Sbarra, a spiegare loro per sommi capi la situazione e con sua grande sorpresa pagarono tutte e senza farsi aspettare. Bastò infatti soltanto un ulteriore giorno prima che Manuel si ritrovasse il numero di Sbarra sul display del cellulare. Gli diede appuntamento quel giorno stesso, nel tardo pomeriggio, e Manuel fu puntualissimo. Consegnò il proprio cellulare a Zucca senza neanche farselo chiedere e si lasciò perquisire senza protestare. Zucca controllò anche il suo zaino e prese la pistola che gli era stata prestata, poi fece una risatina quando vide il resto del contenuto.

"Te ne vai a fa' na scampagnata, dopo? Che te sei portato?"

Manuel aveva pensato di portare un po' di cibo per Simone, era da troppi giorni che non mangiava, e sperava che Sbarra -per quanto stronzo- chiudesse un occhio. Forse era un'impresa destinata al fallimento, ma valeva la pena tentare.

"Niente, Zucca, a te che sembra? So' due panini e un po' d'acqua per Simone, Sbarra ha detto che oggi me lo faceva incontra'."

L'uomo richiuse ridacchiando lo zaino e glielo riconsegnò.

"Te sei un po' troppo ottimista, ragazzetto."

Lo condusse nell'ufficio di Sbarra, che come sempre era seduto alla scrivania. Manuel ebbe bisogno di fare appello a tutto il suo autocontrollo per non spostare lo sguardo verso la porta dello stanzino, non doveva fargli pensare che sapesse già dove fosse tenuto Simone.

"Ah, Manuel, sei già qua? Me spiace, ma te devo liquida' subito che so' pieno de impicci. Tie' questi sono per te, per il servizio che hai fatto."

Gli allungò una busta sulla scrivania, a cui Manuel non rivolse nemmeno uno sguardo. Era incredulo, non si aspettava che Sbarra lo cacciasse così in fretta. Forse troppo ingenuamente, si aspettava invece che rispettasse la sua parte di accordo.

"Stavo quasi per farteli portare da Zucca per non farti arrivare fino a qui, ma già che ci sei pijateli e vattene."

Ma Manuel non aveva alcuna intenzione né di prendere i soldi né di andarsene. Si avvicinò alla scrivania e vi sbatté le mani sopra, sporgendosi poi infuriato verso Sbarra. Zucca fece per intervenire, ma il vecchio lo fermò con un gesto. Guardava Manuel con aria di sfida.

"Stai cacciando le palle, ragazzi’? Che vuoi?"

"Non fare il finto tonto con me, lo sai benissimo cosa voglio. Voglio vede' Simone, me l'avevi promesso."

Ringhiò, tenendo gli occhi fissi in quelli di Sbarra. Sì, stava cacciando le palle, perché si era ricordato di una cosa che Claudio gli aveva spiegato e che aveva deciso di sfruttare a suo favore, per portare un po' di sollievo a Simone. Il vecchio fece una risatina.

"Non ho mai fatto promesse a nessuno in vita mia, figurati se iniziavo da te, che non sei un cazzo. T'ho detto che te l'avrei fatto vedere se mi girava, ma mo nun me gira. Vattene, prima che te libero il cane contro."

Manuel scosse il capo, facendo un sorrisetto furbo.

"E te conviene che te la fai girare bene, invece, perché ho portato del cibo per Simone e voglio che mangi."

Sbatté di nuovo una mano sulla scrivania, facendo tremare qualche cianfrusaglia poggiata lì sopra.

"È vero, finché c'hai lui mi tieni per le palle, ma se gli succede qualcosa io ti giuro che chiamo pure l'esercito e questo posto de merda te lo faccio smonta' rottame per rottame finché nun trovano tutta la droga che nascondi e poi vediamo chi terrà per le palle chi."

Manuel era furioso, ma quella furia era tenuta sotto controllo e la sua voce era ferma, sicura, affilata. Non stava supplicando il Diavolo, come aveva fatto l'altra volta, gli stava ricordando di poterlo rispedire all'Inferno.

Sbarra rimase sorpreso e sollevò le mani in segno di resa.

"Nun me sembra er caso de metterse a fa' queste minacce, no? C'hai ragione, t'avevo detto una cosa e tu c'hai messo er pensiero. Poi sei stato bravo, mi hai fatto arrivare quei soldi in fretta, ti meriti un premio. Zucca, fa' na cosa, accompagnalo da quell'altro, va'."

                                                                                                                           *****

Simone, da quando aveva ricevuto la breve visita di Manuel -quello vero-, non era più riuscito a tenere il conto dei giorni che passavano. Era sempre più stanco e ciò che sentiva intorno a lui era sempre più confuso, gli era diventato difficile capire se il chiacchiericcio che lo aveva aiutato a scandire il tempo fino a quel momento provenisse davvero dall'ufficio di Sbarra o fosse ormai parte integrante dei propri pensieri. Ogni volta che chiudeva gli occhi -e avveniva sempre più spesso- era sempre meno sicuro che sarebbe riuscito a riaprirli da lì a chissà quanto.

Avrebbe trovato quella prospettiva confortante, in fondo morire nel sonno non era poi un brutto modo per andarsene, se non fosse stato per il pensiero che c'era Manuel ad attenderlo. Non voleva lasciarlo solo e allora si sforzava di resistere ancora, con un'energia che non aveva, combatteva contro il suo stesso corpo per opporsi all'impulso di lasciarsi andare. Sollevare le palpebre era diventato lo sforzo più grande della sua vita.

"Ao, svejate!"

Esclamò una voce, quella di Zucca, accompagnandosi con schiaffi poco gentili sulla guancia già livida. Simone, con molta fatica, si fece guidare fuori dal sonno e quando riaprì gli occhi trovò sia Zucca che Sbarra davanti a lui. Che cazzo vogliono, adesso?

"Certo che te dormi sempre, eh? Mo però te devi alza', te porto a fa' na cosa."

Disse Sbarra, mentre Zucca gli toglieva le manette e lo sollevava di peso. Per fortuna, pensò Simone, perché da solo non sarebbe riuscito ad alzarsi. Rivolse a Sbarra uno sguardo confuso, erano giorni che stava lì e non l'aveva mai fatto uscire, ma non ottenne spiegazioni.

Un po' spinto e un po' sostenuto da Zucca, uscì fuori dalla piccola baracca e subito chiuse gli occhi, accecato dal Sole di quel pomeriggio estivo. Era una bella sensazione, però, sentirlo di nuovo sul proprio viso.

"E muoviti, forza!"

Ringhiò Zucca, spingendolo per l'ennesima volta per farlo avanzare. Simone però non riusciva a camminare bene, un po' perché non vedeva dove andava a causa della troppa luce, e un po' perché le sue gambe erano stanche, quasi atrofizzate per il troppo tempo ferme.

Inciampò più di una volta nei suoi stessi passi, causando le risate dei suoi aguzzini che non lo aiutarono a rialzarsi, anzi Zucca si divertì anche a fargli uno sgambetto, di tanto in tanto. Ebbe molte occasioni di farlo, dal momento che si stavano addentrando sempre di più nello sfascio, in un labirinto di carcasse tutte uguali.

Quando arrivarono di fronte ad un muro, Simone si bloccò per la paura. Gli sembrava una scena d'esecuzione degna di un film. Sbarra e Zucca scoppiarono a ridere.

"Sta' tranquillo, ragazzi’, nun te vojamo mica ammazza’. T'abbiamo portato qua per farti fa' una doccia. Co sto caldo ce vole, no?"

Spiegò il vecchio e Simone si accigliò, perplesso. Non era una gentilezza che si aspettava, ma del resto non si aspettava nemmeno che quella fosse effettivamente una gentilezza.

"Una...una doccia?"

Biascicò, confuso. Sbarra alzò gli occhi al cielo, mentre Zucca lo afferrò per un braccio, trascinandolo verso il muro.

"Mettiamo le cose in chiaro, è stata mia figlia che ha insistito. T'ha preso in simpatia, poi sai come sono le donne, no? Hanno il cuore tenero e le avrai fatto tenerezza…"

"No, secondo me questo non lo sa come sono le donne. È un frocetto."

Commentò Zucca, mentre armeggiava con una pompa lì vicino e Sbarra rise, sprezzante.

"Beh, adesso lo sa. Forza ragazzì, a casa tua te lavi vestito? Te vuoi spoglia’ o no? Nun te preoccupa’, a noi ce piacciono le donne, nun te facciamo niente."

Simone, senza altra scelta, si chinò sui talloni per togliersi scarpette e calzini e quando tornò su gli girò la testa, facendogli annebbiare la vista e portandolo ad indietreggiare alla cieca verso il muro, in cerca di un qualche sostegno. Restò così per qualche secondo, ma poi Sbarra e Zucca cominciarono ad urlargli di sbrigarsi, che non avevano tutto il giorno, e allora fece un paio di passi in avanti -nonostante fosse ancora intontito- per sfilarsi la maglia.

Un dolore lancinante gli attraversò i muscoli indolenziti delle braccia quando le sollevò, tanto da mozzargli il fiato e fargli venire le lacrime agli occhi, che subito abbassò per non farle vedere. Fu in quel momento che per la prima volta notò tutti i lividi sul proprio corpo, alcuni ancora violacei o rossastri, mentre altri avevano già assunto una sfumatura verdognola, uno accanto all'altro come in una sorta di grottesco mosaico. Provò a tastare qualche punto, ma smise subito per le fitte che avvertì.

Ci sto bene, pensò, in mezzo a tutti questi rottami. Sono come loro, sono diventato uno di loro.

Con un ultimo sforzo fece scivolare giù anche i pantaloncini e i boxer, rimanendo completamente nudo, e istintivamente andò a coprirsi il pube con una mano, gesto di cui si pentì subito per le risate che causò.

Sentire gli occhi di quei due sul proprio corpo lo faceva sentire sporco in un modo che quella doccia non avrebbe potuto lavare via, si vergognava e nemmeno lui sapeva bene il perché. Forse perché era convinto che nella sua vita si sarebbe spogliato soltanto per amore, soltanto per essere guardato dalla persona che amava.

Ripensò alle parole di Manuel e ritrovò un po' di coraggio, ma perso nei suoi pensieri non si accorse che Zucca aveva aperto la chiave dell'acqua e venne investito da un getto gelido che gli fece perdere l'equilibrio -già precario- e scivolò a terra.

"Oh, ma dormi 'n piedi?"

Esclamò divertito Zucca, mentre Simone si rialzava dolorante.

"Tiè, pija questa!"

Sbarra gli lanciò una saponetta, che Simone afferrò maldestramente al volo e con cui prese ad insaponarsi rapidamente. Tremava come una foglia, non sapeva se più per l'imbarazzo e la paura o per l'acqua fredda che scorreva sul suo corpo, e non riusciva a tenere a bada i propri muscoli.

"Certo che è caruccio 'sto pischello, però, eh? Secondo me c'è chi pagherebbe per divertisse una notte co lui…"

Commentò Sbarra dopo un po', e Simone sentì il proprio cuore saltargli in gola e lì battere all'impazzata, come a voler uscire dalla bocca. Sperò con tutta l'anima che quella conversazione servisse soltanto a spaventarlo, che non portasse a nulla di concreto. Zucca annuì, ridacchiando.

"Co tutti i depravati che ce stanno, se potrebbero fa bei soldi, sì."

Le restanti risatine e commenti cattivi di Sbarra e Zucca arrivavano ovattati alle orecchie di Simone, il quale cercò in tutti i modi di pensare ad altro: al sorriso di Manuel quando riusciva a risolvere un esercizio di matematica tutto da solo e lui gli faceva i complimenti, ai baci che si scambiavano tra un capitolo e l'altro di scienze, al modo in cui Manuel marcava volutamente l'accento romano quando si metteva a recitare le poesie sul loro libro di inglese, creando un contrasto buffissimo che faceva piegare Simone in due dalle risate e che anche adesso, in quella situazione, gli fece accennare un sorriso al solo pensiero. Pensava a Manuel, insomma, ai momenti passati insieme e ai tanti altri che ancora avrebbero vissuto.

In questo modo, prima che se ne rendesse conto, Zucca chiuse l'acqua e Simone si ridestò come da un sogno. Gli allungarono un asciugamano e dei vestiti, quelli che stavano nel suo borsone da rugby, poi gli dissero di mettere la roba sporca in una busta e lui obbedì.

Come prima, tra spinte e passi incerti, si ritrovò ad attraversare il labirinto di metallo fino a ritornare allo sgabuzzino che ormai conosceva bene e nonostante tutto ne fu felice, perché i suoi muscoli non reggevano più e non vedeva l'ora di potersi sedere.

Sospirò profondamente quando rimase finalmente da solo, in quel buio che stava diventando più familiare della luce e che gli permetteva di nascondere le lacrime da occhi indiscreti. Aveva sempre sentito dire che piangere fosse liberatorio, eppure ogni volta che aveva pianto in quei giorni si era sentito solo peggio, perché avrebbe voluto che ci fosse stato qualcuno -no, non qualcuno, Manuel- ad asciugargli il viso e puntualmente non c'era.

Anche quella volta non fece eccezione, pianse per ore senza sentirsi meglio e aveva ancora le guance umide quando vide aprirsi la porta: Zucca entrò per primo e subito dietro di lui scorse un paio di occhi scuri che in un istante trasformarono quella prigione in una casa.

Chapter Text

"Manuel!"

Esclamò sorpreso, senza riuscire a trattenersi. Manuel gli rivolse uno sguardo veloce e un rapido sorriso, era il suo modo per dirgli di pazientare ancora un attimo.

"Ma che, sta pure legato? Togligli le manette, Zucca."

Disse deciso, guardando l'uomo senza un briciolo della dolcezza che fino ad un istante prima aveva rivolto a Simone.

"Nun se ne parla nemmeno, è già tanto che t'avemo fatto entra’ qua."

Zucca fece per andarsene, ma Manuel gli si parò davanti come un toro che partiva alla carica.

"Ti ho detto che gliele devi togliere. O mi vuoi dire che lo dovete tene' attaccato come quelle povere bestie che tenete fuori, perché non sapete gesti' un ragazzino?"

"Stai tirando un po' troppo la corda, attento che se spezza."

Ringhiò Zucca in risposta, ma fece comunque ciò che Manuel gli aveva detto.

Simone finse di volergli dare una testata, sfidando l'uomo di fronte a lui, un po' a sottolineare le parole che aveva detto Manuel. La sua sola presenza lo faceva sentire più forte, più vivo.

"Scherza tu, scherza, tanto poi queste te le rimetto."

Esclamò l’uomo, agitandogli le manette davanti agli occhi.

Manuel sorrise sghembo alla scena, preferendo però non commentare per non tirare ulteriormente la famosa corda. Non era il momento di fare una gara d'ego.

"Hai visto? Aveva paura che gli facessi nero anche l'altro occhio."

Disse soddisfatto Simone, quando finalmente rimasero soli. Manuel lo guardò sorpreso per un attimo, poi gli rivolse un sorriso furbetto, fiero di lui.

"Ah, ma allora sei stato tu! Ti meriti un premio per quest’azione valorosa!"

Si avvicinò rapidamente a Simone, posò lo zaino a terra e si sedette accanto a lui. Non volendo perdere altro tempo, subito catturò le sue labbra tra le proprie in un morbido bacio, come prima cosa. Come seconda cosa, avvicinò le mani a quelle del suo ragazzo, avendo notato che fino ad un attimo prima si stava massaggiando i polsi.

"Posso?"

L'altro annuì e Manuel avvolse con delicatezza i polsi di Simone tra le proprie dita, cominciando a fare dei piccoli massaggi circolari.

"Dimmelo se ti faccio male."

Non era poi così improbabile, dal momento che le manette lo avevano riempito di graffi. Simone, però, non sembrava sofferente, almeno a giudicare dal suo meraviglioso sorriso.

"Non potresti mai."

Si allungò a dargli un altro bacio, ora che poteva, e poggiò la fronte sulla spalla di Manuel. Restò così per un po', a lasciare che il suo ragazzo continuasse con quei piccoli massaggi, ma ad un certo punto volle di più.

"Mi sei mancato."

Sussurrò, facendo scivolare via le mani da quelle di Manuel per poterle portare dietro di lui e stringerlo in un abbraccio. Fu doloroso per i suoi muscoli indolenziti, ma ne valse la pena.

"Anche tu, Simo', anche tu. Mi manchi ogni giorno…"

Manuel avvolse subito con le braccia la sua metà che da troppo tempo era lontana, stringendola al proprio petto per far incontrare di nuovo i loro cuori.

Simone scoppiò a piangere, travolto da quell'amore, e per la prima volta da quando era lì si lasciò libero di singhiozzare, non gli importava di essere sentito da Sbarra.

"Senza di te, non so nemmeno distinguere i giorni...mi sento impazzire, Manuel. Se non dovessi farcela ad uscire di qui..."

Mormorò tra i singhiozzi, dopo un po', tremando come un bambino tra le braccia del suo ragazzo.

Manuel lo strinse di più a sé, perché al momento non poteva fare altro. Avrebbe dato tutto se stesso per fare in modo che quell’abbraccio bastasse a proteggere Simone da tutto e da tutti. Quelle parole furono per lui come spine conficcate nel cuore e se fino a quel momento era riuscito a trattenere il pianto -pensava che tra loro due soltanto Simone avesse il diritto di piangere e poi lo conosceva, se lo avesse visto singhiozzare si sarebbe preoccupato per lui trascurando se stesso-, lacrime calde cominciarono a scorrergli sulle guance. Anche lui aveva un tremendo bisogno di quell'abbraccio.

"No, Simo', non le devi manco pensa' queste cose, hai capito? Tu da qua ci uscirai con le tue gambe e presto, anche."

Era una promessa che stava facendo a Simone, ma era anche un impegno che ricordava a se stesso. Proprio mentre si recava allo sfascio, aveva cominciato a sviluppare una specie di piano per salvare Simone e anche se doveva ancora parlarne con Claudio, si sentiva un po' più sicuro in quella sua promessa.

Per Simone era facile non pensare a quelle cose adesso che era stretto da Manuel, piccolo piccolo tra le sue braccia, ma diventava molto più difficile quando lui era lontano.

"Portami via adesso, ti prego. Non ce la faccio più…"

Implorò, sollevando il capo quanto bastava per guardarlo negli occhi. Per Manuel quegli occhioni pieni di lacrime e di dolore erano una tortura, ma non osò spostare lo sguardo. Anche volendo, comunque, non ci sarebbe riuscito.

"Non posso, adesso non posso...me dispiace, Simo'."

Sussurrò, la voce rotta sotto il peso della colpa. Cominciò a baciargli il viso bagnato, sperando che potesse essergli di qualche conforto, ed in qualche modo funzionò perché le lacrime, così come erano arrivate, piano piano si arrestarono. Manuel però non mise fine ai suoi baci, almeno non fino a quando sentì Simone allentare la presa intorno al suo busto, segno che era un po' più calmo, adesso.

"Grazie...e scusa."

Mormorò, facendo una carezza sul fianco di Manuel. Sapeva perfettamente che l'altro, se avesse potuto, lo avrebbe tirato fuori di lì già da giorni e che quindi se non lo aveva ancora fatto aveva i suoi motivi, non avrebbe dovuto fare quell'assurda richiesta.

"No, Simo', questa è un'altra cosa che non devi nemmeno pensare. Non hai niente per cui chiedere scusa."

Lo guardava negli occhi -ancora lucidi-, determinato. Era assurdo, per lui, che Simone, perfino quando era indiscutibilmente la vittima, trovasse un qualche motivo per cui scusarsi. Si era scusato per aver mostrato a Chicca la sua foto con Alice, nonostante Manuel se lo fosse meritato per tutta la sofferenza che gli aveva causato, ed ora si stava scusando per aver espresso una sua paura, una paura che lui provava per colpa sua.

"Sono io che devo chiedere scusa a te, è a causa mia se adesso stai qua. Ho trascurato un lavoro per Sbarra e lui s'è vendicato. Non devi scusarti per ciò che provi, non dipende da te."

Prese una mano di Simone e, sollevandola cautamente, la portò alle labbra, baciandola con devozione. Simone accennò un sorriso e gli accarezzò l'arco di Cupido con il pollice.

"E perché hai trascurato questo lavoro?"

Chiese con dolcezza, per niente inquisitorio. Aveva già un'idea della risposta, perché Manuel nell'ultimo mese non aveva fatto altro che passare del tempo con lui, ma voleva che lo dicesse. Non per sentirselo dire, ma perché Manuel ascoltasse se stesso.

"Perché ho preferito stare con te. Non riuscivo a starte lontano."

Manuel sorrise imbarazzato nel dare quella risposta, un imbarazzo piacevole che nasceva dall'amore, quello delle farfalle nello stomaco.

"Allora non devi scusarti nemmeno tu. Va bene così."

Il sorriso di Simone si fece più ampio mentre andava ad abbassare la mano e la sostituiva con le proprie labbra.

Manuel avrebbe voluto ribattere che non era esattamente come diceva lui, ma Simone come sempre sapeva metterlo a tacere.

"Hai il brutto vizio d'esse’ troppo buono con me. Per quello che ti sto facendo passare, dovrei scusarmi fino alla fine dei tempi e manco basterebbe."

Mormorò Manuel sul suo viso, mentre i loro respiri affannati si intrecciavano.

Simone scosse appena il capo, più testardo dell'altro.

"Ti ricordi cosa ci siamo detti…"

Chiuse gli occhi per un istante, non voleva dire 'il giorno in cui mi hanno rapito' e si prese un attimo per cercare un’alternativa. Quando li riaprì, erano velati di malinconia.

"...la mattina del nostro mesiversario?"

Non era un riferimento meno doloroso, dal momento che non avevano avuto occasione di festeggiare, ma era pur sempre meglio di ricordare quella forzata separazione che ancora gravava su di loro.

Manuel annuì, anche lui con gli occhi coperti dallo stesso velo. Certo che si ricordava, ricordava ogni minuto di quella mattina splendida. Così come ricordava ogni istante di quella terribile sera.

"Sì, ti ho promesso che avrei trovato una soluzione con Sbarra, che avrei chiuso. Certo, avrei dovuto pensarci prima…"

Simone, con un certo sforzo, prese il viso di Manuel tra le mani. Le sue guance erano ancora un po' bagnate e lui aveva tutta l'intenzione di far andare via le lacrime da quel volto amato. La barbetta dell’altro gli solleticava la pelle, una sensazione di cui non si sarebbe stancato mai.

"Avevi già iniziato a farlo, solo che io non lo sapevo e tu non te ne rendi conto nemmeno adesso. Hai scelto noi, non devi scusarti per questo."

Manuel sollevò una mano per poggiarla su una di quelle di Simone ed accarezzarla. Di solito scherzava sul fatto che quelle mani fossero quasi più grandi della sua faccia, ma apprezzava sempre tantissimo sentirle su di sé. Accennò un sorriso mesto, continuava a pensare che Simone lo stesse perdonando troppo facilmente.

Simone intercettò quei pensieri dietro i suoi occhi e alzò i propri verso il cielo per un istante.

"Senti, hai scelto me al posto di Sbarra, qualsiasi fidanzato sarebbe contento, no?"

Disse divertito e Manuel, a questo punto, non poté fare altro che mettere da parte i propri pensieri e ridere.

"Ma te da quando sei così cazzaro? Pure prima, con Zucca, che hai fatto finta de dargli una testata…"

Simone ridacchiò, facendo spallucce.

"Non saprei di preciso, da quand'è che ti conosco?"

Manuel rise di nuovo e Simone si unì alla sua risata in un attimo. L'ultima volta che le loro risate avevano riempito una stanza erano in camera di Simone -che ormai era di Simone e Manuel- a scambiarsi baci illegali e nessuno di loro due sapeva che sarebbe stata l'ultima. L'ultima fino a quel momento, almeno.

"Allora vedi che avevo ragione? Ti ho fatto diventare meno stronzo!"

Esclamò Manuel, tra gli strascichi della sua stessa risata. Simone lo guardò sollevando un sopracciglio, con lo stesso divertimento.

"Potrei dirti la stessa cosa, anzi te la dico! Ho risolto la domanda Manuelica."

E Manuel, allora, si sporse a dargli un bacio a fior di labbra.

"Manuel ringrazia."

Sussurrò, innamorato. Gli diede un altro bacio, poi si spostò quanto bastava a prendere lo zaino. Era andato lì con uno scopo preciso, in fin dei conti.

"Senti, io non so per quanto tempo Sbarra mi farà ancora stare qua, che ne dici di mangiare un attimo prima di riprendere a fare i cazzari?"

Simone sgranò gli occhi, sorpreso. Non se lo aspettava, ma in fondo era piuttosto stupido da parte sua non aspettarsi che Manuel facesse una cosa del genere.

"Mi hai portato da mangiare?"

"Certo! Che, te pare che te lasciavo digiuno?"

Aprì lo zaino, allungando per prima cosa a Simone una bottiglietta d'acqua dopo avergliela aperta. A Simone non passò inosservata quella premura, che gli fece nascere un sorriso sulle labbra. Era così facile sorridere, quando stava con Manuel.

"Allora, lo chef propone panini pollo e insalata, prosciutto e formaggio, salmone e maionese. Premesso che te li devi magna' tutti altrimenti lo chef s'offende, da quale vuoi cominciare?"

Simone si prese qualche momento per bere -moriva di sete, neanche a dirlo-, poi poggiò la bottiglietta a terra e fece spallucce.

"Scegli tu, per me è uguale."

Manuel annuì e tirò fuori la busta con i panini, tutti accuratamente avvolti dalla pellicola da cucina. Opera di Claudio, ovviamente, lui di solito ci litigava con quella roba.
Simone fece una risatina quando li vide.

"Questi non sono panini, sono bastoni! Ma quanto sono grandi, scusa?"

Manuel alzò gli occhi al cielo.

"Scusami, devo essermi perso un passaggio: per caso qua te servono arrosto tutti i giorni?"

Simone scosse il capo, con un sorriso appena accennato sul volto.

"No, non lo fanno…"

"Eh, allora non protesta' e magna, che ne hai bisogno."

Manuel gli parlò con gli occhi che traboccavano di premura e si sporse a dargli un bacio a fior di labbra. Avrebbe voluto poter fare di più.

"Grazie, Paperotto."

Sussurrò Simone, con dolcezza, e l'altro gli sorrise di rimando. Tentò poi di sollevarsi un po' sulle braccia per sistemarsi meglio contro il muro e il suo volto si contrasse in una fitta di dolore. In un attimo Manuel gli fu accanto per sostenerlo.

"Oh, che c'è?"

Chiese preoccupato, anche se poteva immaginare la risposta. Simone sospirò profondamente, in attesa che le fitte passassero.

"C'è che mi fa male ovunque. Che rugbista penoso che sono, eh?"

Rispose con un'autoironia che aveva il sapore della rassegnazione e Manuel si sentì morire dentro. Se avesse potuto, avrebbe scambiato il proprio corpo con il suo, per farsi carico del suo dolore.

"No, neanche un po'. Tranquillo, dai, poggiati a me."

Si sistemò dietro di lui, cautamente, e con delicatezza lo aiutò a poggiare la schiena sul suo petto. Simone sospirò sollevato a quel contatto, il petto di Manuel era decisamente più comodo del muro.

"Peso?"

Domandò, sollevando lo sguardo verso il suo ragazzo. Manuel scosse il capo, sorridendo dolcemente.

"Simo', è il vuoto che pesa, non tu. Te sei il peso più leggero del mondo."

Sussurrò, facendogli una carezza tra i corti ricci che ricadevano sulla fronte.

"Adesso mangia, così starai meglio."

Gli allungò un panino, dopo avergli tolto un po' di pellicola. Simone lo prese, ma non iniziò a mangiare subito, prima lo fissò per qualche secondo.

"Però non posso mangiare da solo, è deprimente, no?"

Disse, ripetendo più o meno le parole che Manuel gli aveva detto la prima volta che avevano cenato insieme. Aveva una gran fame, non poteva negarlo, ma il bisogno di condividere un pasto con Manuel era ancora più forte. Per lui significava un piccolo ritorno alla normalità, gli dava speranza.

Manuel accennò un sorriso, riconoscendo la sua stessa citazione, e poi fece un profondo respiro. Intuiva le motivazioni che spingevano Simone a fargli quella richiesta, anche lui aveva voglia di normalità.

"Sei te che hai bisogno de magna', non io, però...dai, damme un pezzetto, così ti faccio compagnia."

Simone sorrise a trentadue denti, estremamente grato, e spezzò un pezzo di panino per darlo al suo ragazzo.

Mangiarono in silenzio, Simone era troppo affamato per parlare e Manuel si prese quel tempo per osservare Simone, mentre gli accarezzava un fianco con una mano, delicatamente. Si accorse solo in quel momento che l'altro non indossava più la tuta degli allenamenti e non era neanche sporco come l'ultima volta che l'aveva visto. Si accigliò leggermente, perplesso, ma se Simone aveva avuto la possibilità di lavarsi, ne era contento.

"Ma dimme 'na cosa, t'hanno fatto lava'?"

Chiese mentre gli porgeva il secondo panino.

Simone ebbe un attimo di esitazione, non sapeva se dirgli proprio tutto. Per lui non era stata un'esperienza piacevole, anche per le cose che aveva sentito dire a Sbarra e a Zucca, ma non voleva far preoccupare ulteriormente Manuel.

"Sì, mi hanno portato a fare una doccia."

Rispose sbrigativo, dando subito un morso al pane per avere la bocca occupata. A Manuel quella reazione non convinse.

"Simo, t'hanno fatto qualcosa? Ti prego, se è successo qualcosa me lo devi dire…"

Simone scosse il capo, per poi buttare giù il boccone. Il problema era che se gli avesse riferito i commenti che quei due avevano fatto su di lui, sul suo corpo, Manuel avrebbe fatto il pazzo e si sarebbe messo nei guai.

"No, no, non mi hanno fatto niente, tranquillo."

In fin dei conti non era nemmeno tanto una bugia, materialmente Sbarra e Zucca non l'avevano neanche sfiorato.

"È stato solo un po' imbarazzante, ma...niente di grave, non ti preoccupare."

Manuel spostò leggermente il capo per osservare la sua espressione, per cogliere in quegli occhi grandi e bellissimi le parole che la bocca di Simone non pronunciava. Simone, però, teneva lo sguardo basso, fisso sul panino, e Manuel non poté vedere molto. Tornò sospirando nella posizione di prima e poggiò le labbra tra i ricci morbidi del suo ragazzo.

"Sei coraggioso, lo sai?"

Sussurrò dolcemente, riprendendo anche ad accarezzargli il fianco. Simone si sentì avvampare per l'imbarazzo, lui non si sentiva affatto così.

"Che c'entra adesso, scusa?"

"Lo so io cosa c'entra. Tu cerca di non dimenticarlo, me lo prometti?"

Gli diede un altro bacio tra i capelli, poi un altro ancora. Simone si sentiva al sicuro tra tutte quelle premure, poggiato a quel corpo che era il suo posto sicuro, il suo punto fermo. Il suo coraggio, che lui non vedeva - ma Manuel sì- proveniva senz'altro da lì.

"Te lo prometto, se anche tu mi prometti di non dimenticarti del tuo, di coraggio."

Manuel preferì non rispondere, limitandosi a posare qualche altro bacio tra quei ricci morbidi o ad accarezzarli con la punta del naso. La verità era che lui era soltanto un codardo, aveva paura di perdere Simone e quella paura lo paralizzava, gli impediva di affrontare Sbarra come avrebbe dovuto per paura -ancora una volta- di peggiorare le cose. Una persona con un po' più di fegato avrebbe corso il rischio, lui invece era impantanato.

Simone spostò leggermente il capo, sottraendosi quindi a quelle carezze, per guardarlo. Se Manuel restava in silenzio, voleva dire che era la sua testa a parlare.
"Non ci pensare, non è vero."

Manuel distolse lo sguardo, puntandolo verso il suo zaino poco distante. Cazzo, era incredibile il modo in cui Simone sapesse sempre leggergli dentro.

"Adesso sai leggere anche nel pensiero?"

Sorrise mestamente. Non era sulla difensiva, quei giorni erano finiti da tempo, era solo genuinamente sorpreso.

"Beh no, nel pensiero no, però nei tuoi silenzi...sì, diciamo che in quelli ho imparato a leggere qualcosa. E sto leggendo una cosa che sinceramente non mi piace."
Rispose Simone, paziente. Da quando stavano insieme Manuel gli parlava molto di più, gli raccontava ciò che provava e ciò che gli passava per la testa, ma c'erano ancora dei momenti -come questo- in cui si chiudeva in se stesso e le sue parole, se anche c'erano, non significavano niente. Simone aveva imparato a leggere tra le righe e aveva capito ad esempio che un 'chi me li passa i compiti di matematica?' significava in realtà 'torna, mi manchi da morire' e che un silenzio come quello era soltanto una richiesta d'aiuto.

"Me spiace, la prossima volta te porto qualcosa de più avvincente."

Manuel fece un respiro profondo e tornò a guardare Simone, per cercare di capire come lo vedeva lui. Si sentiva una persona migliore, negli occhi dell'altro.

"Tu cosa cambieresti?"

Sussurrò poi, quasi impercettibilmente. Simone gli prese la mano libera -quella non impegnata ad accarezzargli il fianco- nella propria.

"Cambierei il modo in cui ti vedi. Nemmeno io mi sento coraggioso, anch'io ho tanta paura, eppure per te lo sono e allora ci credo anch'io. Perché per te non può essere lo stesso?"

Manuel, istintivamente, strinse la sua mano, come se potesse bastare a scacciare via le sue paure.

"Perché tu stai affrontando le tue paure ogni cazzo de giorno, mentre io non lo riesco a fare. Se avessi affrontato Sbarra a muso duro, invece di assecondare le sue stronzate, adesso tu saresti già fuori di qui."

"O magari saremmo morti entrambi. Se l'avessi fatto, ti saresti trovato ad affrontare non solo Sbarra, ma anche tutti quelli che lavorano per lui. So che la matematica non è il tuo forte, però di sicuro capisci anche tu che saresti stato in inferiorità numerica, no?"

L'altro ragazzo accennò una risatina, poi scrollò le spalle.

"Avrei potuto chiamare la polizia, però."

"Mh, e perché non l'hai fatto?"

"Perché... perché Sbarra se ne sarebbe accorto e chissà cosa ti avrebbe fatto."

Simone gli sorrise, dandogli poi un bacio sulla guancia.

"E allora vedi che anche tu stai affrontando le tue paure ogni giorno? Pensa che in fin dei conti avresti anche potuto abbandonarmi, dopotutto stiamo insieme solo da un mese…"

Fu volutamente provocatorio con quella sua ultima frase, sapeva bene che Manuel non lo avrebbe mai abbandonato, ma voleva davvero che capisse quanto a fondo si spingesse il suo coraggio.

Manuel, pur cogliendo la provocazione e comprendendo il suo significato, sentì il bisogno di avvolgere Simone tra le braccia per fargli capire che no, quella non era un'opzione.

"No, questo non è proprio possibile. Questo mese è stato il più bello della mia vita, tu sei la cosa migliore che mi sia capitata nella mia vita e non ti abbandono, non lo dire neanche per scherzo."

Simone ridacchiò, mentre le sue guance si coloravano di rosso per quella dichiarazione inaspettata, che il suo cuore ricambiava con tutto se stesso.

"Allora hai capito cosa volevo dire?"

Manuel annuì in risposta, dandogli un bacio sulla guancia arrossata. Era anche un po' più calda, sotto le sue labbra.

"Sì, ho capito, mi hai convinto e ti ringrazio. Adesso però torna a magna', su!"

Simone fece una risatina e aprì l'altro panino, dando subito un bel morso.

"Per inciso, comunque, è tutto ricambiato, solo che tu ovviamente lo sai dire meglio."

Manuel sorrise sghembo, spostandosi a posargli un bacio sul collo. Era un modo per ringraziarlo.

"Anche te non sei stato male con le parole, però. Attento, che da matematico a filosofo è un attimo!"

"Ah no, per carità, basti tu! Appena torniamo a casa, ti faccio vedere se non sono un matematico!"

Ribatté divertito Simone, stando attento a non strozzarsi con il cibo.

Manuel gli diede un altro bacio sul collo, gli piaceva quella prospettiva, soprattutto la parte in cui sarebbero tornati a casa. Doveva crederci.

"Mh, non vedo l'ora."

Sussurrò sulla sua pelle e sentì distintamente l'altro ragazzo fremere. Decise di lasciarlo in pace, non era proprio il luogo adatto per mettersi a provocarlo, quindi tornò ad appoggiarsi al muro e lasciò che Simone finisse i panini indisturbato facendogli soltanto qualche carezza sul fianco. A quelle non poteva proprio rinunciare e anche Simone la pensava allo stesso modo. Stare così, con Manuel, aveva perfino attutito le vertigini.

"Erano boni i panini?"

Simone bevve un po' d'acqua, poi annuì.

"Boni come chi li ha preparati."

Rispose, volendo fare un po' il marpione. Manuel alzò un sopracciglio, divertito. Era positivo il fatto che Simone volesse giocare un po', voleva dire che tutto sommato stava bene.

"E allora ce sta un problema, perché li ha preparati Claudio. Come la mettiamo?"

Simone sorrise sghembo, rivolgendo a Manuel uno sguardo di sfida. Quanto gli erano mancati quei momenti di leggerezza.

"Io non vedo nessun problema, onestamente."

Replicò tagliente e Manuel trattenne a stento una risata.

"Cioè aspe', me stai dicendo che Claudio è bono? Più di me?"

Esclamò, fingendosi incredulo ed offeso. Nel frattempo, però, non aveva smesso un attimo di accarezzare Simone.

"Bono è bono, su questo non puoi dire niente."

Fece volutamente una pausa, solo per godere ancora un attimo della finta espressione offesa del suo ragazzo. In realtà, dalla luce nei suoi occhi, poteva vedere che era sul punto di scoppiare a ridere. Si stava anche mordicchiando l'interno delle guance, proprio per evitare la risata.

"Ma non lo è più di te, questo no. Tu sei il ragazzo più bello e più dolce di tutta Roma e io sono tanto innamorato di te. Solo di te."

Manuel si sciolse in un tenero sorriso, di quelli che secondo Simone potevano illuminare la notte, e sentì i propri occhi inumidirsi. Prima di incontrare Simone, nessuno gli aveva mai detto che fosse dolce, anzi molto spesso gli veniva detto che era uno stronzo. Forse, però, il motivo stava nel fatto che soltanto da quando aveva conosciuto Simone aveva abbassato le difese e aveva permesso alla propria dolcezza di venire fuori.

"E qua ce sta n'altro problema, perché anche io sono tanto innamorato del ragazzo più bello e più dolce de tutta Roma e no, sono sicuro che parliamo di due persone diverse. Che se fa?"

Simone scoppiò a ridere, ma presto quella risata venne interrotta da un violento attacco di tosse che lo fece scattare in avanti. Manuel si protese verso di lui immediatamente, preoccupato.

"Tranquillo, oh, calmo…"

Gli fece qualche carezza sulla schiena in attesa che l'attacco passasse, poi gli porse la bottiglietta in modo che si rinfrescasse la gola. Simone bevve avidamente, fino a svuotarla. Per fortuna Manuel ne aveva portate altre.

"Tutto bene, Simo'?"

L'altro annuì, schiarendosi poi la voce.

"Senti, mi potresti aiutare ad alzarmi un po'? Voglio sgranchirmi le gambe…"

“Certo, aspetta…”

Lo scostò delicatamente da sé, poi si accovacciò accanto a lui per aiutarlo a mettersi in piedi. Simone contrasse il volto in un’espressione di dolore e mugolò, aggrappandosi a lui con tutta la forza che aveva.

“Piano, piano, piano…”

Sussurrò l’altro, sostenendolo saldamente. Il suo viso era il ritratto della preoccupazione, Simone era conciato peggio di quanto pensasse.

“Solo un attimo…”

Mormorò Simone mentre poggiava il capo sulla spalla di Manuel, aveva di nuovo le vertigini. L’altro ragazzo sospirò e mise una mano tra i suoi capelli, accarezzandolo lentamente.

“Tutto il tempo che vuoi, non ti preoccupare. Ce sto io, ok?”

Simone accennò un sorriso, grato, e si prese tutti gli attimi che gli servivano. Quando si sentì pronto, fece cenno a Manuel di voler cominciare a camminare e insieme mossero lentamente i primi passi. Le gambe gli dolevano ogni volta che sollevava un piede e ogni volta che lo poggiava, ma sentì il dolore scemare dopo il primo giro della piccola stanza. Manuel era paziente e non gli metteva fretta, anzi per lui ogni passetto era una piccola conquista.

“E quindi…i panini li ha fatti Claudio? Come sta?”

“Sta bene, anche se è preoccupato per te. Mi sta aiutando tanto, è…beh, lo sai meglio di me com’è fatto, no? Sto da lui, in questi giorni…”

Simone posò su di lui il suo sguardo, chiedendogli di più soltanto con gli occhi. Manuel accennò un sorrisetto di circostanza.

“Da quando sei qui, non me la sono sentita di restare a casa tua…”

“Casa nostra.”

Lo corresse subito Simone e Manuel annuì appena. Faceva fatica a ricordarselo, se in quella casa non c’era la sua metà.

“Sì, casa nostra, scusa. È che lì ci sono anche tuo padre, tua nonna e…e immagino che anche a loro faccia piacere non avere tra i piedi il tizio che ti ha messo nei guai.”

Simone si morse un labbro, impensierito. Aveva pensato tanto a Manuel in quei giorni di solitudine, ma anche alla sua famiglia: si chiedeva come sua nonna avesse accusato il colpo, perché sì certo, era una donna forte, ma anche anziana e certe cose sono più dure ad una certa età; si domandava se avessero informato sua madre, che stava ancora a Glasgow, e temeva che potesse sentirsi inutile ed impotente, così lontana; anche suo padre gli mancava, nell’ultimo periodo avevano iniziato a ricucire un legame che si era strappato tanto tempo prima e Simone aveva finalmente saputo cosa avesse causato quello squarcio. Per suo padre, quindi, non doveva essere facile andare avanti con la paura di perdere anche il suo secondo figlio, l’ultimo rimasto. Sbatté le palpebre un paio di volte per scacciare le lacrime che gli appannavano la vista e istintivamente si strinse un po’ di più a Manuel.

“Come stanno, loro?”

Manuel sospirò profondamente, non c’era un modo piacevole per dire che la sua famiglia viveva nella paura che ogni telefonata di Claudio potesse portare una cattiva notizia.

“Hai già abbastanza pensieri, Simo’, e non te ne vorrei dare altri, ma non voglio nemmeno dirti una bugia. Per quel poco che li ho visti e da quello che mi dice Claudio, posso dirti che stanno male, sono preoccupatissimi per te, ma sono anche forti e resistono. Hai preso da loro, dopotutto, no?”

Simone curvò l’angolo delle labbra in un piccolo sorriso, sperava davvero che fosse così. Guardò di nuovo il suo ragazzo, solo per pochi attimi prima di tornare a concentrarsi sui propri passi, il tempo di capire dalla sua espressione triste che anche lui aveva bisogno di sentirsi chiedere come si sentisse. Era sicuro che nessuno gliel’avesse domandato, tutti troppo occupati a preoccuparsi di lui, ed era altrettanto sicuro che Manuel non avesse cercato l’aiuto di nessuno, preso dai sensi di colpa e dall’apprensione.

“E tu, invece, com’è che stai?”

Eh, come stava, bella domanda. Stava una merda, ma non poteva rispondere così a Simone. Non poteva dirgli che da quando lui non c’era aveva dimenticato cosa fosse la felicità, cosa fosse la serenità. Non poteva confessargli che di notte non dormiva perché senza di lui non avevano senso nemmeno i sogni e che di giorno non avrebbe voluto fare altro che sprofondare in un lunghissimo sonno perché anche la realtà faceva schifo, da solo. Come aveva detto prima, non voleva dargli altri pensieri, quindi si limitò a rispondere con una scrollata di spalle.

“Sto come mi vedi. Non ti preoccupare, me la cavo.”

Teneva lo sguardo basso, rivolto verso le scarpe di Simone come a voler controllare dove mettesse i piedi, ma era solo un modo per nascondere i suoi occhi in cui Simone sapeva trovare verità nascoste meglio di chiunque altro.

L’altro ragazzo non si fece convincere da quella risposta, che nel personalissimo dizionario di Manuel voleva dire qualcosa tipo ‘Sto uno schifo, ma tu stai peggio di me e io non ho diritto di lamentarmi.’, quindi si fermò e si mise davanti a lui, portando le mani sui suoi fianchi un po’ per reggersi e un po’ per tenerlo vicino e fargli capire che per lui c’era, c’era sempre.

Manuel si morse un labbro, continuando a tenere lo sguardo basso.

“Lo so che te la cavi, sei un maestro nell’arte del cavarsela, ma non basta, non va bene.”

Mormorò Simone, per poi posargli un bacio sulla fronte, tra i capelli in disordine.

“È un momento di merda, ma lo è per entrambi, lo so che ci stai male. Finché posso, adesso, vorrei fare qualcosa per aiutarti.”

Manuel lo sapeva, Simone si sarebbe privato anche dell’aria che respirava per dare ossigeno a lui: sempre generoso, sempre altruista, sempre pronto a farsi in quattro per lui, più di quanto meritasse.

“Se mi vuoi aiutare, allora non pensare a me.”

Sollevò finalmente gli occhi verso il suo ragazzo, incastrandoli nei suoi come faceva sempre. Era il miglior modo di parlarsi, quello.

“E non lo dico perché penso di non meritarmelo, anche se un po’ è vero, ma perché in questo momento devi pensare solo a te stesso, solo a resistere, capito?”

Prese il viso di Simone tra le mani, accarezzandolo con i pollici. Gli era cresciuta un po’ di barba in quei giorni e gli solleticava la pelle, era una sensazione che Manuel non aveva mai sperimentato, ma in quel momento non riusciva a godersela pienamente.

“Lo so che ti sto chiedendo tanto, ma…”

Simone lo interruppe, sorridendogli.

“Niente ma, va bene così. Se me lo chiedi tu, se dici che può aiutarti, allora lo faccio.”

Manuel ricambiò il sorriso, anche se più mestamente, e lo baciò a fior di labbra. Avrebbe proposto a Claudio il suo piano quella sera stessa, più un angolo del suo cervello ci pensava e più gli sembrava sensato.

“Dai, camminiamo un altro po’.

Propose Simone e Manuel tornò subito al suo fianco, reggendolo a sé.

“La prossima passeggiata, però, la facciamo in un posto più bello.”

Promise, allargando il proprio sorriso. Fecero qualche altro giro della stanza, andando un po’ a caso da un lato all’altro, finché Simone non decise di fermarsi.

“Stanco?”

Gli diede un bacio sulla tempia, premuroso, mentre l’altro annuiva.

“Sono proprio un rugbista penoso…”

Mormorò divertito e Manuel ridacchiò.

“Tranquillo, non lo dico a nessuno.”

Ribatté con lo stesso tono scherzoso, mentre lo aiutava a sedersi a terra. Si sistemò accanto a lui e tirò a sé lo zaino, prendendo subito una bottiglietta per farlo bere. Oltre a quella, però, tirò fuori anche un contenitore per alimenti, non molto grande, che attirò lo sguardo incuriosito di Simone.

“Che hai portato?”

“Un po’ di frutta, che fa sempre bene.”

Nello specifico, la piccola scatola era piena di ciliegie, fragole e di qualche pesca già sbucciata e tagliata. Di questo si era occupato lui, non Claudio.

Simone diede uno sguardo a quei frutti e poi al suo fidanzato, con un’espressione estremamente divertita.

“Manuel, non ti ho mai visto mangiare frutta da quando ti conosco.”

Il ragazzo sbuffò, un po’ come quando sua madre lo rimproverava per lo stesso motivo.

“Eh, c’è sempre tempo per cambiare idea, no?”

E quella non era nemmeno la prima cosa sui cui cambiava idea, considerando che fino a qualche tempo prima si ostinava a ripetere che non gli piacesse quel ragazzo che adesso teneva accanto a sé e da cui, se avesse potuto, non si sarebbe mai separato.

“Facciamo Lilli e il Vagabondo?”

Propose in aggiunta e Simone annuì contentissimo. Manuel, allora, prese un pezzetto di pesca e se lo portò tra i denti, avvicinandosi all’altro per fargli dare un morso. Poi fu il turno di Simone di tenere la fettina in bocca, mentre l’altro si avvicinava. Andarono avanti così per un po’, spensierati, finendo tutte le pesche e le fragole in poco tempo.

“E queste?”

Simone indicò le ciliegie, che erano più scomode da mangiare in quel modo.

“Beh, queste…ho un’idea, vie’ qua, dai.”

Lo aiutò a stendersi, facendogli poggiare la testa sulle sue gambe.

“Comodo?”

L’altro annuì, sorridente.

“E sapessi che bella vista che c’è da qui.”

Manuel ridacchiò imbarazzato, scuotendo il capo. ‘Questo me sta a diventa’ un marpione de prima categoria’, pensò, mentre prendeva una ciliegia e vi dava un morso per tagliarla a metà.

“Sicuramente non batte la mia, da qui vedo due stelle che sembrano due Soli.”

Avvicinò l’altra metà della ciliegia alle labbra di Simone dopo aver gettato il nocciolo nella scatola. Simone attese un attimo, però, e sorrise furbetto.

“Tu lo sai che il Sole è una stella, vero? Ti prego, dimmi che lo sai…”

Disse per provocarlo e Manuel fece un verso di stizza, poi sbuffò. Non era mica così ignorante, lui!

“Certo che lo so, ma ti pare? Questa è sublimazione, che ne vuoi capire, tu! E mo magnate sta ciliegia, prima che te la spiaccichi sul naso!”

Simone scoppiò a ridere e la risata di Manuel subito si unì alla sua.

A risate placate, Simone accolse il pezzo di ciliegia tra le labbra, approfittandone per posare una sorta di bacio sui polpastrelli di Manuel. Lui non se l'aspettava, ma gradì molto quel gesto che gli fece battere il cuore un po' più velocemente.

"Oh, non morde, eh…"

Lo avvertì, scherzoso, prima di porgergli un'altra metà di ciliegia, da cui aveva rimosso il nocciolo allo stesso modo della prima.

"No, faccio il bravo, promesso."

Simone fu molto bravo, non diede morsi, ma soltanto baci leggeri che erano diventati un po' come le ciliegie, uno tirava l'altro.

Manuel, per ringraziarlo di quei piccoli doni, aveva iniziato ad accarezzargli i capelli con dei lenti movimenti circolari, che Simone apprezzava sempre tantissimo. Continuò anche dopo che ebbero finito le ciliegie, quando Simone prese la sua mano libera nella propria, mettendosi ad accarezzarla. Era una parentesi perfetta in una situazione imperfetta.

"Ma lo sai che sembri proprio un cerbiattino?"

Esordì Manuel ad un certo punto, apparentemente a caso, ma in realtà stava seguendo un ragionamento coerente. Simone lo guardò incuriosito, sorridente.

"Un cerbiattino? E come ti è venuta, questa? È sempre sublimazione?"

Chiese divertito e Manuel fece una risatina.

"Un po' sì, dai. È che c'hai sti occhioni grandi e caldi, poi adesso hai mangiato le ciliegie piano piano, delicato, proprio come un cerbiatto. Sai cosa, Simo'? Mi sa che ho trovato il soprannome pe’ te!"

Era particolarmente fiero di quel soprannome, si era tormentato tanto per trovarne uno a Simone dopo che lui si era inventato 'Paperotto', ma nessuno di quelli che gli venivano in mente sembrava adatto a descriverlo.

"Scusa, ma un pezzo di ragazzo come me lo puoi mai chiamare Cerbiattino?"

Ribatté scherzosamente, ripetendo una protesta che Manuel spesso gli faceva. Manuel sorrise sghembo, furbescamente.

"È una cosa tenera, mi piace."

Fu lui, adesso, a citare il proprio fidanzato.

"Che, quando tu lo dici a me va bene, ma sei io lo dico a te non va più bene?"

Aggiunse e Simone scosse il capo. Andava più che bene, anzi.

"Mi piace tantissimo, invece. Grazie, Paperotto."

"Ah, di niente, figurati. Quindi adesso che facciamo, cambiamo il nome della società in Cerbiattino e Paperotto Associati?"

Domandò scherzoso e Simone fece una risatina.

"Così sembra uno zoo, meglio restare sul professionale."

"Perché siamo molto professionali noi, no?"

Ribatté Manuel, arruffandogli affettuosamente i capelli. La loro bolla scoppiò improvvisamente all'aprirsi della porta, e i due ragazzi furono prepotentemente riportati alla realtà.

"Interrompiamo qualcosa?"

Chiese la voce fredda di Sbarra, che in un attimo spense i sorrisi sul volto di Manuel e Simone. Insieme a lui c'era l'immancabile Zucca e un altro tizio dalla stessa aria poco raccomandabile che Manuel aveva visto di sfuggita, di tanto in tanto. Zucca sollevò Simone di peso, facendolo mugolare per il dolore.

"Oh, fa' piano, stronzo!"

Ringhiò Manuel guardandoli, mentre veniva sollevato a sua volta dall'altro tizio. Fece anche per spingersi verso Zucca, ma venne trattenuto con forza.

"Ah, piano, dici? E mo te faccio vede'!"

Gli disse Zucca, dando uno schiaffo a Simone sulla guancia già livida. Rise di gusto, mentre Manuel si dimenava.

"Va bene così? O forse è meglio così, aspetta…"

E così dicendo diede un pugno al ragazzo in pieno stomaco, facendolo piegare in due con un verso di dolore.

"Basta, smettila! Sbarra, fallo smette!"

Implorò Manuel, cercando ancora di liberarsi. Sbarra ridacchiò.

"Eh, io lo farei pure, ma non posso. Anzi, me sa che Zucca deve continua’."

Entrambi i ragazzi si voltarono verso il vecchio, che per il momento era rimasto sulla porta.
Entrambi ebbero paura per l'altro.

Sbarra si spostò un attimo di lato per prendere qualcosa appoggiato al muro. Era un tubo di metallo, un pezzo come un altro che era normale si trovasse in uno sfascio, ma quando Manuel lo vide sbiancò.

"Vedi, Manuel, c'ho riflettuto e devo di’ che nun m’è piaciuto il modo in cui ti sei rivolto a me, prima. Hai messo in mezzo pure l'esercito, hai esagerato, non trovi?"

Il vecchio, parlando, si era avvicinato al suo scagnozzo più fidato e gli porse il pezzo, che quello prese ghignando. Lo soppesò in una mano, per preparare il colpo. Simone intanto si agitava, cercando di liberarsi, ma Zucca lo spinse con maggiore forza contro il muro.

"Sì, ho esagerato, me dispiace! Non lo faccio più, te lo prometto! Ti prego, non lo fare…"

Esclamò Manuel, con il cuore in gola, mentre anche lui tentava inutilmente di liberarsi con qualche strattone. Anche i suoi tentativi di supplica furono inutili, ebbero soltanto l'effetto di far sghignazzare i tre uomini.

"Ma sentitelo, il leone è diventato n'agnellino! Manco la dignità c'hai…"

Scosse il capo, come se fosse stato deluso dal suo comportamento.

"Devi capi' che delle tue promesse non me ne faccio niente, ma proprio niente. Io me vedo costretto a fare questa cosa qua, che te credi che a me fa piacere?"

Sì, Manuel credeva fermamente che a Sbarra facesse piacere, anzi ne era sicuro, lo leggeva in quei suoi occhietti viscidi. Glieli avrebbe cavati, se avesse potuto.

"Mo scegli, gamba destra o sinistra? Secondo te a Simone quale serve de meno?"

"No, Sbarra, te prego, prenditela con me, non con lui! Sono io che ti ho mancato de rispetto, no?"

Supplicò ancora, terrorizzato, non potendo fare altro. Sbarra ancora una volta gli rispose con una risatina.

"Risposta sbagliata. Zucca, fa' un po' come te pare."

Simone cercò Manuel con lo sguardo, terrorizzato, e Manuel, con occhi altrettanto sbarrati, poté soltanto assistere impotente alla scena. Si sentì il fischio del metallo che fendeva l'aria e poi un crack secco, seguito da un urlo straziante. Per Manuel fu come se gli avessero strappato il cuore dal petto.

"No! Simo!"

Gridò, in lacrime. Sbarra gli si avvicinò e gli diede uno schiaffo.

"È solo colpa tua se adesso er pischello tuo sta così, ricordatelo la prossima volta che vuoi fare il fenomeno."

In un altro momento Manuel lo avrebbe guardato con occhi infuocati e lo avrebbe insultato, ma adesso il suo sguardo era solo per Simone -il suo cuore-, che si era accasciato a terra e gemeva per il dolore, la gamba piena di sangue era piegata in una posizione quasi innaturale.

Manuel si diede del coglione, si era sentito così forte a rispondere a Sbarra in quel modo, si era illuso di potergli tenere testa e invece ancora una volta Simone era finito a pagare per lui. Doveva salvarlo e doveva farlo il prima possibile.

Chapter Text

Manuel giaceva disteso sul divano di Claudio e con una mano manteneva una busta di ghiaccio sullo zigomo sinistro, che ancora sentiva pulsare. Zucca e l'altro pezzo di fango si erano divertiti anche con lui mentre lo trascinavano fuori, anche se indubbiamente a Simone era andata peggio.

Aveva dovuto chiamare Claudio per farsi venire a prendere, era riuscito a guidare la moto solo per poche centinaia di metri, quanto bastava ad allontanarsi a sufficienza dallo sfascio, ma non avrebbe retto ulteriormente.

Claudio, a sua volta, aveva telefonato a quel suo amico ispettore, chiedendogli di recuperare la moto e portarla a casa sua. Era un bene, perché Manuel aveva intenzione di parlare anche con lui, oltre che con Claudio.

"Te sei sicuro che di questo tizio ce se po' fida', sì?"

Domandò, guardando con l'unico occhio aperto l'avvocato seduto sul bordo del divano. Claudio accennò un sorriso, un sorriso velato di malinconia, e annuì.

"Credimi, Manuel, se ti dico che affiderei all'ispettore Liguori la mia vita. Sa ciò che fa, non temere."

Ed in effetti lui la sua vita gliel'aveva affidata anni prima e c'era una cicatrice a dimostrarlo.

Manuel lo fissò per qualche istante, domandandosi se fosse abbastanza per affidargli anche la vita di Simone. Claudio sembrava sicuro di ciò che diceva.

"Vi conoscete da molto tempo, quindi?"

L'avvocato annuì, sporgendosi poi a riposizionare meglio la busta di ghiaccio sul viso di Manuel, dato che era scivolata. Quante volte si era ritrovato in situazioni simili, con quello spericolato di Domenico Liguori.

"Avevamo soltanto qualche anno in più di te e Simone quando ci siamo conosciuti. Lui era da poco entrato in Polizia, io non sapevo ancora cosa fare della mia vita…"

Ma sapeva, Claudio, che avrebbe voluto trascorrere il resto della sua vita con lui. La vita, però, aveva avuto altri progetti per loro.

"È anche grazie a lui se mi sono iscritto a Giurisprudenza."

Il ragazzo accennò un sorriso, comprensivo. Dalla voce morbida di Claudio traspariva un profondo affetto nei confronti di quell'uomo e una grande vulnerabilità dai suoi occhi di ghiaccio e Manuel conosceva bene quel tono di voce e quello sguardo, erano gli stessi che aveva lui quando parlava di Simone. Era chiaro che per Claudio questa persona fosse altrettanto importante.

"Allora ce sta parecchia gente che lo deve ringrazia', me sembra."

Ribatté scherzoso e Claudio ridacchiò, annuendo appena. Era lui quello che doveva ringraziarlo più di tutti.

"E altrettanta che lo vorrebbe solo maledire."

Fu Manuel a fare una risatina, ora, ma subito il suo viso si contrasse in un'espressione di dolore. No, ridere non era una buona idea.

Claudio lo guardò preoccupato.

"Dopo ti porto in ospedale."

Manuel scosse il capo, sarebbe stata soltanto una perdita di tempo.

"No, Cla', non c'è bisogno, fidate. Se Zucca e quell'altro me volevano manna' all'ospedale, fidati che già ce stavo. Domani non avrò più niente, davvero."

L'avvocato sospirò, poco convinto, avvicinando una mano al bordo della maglietta di Manuel.

"Posso almeno vedere come stai messo?"

"Basta che non t'abitui troppo alla vista. Te ricordo che il mio ragazzo fa rugby…"

Il suo sorrisetto, inizialmente ironico, si spense in un attimo al pensiero di Simone. Non che fino a quel momento non avesse pensato a lui, ma faceva tutto più male se detto ad alta voce.

"Tornerai presto a vederlo giocare, te lo prometto."

Manuel distolse lo sguardo, sorridendo amaramente al pensiero che quella promessa fosse già stata infranta, dal momento che Simone aveva una gamba rotta -solo per colpa sua, come gli aveva ricordato Sbarra-, anche se questo Claudio non poteva saperlo perché non gli aveva raccontato ancora nulla di quella notte. Preferiva parlarne una volta sola, sempre perché ad alta voce faceva tutto più male.

Mentre l'avvocato gli toccava delicatamente, quasi accarezzandolo, i lividi sul corpo per controllare che non ci fosse nulla di rotto, Manuel cominciò a chiedersi se effettivamente Simone sarebbe stato in grado di tornare a giocare a rugby o se gli aveva rovinato anche quella parte della sua vita.

Lui di rugby ci capiva poco, ma capiva il sorriso di Simone quando la sua squadra vinceva una partita e tutti insieme si abbracciavano rumorosamente; capiva che i lividi che si ritrovava dopo un allenamento -non troppi, perché il suo Simone era bravo- non facevano poi così male, che per lui erano quasi come dei piccoli trofei; capiva che per parecchio tempo il campo da rugby era stato l'unico posto che l'avesse fatto sentire accettato e infine capiva di essere la persona più amata sulla faccia della Terra, quando Simone gli dedicava un punto.

"Non sono un medico, ma mi sembra che sia tutto a posto, tutto sommato. Se però domani stai ancora male, facciamo come dico io."

La voce di Claudio lo riportò alla realtà e lui annuì distrattamente, troppo preso dai suoi pensieri per pensare a se stesso.

Un attimo dopo il citofono suonò e Claudio andò ad aprire.

"Manuel, questo è l'ispettore Liguori. Ti ha riportato la moto."

"Piacere, Manuel."

Dato che quando voleva sapeva essere educato, si sforzò di mettersi a sedere per stringere la mano di quell'uomo, ma Claudio intervenne immediatamente per farlo tornare giù.

"La moto sta bene, sì?"

Aggiunse, tornando a stendersi sotto lo sguardo attento di Claudio. Liguori fece una risatina, perché ebbe un déjà-vu.

"Scusa se mi permetto, ma sta anche meglio di te. Comunque puoi chiamarmi Domenico."

Fu lui, ora, ad avvicinarsi a Manuel per stringergli la mano e il ragazzo ebbe modo di vederlo meglio. Ciò che gli saltò subito all'occhio fu quanto fosse diverso rispetto a Claudio, sembravano due opposti: Liguori, infatti, indossava una semplicissima t-shirt, dei jeans praticamente anonimi e delle scarpe da ginnastica che sicuramente avevano visto tempi migliori, cose che l'avvocato probabilmente non avrebbe indossato neanche sotto tortura. La barba brizzolata aveva decisamente bisogno di una spuntatina, mentre quella di Claudio era sempre perfettamente in ordine, e anche i capelli andavano un po' per cavoli loro, sicuramente non solo a causa del casco che doveva averli scompigliati. In ultimo, Liguori aveva due occhi verdissimi come le chiome degli alberi in estate, che con quelli di Claudio avevano in comune soltanto il senso di sicurezza e protezione che trasmettevano.

"C'è anche chi sta peggio di me. Simone, ad esempio. Vi devo parlare, a tutti e due. È urgente."

Disse deciso, rivolgendosi ai due uomini che si scambiarono uno sguardo preoccupato e poi si accomodarono sull'altro divano, sedendosi vicini come se non ci fosse abbastanza spazio per entrambi, anche se non era così.

"Claudio mi ha accennato qualcosa, so che la situazione di Simone è piuttosto...delicata."

Manuel fece una risatina amara.

"Delicata? No, la situazione di Simone non è delicata, è tragica! Dimme, tu sei quello che sta indagando su Sbarra da un botto de tempo, giusto?"

L'ispettore si scambiò uno sguardo veloce con l'avvocato e poi annuì. Conosceva quel ragazzo da pochissimo, ma aveva già capito quanto fosse determinato.

"Sì, sono almeno cinque anni che gli sto dietro e prima di me erano già cominciate le indagini."

"Bene, allora non te lo devo spiegare io quanto è stronzo e infame quell'uomo, no? Simone non può più aspettare, non c'è tempo!"

Ribatté preoccupato e Liguori sospirò.

"Io ti capisco, credimi, ti capisco, ma proprio perché ci sto dietro da anni, posso dirti che non possiamo fare passi falsi. Tu tieni molto a questo ragazzo, e si vede, ma…"

Manuel ringhiò di disappunto e scattò a sedere, ignorando le fitte che sentì al busto. Claudio fece per alzarsi e aiutarlo, ma lui lo fermò con un cenno della mano.

"Ma un cazzo, se mi permetti. Simone è trattato peggio de una bestia, non gli portano da mangiare, non lo lasciano andare in bagno, sta sempre al buio e…"

Chiuse gli occhi in un'espressione di dolore che nulla c'entrava con i lividi.

"...e c'ha pure le allucinazioni e una gamba rotta, adesso."

Claudio sgranò gli occhi, allarmato.

"In che senso ha una gamba rotta? Cos'è successo?"

Manuel sbuffò, nervoso. Non ce l'aveva con l'avvocato, ma con se stesso.

"È stata colpa mia, come sempre. Ho fatto er galletto co' Sbarra e lui m'ha punito. Simone c'ha bisogno de anda' in ospedale, non può restare così!"

Claudio si passò una mano sul viso, angosciato. Eppure aveva detto a Manuel di stare attento, di controllarsi, come gli era venuto in mente di provocare Sbarra?

"Manuel, però ne avevamo parlato…"

Disse calmo e il ragazzo rispose con un verso di stizza.

"Lo so che ne avevamo parlato, cazzo, lo so! Però Simone aveva bisogno di mangiare e tu mi avevi detto che a Sbarra in fin dei conti serviva vivo, quindi ho pensato di...di insistere un po' su sta cosa e...e ho pisciato fuori dal vaso."

Mentre parlava, Manuel teneva lo sguardo basso sulle mani che aveva preso a tormentarsi. Quelle mani sapevano stare tranquille soltanto quando accarezzavano Simone.

"E... com'è che avresti insistito, esattamente? Cosa gli hai detto?"

Domandò Claudio, guardandolo comprensivo. Manuel aveva agito per il bene di Simone, non era il caso di rimproverarlo eccessivamente.

"Gli ho detto che...che o mi faceva portare il cibo a Simone o io gli mandavo l'esercito allo sfascio a smontare tutto, per trovare tutta la droga che tiene nascosta là."

Ora che ripeteva quelle parole a Claudio, si sentiva ancora più stupido. Aveva sputato una minaccia davvero idiota, oltre che irrealizzabile, come aveva potuto anche solo pensare che Sbarra se la sarebbe fatta sotto sentendola?

"Ho anche detto che così l'avrei tenuto io per le palle…"

Aggiunse con un tono più basso, pieno di vergogna. Liguori accennò un sorrisetto, mentre Claudio si prese qualche secondo per elaborare quelle informazioni. Manuel decisamente non aveva un futuro da avvocato.

"Vabbè, ormai quel che è fatto è fatto, non ha senso fossilizzarsi sul passato, pensiamo al presente e all'immediato futuro."

Esclamò l'ispettore, proprio poco prima che l'avvocato aprisse bocca.

"Manuel, ascoltami, che con Sbarra hai fatto un casino l'hai capito da solo e sono sicuro che tu sia abbastanza intelligente da capire che non ne possiamo fare altri. Dobbiamo pensare bene a come agire per salvare Simone e tu dovrai dirci tutto ciò che sai su quello sfascio. Immagino che tu lo conosca bene, no?"

Manuel annuì, rapido, poi si schiarì la voce.

"A dire il vero, io avrei già una mezza idea…"

Si rendeva conto che, dopo la sua impresa di quella sera, ogni suo piano sarebbe dovuto essere bocciato a prescindere, ma proporlo non costava niente.

Claudio e Domenico si scambiarono un'occhiata veloce, poi fecero cenno al ragazzo di esporre.

"Sbarra è un tipo preciso e penso che qui dentro lo sappiamo tutti. Gli piace ave' le cose sotto controllo, organizza tutto alla perfezione, non c'è mai niente fuori posto nel mondo suo. È per questo che non possiamo aspettare che commetta un errore, perché lui di errori non ne fa. Altrimenti lo avreste già preso, no?"

Liguori annuì, incoraggiante. Era molto interessato a ciò che quel ragazzo aveva da dire, aveva una scintilla particolare negli occhi che non si vedeva spesso, eppure lui di gente ne conosceva tanta.

"E non possiamo neanche mandare lì la polizia, perché se ne accorgerebbe e se la prenderebbe con Simone."

Respirò a fondo.

"Perciò ho pensato che possiamo essere noi a fargli commettere uno sbaglio e l'unico modo per farlo è portare del disordine in quell'ordine. E poi dobbiamo fare in modo che sia lui a farci entrare, come...come 'na specie de Cavallo di Troia."

Claudio lo guardò incuriosito, leggermente accigliato. L'idea di Manuel poteva funzionare, se messa bene in pratica.

"Hai già qualcosa in mente?"

Manuel fece un profondo respiro.

"Prima, mentre andavo là, ho visto per caso un camion dei pompieri e ho iniziato a pensare…"

Tacque un istante per sondare il terreno, posando gli occhi prima in quelli di Domenico e poi in quelli di Claudio.

"Sbarra nasconde la droga nelle auto e nelle moto, non in tutte, ma in molte. Se quelle carcasse prendessero fuoco, per lui sarebbe un macello e...e dovrebbe per forza chiamare qualcuno per spegne l'incendio. Ho pensato che magari, insieme ai vigili del fuoco, poteva infilarsi qualche poliziotto in incognito e nella confusione generale, portare via Simone da lì."

Claudio e Domenico si guardarono per l'ennesima volta e il primo si sporse in avanti, come se ciò potesse aiutarlo a comunicare meglio con il ragazzo di fronte a lui.

"Quindi fammi capire bene, tu vorresti appiccare un incendio allo sfascio per spostare l'attenzione da un'altra parte? Ti rendi conto che è pericoloso e che ci sono cose che possono andare per il verso sbagliato, vero?"

Manuel se ne rendeva tremendamente conto, ma non gli venivano in mente delle alternative.

"La mia è solo una proposta, eh…"

Si giustificò e Claudio gli rivolse un sorriso.

"Non ho detto che è una cattiva proposta, solo che ha dei rischi. Domenico, tu che dici?"

Liguori fissò Manuel negli occhi per qualche secondo e il ragazzo sostenne il suo sguardo con decisione. Aveva già fatto troppe cazzate, aveva assecondato Sbarra per troppo tempo e non lo aveva portato a niente, era arrivato il momento di agire.

L'ispettore accennò un sorriso.

"Dico che l'idea è buona, forse un po' cinematografica, ma può funzionare. Contatto subito il capitano dei vigili del fuoco per accordarmi con lui, però tu, Manuel, mi devi promettere due cose."

Il ragazzo annuì, determinato. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per aiutare Simone.

"Qualunque cosa, dimme."

"La prima è che non appena Simone sarà al sicuro, verrai in commissariato a raccontarmi tutto quello che sai su Sbarra e la seconda è che te ne stai un po' a riposo, mi sembra che tu ne abbia bisogno."

Manuel voleva chiudere definitivamente la storia di Sbarra e aveva ormai capito che denunciarlo era l'unico modo. Spostò lo sguardo su Claudio, per un istante, ricordandosi di come gli avesse detto che Sbarra avrebbe pagato con la giustizia e non con la vendetta e accennò un sorriso.

"Va bene, te lo prometto."

Disse tornando a guardare l'ispettore e notò un certo orgoglio nel sorriso di Claudio.

"Allora se siamo tutti d'accordo, è meglio che adesso tolga il disturbo."

Liguori si alzò e Claudio, come un pezzo di ferro attratto da una calamita, lo seguì immediatamente.

"Sicuro di voler andar via? Non vuoi mangiare qualcosa, prima?"

In quegli occhi azzurri c'era tanta premura, eppure per Domenico andava soltanto a stuzzicare una vecchia ferita mai del tutto rimarginata. Accennò un sorriso, che però non arrivò agli occhi verdi.

"No, grazie, è meglio che vada. Prima riesco ad organizzare questa cosa, prima riporteremo Simone dal suo ragazzo."

Manuel, in quel momento, provò una fitta allo stomaco, una fitta di vergogna e colpa. Di solito amava quando Simone lo definiva 'il suo ragazzo' o quando erano altri a farlo, era un titolo di cui si fregiava con grande orgoglio, ma dopo tutto ciò che era successo, tutto ciò che Simone aveva dovuto sopportare e stava ancora sopportando a causa sua, non si riteneva più così meritevole di quel nome e una nuova consapevolezza lo colpì, pesante come un macigno.

"Non credo che sarò il suo ragazzo ancora a lungo."

Mormorò, fissando il vuoto. Un'altra fitta allo stomaco.

I due uomini si voltarono verso di lui, perplessi.

"Manuel, ma che dici? Dai, non pensare che Simone ti lascerà…"

Manuel scosse il capo, interrompendolo. No, era certo che Simone non l'avrebbe mai lasciato, neanche se fosse stato lui a rompergli personalmente la gamba. Doveva essere lui a compiere quel passo.

"Infatti sono io che devo lasciarlo. Voglio lasciarlo."

Fece fatica a pronunciare quelle parole, come se nel farlo provasse un grande dolore ed era effettivamente così. Si sentiva uno stronzo anche solo a pensarle, aveva promesso a Simone che non l'avrebbe mai abbandonato soltanto poche ore prima ed era certo che lasciandolo gli avrebbe spezzato il cuore, ma quello sarebbe stato l'ultimo dolore che gli avrebbe inferto.

Gli occhi verdi di Domenico scattarono su quelli di Claudio, perché sapeva che quelle parole lo avrebbero fatto reagire ed in effetti così fu. L'avvocato si avvicinò al ragazzo, quasi minaccioso, e per un attimo Manuel pensò che avesse intenzione di menarlo.

"Manuel, tu adesso apri le orecchie e mi ascolti bene: non puoi permetterti di lasciare Simone, non dopo tutto quello che avete passato, faresti la cazzata più grande della tua vita! Scappare è facile, ma tu sei migliore di così, quindi non fare il coglione e tira fuori le palle!"

Esclamò l'avvocato, rosso in viso e con gli occhi di ghiaccio che sembravano di fuoco.

Manuel lo guardò stupito, non l'aveva mai visto perdere il controllo in quel modo ed era abbastanza sicuro di non averlo mai sentito pronunciare delle parolacce.

L'ispettore gli andò accanto e posò una mano sulla sua spalla. In un attimo Claudio si calmò, tornando più simile al controllato avvocato di sempre.

"Oddio, Manuel, scusami, io...non dovevo parlarti così, perdonami."

Mormorò, ma prima che Manuel potesse dire qualcosa -che non era un problema, e che anzi quelle parole se le meritava tutte- intervenne Domenico.

"Senti, Claudio, ci potresti lasciare un attimo da soli? Devo dire a Manuel un paio di cose."

Gli occhi di Claudio si spostarono verso quelli di Domenico e si fissarono a lungo, come cielo e bosco che si incontravano, portando avanti una conversazione fatta di soli sguardi per alcuni secondi. Alla fine l'avvocato annuì, rivolse a Manuel un'ultima scusa, e si allontanò.

Liguori tornò a sedersi di fronte al ragazzo, che adesso si sentiva un po' come un ladro beccato a rubare. Non voleva parlare di Simone, soprattutto con quel tizio che non conosceva praticamente per nulla. Che gliene fregava a lui, poi, della sua vita sentimentale?

"Senti, Manuel, tu ormai avrai capito che non sono di queste parti, vero?"

Il ragazzo si accigliò, perplesso. Sì, l'aveva capito, ma cosa c'entrava questo, ora? Annuì, comunque, in risposta.

"Napoli?"

Azzardò, perché l'accento dell'ispettore, anche se non troppo marcato, gli sembrava di lì. L'altro annuì.

"Sono di quelle parti, sì. È a Napoli, però, che ho conosciuto Claudio. Avevo diciannove anni, lui diciotto, eravamo...due pischelli, giusto?"

Manuel annuì ancora. Poteva cominciare ad intuire perché Liguori avesse deciso di raccontargli quella storia, ma non credeva che potesse aiutarlo.

"Sì, senti, apprezzo lo sforzo, ma con tutto il rispetto sono cazzi miei quello che decido de fa' con Simone. Tu non ci conosci, non mi conosci, non lo sai che gli ho fatto più male che bene. Sono...sono un veleno, per lui."

Abbassò lo sguardo, gli occhi pieni di lacrime che premevano per uscire, aggrappandosi al bordo del divano. Ecco, quello era un titolo che gli calzava a pennello.
Manuel non lo vide, ma Liguori accennò un sorriso malinconico a quella definizione.

"Guarda, ti faccio vedere una cosa."

Gli si avvicinò, sollevandosi poi un lembo della maglietta per scoprire una parte della pancia. Indicò un punto sulla sinistra, dove la pelle era meno liscia. Manuel sollevò gli occhi, perplesso.

"Sono passati tanti anni, ma un po' si vede ancora. Riesci a capire cos'è?"

"Beh, sì, è 'na cicatrice...me dispiace, ma...che c'entra?"

Con il lavoro che faceva Liguori, pensò Manuel, non era poi così tanto strano che avesse una cicatrice.

"Ah, non ti dispiacere, se tornassi indietro lo rifarei. Secondo te cos'è che mi ha lasciato questo bel regalino?"

"Un proiettile?"

Azzardò, data la forma circolare di quel segno. Liguori annuì e tornò a sedersi.

"Tu dici di essere un veleno per Simone, Claudio invece pensa di essere un proiettile per me."

Manuel sgranò gli occhi per un istante, sorpreso.

"In...in che senso, scusa? Mica è stato lui a spararti?"

Domenico fece una risatina, scuotendo il capo.

"No, ma ciò non lo fa sentire meno colpevole. Ti ricorda qualcuno per caso?"

Certo, certo che sì, Manuel capiva perfettamente quel sentimento. Non era stato lui a rapire Simone, a farlo picchiare e a spezzargli una gamba, così come non era stato Claudio a sparare a Domenico, eppure sentiva comunque le mani sporche del suo sangue.

"Cosa... com'è successo? Se lo posso sape', insomma…"

Domandò allora, un po' perché era curioso e un po' di più per sviare il discorso. L'ispettore sospirò e si portò in avanti, facendo strofinare le mani tra loro. Stava prendendo tempo, per lui non era una storia piacevole da raccontare, ma quel ragazzo di fronte a lui aveva bisogno di sentirsela dire per evitare di fare cazzate di cui si sarebbe pentito per tutta la vita.

"Claudio era venuto a Napoli in villeggiatura e ci siamo conosciuti per caso o per destino, se preferisci. Cominciammo a frequentarci e quella vacanza che doveva durare soltanto una decina di giorni cominciò ad allungarsi sempre di più. Diceva di essersi innamorato della città, lo ripeteva in continuazione e io ci credevo perché, insomma, Napoli è la città più bella del mondo, senza offesa per Roma."

L'ispettore fece una risatina e così anche Manuel. Lui a Napoli non c'era mai stato e non dubitava che fosse bella, ma era sicuro che non fosse l'unica cosa di cui Claudio si fosse innamorato.

"Un romanticone, Claudio…"

Domenico annuì, accennando un sorriso. Quelle e le altre parole che Claudio gli aveva dedicato nel corso degli anni, le conservava tutte nel cuore.

"Come puoi intuire, si era innamorato di me e anch'io mi ero innamorato di lui. Vent'anni fa però era un po' diverso da ora e certe cose non si potevano dire così liberamente, quindi nessuno dei due si azzardò a fare il primo passo, non subito almeno. Entrambi pensavamo che nella mente dell'altro ci fosse soltanto un'amicizia, ce lo facevamo andare bene e nel nome di quest'amicizia ci vedevamo ogni volta possibile, a volte scendeva lui a Napoli, a volte salivo io a Roma. Era bello, però... però mancava qualcosa, capisci?"

Sì, Manuel lo capiva perfettamente, con tutto il cuore.

"Vi sentivate incompleti."

Incompleti come lui e Simone erano stati per tanto tempo, incompleti come sarebbero stati ancora se lui l'avesse lasciato. Ma cos'altro poteva fare, per proteggerlo?

"Ah, vedo che capisci benissimo. Sì, ci sentivamo così e un giorno non ne potemmo più. Ero andato io a Roma e, grazie anche ad un vino molto buono che Claudio si era procurato, finalmente ci completammo."

Il bacio di quella sera, scambiato con foga in un piccolo appartamento spoglio e anche piuttosto buio, se lo ricordava ancora nonostante il tempo passato e, in cuor suo, non aveva niente da invidiare ai tanti baci che aveva dato e ricevuto sotto il cielo stellato di Napoli, con ragazze di cui non ricordava neanche più un dettaglio del viso.

"Da quel momento vivemmo degli anni bellissimi, credimi. Per un po' andammo avanti facendo la spola tra Roma e Napoli, telefonandoci spesso e scrivendoci lettere in continuazione. Claudio era bravissimo con le parole, un poeta, e del resto lo è ancora, mentre io...io rubacchiavo qualche frase qua e là, ma attenzione, il sentimento era onesto!"

Manuel ridacchiò, annuendo.

"Non lo metto in dubbio, tranquillo!"

"E ti ringrazio."

Replicò l'ispettore prima di continuare il suo racconto.

"Non appena mi fu possibile chiesi trasferimento a Roma, mentre Claudio, nel frattempo, aveva iniziato a studiare Giurisprudenza e gli mancava poco alla laurea. Lo prese con sé un avvocato, un pezzo grosso del Foro, uno di quelli che può rovinarti o farti diventare ricco con mezza parola...un po' come è Claudio adesso, no?"

Nonostante la battuta, nei suoi occhi non c'era spazio per il divertimento. Erano tristi, malinconici, e Manuel sospettava che a breve avrebbe saputo di più sulla cicatrice che aveva visto prima.

"Non dovrei parlare male di un morto, ma lo stronzo affidò a Claudio, che all'epoca era alle prime armi, un caso troppo difficile, troppo pericoloso. Io gli consigliai di rifiutarlo, ma lui, testardo, diceva che quella era una prova importante e che se avesse dimostrato il suo valore l'avvocato l'avrebbe preso definitivamente nel suo studio. Lo faceva anche per noi, per il nostro futuro."

Sospirò, sconfortato. Se solo avesse saputo prima cosa stava riservando loro il futuro, avrebbe insistito di più.

"Cominciò a spingersi sempre più oltre, a ficcare il naso dove non avrebbe dovuto, a dare fastidio alle persone sbagliate. Io cercavo di seguirlo ogni volta che si allontanava e un giorno me lo ritrovai con una pistola puntata addosso. Capirai che non esitai un attimo a sparare al tizio che lo stava minacciando, ma quello anche da terra sparò un colpo, prima di perdere i sensi. Fui fortunato, però, non prese bene la mira e colpì me, non Claudio."

Prima di concludere il racconto prese un pacchetto di sigarette dalla tasca e se ne accese una.

"Non dovresti fumare, ma per caso ne vuoi una?"

Domenico era l'unica persona a cui Claudio consentiva di fumare in casa propria, perfino lui stesso usciva in balcone quelle poche volte in cui aveva voglia di una sigaretta, ma era certo che anche per Manuel avrebbe fatto un'eccezione.

Il ragazzo accettò volentieri la sigaretta, in quei giorni era stato preso dall'agitazione e aveva fumato anche troppo, ma non si era goduto nemmeno una di quelle sigarette.

"È così che vi siete lasciati, quindi?"

Domandò mentre tornava a sedersi. Liguori scosse il capo, malinconico, e buttò fuori del fumo. Sarebbe stato molto più semplice così.

"Claudio si fece carico di questa cosa, rendendola anche più pesante di quanto fosse in realtà. Ci stava davvero male e io ho provato e riprovato a fargli capire che non era colpa sua e che alla fine non era successo nulla di grave, ma non mi ha mai dato ascolto. Mi lasciò lui dopo poco, non feci neanche in tempo a togliermi i punti che già mi ritrovai con un'altra ferita, ma questa volta nessun medico poteva aiutarmi a richiuderla. Ti confesso che sanguina ancora, sai?"

Manuel serrò le labbra intorno alla sigaretta, colpito da quelle parole come un proiettile. Pensò che in quel momento si trovava davanti ad una versione di Simone del futuro, mentre il proprio equivalente era nell'altra stanza. Valeva la pena sapere cosa lo aspettasse.

"E...Claudio, invece, come l'ha presa? Voglio dire, come sta?"

Chiese impacciato e Domenico scrollò le spalle.

"Non me l'ha mai detto chiaramente, ma hai visto come ti ha risposto prima, no? Sono passati anni, ma ancora si pente di ciò che ha fatto."

Manuel, allora, lo guardò perplesso. Non capiva perché si ostinassero a stare lontani...o meglio, lo capiva, ma voleva una conferma.

"E allora perché non siete tornati insieme? Sei te che non vuoi?"

Liguori fece una risatina.

"Manuel, io tornerei con Claudio in questo istante, se me lo chiedesse. Ho cercato di dimenticarlo, in tutti questi anni, ho cercato di completare me stesso con altre persone, ma i miei angoli coincidono soltanto con i suoi spigoli. È lui che non vuole, ancora convinto di essere più un danno che un bene, per me. Un veleno, come dici tu, senza rendersi conto che per me lui è miele."

L'ispettore parlava con un'intensità tale che fece venire i brividi a Manuel e lo costrinse a voltarsi con la scusa di soffiare via il fumo, per nascondere gli occhi lucidi. Gli sembrava davvero di sentire Simone.

"Forse non sono un veleno, forse sono una droga. Una droga che te rende felice, no, che te da l'illusione della felicità, ma poi ti rovina da dentro e quando te ne accorgi è troppo tardi. Forse anche Claudio la pensa così."

Mormorò, tenendo lo sguardo fisso sulla finestra. Sotto quello stesso cielo stellato, da qualche parte, c'era Simone che soffriva per colpa sua. Sentì Liguori sospirare.

"Senti, io non posso dirti cosa fare o non fare con Simone, è una decisione che spetta a te. Posso solo dirti che io le droghe le conosco e l'amore, quello che ti ho letto in faccia stasera, non è una di queste."

Si alzò, andando vicino al ragazzo e gli mise una mano sulla spalla. Istintivamente, Manuel si voltò.

"Uagliò, vir 'e nun fa' strunzat, hai capito?"

Manuel annuì perché sì, aveva capito. Il suo cervello e il suo cuore non erano in accordo su cosa considerare una stronzata e cosa no, ma sì, aveva capito.

Liguori gli diede una pacca sulla spalla.

"Salutami Claudio, mi faccio sentire io per le novità. Stammi bene, Manuel."

Chapter Text

Simone non aveva più un corpo, ma una massa di sofferenza fatta di carne livida e ossa spezzate.

Si sentiva così da quando Zucca l'aveva colpito a piena forza su quella gamba che non aveva più il coraggio di guardare, ma su cui continuava a posare gli occhi.

La prima volta che l'aveva fatto, dopo essere rimasto solo, aveva vomitato tutto ciò che aveva mangiato con Manuel. Era rimasto lì, disteso accanto alla sua pozza di vomito, per un tempo indefinito, con il cuore che gli batteva all'impazzata e la mente che non riusciva a fare altro che non fosse pensare a Manuel. Aveva visto Zucca e quell'altro tizio trascinarlo via mentre lui si dimenava e urlava il suo nome, un grido a cui Simone non era riuscito a rispondere per mancanza di forze. Fu l'ultima cosa che vide prima che il dolore gli facesse perdere conoscenza e il non sapere cosa fosse successo dopo lo faceva impazzire tanto quanto la gamba rotta, se non di più: quella, almeno, era una certezza.

Non sapeva di preciso cosa avesse fatto il suo ragazzo -se non che si era rivolto nel modo sbagliato a Sbarra-, ma era certo che anche lui avesse ricevuto una buona dose di colpi, anche solo per farlo stare buono. Pregò che la cosa si fosse fermata lì, che non avessero infierito ulteriormente, magari rompendo una gamba anche a lui o scatenandogli contro uno di quei cani assatanati che Sbarra teneva in gabbia, pregò che Manuel fosse riuscito a tornare a casa, da Claudio, e che fosse al sicuro.

Poteva quasi sentire la voce del suo ragazzo -e no, stavolta non si trattava di un'allucinazione- che gli dava dello stupido romanticone perché anche in quella situazione, con una gamba sfracellata, pensava a preoccuparsi per lui e non per se stesso. Ma anche volendo, che vantaggio avrebbe avuto a preoccuparsi di sé? Cosa poteva fare per migliorare la sua situazione? Assolutamente nulla.

Non poteva provare a sfondare la porta dello stanzino e se anche ipoteticamente ci fosse riuscito sarebbe stato riacciuffato ancor prima di riuscire a vedere il cancello dello sfascio. Non poteva salvarsi da solo, quindi che senso aveva pensare a se stesso? Manuel, invece, era fuori, era libero, poteva contare su qualcuno che lo aiutasse, poteva effettivamente tirarlo fuori da lì, come gli aveva promesso.

Certo, per come era fatto Simone e per quanto lo amava, avrebbe pensato a lui e al suo benessere anche se non fosse stato in grado di aiutarlo e perfino se Manuel non avesse nemmeno avuto l'intenzione di aiutarlo.

La verità era che Manuel era la sua metà e per Simone era naturale preoccuparsi per lui, pensare a lui con tutte le sue forze, così come anche Manuel faceva. Quell'essere unico che erano diventati era stato di nuovo violentemente separato dall'invidia degli dèi e loro avevano ripreso freneticamente a cercarsi, stavolta con il cuore e la mente, non potendolo fare con il corpo.

Quando recuperò un po' di forze e si sentì meglio, si trascinò il più possibile lontano dal suo stesso vomito, che puzzava in un modo da fargli girare la testa. Arrivare alla parte opposta dello stanzino gli sembrò come attraversare l'intero asse terrestre e ad ogni spinta che si dava la gamba gli faceva un po' più male, sempre più male, mentre strisciava sul pavimento duro e sporco.

Quando si fermò era senza fiato e prese a respirare a pieni polmoni -e ogni respiro era come una coltellata-, il sudore gli scorreva sulla pelle mischiandosi alla polvere, rivestendolo di una patina sottile che pizzicava da morire e per un po' fu scosso da brividi, nonostante lo stanzino fosse rovente. Crollò così, esausto, senza neanche rendersene conto.

Al suo risveglio era rimasto perfettamente immobile, non aveva provato a muovere nessun muscolo, totalmente paralizzato dal dolore che si era di nuovo diffuso ovunque, a partire dalla gamba rotta che gli sembrava andasse a fuoco per quanto la sentiva bruciare. Si chiese se fosse effettivamente possibile morire di dolore e quale fosse la soglia massima che un corpo umano potesse sopportare. Qualunque essa fosse, pensò, doveva impegnarsi a resistere anche oltre, come aveva promesso a Manuel.

Sentiva Sbarra discutere dall'altra parte della porta, segno che la notte era passata, e per tutto il giorno tese bene le orecchie per carpire eventualmente la voce di Manuel. Non gli piaceva l'idea che tornasse lì, preferiva pensarlo il più lontano possibile da Sbarra e da Zucca, ma non aveva altro modo per sapere se stesse bene, se fosse vivo.

Le ore passarono lente senza portare alcuna notizia di Manuel con loro e senza che nessuno entrasse in quello stanzino. ‘Meglio così’, si disse Simone, non aveva proprio voglia di avere un'altra conversazione con Sbarra e Zucca, non credeva che sarebbe riuscita a sostenerla, debole e stanco com'era.
All'improvviso la tranquillità di quella giornata fu interrotta da urla concitate, troppo confuse tra loro per permettergli di capire qualcosa. Era strano, però, che gli sgherri di Sbarra si lasciassero prendere dal panico, di solito era tutto sotto controllo in mano a lui. Dopo non molto Simone sentì aprire la porta e un uomo che non aveva mai visto in vita sua gli si avvicinò rapidamente.

"Simone, eccoti qua! Dobbiamo andare, non abbiamo molto tempo."

Simone si ritrasse d'istinto, trascinandosi dolorosamente a terra, perché aveva ancora in mente i commenti che Sbarra e Zucca avevano fatto mentre si lavava e, annebbiato dal dolore, in quel momento, con quello sconosciutodavanti, riusciva a pensare soltanto a quelli.

"Non ti avvicinare! Vattene!"

Urlò, per quanto gli fosse possibile.

L'uomo sconosciuto sospirò pazientemente. Avrebbe potuto sollevarlo di forza, ma non voleva fargli del male, quel ragazzo aveva già sofferto abbastanza.

"Fossi in te ci ripenserei. Sono l'ispettore Liguori e sto qua per riportarti a casa. Dai, vieni, non abbiamo molto tempo."

"Ti ho detto di andare via! Non mi toccare!"

Strillò Simone, con la voce che gli usciva a fatica e la gola che graffiava. Liguori alzò le mani, per dimostrargli che non aveva intenzione di toccarlo e gli rispose con voce calma, guardandolo negli occhi. In quelli del ragazzo vide soltanto paura, dolore e confusione ed era una vista che spezzava il cuore.

"Calmati, ti prego, così ti fai solo del male. Guarda qui…"

Portò una mano dentro la giacca, tirando fuori il distintivo.

"Sono un ispettore di polizia, voglio portarti via di qua e riportarti dalla tua famiglia e da Manuel. Paperotto, lo chiami così, giusto? Me l'ha detto lui."

Gli spiegò con un sorriso e Simone, a sentire il nome di Manuel, smise di agitarsi. Era l'unico punto fermo, l'unica sicurezza in quel mare di dolore in cui stava affogando da un tempo che gli sembrava infinito.

"Manuel…Manuel sta bene? È al sicuro?"

Domandò preoccupato, respirando affannosamente, e Liguori annuì, rassicurante.

"Sì, non ti preoccupare, sta bene e ti sta aspettando, in questo momento è a casa di Claudio. Sono sicuro però che starà ancora meglio quando saprà che tu sei uscito da questo postaccio."

Simone lo fissò ancora per qualche istante, cercando di capire se gli stesse mentendo, ma gli occhi di quell'uomo gli parvero sinceri, gli ricordarono quelli di Claudio -che a quanto pare conosceva- e decise di fidarsi, senza contare che gli aveva detto il soprannome di Manuel, che avrebbe potuto apprendere soltanto da lui.

Si fece aiutare ad alzarsi in piedi e appoggiandosi all'ispettore si fece portare fuori dall'ufficio di Sbarra, che in quel momento era vuoto.

"Tieni, usa questo."

L'uomo gli porse un fazzoletto di stoffa bagnato, facendogli segno di portarselo al viso e Simone obbedì immediatamente. L'aria era densa del fumo che volava verso di loro, intorno a loro, spinto dal vento e che proveniva dalla zona più lontana dello sfascio. Lì, vicino all'ufficio di Sbarra, non sembrava esserci nessuno.

"Ma che succede? Va a fuoco qualcosa?"

Liguori annuì, ispezionando rapidamente con lo sguardo i dintorni prima di iniziare a camminare, reggendo a sé il ragazzo.

"Un'idea del tuo innamorato, è un tipo sveglio…"

Spiegò rapidamente e Simone sorrise, innamorato e sorpreso, nascosto dal fazzoletto. Non aveva mai dubitato che Manuel, in qualche modo, sarebbe riuscito a tirarlo fuori di lì, ma certamente non si aspettava qualcosa di così eclatante, che sembrava uscita da un film.

Si aggrappò meglio all'ispettore, cercando di aumentare il passo, ma non bastò ad evitare che l'uomo accanto a lui venisse colpito da un proiettile, all'improvviso.

Liguori imprecò a denti stretti e si voltò verso la persona che aveva sparato, sparando un colpo a sua volta con la pistola che teneva nascosta sotto la divisa da pompiere. Simone sgranò gli occhi, come pietrificato, non aveva mai sentito il rumore di un proiettile. Era quasi assordante.

"Uagliò, tutto a posto?"

Chiese l'ispettore, rafforzando la presa su di lui. Lo vedeva scosso, ma era naturale.

"Sì, io...lei, piuttosto, è ferito?"

L'uomo scosse il capo, riprendendo a camminare.

"È solo un graffio, tranquillo. Forza, ci siamo quasi."

Salirono entrambi su un'ambulanza nascosta a poca distanza dallo sfascio e da quel momento Simone ebbe qualche difficoltà a rimanere lucido. Venuta meno l'adrenalina, infatti, erano tornati tutti i dolori con gli interessi, anche se in verità a poco a poco anche quelli andarono via, grazie ad una siringa di antidolorifici. L'ultima cosa che vide prima di abbandonarsi al sonno fu il braccio insanguinato dell'ispettore e un infermiere che se ne occupava.

Quando riaprì gli occhi non era più in ambulanza e si rese conto, seppur con la vista annebbiata,  di essere in una stanza bianca, di cui faticava a mettere a fuoco i dettagli. Davanti a lui, di spalle, vide una massa di ricci scuri che gli sembrò familiare.

"Manuel?"

Biascicò speranzoso, all'indirizzo di quella persona. Quando questa si girò, con un sorriso cordiale in volto, Simone capì che non si trattava di Manuel e si diede dello stupido per averlo anche solo pensato: per prima cosa indossava un camice bianco, il che era decisamente un indizio, poi era molto più alto di Manuel e anche i capelli erano troppo corti per essere i suoi.

"No, mi spiace, io sono il dottor Bonvegna, ma puoi chiamarmi Riccardo. E tu sei Simone, invece, giusto? Ben svegliato!"

Gli si avvicinò e Simone si accorse che aveva gli occhi verdi e le guance perfettamente rasate, a completare il quadro delle sue differenze con Manuel.

"Sì, sono...sono Simone. Dove mi trovo?"

Chiese con voce impastata, chiudendo gli occhi perché la luce gli dava fastidio. Era una domanda stupida, ma non poteva pretendere chissà cosa dal suo cervello in quel momento.

“Beh, capisco che tu possa esserti confuso con la suite di un hotel a cinque stelle, ma sei in ospedale, al San Camillo per l’esattezza.”

Rispose scherzoso il giovane medico, mentre andava a spegnere la luce che sembrava essere un problema per il ragazzo.

Simone si sentiva ancora troppo stordito per rispondere con una risata o un sorriso. Era contento per la buona notizia, naturalmente, anzi gli sembrava troppo bello per essere vero, essere riuscito ad uscire da quell’incubo. Si ricordò di esserci riuscito solo grazie all’uomo che lo aveva salvato e che era stato ferito, per cui si accigliò, preoccupato.

“In ambulanza con me c’era l’ispettore…l’ispettore qualcosa, gli hanno sparato…come sta?”

Domandò a fatica, la bocca impastata rendeva difficile articolare le parole.

“Lui sta bene, non ti preoccupare, lo abbiamo già mandato a casa. Ho spento la luce, puoi riaprire gli occhi, comunque.”

Simone sollevò lentamente le palpebre e si trovò molto meglio nella stanza in penombra, illuminata soltanto da un lampione fuori dalla finestra e dalla luce che proveniva dal corridoio. Proprio guardando fuori da quella finestra, si accorse che era notte fonda.

“Grazie e mi scusi per il buio…”

Il medico lo interruppe con un gesto della mano.

“Per prima cosa dammi del tu, che con questo lei mi fai sentire un vecchio bacucco. Per seconda, non ti scusare, ok? Io sono un dottore, sono qui per farti stare meglio e se la luce ti dà fastidio io ho il dovere morale di spegnere anche il Sole!”

Simone, adesso, rispose con una risatina. Era simpatico, quel dottore.

“Va bene, però lasciamo stare il Sole, è un po’ esagerato…”

Riccardo annuì, avvicinandosi di nuovo al letto.

“Come preferisci. Adesso guarda, ti faccio vedere una cosa…”

Gli mise sotto la mano un piccolo telecomando collegato al letto e gli fece sfiorare i due pulsanti con l’indice.

“Con questo in alto sollevi lo schienale, con l’altro lo abbassi, così ti è più comodo bere o mangiare. Immagino tu abbia sete in questo momento, no?”

Simone annuì appena e, come gli era stato appena spiegato, fece sollevare lo schienale del letto mentre il medico versava dell’acqua in un bicchiere e glielo porgeva. Bevve a piccoli sorsi, ma lo svuotò rapidamente.

“Allora, Simone, adesso ti spiego un po’ la tua situazione e poi ti lascio in pace, va bene? Sono abbastanza sicuro che tu te ne sia già accorto, ma hai una gamba rotta che ti devo chiedere di tenere il più possibile ferma. Per aiutarti ti abbiamo dato un supporto, poi appena sarà possibile ti mettiamo il gesso, per adesso pensiamo a stabilizzarti.”

Indicò delle flebo, appese sopra il letto.

“Sei parecchio disidratato, stiamo reintegrando i liquidi con queste. Non ti nascondo che sei stato fortunato, c'era un'emorragia e abbiamo dovuto operarti, siamo riusciti a salvare il muscolo giusto in tempo. Però sei stato  anche forte, se mi permetti. Io, per esempio, al tuo posto non sarei riuscito a resistere e a quest’ora altro che ospedale…”

Si interruppe, rendendosi conto che così avrebbe potuto spaventare il suo giovane paziente e si schiarì la voce.

Simone, dal canto suo, non era poi così turbato da quelle affermazioni, più di una volta aveva pensato che sarebbe morto in quello stanzino –per un motivo o per un altro- e il dottor Bonvegna gli stava soltanto dando la conferma scientifica.

“Avevo i miei motivi per resistere.”

Replicò con un mezzo sorriso, per fargli capire che non gli avevano dato fastidio le sue parole.

Il medico ricambiò il sorriso e i suoi occhi verdi si illuminarono di ammirazione. L’ispettore che aveva portato lì Simone aveva spiegato per sommi capi cosa fosse successo e Riccardo era rimasto colpito da quella storia. Non era facile per un ragazzo così giovane attraversare un’esperienza di quel tipo. Si chiese se tra quei motivi ci fosse quel Manuel che gli aveva sentito nominare prima, ma evitò di fare questa domanda ben poco professionale.

“Adesso però non devi più resistere, pensa soltanto a riposarti. Anzi, se non hai domande da farmi, ti lascerei appunto riposare…”

Simone non aveva domande di tipo clinico da fare, ma era praticamente certo che gli sarebbe stato difficile riposarsi, da solo. Sospirò.

“In realtà, vorrei solo sapere se la mia famiglia sa che sono qui e quando potrò ricevere visite.”

Il medico sorrise, comprensivo.

“Sì, abbiamo avvisato la tua famiglia e anche il tuo avvocato, l’ispettore che ti ha salvato è stato molto insistente su questo punto. Comprensibile, vista la situazione. Per quanto riguarda le visite, invece, se mi prometti che non ti affaticherai, potrai iniziare a riceverle già da domani. Però devi fare il bravo, intesi?”

Lo indicò con l’indice, fingendosi minaccioso. Simone annuì, più sereno.

“Lo prometto, grazie.”

Dormire quella notte sarebbe stato difficile, ma il pensiero di rivedere suo padre, sua nonna e naturalmente Manuel già l’indomani avrebbe aiutato a farla trascorrere più velocemente.

“Bene, allora adesso cerca di riposare. Per qualsiasi cosa premi quel pulsante e verrò io o un infermiere ad assisterti, non farti nessun problema. Sei al sicuro adesso, capito?”

Riccardo glielo disse guardandolo negli occhi e il suo sguardo era deciso, carico di solennità, diverso da quello giocherellone che aveva rivolto al suo paziente nel poco tempo trascorso insieme. Si era fatto carico di quel ragazzo e voleva che stesse bene sotto ogni punto di vista.

Simone annuì, sperando che il medico avesse ragione. Il ricordo di ciò che aveva trascorso non si cancellava certamente con un colpo di spugna e la paura di finire di nuovo nelle grinfie di Sbarra rimaneva ben ancorata nel suo cuore, ma il dottor Bonvegna, per quanto disponibile, sicuramente aveva altri pazienti di cui occuparsi e non poteva trascorrere tutta la notte a tenergli compagnia soltanto perché lui aveva paura di rimanere da solo.

Gli diede la buonanotte, allora, e chiuse gli occhi come se avesse voluto addormentarsi. La sua reale intenzione era di restare sveglio, ma un po’ grazie agli antidolorifici, un po’ a causa della stanchezza, finì per assopirsi davvero, accorgendosene giusto in tempo per sperare che una volta riaperti gli occhi avrebbe rivisto la stanza bianca dell’ospedale e non lo sgabuzzino buio dell’ufficio di Sbarra.

Chapter Text

“Perché non possiamo andare da Simone adesso?”

Esclamò Manuel, contrariato, al rifiuto di Claudio a quella sua richiesta. Non era stupido, sapeva che non potevano farlo perché erano in piena notte e non li avrebbero fatti entrare, ma avevano ricevuto una telefonata dell'ospedale ed erano stati informati del fatto che Simone fosse stato operato, Manuel doveva accertarsi che stesse bene! Sperava che Claudio potesse fare un po’ di insistenza, essendo un avvocato importante.

L’uomo sospirò pazientemente, come ormai spesso si ritrovava a fare da quando quel ragazzo si trovava in casa sua. Non lo biasimava, anche lui avrebbe provato a smuovere mari e monti per la persona che amava.

“Lo sai perché, Manuel, non insultare la tua intelligenza. Sono quasi le quattro, non ci fanno neanche parcheggiare l’auto. E no, prima che tu possa chiedermelo, io non posso fare niente contro le regole dell’ospedale. Andremo da Simone domani, così avrai anche modo di riposarti.”

Manuel incrociò le braccia e sbuffò, simile in tutto e per tutto ad un bambino capriccioso, ma in realtà era preoccupato, perché per quanto fosse felice del fatto che Simone finalmente fosse in un posto sicuro, era certo che non sarebbe stato bene lasciato da solo con i suoi pensieri.

"E come faccio a riposare, se so che Simone non dormirà? Non posso lasciarlo solo!"

"Simone è stanco, sono sicuro che non gli sarà troppo difficile dormire. Poi ti ricordo che con lui ci sono medici e infermieri, non è solo."

Gli fece presente Claudio con calma, per poi bere un sorso di tisana. Manuel, però, non trovò rassicurazione in quelle parole.

"Se non ci sono io sì, è solo! Simone ha bisogno di me, Claudio...e io ho bisogno di lui."

Ammise, con voce più bassa, guardando l'avvocato con occhi tristi. L'uomo sospirò e gli fece cenno di sedersi sul divano accanto a lui. Manuel si accomodò, mantenendo la sua espressione da cane bastonato, come l'aveva definita Simone tempo prima, in quella che adesso sembrava un'altra vita.

Se fossero stati in tribunale, Claudio adesso avrebbe ricordato a Manuel che appena un giorno prima aveva espresso il proposito di lasciare Simone, ma preferì non farlo, dal momento che il ragazzo sembrava aver recuperato la ragione da solo. Beh, non proprio da solo, aveva parlato con Domenico e Claudio aveva un'idea piuttosto chiara di cosa si fossero detti. Mise da parte il pensiero, tornando a concentrarsi sul ragazzo davanti a sé.

"Manuel, credimi, se avessi davvero il potere di farti entrare in quell'ospedale lo farei. Tu e Simone siete stati strappati l'uno dall'altro e siete rimasti separati e sanguinanti per troppo tempo. Volete solo rimarginare le vostre ferite, tornando ad essere completi e questo lo capisco, davvero, ma adesso si tratta di sopportare soltanto un'ultima notte. Una notte che, diversamente dai giorni appena passati, Simone trascorrerà in un ambiente sicuro, dove nessuno vuole fargli del male. Rende la cosa un po' più sopportabile, no?"

Manuel scosse il capo, testardo. Voleva essere sicuro che Simone riposasse davvero, che si sentisse al sicuro e che, soprattutto, nessuno lo portasse più via da lui.

"Tu non faresti almeno un tentativo, per una persona a cui tieni? Se ci fosse Domenico al posto di Simone, non correresti da lui?"

Alzò gli occhi scuri per incontrare quelli azzurri dell'altro, certo di colpire nel segno con la sua domanda. Domenico gli aveva fatto capire che lui e Claudio erano più simili di quanto avrebbe mai potuto immaginare, del resto.

Claudio sospirò e poi annuì, non se la sentiva di mentire di fronte all'amore. Si era sbagliato, Manuel poteva avere un futuro come avvocato.

"E va bene, facciamo questo tentativo, ma non posso assicurarti niente. Se ci mandano via, mi prometti che non farai storie?"

"Prometto! Sei un grande, Cla'!"

Esclamò, scattando in piedi. Filò in camera a infilarsi rapidamente una felpa per proteggersi dall'aria fredda della notte, intanto l'avvocato inviò un messaggio all'ispettore, a cui però non ottenne risposta. Si impose di restare calmo, perché se fosse successo qualcosa sarebbe stato sicuramente avvisato dall'ospedale, si disse che semplicemente Domenico doveva essere tornato a casa ed essersi messo a letto.

I suoi pensieri furono interrotti da Manuel che gli diede fretta di uscire, quindi lasciarono l'appartamento e si diressero verso l'ospedale. Per Manuel quello fu il viaggio più lungo della sua vita, più di una volta chiese a Claudio di accelerare, che tanto non c'era nessuno in giro per Roma a quell'ora, e quando arrivarono al parcheggio dell'ospedale sarebbe sceso dall'auto ancora in movimento, se non fosse stato trattenuto dall'avvocato.

"Comprendo la tua voglia di rivedere Simone, ma adesso ti devi calmare. Andiamo e lascia parlare me."

Riuscirono a superare un primo controllo all'ingresso dicendo che erano stati chiamati d'urgenza per la madre in fin di vita -una scusa che Claudio servì con un talento da attore-, ma l'infermiera all'accettazione del reparto di medicina generale, a cui per forza di cose dovettero dire la verità, proprio non voleva saperne di farli passare, limitandosi a dire che il paziente che cercavano stava bene e che stava riposando.

Manuel cominciò a sentire il proprio cuore battere all'impazzata, non poteva concepire di essere così vicino a Simone e di non poterlo vedere. Aveva promesso di non fare storie, ma in vita sua non era mai stato un campione di coerenza.

"La prego, glielo chiedo pure in ginocchio, ce faccia vede' Simone, pure solo da fuori! Lei lo sa cos'ha passato? Devo sape' se sta bene!"

Esclamò, guadagnandosi un'occhiataccia da Claudio e un avvertimento dalla caposala, che minacciò di chiamare la sicurezza. In loro soccorso, fortunatamente, intervenne Liguori.

"Chiedo scusa, loro sono con me."

Disse mostrando il distintivo, solitamente era un passepartout che funzionava. Claudio spostò lo sguardo verso di lui, sorpreso di vederlo ancora lì, mentre l'ispettore ignorò volutamente quegli occhi.

Grazie al suo intervento riuscirono a superare l'ingresso e a sistemarsi in sala d'attesa. Beh, a dire il vero Manuel corse verso la stanza di Simone e Claudio fece per inseguirlo, ma venne bloccato dall'altro uomo che gli si parò davanti mettendogli una mano sul petto.

"Lascialo sta', dai. Vuole solo vedere come sta l'innamorato suo…"

Domenico accennò un sorriso e Claudio non riuscì a resistere al suo sguardo malinconico. Sapeva a cosa stava pensando.

"Se si fa cacciare dall'ospedale non lo vedrà più neanche con il cannocchiale."

Sospirò, facendo cenno all'ispettore di sedersi.

"E tu invece che ci fai qua? Pensavo fossi andato a casa…"

Domenico non poteva mentire a Claudio, non ne era mai stato capace. Non voleva neanche che si preoccupasse eccessivamente, però.
"No, niente, è che... c'è stato un piccolo incidente allo sfascio, ma niente di grave, sta' tranquillo."

Claudio si accigliò, preoccupato, e gli si avvicinò di qualche passo.

"È proprio quando dici così che inizio a preoccuparmi. È successo qualcosa a Simone?"

L'ispettore scosse il capo, spostando lo sguardo altrove per sfuggire a quegli occhi di ghiaccio, pur sapendo che sarebbe servito a poco.

"Allora è successo qualcosa a te? Dai, non farmi fare l'avvocato!"

Esclamò, muovendo il capo per cercare gli occhi verdi dell'altro. Liguori sospirò, trovandosi costretto a dire la verità.

"Mi hanno sparato, ma non t'agita’, sto bene. È solo un graffio, ho passato di peggio. Guarda."

Si sbottonò la divisa da pompiere, che ancora indossava, e la abbassò per mostrare una fasciatura sull'avambraccio. Claudio vi portò istintivamente una mano sopra, accarezzandola delicatamente con il pollice. I suoi occhi si riempirono di malinconia perché sì, Domenico aveva passato di peggio ed era successo per colpa sua. Era proprio per quello sguardo triste che l'ispettore non voleva raccontare nulla.

"Ja, nun fa' accussì, è cos ‘e nient."

Parlò volutamente nel suo dialetto, di solito bastava per far tornare il sorriso sul volto di Claudio. Questa volta, però, non ottenne l'effetto desiderato.

"Per te non è mai niente, Domenico."

Sospirò, scuotendo appena il capo.

"Non so più cosa fare con te. Finisci sempre per metterti nei guai…"

Sussurrò preoccupato, senza staccare gli occhi da quella fasciatura che ancora stava accarezzando.

Domenico accennò un sorriso malinconico.

"Forse è perché non ho più il mio portafortuna con me. Ti ricordi cosa ti dicevo sempre?"

Mormorò, e intanto nella sua mente riaffiorarono i ricordi di quelle parole che riecheggiavano nel piccolo ingresso del loro appartamento, rendendo più dolce ogni amara separazione.

Claudio sentì il proprio respiro mozzarsi in gola e chiuse gli occhi, come colpito da una fitta.

"Non so di cosa tu stia parlando."

Mentì, pur sapendo che fosse del tutto inutile. La sua voce aveva tremato nel pronunciare quella frase, un errore che non aveva commesso neanche durante la sua primissima udienza. Aveva sempre avuto la capacità di saper trasformare -se avesse voluto- un uomo innocente in colpevole e un uomo colpevole in innocente, eppure dire una bugia a Domenico non gli era mai riuscito.

"E invece lo sai."

Ribatté l'ispettore, afferrandolo delicatamente per un polso. Non voleva che scappasse via, come faceva sempre quando si trovavano in momenti come quelli, ormai sempre più rari.

L'avvocato riprese a respirare con un profondo sospiro e riaprì gli occhi, fissandoli di nuovo sulla ferita dell'altro.

"Ti dicevo che il mio portafortuna erano i tuoi occhi blu. Lo sono ancora, anche se lontani."

Continuò Domenico, sollevando il capo per guardarlo in quegli stessi occhi che per lui erano come una bussola da seguire per ritrovare il cammino nelle situazioni più pericolose. Lo avevano sempre aiutato.

Claudio abbozzò una risatina, ma non era allegro.

"Non ti sono serviti granché, faresti meglio a trovartene uno nuovo. Ho perso il conto delle volte in cui hai rischiato la vita, Domenico…"

Mormorò malinconico, ma Liguori scosse il capo, ostinato.

"Guardami, sono vivo. Hai ragione, ho rischiato di morire tantissime volte, eppure sono ancora qui per raccontarlo. Lo vuoi capire che non è mai stata colpa tua se ho rischiato la vita, ma merito tuo se non l'ho persa?"

Gli stava parlando con il cuore in mano, gli occhi che tremavano mentre pronunciava quella specie di supplica. Erano passati anni dall'ultima volta che aveva provato a convincerlo a tornare insieme, con la differenza che in quel momento era sobrio.

Nel cuore di Claudio scattò qualcosa, qualcosa che fece incrinare il ghiaccio nei suoi occhi, e diversamente da allora non allontanò Domenico con i gesti o con le parole. Si avvicinò ancora un po', costringendo l'ispettore ad appoggiarsi al muro per riflesso, e con la mano libera prese un fazzoletto di stoffa dalla tasca, che poi passò sul suo volto sporco di fumo nero per pulirlo.

Era un gesto d'affetto che l'ispettore non si aspettava, ma che il suo cuore riconobbe immediatamente come un bisogno a lungo insoddisfatto. L'avvocato accennò un sorriso.

"Appena avremo un po' di tempo vorrei parlarti, se sei disposto ad ascoltarmi. Non me lo merit-"

L'ispettore non gli lasciò concludere la frase, per evitare che se la rimangiasse troppo in fretta.

"Perché non me lo dici mo’? Non abbiamo niente da fare, posso ascoltarti anche adesso…"

Ti ascolterei sempre, pensò, non mi stancherei mai del suono della tua voce.

Claudio scosse il capo, calmo, e poi sorrise.

"Perché adesso dobbiamo recuperare Manuel prima che si faccia venire strane idee in mente. Te lo giuro, questa volta non scappo."

                                                                                                         *****

Manuel, intanto, si era messo a cercare la stanza di Simone sbirciando alle finestre che davano nelle camere. Si sentiva un po' un guardone a invadere un momento così privato come il sonno ad una serie di perfetti sconosciuti, ma cercava di non pensarci troppo e di concentrarsi solo su Simone.

Ecco, finalmente lo vide nella stanza numero quindici e sospirò, in uno strano misto di sollievo e timore che non pensava neanche potesse esistere. La camera era immersa nell'oscurità, ma a lui non serviva poter vedere ogni singolo dettaglio per riconoscere il suo Simone. Lo aveva riconosciuto il suo cuore, che aveva preso a battere più velocemente non appena si era affacciato lì.

Simone era sistemato nel letto più in fondo, quello vicino alla finestra, e sembrava stesse dormendo. Manuel notò che l'altro letto, più vicino alla porta, era vuoto e pensò che non avrebbe disturbato nessuno, allora, entrando in quella stanza. Voleva solo accertarsi che Simone dormisse serenamente, una cosa da pochi minuti, sarebbe stato velocissimo e non si sarebbe fatto vedere da nessuno.

Proprio mentre stava per aprire la porta, una voce alla sua destra lo bloccò.

"E tu chi sei? Che ci fai qua? Guarda che chiamo la sicurezza!"

Il ragazzo imprecò mentalmente e si voltò in quella direzione, cercando freneticamente nella sua testa una scusa credibile. Vide che a fermarlo era stato un medico, o  almeno gli sembrava un medico, anche se ad occhio poteva passare quasi per un ragazzo della sua età.

"Io...ehm...sono un paziente! Volevo sgranchirmi un po' le gambe e...ah, ma questa non è la mia stanza! Mi sono sbagliato, chiedo scusa!"

Cercò di essere convincente, ma evidentemente fallì. Non era del tutto colpa sua, però, del resto non poteva farci niente se il dottor Bonvegna conosceva personalmente ogni singolo paziente del proprio reparto. Il medico trattenne a stento una risatina a quel goffo tentativo di depistaggio.

"Ah, ma allora ti chiedo scusa io! Se mi dici qual è la tua stanza, ti ci accompagno."

Manuel imprecò mentalmente per la seconda volta, il dottore non se l'era bevuta neanche lontanamente.

"La mia stanza? Sì, certo...è la diciannove…"

Rispose, sperando in un colpo di fortuna o in un miracolo. Riccardo incrociò le braccia, guardandolo divertito.

"Nella stanza diciannove ci sono una signora di quasi sessant'anni e una ragazza di venticinque e tu non mi sembri nessuna delle due. Te lo chiedo di nuovo, che ci fai qua?"

Disse calmo e Manuel sospirò, rassegnandosi a dire la verità.

"Sto qua per Simone…"

Indicò la stanza con un cenno del capo.

"Per favore, non mi cacci. Ho solo bisogno di vedere come sta, la prego."

Mormorò preoccupato, con gli occhi tristi. Il dottore sospirò, scuotendo il capo.

"Non posso farti entrare a quest'ora, devi aspettare domani. Simone sta bene, te lo garantisco io. Tu, piuttosto, sei qua da solo? Dovresti tornare a casa…"

Con un tempismo perfetto, Claudio e Domenico entrarono nel corridoio, raggiungendo a passo svelto Manuel e il dottore.

Il ragazzo li indicò con un gesto della mano e intanto pensò che le garanzie di quel dottore non lo rassicuravano minimamente. Certo, tra i due era lui che aveva studiato Medicina, ma non era lui quello che conosceva Simone.

"Sto con loro, veramente."

"Ah, eccoti! Dottore, la prego, lo scusi. È solo preoccupato per il suo amico, ma adesso lo riportiamo a casa…"

Cominciò a dire Claudio, dopo essersi avvicinato a Manuel e aver poggiato una mano sulla sua spalla. Manuel sbuffò.

"Mi presento, sono Claudio Vinci, l'avvocato di Simone Balestra."

Aggiunse, porgendo la mano libera al dottore, che ricambiò la stretta. Conosceva quell'avvocato di fama e sapeva che l'ufficio legale dell'ospedale avrebbe tremato a sentire quel nome, ma le regole erano regole e valevano anche per lui.

"Piacere, io invece sono il dottor Bonvegna, Simone è un mio paziente. Mi dispiace che siate venuti fin qui a quest'ora, ma devo proprio chiedervi di andare. Anche lei ispettore Liguori, può tornare a casa. Si ricordi di cambiare la fasciatura e ripassi tra una settimana per un controllo."

Disse cordiale, ma deciso.

Dopo aver salutato, Claudio dovette quasi trascinare Manuel di peso in quel corridoio, mentre Domenico se la rideva sotto i baffi. Era un'altra situazione che gli fece venire un déjà-vu, solo che al posto di Claudio c'era sua madre, al posto di Manuel c'era Claudio e al posto di Simone c'era lui.

"Dai, Manuel, non fare il testardo! È già tanto che non abbia chiamato la sicurezza!"

Esclamò l'avvocato e Manuel alzò gli occhi al cielo.

"Ma l'hai visto a quello? Non sembra manco un medico, devi pure vede' se ha finito la scola!"

E così dicendo si liberò dalla presa dell'avvocato per accasciarsi su una sedia in sala d'attesa. Claudio non poteva dire di essere sorpreso.
"Io da qua nun me movo, se volete voi potete andare. Grazie per averme portato qua, ma nun me me vado. Voglio essere qui subito, domani mattina."

L'avvocato si scambiò uno sguardo veloce con l'ispettore, in cerca di supporto. In quegli occhi verdi poteva leggere un 'chissà chi mi ricorda', ma trovò anche l'appoggio che cercava.

"Uagliò, tu m'hai fatto due promesse, non ti ricordi?"

Manuel incrociò le braccia, deciso.

"Domani vado a salutare Simone e poi passo in commissariato da te, c'ho già pensato. Per l'altra, a casa comunque non riposerei, quindi tanto vale restare qua."

Così, pensò, se fosse successo qualcosa a Simone, sarebbe stato informato subito.

L'ispettore guardò eloquentemente l'avvocato e si accomodò a sua volta su una sedia.

"E vabbuò, allora restiamo qua pure noi."

Claudio annuì, in fin dei conti non aveva poi tutto questo bisogno di essere convinto e si sistemò accanto a Domenico. Manuel rivolse ad entrambi un sorriso grato.

"Ma si può sapere che ci fate ancora qui? Vi avevo detto di andare a casa!"

Esclamò sorpreso il dottor Bonvegna quando, circa un'ora dopo, si ritrovò i tre in sala d'attesa.

"Io da qua nun me movo, tanto che fastidio ve do'? Sto fermo, zitto, non disturbo…"

Manuel alzò lo sguardo per guardare il dottore negli occhi, quasi con aria di sfida. Per lui restare in quella sala e non poter stare in camera con Simone era già un enorme compromesso, non avrebbe rinunciato anche a quello.

Riccardo era quasi ammirato da tutta quella determinazione e decisamente molto incuriosito.

"Ma tu lo capisci che non hai nessun motivo per restare qui tutta la notte, vero? Capisco che tu sia preoccupato per il tuo amico, ma se gli succede qualcosa c'è un ospedale intero che può fare molto di più di quanto potresti fare tu. E poi queste sedie sono scomodissime, non preferiresti dormire nel tuo letto?"

Manuel serrò la mascella quando si sentì definire amico di Simone, in un gesto di pura repulsione. Tante volte si era detto e aveva detto anche a Simone che loro due erano soltanto amici, aveva sprecato del tempo prezioso portando avanti quell'assurda convinzione e ogni volta che si scambiavano un bacio o una carezza si dava dell'idiota per aver costretto entrambi a privarsi di quei piccoli assaggi di Paradiso. Certo, il dottore non poteva sapere niente di tutto questo e forse non avrebbe neanche potuto capire quanto fosse forte il sentimento che legava lui e il ragazzo che riposava in fondo al corridoio.

"Ho i miei motivi per restare."

Riccardo inarcò le sopracciglia in un'espressione di pura sorpresa, se fosse stato un personaggio di un fumetto gli sarebbe spuntata una lampadina in testa. Era praticamente la stessa frase che gli aveva detto Simone e gli tornò in mente che aveva anche fatto un nome, appena sveglio.

"Senti, ma non è che per caso tu sei Manuel?"

Fu il ragazzo, adesso, a sgranare gli occhi per la sorpresa, anche se solo per un istante prima di tornare a guardare il medico in cagnesco. Simone doveva avergli parlato di lui, per forza.

"Sì, so' io, perché?"

Riccardo sorrise soddisfatto, come se avesse trovato la soluzione ad un rompicapo. Adesso sì che capiva da dove venisse tutta quella determinazione!

"Perché Simone mi aveva scambiato per te, quando si è svegliato."

Manuel arricciò il naso, contrariato. Lui era più bello di quella specie di spaventapasseri vestito da medico!

"Eh, non fare questa faccia, tra l'anestesia e gli antidolorifici avrebbe potuto scambiarmi anche per Orietta Berti, credimi."

"Vabbè, comunque, a maggior ragione devo restare qua, no? Se pure Simone ha fatto il mio nome, vuol dire che sono necessario!"

Esclamò Manuel, senza comunque alzare troppo la voce. Il dottor Bonvegna sospirò sconsolato e poi scosse il capo.

"Senti, se ti faccio entrare per cinque minuti nella stanza di Simone, poi ti fai riportare a casa? Cinque minuti e non di più però, eh!"

"No, te forse non ci senti bene, vatte a fa' na visita alle orecchie, già che sei in ospedale."

Ribatté Manuel, offeso, indicando il proprio orecchio per sottolineare il concetto.

"Io da qua nun me schiodo almeno finché Simone nun se sveglia. Voglio stare qua, potrebbe aver bisogno de me."

"Ascoltami, Manuel, io capisco che…"

"No, te non capisci proprio un cazzo!"

Sbottò Manuel, arrabbiato. Era stufo di farsi sentir dire che lo capivano, ma. Che ne sapevano, loro, di ciò che erano lui e Simone?

"Te ce l'hai qualcuno che quando lo stringi al petto, la sera, ringrazi di essere nato? Perché è questo che Simone è per me ed è questo che io provo ad esse per lui! Perciò non mi venire a dire che capisci, perché se capissi davvero me faresti resta'!"

Claudio e Domenico si scambiarono uno sguardo preoccupato e l'avvocato fece per intervenire, nel tentativo di aggiustare la situazione, ma Riccardo parlò prima che potesse farlo lui. Era rimasto travolto da quell'impeto di emozioni e adesso capiva davvero perché quel ragazzo insistesse tanto.

"E invece ti capisco, più di quanto credi."

Gli disse calmo, con un velo di malinconia negli occhi di cui però Manuel non si accorse, troppo preso dai propri pensieri e dalla voglia di stare vicino al proprio ragazzo.
"Dai, vieni, ti porto da Simone."

Manuel sgranò sorpreso gli occhi, per un attimo, e per quell'attimo tornò ad essere il ragazzino preso da un amore più grande di lui che era, prima di rimetter su la sua maschera di diffidenza.

"Io però a casa nun ce torno, eh."

Il dottor Bonvegna alzò gli occhi al cielo, sbuffando divertito.

"Sì dai, l'hanno capito anche i muri. Ti faccio restare in stanza con lui, contento?"

Non attese la sua risposta e si voltò verso Claudio e Domenico.

"Voi però fatemi il piacere e andatevene a casa, non posso farvi stare tutti in stanza e non serve che restiate qui. Non fatemelo chiedere in ginocchio."

Disse con tono scherzoso e i due uomini si alzarono immediatamente.

"Non vorrei tirare troppo la corda, dottor Bonvegna, ma ci terrei anch'io a dare uno sguardo a Simone, prima di andarmene. Non le chiedo più di un minuto, davvero."

Disse Claudio, con la voce e l'espressione di un padre preoccupato. Il medico sospirò, ma non se la sentì di dire di no a quella richiesta.

"Va bene, venga anche lei, ma davvero per un minuto!"
"Ok, allora andiamo!"


Esclamò Manuel, afferrando il medico per un braccio. Meglio muoversi, prima che cambiasse idea! Il medico si lasciò trascinare nel suo stesso reparto, fermandosi soltanto una volta entrati in stanza.

Claudio fu il primo ad avvicinarsi a Simone, a passo svelto ma silenzioso, e sorrise teneramente vedendo il ragazzo dormire sereno. Ne aveva passate tante, troppe, come testimoniavano la gamba fasciata e il livido scuro sul viso su cui soffermò preoccupato lo sguardo, meritava di riposare e di stare con le persone che amava e che lo amavano. Lo salutò con una carezza leggerissima tra i ricci neri, poi si allontanò e tornò vicino alla porta.

"Grazie davvero, dottore, ora tolgo il disturbo."

Si voltò verso Manuel.

"Mi raccomando Manuel, non dare fastidio al dottore."

Gli intimò, anche se con un sorriso.

"E cerca di riposare anche tu, eh."

Aggiunse l'ispettore, più tranquillo, che li aveva seguiti, ma era rimasto fuori.

"Sì, lo prometto, non vi preoccupate."

Claudio e Domenico si allontanarono dopo un ultimo saluto, lasciandoli soli. Il dottor Bonvegna indicò a Manuel un angolo della camera.

"Scegli pure una poltroncina, se vuoi posso portarti un cuscino o un lenzuolo...Te sei sicuro di voler restare qui tutta la notte?"

"Sì, so' sicuro e nun me serve niente, grazie."

Gli occhi di Manuel erano stati attratti come calamite dal letto di Simone, dall'altra parte della stanza rispetto a dove stava lui. Per un istante, però, si spostarono sul medico. Forse l'aveva giudicato troppo in fretta.

"Davvero, grazie."

Il medico gli mise una mano sulla spalla, con fare amichevole.

"Non ringraziarmi, cerca solo di non mettermi nei guai, intesi? Ah, Simone sta dormendo come un angioletto, vediamo di lasciarlo così, eh?"

Manuel fece una piccola smorfia, quasi impercettibile, a sentir chiamare Simone 'angioletto'. Di per sé non era una definizione sbagliata, ma gli aveva dato fastidio sentirla dire da una voce che non fosse la propria, anche se solo per un istante. La cosa più importante in quel momento, però, era far capire a quel medico che non era un totale scapestrato e che no, non avrebbe fatto cazzate. Non più, almeno.

"Sto qua proprio perché voglio che dorma, non ci penso nemmeno a svegliarlo. Puoi stare tranquillo."

"Per qualsiasi cosa rivolgiti a me, non farti vedere da altri medici o dagli infermieri. Buonanotte."

Manuel prese il bigliettino su cui il medico aveva scritto il suo numero, poi attese che uscisse prima di fare qualche passo in avanti nella stanza in penombra che sembrava immersa in un'atmosfera sospesa, da sogno.

Posò lo sguardo sui macchinari accanto al letto, attirato dal loro bip cadenzato e rassicurante. Quel bip era il suono del cuore di Simone e quella linea verde che faceva su e giù sullo schermo era il suo percorso ed entrambi gli dicevano che Simone era vivo, che nonostante tutto -nonostante lui e le sue cazzate- stava bene.

Si spostò verso la poltroncina che il medico gli aveva indicato prima, la avvicinò il più possibile al letto e vi si lasciò cadere sopra, sedendosi in maniera ben poco composta. I suoi occhi scivolarono sulla gamba rotta e fasciata, l'emblema della sua colpa. Quante volte Manuel si era fermato ad accarezzare le gambe di Simone quando si intrattenevano a letto più del dovuto o a massaggiarle quando si facevano il bagno insieme dopo una partita di rugby o un allenamento. Quando poi voleva proprio strafare e viziare il suo fidanzato -cioè una volta sì e l'altra pure- vi posava anche qualche bacio e Simone un po' protestava, imbarazzato, ma sorrideva con gli occhi che brillavano e per Manuel erano le gemme più preziose del mondo.

Salì poi verso il busto coperto da un lenzuolo e si trattenne a seguire la danza lenta del suo respiro, scandita dai bip del suo cuore.

Simone è vivo, Simone sta bene.

Lì, su quel petto, Manuel aveva fatto i sogni più belli della sua vita, ma che erano comunque meno belli della realtà che lo accoglieva quando riapriva gli occhi. Era quello il suo posto nel mondo, neanche cercando per tutta la vita ne avrebbe trovato un altro.

I suoi occhi si mossero ancora più su e furono colpiti da uno spettacolo che conoscevano bene, ma a cui non si sarebbero mai abituati.

I miei occhi non sono mai sazi di te.

Simone dormiva, il capo leggermente inclinato in direzione di Manuel e se non fosse stato per i suoi colori vivi e caldi sarebbe parso una statua antica da esporre in un museo. Il suo viso rilassato era la massima espressione di quei canoni di bellezza e perfezione che gli scultori greci inseguirono per tutta la vita -come aveva spiegato la prof di arte- anzi secondo Manuel era stato proprio quel viso ad ispirarli, a dettare quelle regole che ancora oggi non potevano essere superate. Solo una barbetta scura appena accennata entrava in contrasto con quei canoni di perfezione, restituendo però a Simone la sua età e rendendolo ancora più umano, ancora più bello.

I suoi riccioli neri, scomposti dal sonno e dalle avventure di quei giorni, non avevano nulla da invidiare a quelli di Antinoo -l'amato perduto dell'imperatore Adriano che neanche le centinaia e centinaia di statue da lui fatte realizzare poterono riportare in vita-, ma Manuel sapeva di essere più fortunato dell'imperatore e che, a differenza di quelle sculture, se avesse allungato una mano ad accarezzarli non avrebbe trovato il freddo marmo ad accoglierlo, ma la morbidezza di un corpo caldo.

Infine, gli occhi di Manuel cercarono i loro compagni, che al momento però erano nascosti dalle palpebre, con le ciglia lunghe e nere a fare da guardia come dei piccoli soldatini. Dietro quelle palpebre c'erano i sogni di Simone, che dovevano essere più agitati del previsto a giudicare da come i suoi occhi saettavano sotto la pelle.
Manuel non poteva svegliarlo, il dottore glielo aveva sconsigliato, anche se avrebbe voluto, per cui si limitò a prendere una mano di Simone nella propria e ad accarezzarla dolcemente. Era quello il motivo per cui era lì.

"Va tutto bene Simo', va tutto bene. Vorrei dirte che va tutto bene perché ce sto io, però non è così. Te lo dico adesso, mentre dormi, perché lo so che se fossi sveglio mi avresti già fermato, ma in fondo in fondo lo sai pure te che ho ragione. Va tutto bene perché sei in ospedale, dove c'è qualcuno che si prenderà cura de te e va tutto bene perché qualcuno ti ha salvato e ti ha portato qui. Qualcuno che non sono io, ma va bene lo stesso perché te sei al sicuro ed è questo che conta. Anzi, se non ce fossi stato io, te non avresti avuto bisogno d'esse salvato e mo non staresti bloccato in un letto co’ 'na gamba rotta e gli incubi in testa. Forse facevamo meglio a non incontrarce, anzi facevo meglio a non nasce proprio…"

Sussurrò con un filo di voce, lasciando che quelle parole si perdessero nel silenzio della notte. Si era sporto in avanti mentre parlava, come un fedele che si accostava alla sua divinità. Non aveva mentito, prima, quando aveva detto che Simone lo faceva sentire grato di essere nato -non c'era nulla di più vero-, ma al tempo stesso in quei giorni si era reso conto di quanti problemi avesse portato nella vita di Simone e, a suo modo di vedere, sulla bilancia che misurava il valore delle loro rispettive felicità era quella del ragazzo di fronte a lui a trascinare il piatto più in basso.

Era la sua quella più importante, quella da preservare a tutti i costi.

Chapter Text

Dietro le palpebre di Simone c'era il buio confortante del sonno profondo senza sogni.

Tutti gli esseri umani cominciano la propria vita al buio, un buio che non fa paura, che ti culla e ti protegge con il suo vuoto. Era una sensazione piacevole essere immersi in un buio molto simile a quello, quasi a galleggiare, senza dover pensare a nulla.

All'improvviso il buio cambiò e si fece più intenso, più opprimente.

Tutti gli esseri umani hanno paura del buio, perché nel buio sono vulnerabili, senza difese.

Il buio si riempì di voci cattive, violente, che parlavano di morte e Simone cominciò a correre per fuggire da quelle voci che lo inseguivano. Non aveva punti di riferimento, non sapeva dove andare, spostava freneticamente gli occhi alla ricerca di qualcosa che potesse aiutarlo, ma intorno a lui c'era soltanto il nulla.

Correva e correva, ma non sapeva nemmeno se stesse correndo in circolo o se invece la sua corsa avesse una direzione. Ogni passo era un salto nel vuoto, come quando salendo le scale non ti accorgi che i gradini sono finiti e convinto che ce ne sia ancora uno calibri male il tuo passo e ti sembra di sprofondare. Per Simone quella non era una semplice sensazione, ad ogni passo finiva davvero in un buio sempre più profondo, sempre più nero e le voci si facevano sempre più vicine, sussurravano al suo orecchio.

Correva a perdifiato, con il cuore che sembrava sul punto di esplodergli nel petto, in quel buio che sembrava non finire più, quando si ritrovò davanti ad un muro che non poteva vedere, ma che c'era e gli impediva di avanzare.

Tentò allora di correre in un'altra direzione, ma dopo essere avanzato di poco si scontrò con un altro muro e poi ancora un altro e un altro ancora. Era bloccato in una stanza invisibile, la sua prigione personale, lo stanzino in cui aveva trascorso gli ultimi giorni. A nulla servì battere i pugni contro quelle pareti, non aveva la forza di poter uscire da solo.

Le voci intanto lo avevano raggiunto e lo avvolsero come una nebbia impalpabile. Con un distinto rumore di ossa rotte Simone cadde a terra senza riuscire ad alzarsi. Si rese conto di essere nudo quando sentì il buio accarezzargli la pelle con le sue mani ghiacciate che bruciavano al contatto e che lo stringevano sempre di più.

"Aiuto! Qualcuno mi aiuti!"

Gridò a voce piena, disperato, e il buio ne approfittò per farsi strada dentro di lui, passando dalla sua bocca. In qualche modo Simone sapeva che se fosse arrivato al suo cuore sarebbe stata la fine, quindi cercava di ribellarsi, di liberarsi da quella presa opprimente, ma senza successo.

Stava diventando parte di quel buio e non poteva salvarsi.

Fu quando sentì venir meno ogni forza che il buio venne squarciato da una luce improvvisa, una luce accecante dinanzi alla quale, tuttavia, non chiuse gli occhi perché non provava fastidio o dolore a guardarla.

Avanzava verso di lui, cancellando l'oscurità intorno a sé senza alcuna difficoltà, e quando fu abbastanza vicina Simone si accorse che aveva sembianze umane, pur non riuscendo a scorgerne i dettagli.

L'angelo -perché poteva trattarsi soltanto di un angelo- lo aiutò a rialzarsi e Simone si aggrappò a lui, venendo avvolto dalla sua luce che lo abbracciò per proteggerlo dal buio intorno a loro. La sua pelle era accarezzata dal suo calore e non c'era più traccia di freddo nel suo corpo.

Simone era incantato dal volto di quella creatura meravigliosa e si accorse che aveva due occhi scuri, caldissimi e dolci, che lo fissavano con amore e un po' più in basso delle labbra leggermente dischiuse, come un fiore appena sbocciato. Si mossero insieme, attratti l'uno dall'altro, e si incontrarono in un bacio che fuse i loro corpi nudi in uno solo e le loro anime in un'unica luce.

Simone riaprì gli occhi con ancora sulle labbra il sapore di quel bacio e dopo qualche istante di confusione ricordò di essere in ospedale. Gli tornò in mente anche il volto simpatico del dottore che lo aveva preso in cura: Roberto? No, no, Riccardo.

Il suo sguardo, quando riuscì a mettere a fuoco l'ambiente circostante, fu immediatamente attratto dalla massa di ricci scomposti accanto a lui e le sue labbra si curvarono in un sorriso. Eccolo, il suo angelo dagli occhi scuri.

"Manuel…"

La sua voce era appena un sussurro roco, ma tanto bastò a far sorridere l'altro ragazzo a trentadue denti. Strinse le dita intorno alla sua mano, ricambiando quella presa che chissà da quanto tempo Manuel stava tenendo salda. Era decisamente un bel risveglio.

"Hey, Simo, buongiorno. Tutto a posto? Hai bisogno de qualcosa?"

Domandò premuroso, resistendo alla tentazione di baciarlo immediatamente. Prima le cose importanti, poi quelle piacevoli e importanti. Era ancora presto, volendo Simone avrebbe potuto dormire ancora un po', sembrava anche essersi calmato nell'ultima parte del suo sonno.

"Solo un po' d'acqua, se puoi, per favore."

Mormorò Simone con voce impastata e per Manuel fu naturale fare una risatina. Il solito Simone!

"Se puoi, per favore...Simo', eddai, non me lo far dire."

Disse divertito mentre gli versava l'acqua, riferendosi al fatto che Simone non aveva proprio bisogno di chiedergli favori. L'altro ragazzo sorrise imbarazzato e intanto fece alzare lo schienale del letto.

"Ammazza, quanta tecnologia…"

Commentò Manuel e Simone ridacchiò.

"Mh, hai visto? Sembra di stare alla NASA."

Non prese il bicchiere che Manuel gli stava porgendo, sollevò una mano solo per sfiorargli la sua con le dita. Aveva bisogno di contatto e non aveva vergogna a chiederlo.
Manuel lo capì, come sempre, e con l'altra mano gli accarezzò una guancia, delicato.

"Mi fai bere tu?"

Chiese Simone, ma la sua non era una richiesta dettata dalla reale necessità di essere aiutato, riusciva abbastanza tranquillamente a muovere le braccia e a reggere un bicchiere, voleva soltanto essere sicuro che Manuel fosse lì per davvero e quel gesto era diventato un po' la prova della sua presenza.

Manuel capì anche questo e annuì, avvicinandogli il bicchiere alle labbra. Avrebbe fatto di tutto per rassicurarlo.

"Sto qua, Cerbiattino, sto qua."

Sussurrò dopo, chinandosi a dargli un bacio tra i capelli. Simone liberò un sospiro d'approvazione, più sereno.

"Te lo può confermare anche quello spaventapasseri che ti ritrovi come medico."

Aggiunse, dandogli subito un altro bacio tra i ricci e Simone reagì con una risatina.

"Dai, non dire così, Riccardo è stato molto bravo con me…"

Manuel sollevò un sopracciglio, indispettito.

"Riccardo? Lo chiami pe' nome?"

Non ce l'aveva con Simone, ma non poteva neanche negare che la cosa gli facesse provare un po' di fastidio.

Simone sollevò il capo verso di lui, guardandolo con gli occhioni che luccicavano furbetti. Il solito Manuel!

"Eh, me l'ha detto lui. Non mi dire che sei geloso..."

Manuel arricciò il naso, colto in flagrante. Sì, un po' lo era.

"Non te lo dico se proprio ci tieni, però quello nun me voleva manco fa resta' in sala d'attesa. Diciamo che non mi sta proprio simpatico, però se con te è stato bravo, va bene. Anche perché altrimenti gli rigavo la macchina."

Borbottò e Simone rise di gusto, innamorato perso di quel suo fidanzato dolcissimo. Anche Manuel rise, perché il suo cuore era felice se lo era anche quello di Simone.

"Vieni qui, scemo."

Lo tirò a sé per la maglietta e Manuel non oppose certo resistenza.

I loro respiri, ancora ebbri di risate, si mischiavano e i loro occhi si perdevano e si ritrovavano gli uni negli altri, vicini com'erano. Mancava soltanto una cosa perché fosse tutto a posto e non tardò ad arrivare.

Simone portò una mano dietro la testa di Manuel per tenerlo stretto a sé mentre si scambiavano quel bacio perfetto nonostante la posizione scomoda, quel bacio che fece tornare i loro personalissimi assi in equilibrio.

"Questo, il dottor Bonvegna se lo sogna."

Sussurrò Simone, poggiando la fronte su quella di Manuel. Ancora lo stringeva a sé, aggrappato ai suoi capelli morbidi. Manuel sorrise sghembo.

"Questo, Riccardo non lo sa fare."

Replicò, gettandosi di nuovo sulle labbra dell'altro per saziare una fame che troppo a lungo aveva tormentato entrambi. Erano insieme, Simone era al sicuro, dovevano celebrare in qualche maniera e non c'era modo migliore di quello.

"Senti come batte il tuo cuore, Simo'..."

Portò una mano ad accarezzargli il viso affannato e Simone vi ci strofinò leggermente la guancia contro.

"Rischiamo di far arrivare mezzo ospedale se non ci calmiamo, Manuel."

Ridacchiarono insieme, complici, e sempre insieme si separarono, ma solo con i corpi e neanche così tanto, in fondo. Manuel tornò a sedersi sulla poltroncina e Simone a stendersi. I loro sguardi non si posavano su niente se non sull'altro.

"Come stai? Non te l'ho ancora chiesto…"

Domandò Simone, intrecciando la propria mano in quella di Manuel, che subito ricambiò la presa.

"Prima che tu possa obiettare dicendo che dovresti essere tu a chiederlo a me, ti faccio notare che tu lo sai come sto io, ma io non so come stai tu. Ti ho visto che ti trascinavano via, l'altro giorno."

Manuel curvò un angolo delle labbra in un sorrisetto dolce. Il suo fidanzato lo conosceva fin troppo bene, era esattamente l'obiezione che voleva fare ed era convinto che fosse doveroso farla, dal momento che tra i due non era lui quello con una gamba rotta. Capiva però anche la sua preoccupazione, a parti invertite sarebbe stato lo stesso.

"Mo che sto qua sto benissimo, sarà l'aria dell'ospedale."

Cominciò a dire, cazzaro come al solito. Ottenne una risatina da parte di Simone, ma i suoi occhioni da cerbiatto chiedevano di più e Manuel non esitò a tornare più serio.

"Zucca e quell'altro m'hanno menato, sì, ma niente di chissà che. Qualche pugno per farme smette de agitarme e una spinta fuori dallo sfascio, ho passato di peggio."

Spiegò tranquillo, perché del resto era vero, stava benissimo. Simone, però, lo guardò comunque come se fosse stato un cucciolo ferito, ricordandosi di quel 'peggio'.

"Povero Manuel…povero Paperotto."

Mormorò dolcemente, accarezzandogli il dorso della mano con il pollice.

Manuel accennò un timido sorriso, ma in cuor suo sapeva  che quelle botte se le era meritate e che anzi si sarebbe meritato anche di più, solo per essere punito per le sofferenze che aveva fatto patire a Simone. Preferì tenere il pensiero per sé, sapeva che Simone avrebbe cercato in tutti modi di convincerlo del contrario e non voleva affaticarlo.

"E tu, invece, come hai dormito?"

Era meglio cambiare argomento, per prima cosa, e poi aveva notato che dopo quell'agitazione iniziale Simone si era calmato e aveva davvero dormito come un angioletto, tuttavia voleva esserne sicuro.

Simone, dal canto suo, si accorse che Manuel si stava tenendo qualcosa dentro, ma sapeva anche che insistere non sarebbe servito a molto, non in quella situazione. Doveva fargli capire che stava davvero bene, che era sereno e felice di stare con lui, solo così avrebbe potuto aiutarlo a gestire i suoi sensi di colpa.

"Bene, il letto è comodo e qualunque cosa ci sia in queste flebo aiuta. Mi hanno dato la roba buona…"

Scherzò e Manuel fece uno sbuffo divertito, dandogli un buffetto sulla guancia con la mano libera.

"Mh, quasi quasi me faccio ricovera' pur'io, allora."

Simone ridacchiò alla battuta, poi tornò più serio.

"Ho fatto un sogno brutto, che poi però è diventato bello. Molto bello."

E così dicendo sorrise morbidamente al ricordo. L'altro ragazzo lo guardò incuriosito.

"Te va di raccontarmelo?"

Simone annuì, prendendosi qualche secondo prima di iniziare a parlare, alla ricerca delle parole giuste. È sempre un po' difficile raccontare un sogno, non tanto per la sua assurdità o difficoltà nel ricordarlo, ma perché farlo vuol dire mostrare una parte profonda di se stessi, un desiderio o un pensiero nascosto.

"Ero immerso nel buio, da solo. All'inizio era piacevole, mi sembrava di galleggiare nello spazio come un astronauta…"

Accennò un sorrisetto divertito a quel paragone, ma i suoi occhi rimasero malinconici. Manuel lo notò e cominciò ad accarezzargli con il pollice il dorso della mano stretta nella sua. Era solo l'inizio dell'incubo, quello.

"Era bello, ma tutto ad un tratto non lo è stato più, non so perché. Se fino ad un attimo prima stavo galleggiando, un attimo dopo mi sono ritrovato a correre, circondato da un buio diverso, che mi faceva paura. E poi c'erano delle voci, come dei sibili, ed erano ovunque, non capivo da dove provenissero. Mi dicevano di fermarmi, di ascoltarle, ma io non l'ho fatto e ho continuato a scappare, anche se non sapevo dove andare e non vedevo nulla intorno a me, anche se più andavo avanti e più sprofondavo nel buio."

Il viso era contratto in un'espressione concentrata che quasi sembrava di dolore e aveva chiuso gli occhi, credendo che tornare nel buio fosse il miglior modo per raccontarlo.

Manuel si sporse ancora di più verso di lui, se possibile, e con la mano libera gli accarezzò il viso. Non poteva fare nulla per cancellare quell'incubo dalla memoria di Simone, né poteva tornare indietro nel tempo ed evitare che Zucca lo portasse via, ma poteva ricordargli che era tutto finito.

"Mo nun ce resta' al buio, però. Apri gli occhi, sta' qua con me, che ce sta er Sole."

Sussurrò teneramente, avvicinandosi a dargli un bacio a fior di labbra.

Simone sorrise perché Manuel, senza saperlo, si stava comportando come nel suo sogno. Quando riaprì gli occhi, un istante dopo quel bacio, trovò il bel sorriso del suo ragazzo ad attenderlo. Aveva ragione, lì c'era il Sole.

"Hai ragione, qui è meglio. Infinitamente."

Manuel fece uno sbuffo divertito.

"Infinitamente? Ma come parli? Non mi ci abituerò mai…"

Simone, in tutta risposta, gli fece una linguaccia e Manuel ridacchiò di gusto. Non ci voleva molto, in fondo, per ritornare alla serenità.

"Per essere uno che ama tanto le poesie, hai troppo da ridire su come si esprimono gli altri. Vuoi sapere o no come continua il sogno?"

Ribatté indispettito e Manuel annuì, sollevando la mano libera in un gesto che significava lasciargli campo libero. Simone tornò a concentrarsi e sospirò. Istintivamente, la mano che non era intrecciata a quella di Manuel scivolò sulla propria coscia, in corrispondenza della gamba rotta.

Manuel seguì quel movimento con lo sguardo, attentissimo.

"Ad un certo punto mi sono accorto di essere finito in una specie di stanza, sempre buia, che sembrava non avere muri, ma ero intrappolato. Le voci mi avevano raggiunto e colpito, facendomi cadere sul pavimento. Le sentivo addosso, mi afferravano e mi toccavano con le loro mani freddissime, mi stringevano togliendomi il respiro. Dicevano 'lasciati andare, resta qui con noi, presto sarà tutto finito'. Io cercavo di liberarmi e loro mi avvolgevano ancora di più, non potevo più muovermi. Gridavo, chiamavo aiuto, ma non c'era nessuno ad ascoltarmi e il buio stava entrando dentro di me. Lo sentivo nella bocca e nella gola, mi soffocava e non avevo le forze per cacciarlo fuori, o forse non ne ero capace. Ero stanco e...stavo cedendo, Manuel. Volevo cedere, lasciarmi prendere dal buio e restare lì, dove non ci sarebbe stato più dolore o paura, soltanto... soltanto il buio."

Manuel si sentì sprofondare nel buio a sua volta all'udire quelle parole, quella confessione. Aveva temuto di perdere Simone per sempre in quei giorni di lontananza e adesso aveva la certezza di esserci andato vicino, terribilmente vicino.

Non riusciva nemmeno ad immaginare un'esistenza senza Simone, probabilmente perché senza di lui l'esistenza non avrebbe più avuto senso. Il mondo sarebbe precipitato nel buio insieme a lui e così anche gli animali, le piante, perfino la luce stessa, nulla avrebbe avuto il coraggio di continuare ad esistere senza Simone.

Gli occhi si riempirono di lacrime che lui non provò nemmeno a fermare quando presero a rigargli le guance e anche per Simone fu lo stesso. C'era soltanto un motivo per il quale non aveva ceduto alle lusinghe del buio e adesso ce l'aveva davanti, gli stringeva la mano e piangeva insieme a lui: il suo angelo dagli occhi scuri.

"Poi, però...è successa una cosa bellissima, sai?"

Riprese, con la voce un po' tremante, sorridendo al ragazzo di fronte a lui. Manuel si concesse di riprendere a respirare, qualunque cosa fosse questa cosa bellissima di cui parlava Simone, era grato che gli fosse capitata.

"Sì? Che cosa?"

Domandò roco, portando la mano ad accarezzare il viso di Simone. Era caldo di vita, umido per le lacrime, ed era il viso che amava tanto. Simone accolse con gioia quelle carezze, beandosi di quel tocco che lo aveva sottratto al buio.

"È successo che è arrivato un angelo. Era bellissimo, pieno di luce. Mi ha preso, anzi mi ha strappato al buio senza sforzo e mi ha tirato a sé."

Guardava Manuel negli occhi, sognante e innamorato, esattamente come aveva fatto con l'angelo del suo sogno. Solo che ora non si trovava in un sogno, ma nella realtà e l'angelo era lì, un angelo meravigliosamente umano con i capelli arruffati e il viso stanco di chi non dormiva da un po'. Simone pensò che doveva assolutamente aiutarlo a riposare.

Manuel invece lo ascoltava, tutto sporto verso di lui, e non pensava minimamente che quell'angelo potesse essere lui. I suoi occhi tradivano la malinconia di quella consapevolezza.

"Stretto a lui non avevo più paura, non avevo più freddo, mi ha salvato per davvero. E poi…"

Rivolse a Manuel un morbido sorriso, leggendo sul suo volto tutte le insicurezze che provava ascoltando quel racconto. Possibile non capisse che per lui non potevano esistere altri angeli?

"E poi l'ho guardato nei suoi meravigliosi occhi scuri, lui ha guardato nei miei e ci siamo baciati. Mi sono sentito al sicuro, in quel momento."

"Fortunato quest'angelo…"

Sussurrò Manuel, abbozzando un sorrisetto mesto.

"E poi che è successo?"

"Beh, poi è successo che mi sono svegliato e l'angelo era ancora qui con me. Sono io quello fortunato."

Manuel sospirò profondamente e distolse lo sguardo, guardando in basso. Simone gli aveva detto una cosa meravigliosa, eppure lui non riusciva ad esserne felice, perché non era vera. Fece per alzarsi, ma l'altro lo trattenne per la mano e lui non ebbe né la forza né il coraggio di opporsi. Simone lo guardava preoccupato.

"Che c'è, Manuel? Per favore, parliamone."

Manuel scosse il capo, non voleva affrontare quel discorso con lui perché non voleva affaticarlo. Simone doveva solo riposare e guarire, doveva rilassarsi.

"No, senti, fa' finta di non avermelo raccontato, 'sto sogno. Devi pensare solo a te, adesso."

Gli disse, pur sapendo che fosse una richiesta irrealizzabile. Simone, infatti, non si fece convincere: Manuel aveva bisogno di parlare, non poteva chiudersi a riccio, lasciandosi divorare dalle insicurezze.

"Pensavo avessimo superato da un po' la fase in cui ci tenevamo tutto dentro. Se c'è qualcosa che ti fa stare male, e mi sembra di sì, ti prego parliamone. Scappare non serve."

Ribatté deciso, seppur con dolcezza e pazienza. Non era arrabbiato con Manuel, voleva solo fargli capire che non era sano tornare indietro dopo tutta la fatica che avevano fatto per arrivare fin lì.

"Vuoi sapere cosa penso, Simo'? Penso che il sogno sia bello, ma è solo un sogno. Vorrei fosse stato la realtà, davvero, credimi, lo vorrei con tutto il cuore, ma io non so' l'angelo del tuo sogno. Vorrei esserlo, ma non lo sono. Non ne sono capace."

Manuel disse tutto di getto, il suo cuore premeva di vomitare quelle parole già da un po', ma a differenza di quanto accade solitamente dopo aver vomitato, non si sentiva meglio.

"Mi ero illuso che tra me e te potesse andare tutto bene, che potessimo esse felici insieme, ma guardati, Simo': hai una gamba fracassata soltanto per colpa mia e fai gli incubi sul buio che te divora soltanto per colpa mia! Non te lo meriti, uno così. Sono rotto, Simo', e non me riesco ad aggiusta'."

Si lasciò andare alle lacrime che avevano soltanto il sapore della colpa, scosso dai singhiozzi. Si sentiva ridicolo, oltre che egoista.

Simone però non la pensava così e fece sollevare lo schienale del letto per mettersi seduto. I suoi occhi erano umidi di lacrime per il dolore che l'altro provava, per le paure e le insicurezze che lo attanagliavano. Allungò una mano ad accarezzare i capelli del suo angelo ferito per fargli capire che non era solo.

"Vieni qui, dai."

Sussurrò dolcemente, allargando le braccia per accoglierlo. Manuel spostò un istante lo sguardo su di lui, poi scosse il capo.

"No, Simo', lasciame perde. Non ti devi affaticare…"

Simone accennò un sorriso, senza abbandonare la sua posizione.

"E da quando un abbraccio è una fatica? Vieni qui, ne hai bisogno e ne ho bisogno anch'io. Devo chiedertelo per favore?"

"No, certo che no…"

Manuel fece un respiro profondo, si alzò e, tremante, si rifugiò tra le braccia del suo ragazzo. Anche dopo giorni di maltrattamenti, la sua stretta era salda intorno a lui e, come sempre, teneva insieme tutti i suoi pezzi rotti. Anche lui però strinse Simone tra le proprie braccia, circondandogli il busto con delicatezza per non fargli male. Affondò il capo nell'incavo del suo collo caldo, respirando il profumo della sua pelle sudata. Era un profumo che per Manuel significava tutto.

Simone portò una mano tra i capelli del ragazzo che singhiozzava su di lui, accarezzandoli con tutto l'amore che meritava di ricevere. Accompagnò le carezze con qualche piccolo bacio posato appena dietro al suo orecchio, dove riusciva ad arrivare. Un bacio per ogni lacrima che Manuel versava.

"Te non hai niente da doverti aggiustare, Manuel, non sei rotto e te lo ripeterò fino a cancellare per sempre le voci di chi ti ha messo in testa questa cazzata."

Sussurrò direttamente al suo orecchio, dandogli subito dopo qualche altro bacio. Sperava con tutto il cuore che in quel modo il messaggio arrivasse più rapidamente.

"Tu non sei rotto e sei davvero l'angelo del mio sogno, mi hai salvato anche da lontano. Senza di te, senza la certezza che ci fossi tu ad aspettarmi, io adesso non sarei qui a parlarti. Ti prego di credermi, perché è la verità."

E Manuel annuì, troppo provato per fare altro. Non faceva fatica a credere alle sue parole, conosceva da poco l'amore -quello vero- ma ne aveva compreso subito la forza. L'amore salva, l'amore tiene in vita e Simone era salvo e vivo grazie a quel miracolo che era stato l'incontro tra i loro cuori. Un miracolo tutto umano, gli piaceva pensare, e tutto loro.

Simone gli diede un bacio un po' più lungo degli altri, perché era fondamentale che quel messaggio giungesse a destinazione.

"Perciò meglio una gamba rotta, che quella si aggiusta, no?"

Aggiunse, un po' più leggero. Manuel emise una risatina strozzata dalle lacrime, ma poi scosse il capo. Il problema non era la gamba rotta in sé, ma la sua causa.

"Se...se io non fossi stato così coglione, adesso tu non l'avresti proprio, la gamba rotta. Capisci perché non so' degno dell'amore che me dai? Vorrei esserlo, c'ho provato, ma ho fallito. Me dispiace, Simo'..."

Simone sospirò pazientemente e intanto prese a cercare dentro di sé le parole giuste. Non c'era una formula matematica per far capire a Manuel quanto fosse importante per lui, qualcosa di oggettivo che non potesse contestare, ma forse poteva crearla.

"Manuel, ti prego, ascoltami bene. A me della gamba rotta non frega proprio niente. Sai cosa c'è di peggio? Il senso di...angoscia, credo sia la parola giusta. Non sapevo cosa mi sarebbe successo, non sapevo cosa sarebbe successo a te, non sapevo nemmeno se il resto della mia famiglia fosse in pericolo e mi sentivo come se al centro del mio petto ci fossero un vuoto e un peso nello stesso momento. Non so bene come spiegartelo…"

Simone parlava piano, calmo, anche se la sua voce ogni tanto tremava.

Manuel sollevò il capo dal suo rifugio per guardarlo negli occhi. Erano arrossati a causa del pianto, non tanto diversamente dai suoi, e c'era la preoccupazione di non riuscire ad esprimersi bene, di non riuscire a comunicare qualcosa di importante. Si era ritrovato tante volte in quelle situazioni, lui che si vantava di esser bravo con le parole, e lo capiva. Portò una mano sulla sua guancia, accarezzandola con il pollice.

"Come una vertigine che ti fa sentire il vuoto sotto ai piedi, ma al tempo stesso ti trascina giù e ti schiaccia a terra."

Si permise di completare il pensiero di Simone soltanto perché quella stessa sensazione, quella stessa vertigine, l'aveva provata anche lui in quei giorni senza fine lontano da lui. A modo suo, aveva vissuto a sua volta una prigionia.

Simone si avvicinò a dargli un bacio a fior di labbra, mosso dall'affetto nei suoi confronti. Dagli occhi di Manuel e dalla curva malinconica delle sue labbra aveva capito che parlava per esperienza, che anche lui aveva dovuto affrontare il buio.

Erano due sopravvissuti.

"Sì, esatto, come una vertigine. So che adesso ti stai incolpando anche di questo, ma credimi se ti dico che tu eri l'unica cosa che riusciva a mandarla via."

Gli diede un altro bacio, stavolta un po' più profondo, a cui Manuel ebbe il tempo di rispondere, lasciando che le loro lacrime si mischiassero sulle loro labbra.

"Io lo capisco come ti senti, quando Sbarra ti ha fatto picchiare a causa mia mi sono sentito il peggior essere umano sulla faccia della terra e ti confesso che il senso di colpa è ancora lì e ogni tanto spunta fuori…"

"Simo…"

Simone lo interruppe prima che potesse continuare, ancora una volta con un bacio, questa volta appena poggiato sulla bocca.

"Ma l'importante è comprendere gli sbagli ed andare avanti, impegnandosi a non commetterli più. Siamo vivi, Manuel, pensiamo al presente e al futuro, restare nel passato non ci fa bene."

Gli sorrise, incoraggiante.

"E poi, cos'è che diceva Platone? Che l'essere umano è stato diviso in due metà dagli dèi invidiosi, dico bene? Due metà però non possono essere diverse, non ce n'è una più importante e una meno importante, sono identiche. È per questo che tu sei degno del mio amore e io del tuo, perché siamo due metà e, in quanto tali, siamo pari."

Ecco, quella era la giusta formula per descrivere il loro amore. Una formula che univa filosofia e matematica, non particolarmente complessa, ma da tenere sempre a mente.

Fu Manuel, adesso, ad avvicinarsi alle labbra di Simone per dargli un bacio. Le parole sarebbero venute dopo, per il momento voleva soltanto tornare ad unire quelle due metà.

Spostò la mano che teneva sul viso del proprio amato dietro la sua testa, tra i ricci scuri in cui le sue dita presero a navigare senza rotta e quella di Simone la imitò un istante dopo, lasciando che le loro bocche si riempissero del sapore dell'altro.

Non si separarono nemmeno quando avvertirono di nuovo il bisogno di respirare, restarono fronte contro fronte a respirarsi a vicenda: Simone era l'ossigeno di Manuel e Manuel l'ossigeno di Simone.

"Simo', ti prometto che di cazzate non ne farò più. Non posso cambiare il passato, ma posso lavora' sul presente e sul futuro. Comincio oggi stesso, dopo vado a denuncia' tutte le schifezze de Sbarra, così finalmente la pagherà per tutto quello che ti ha fatto, che ci ha fatto."

Per Simone quelle erano due ottime notizie, sia che Sbarra avrebbe finalmente avuto ciò che si meritava, sia che -soprattutto- Manuel avesse acquisito un po' più di sicurezza. Sapeva che, per entrambe le cose, non sarebbe stato tutto così immediato, che ci sarebbero stati degli alti e bassi, ma si sarebbero sostenuti a vicenda, questo era ciò che contava di più.

"A proposito di lavorare sul presente, sai cosa potremmo fare adesso?"

Fece sfiorare i loro nasi, morbidamente, per sottolineare la propria felicità. Manuel ricambiò con una risatina, sentendosi un po' più leggero di prima. Il senso di colpa non si era cancellato con un colpo di spugna, ma Simone lo aveva aiutato a vedere le cose da una prospettiva diversa, una prospettiva che lo portava a guardare davanti a sé e non alle proprie spalle.

"Sono tutt'orecchie."

Rispose incuriosito, senza interrompere quelle leggere carezze affettuose.

"Mi sembra che sia ancora abbastanza presto, no? E mi sembra anche che tu abbia bisogno di farti una dormita decente, quindi io adesso potrei abbassare questo schienale, tu potresti sistemarti accanto a me e potremmo dormire un po' insieme. Lo spazio è quello che è, però, insomma…"

"Tanto, secco come sono, non me ne serve molto."

Completò Manuel, che non aveva nemmeno lasciato che Simone terminasse la sua proposta e già si era alzato per togliersi la felpa, rimanendo in maglietta.
Simone ridacchiò sia per la sua battuta, che per la fretta con cui aveva reagito. Lo trovava adorabile, anche se probabilmente non sarebbe stato il primo aggettivo che qualcuno avrebbe utilizzato per descrivere Manuel. Beh, lui poteva dire di non essere qualcuno: era il suo ragazzo.

"Non volevo dire questo, eh. Volevo dire che è meglio di niente."

Puntualizzò, mentre l'altro ragazzo si slacciava le scarpe.

"Ah ma figurate, mica me so' offeso. Fossimo stati due rugbisti, allora sì che ci sarebbero stati problemi di spazio, e invece me torna utile essere uno stecchetto."

Si alzò, avvicinandosi al letto. Tutta la stanchezza che aveva accumulato in quei pesanti giorni gli era piombata addosso come un macigno, si sentiva stanchissimo e non vedeva l'ora di dormire -soprattutto di farlo insieme a Simone-, eppure non si stese subito. Restò lì, in piedi, ad osservare quel lettino per prendere le misure.

Ci aveva scherzato su, ma in effetti lo spazio era poco per due persone e in una situazione normale non sarebbe stato un problema, avrebbero risolto con un abbraccio, cosa che non potevano fare in quel momento. Simone doveva per forza restare disteso di schiena e Manuel non poteva stringersi a lui più di tanto, non senza fargli male almeno e questo naturalmente era fuori discussione.

Simone intanto aveva fatto abbassare lo schienale e si era messo ad osservare il suo pensieroso ragazzo, intuendo facilmente cosa gli passasse per la testa.
"Guarda che non sono di cristallo, non mi rompi se mi tocchi. Dai, un modo per sistemarci lo troviamo."

Disse con un sorriso, mentre scostava leggermente il lenzuolo per rimarcare l'invito. Manuel fece un profondo respiro e cercando di essere il più delicato possibile si stese accanto a Simone, sul fianco destro. Si spinse quanto più poté verso il bordo del letto, in modo da occupare pochissimo spazio. Simone se ne accorse gli fece segno di avvicinarsi con la mano.

"Vieni più qua, così stai scomodo. C'è ancora un po' di spazio, su…"

"È che non te voglio fa' male, Simo'. Poi c'hai tutti 'sti fili, metti che schiaccio qualcosa, chi lo sente al dottore tuo?"

Replicò l'altro, dopo essersi comunque avvicinato un pochino. Simone ridacchiò e quella sua risatina bassa e profonda sembrò vibrare attraverso il cuscino per arrivare direttamente all'orecchio di Manuel, che l'amava particolarmente.

"Ma non ti preoccupare, non schiacci niente e poi comunque con il dottor Bonvegna, al massimo, ci parlo io."

Simone sollevò una mano ad arruffare i capelli di Manuel, poi la riportò giù, poggiandola sul proprio petto. Manuel arricciò leggermente il naso.

"E non ho capito, come faresti a convincerlo? Stai qua da manco mezza giornata e già c'hai l'ammiratore che te cade ai piedi? Per carità, è comprensibile, però se mettesse l'anima in pace…"

Prese la mano di Simone e, con estrema delicatezza, se la portò alle labbra. Stava scherzando un po' con lui, come facevano sempre, ma doveva ammettere che c'era un fondo di verità in quello scherzo. Non dubitava dell'amore di Simone, questo mai, ma il Dottor Spaventapasseri non gliela contava giusta. Certo, gli aveva detto di capirlo quando gli aveva detto di avere una persona importante da abbracciare, ma per quanto ne sapeva poteva voler dire tutto e il contrario di tutto.

Simone intanto rideva, cercando di trattenersi per non farsi sentire da eventuali medici o infermieri in giro per i corridoi.

"Ah, è comprensibile, dici? Quindi tu lo comprendi?"

Domandò divertito, sfiorandogli le labbra con la punta dell'indice. Manuel vi posò sopra un altro morbido bacio prima di rispondere.

"Eccerto che lo comprendo, io sono il tuo ammiratore numero uno. È per questo, però, che quello se deve rassegna'."

"Mh, puoi stare tranquillo, Paperotto, sei anche il mio unico ammiratore. Prima c'era anche Laura, ma adesso sta con Pin, non hai competizione."

Disse tranquillo, mentre con il dito continuava a tracciare il profilo dell'arco di Cupido di Manuel, avanti e indietro, lasciandosi solleticare dai suoi baffetti. Non gli era mai importato niente di ammiratrici o ammiratori, non avrebbe certo iniziato a fregarsene adesso. Aveva cose -o meglio, una persona- molto più importanti a cui pensare.

"Eh, tu dici così, Cerbiattino, perché non ti rendi conto di quanto sei bello. Fidate, che qualcuno che te viene dietro a scuola c'è."

Più di una volta, infatti, Manuel si era accorto di ragazze –e anche ragazzi- di altre classi che fissavano insistentemente Simone nei corridoi e parlottavano tra loro guardandolo. Che guardassero pure, pensava ogni volta, tanto potevano fare solo quello e solo a scuola.

Simone arrossì imbarazzato, facendo una risatina. No, non era proprio possibile, lui non era uno di quei ragazzi che a scuola spiccava particolarmente per bellezza e non perché ne fosse privo, ma semplicemente perché, a differenza di altri, non la ostentava e passava inosservato, o almeno così credeva.

"Manuel, è meglio che mo dormi perché stai iniziando a sparare cazzate. Riposati, che sei stanco."

Manuel sbuffò divertito, dando l'ennesimo bacio alla mano di Simone.

"Non è una cazzata, io me ne accorgo degli sguardi che attiri quando stiamo alle macchinette all'intervallo o quando facciamo assemblea. Certo, è pure naturale fissare un'opera d'arte quando ce la si ritrova davanti, specie se è viva. Anche io lo faccio sempre."

Mormorò, sorridente. Dalla sfumatura di rosso che assunsero le guance di Simone capì che forse era stato un po' troppo smielato, ma dalla curva delle sue labbra capì anche che non era un problema.

"Ma no, ti starai sbagliando. Se proprio vogliamo parlare di opere d'arte in carne ed ossa, allora quegli sguardi sono per te."

Ribatté Simone, che in fin dei conti pure ci sapeva fare con il miele. Anche Manuel arrossì, imbarazzato, e ancora una volta Simone ebbe la conferma di quanto in realtà Manuel fosse ancora più bello di qualsiasi opera d'arte al mondo passata, presente e futura.

“E invece no, perché ti guardano anche quando stai da solo. Poi magari guardano anche me, te lo concedo…”

“E devono rassegnarsi a poter fare solo questo anche con te.”

Aggiunse Simone, sorridendo furbescamente. Manuel annuì con decisione, allontanando per un istante la mano di Simone in modo da potersi avvicinare a dargli un bacio a fior di labbra, a conferma di quanto detto.

“Quindi anche tu sei un po’ geloso, eh?”

Sussurrò, del resto i loro visi erano così vicini che non aveva bisogno di parlare ad alta voce. Ne approfittò per far scivolare una mano sul suo collo in leggera tensione, accarezzandolo lentamente. Simone mugolò beato a quelle carezze, come un gatto appagato.

“Geloso no, dai, diciamo protettivo. Se qualcuno ci provasse con te non credo che risponderei di me stesso, ma se fossi tu, per ipotesi, a volermi lasciare per una di quelle persone, allora ti lascerei andare.”

I suoi occhi si velarono di una leggera nebbia di malinconia, ma erano sinceri: ne avrebbe sofferto come un cane, come quando vedeva Manuel baciare Chicca in classe o come quando lui gli aveva mandato la foto con Alice e la sua mente si era riempita di immagini di loro due a letto, a toccarsi e a baciarsi in modi che lui poteva vivere soltanto nei suoi sogni più intimi, ma non avrebbe privato Manuel della sua libertà, della sua felicità.

Manuel si accigliò leggermente, non voleva nemmeno sentire quei discorsi. Si sollevò, portando il braccio sinistro dall’altra parte del busto di Simone per sovrastarlo. A stento lo sfiorava con il proprio busto, stando attento a non pesargli.

L’altro ragazzo lo seguì con gli occhi, riportando il collo in posizione dritta. Trattenne il fiato, rapito dalla determinazione che infuocava gli occhi di Manuel.

“Ma chi te lascia, Simo’, chi te lascia…”

Mormorò per poi chinarsi sulle sue labbra, baciandole in maniera scomposta, passionale. Erano baci che facevano il rumore della pelle che si toccava e si allontanava per poi toccarsi di nuovo, quasi tanti piccoli schiocchi che riempivano la stanza insieme ai respiri affannati, al bip del cuore di Simone che si faceva sempre più veloce e al rumore delle prime auto che cominciavano a riempire le strade.

“Non la devi mai pensare una cosa del genere, mai, hai capito?”

Lo stava sussurrando a Simone, ma lo stava dicendo anche a se stesso: aveva capito che lasciarlo, seppur con buone intenzioni, sarebbe stata la scelta più facile. Una scelta dolorosa, sì, ma che permetteva di scappare dai problemi senza impegnarsi a risolverli.

Manuel era stufo di scappare, soprattutto adesso che aveva trovato un posto in cui fermarsi, un posto che era suo e di nessun altro, un posto che si sarebbe impegnato a difendere.

E poi, era diventato a sua volta un posto, un posto in cui Simone poteva fermarsi e che apparteneva soltanto a lui, un posto che non poteva essere vissuto da altri, non poteva e non voleva privargliene. Meglio costruire il presente e il futuro insieme, allora.

“Stavo solo parlando per ipotesi…”

Mormorò Simone, con un affanno che il dottor Bonvegna non avrebbe approvato. In quel momento, però, l’unico medico che aveva intenzione di ascoltare era il proprio cuore e questi gli aveva suggerito di aggrapparsi a Manuel, di infilare le mani sotto la sua canotta leggera e di accarezzarne la schiena calda. Tenendolo ben saldo, poi, lo spinse verso di sé perché aveva bisogno di sentire i loro corpi che si toccavano di nuovo, che si univano come nel sogno che aveva fatto.

Manuel, anche se con una certa difficoltà, cercò di puntellarsi con i gomiti sul materasso, per evitare di schiacciare Simone e fargli male, ma non poteva negare che anche lui desiderasse quella vicinanza, quello scambio di calore.

“Ed io te la stavo confutando.”

Gli diede un bacio in mezzo agli occhi, più calmo. Era riuscito nel suo intento ed era meglio non far affaticare Simone più del dovuto, meglio dosare quella passione a piccole dosi, almeno per il momento.

“Sei proprio un bravo filosofo.”

Ribatté scherzoso Simone, guardandolo negli occhi con una luce divertita e ardente nei propri. Capiva anche lui che, da un lato, era più saggio prendersi un po’ di tempo, che non era possibile tornare subito a fare tutto ciò che faceva prima, ma dall’altro era stato privato di Manuel per troppo tempo e aveva sete di lui.

“Però a te i filosofi non piacciono…”

Puntualizzò l’altro, curvando poi l’angolo delle labbra in un sorriso sghembo. Simone sollevò di poco il capo, quanto bastava a posargli un bacio proprio in quel punto in cui cominciava la curva del suo sorriso, poi tornò di nuovo con la testa sul cuscino.

“Per te faccio un’eccezione. Sei il mio filosofo preferito, anche più di Cartesio.”

Manuel sollevò le sopracciglia, con stupore e divertimento.

“Uuuh, qui facciamo dichiarazioni forti, eh? Beh, per me è un onore.”

Fece un profondo sospiro, innamorato perso del suo ragazzo. La sua attenzione venne poi attirata dal rumore di passi e di voci nel corridoio. Anche Simone si voltò in quella direzione.

“Il reparto si sta animando, meglio non farsi trovare così…”

Simone annuì e, anche se controvoglia, lo liberò dalla sua presa.

“Resta qui, però. Dormiamo un po’ insieme, come avevamo detto prima.”

Manuel si risistemò sul fianco, accanto a Simone, facendo una risatina.

“Dici che ce riusciamo ad addormenta’?”

Poggiò la propria mano sul petto di Simone e subito quella dell’altro la raggiunse, in un abbraccio simbolico.

“Beh, se smettiamo di baciarci e di parlare, sicuramente abbiamo più possibilità.”

“Non è proprio facilissimo, eh, però ci provo. Buonanotte, Simo’.”

“Buonanotte, Manuel.”

Neanche un secondo dopo scoppiarono entrambi a ridere, cercando però di trattenersi per non farsi sentire. Più di una volta i loro tentativi di riposarsi vennero interrotti da quelle risatine spontanee, che germogliavano dalle loro labbra senza un senso o un motivo preciso, se non la felicità di stare insieme.

Dopo un po’, però, le risate di Manuel si fecero sempre più trascinate e le sue palpebre sempre più pesanti e Simone, che ci teneva davvero a farlo dormire, si calmò a sua volta.

Lui ci mise più tempo a cedere al sonno, i suoi occhi preferivano di gran lunga restare aperti e riempirsi di Manuel, come fosse stato un quadro conservato in un museo lontano di cui memorizzare ogni dettaglio prima di ripartire.

Quei ricci in perenne disordine erano certamente l’esercizio di bravura di un pittore esperto, un pittore che aveva passato anni e anni della sua vita a disegnare soltanto ricci ribelli, riproducendone le curve senza controllo, e che era infine riuscito a riprodurre in maniera perfetta il caos nel suo ultimo capolavoro.

Poi, quel maestro, aveva deciso di far ricadere quelle morbide onde su un viso che era invece armonioso, bello nel senso più profondo della parola, quasi a voler ristabilire un equilibrio tra ordine e disordine.

Come tocco finale, il pittore aveva tracciato due morbide labbra rosse, come due petali di rose poggiati su quel viso già perfetto, in una sorta di firma, realizzando dunque un quadro prezioso, che le persone di tutto il mondo avrebbero desiderato vedere almeno una volta nella vita.

In effetti Simone a lungo aveva visto Manuel esattamente come un quadro, che poteva ammirare soltanto da lontano: quando era andato a dormire a casa sua per la prima volta, ricordò, aveva passato ore intere a fissarlo, desiderando ardentemente di poterlo accarezzare, anzi si sarebbe accontentato anche solo di poterlo sfiorare con le dita, ma come davanti ad un Rembrandt o ad un Caravaggio la sua mano non aveva osato muoversi, per paura di arrecare un danno irreparabile.

Con il tempo, tuttavia, aveva capito che Manuel era molto più di un quadro, perché un quadro non respira, un quadro non ride e non piange, non odia e non ama, resta sempre così com’è, impassibile a tutto ciò che gli accade intorno. Manuel invece viveva e viveva intensamente, ogni gioia, ogni dolore erano più di semplici pennellate che si sommavano a comporre la sua figura, erano sensazioni e sentimenti forti e veri.

Un quadro non si può toccare e certamente non si può baciare, mentre Simone poteva riempirsi mani e bocca di Manuel, sempre pronto ad accoglierlo e a ricambiare tutte quelle attenzioni in modi che un dipinto senz’altro non poteva fare.

Infine, una tela è muta e sorda, volendo puoi parlarci, ma lei non può ascoltarti o risponderti, non può darti consigli o dirti parole di conforto. La voce di Manuel, invece, ormai riempiva quasi ogni momento della vita di Simone, quando per esempio canticchiava suonando la chitarra oppure ripeteva versi particolarmente belli e degni di essere imparati a memoria o ancora quando sussurrava dolci parole d’amore al suo orecchio che viaggiavano fino al suo cuore.

E così Simone trascorse un tempo indefinito a guardare Manuel dormire, quel ragazzo che era sì un’opera d’arte, ma non un quadro, accarezzandogli la mano di tanto in tanto, sapendo bene che, una volta sveglio, avrebbe potuto fare molto di più.

Chapter Text

"Dottor Bonvegna, ma che ci fa ancora qui? Non va a casa?"

Riccardo sussultò quando si sentì chiamare da Teresa, la caposala, ma subito le rivolse un sorriso cordiale. Il turno di notte era finito da almeno mezz'ora, ma lui non si era nemmeno sfilato il camice. Preferiva restare lì, in ospedale, per non abbandonare il suo nuovo giovane paziente.

"No, no, ho delle cose da sbrigare e mi tratterrò ancora un po'. Non sono stanco, non è un problema."

La donna gli rivolse un sorriso affettuoso, quasi materno.

"È per il ragazzo nella quindici, vero? Gli stanno giusto portando la colazione…"

Il medico sgranò gli occhi, preoccupato. Simone non era da solo in stanza e nessuno avrebbe dovuto scoprirlo. Si congedò rapidamente dalla caposala e corse in corridoio alla ricerca dell'infermiere che si stava occupando di distribuire le colazioni. Lo trovò giusto in tempo, mentre entrava nella stanza quattordici.

"Ci penso io al paziente della quindici, grazie!"

Senza attendere una risposta prese un vassoio ed entrò, aprendo di pochissimo la porta per non permettere a nessuno di vedere all'interno. Sembrava un adolescente che tornava di nascosto a casa dopo una notte brava, non un medico stimato da pazienti e colleghi.

Si avvicinò lentamente al letto e, nonostante non avrebbe dovuto essere felice di vedere il letto del proprio paziente occupato anche da un'altra persona, accennò un sorriso intenerito alla dolce scena che gli si presentava davanti agli occhi: c'era Manuel, disteso su un fianco, tutto rannicchiato accanto a Simone, e Riccardo immaginò che di lì a breve, quando avrebbe aperto gli occhi, avrebbe ringraziato il mondo per essere vivo, come gli aveva quasi urlato contro.

Accanto a lui c'era ovviamente Simone, steso sulla schiena, ma comunque con il capo proteso verso l'altro ragazzo e i loro ricci quasi si sfioravano. Si vedeva che era rilassato e sereno e Riccardo dovette ammettere a se stesso che Manuel aveva ragione e che probabilmente non avrebbe trovato il proprio paziente in quello stato di beatitudine se lo avesse lasciato a dormire da solo.

A completare quel quadro amoroso, poi, c'erano le loro mani intrecciate sul petto di Simone e il medico quasi si sentì di troppo, ma al tempo stesso avvertì un groppo in gola che si costrinse a buttare giù.

"Ragazzi? Hey, ragazzi? Mi dispiace, ma è ora di svegliarsi."

Sussurrò, posando poi la colazione sul comodino. Manuel si limitò a grugnire infastidito, Simone invece aprì gli occhi, sbattendo un paio di volte le palpebre. Sorrise quando vide Manuel ancora accanto a sé, poi si voltò verso il medico.

"Buongiorno…"

Mormorò con voce impastata. Riccardo gli sorrise.

"Buongiorno a te. Dormito bene?"

Simone annuì piano, prendendo ad accarezzare distrattamente con il pollice il dorso della mano di Manuel.

"Benissimo, sì. Grazie per aver permesso a Manuel di restare."

Il dottore agitò una mano, non aveva bisogno di ringraziamenti.

"Mi basta sapere che ti ha fatto stare bene. Ha fatto il bravo, sì?"

Simone fece una risatina e annuì di nuovo.

"Sì, sì, abbiamo fatto i bravi entrambi."

Tornò a guardare il suo fidanzato che ancora sonnecchiava accanto a lui, rilassato come quando l'aveva visto addormentarsi.

"Lui è la mia acqua."

Sussurrò a voce bassissima, sorridendo appena. Bonvegna si accigliò leggermente, incuriosito.

"La tua acqua? Cioè? È una cosa che si dice tra giovani?"

Il ragazzo fece una risatina, scuotendo il capo.

"No, intendo in senso...letterale, più o meno. Sono due le cose di cui ho sentito più bisogno in questi giorni, per cui avrei dato anche l'altra gamba. Una è l'acqua e l'altra è Manuel. Non necessariamente in quest'ordine."

Spiegò con semplicità, seguendo con lo sguardo il profilo di un ricciolo di Manuel, uno dei tanti scomposti dal sonno. Era abbastanza sicuro che l'altro fosse abbastanza sveglio da sentirlo e ne ebbe la conferma quando vide le labbra di Manuel curvarsi in un piccolo sorriso, ma del resto voleva che lo sentisse, dopo il discorso della sera precedente.

Riccardo si ritrovò per la seconda volta a mandare giù un groppo in gola, perfino più pesante del precedente. Anche lui avrebbe dato una gamba per riavere accanto a sé la sua acqua, per svegliarsi al suo fianco anche solo un'ultima volta, per sentire il suo respiro caldo sulla propria pelle e le sue carezze tra i capelli arruffati.

"Devi ringraziare Manuel, allora, perché è riuscito a convincermi."

Rispose a bassa voce, schiarendosi poi di nuovo la gola.

"Adesso però deve andare, può tornare più tardi…"

Solo in quel momento Manuel si convinse ad aprire gli occhi, sbuffando.

"Che brutto risveglio…"

Mugugnò e Simone fece una risatina bassa. Sciolse l'intreccio delle loro mani per fargli una carezza tra i ricci, affettuoso.

"Dai, non è così terribile, anzi. Ci vediamo dopo."

Manuel fece un profondo respiro come a farsi coraggio a cominciare quella giornata, prendendosi ancora qualche istante per guardare Simone: era sereno, sorridente, poteva lasciarlo per un po'. Si sporse a dargli un bacio sulla fronte, incurante della presenza del medico -anzi, che vedesse pure!- e poi si alzò, stiracchiandosi. Indossò rapidamente le scarpe e prese in mano la felpa che aveva lasciato sulla poltrona, senza indossarla.

"Ma che è sta colazione da ospizio? Simone non c'ha mica ottant'anni!"

Esclamò, vedendo per caso il vassoio con il tè e le fette biscottate poggiato accanto al letto.

Riccardo gli fece segno di abbassare la voce, Simone non poté trattenere una risatina.

"Non urlare, sei impazzito? E comunque questa è la colazione giusta per lui, non ti preoccupare."

Ribatté il medico, ma Manuel non era convinto.

"Secondo me è mejo un bel cornetto con un cappuccino...che dici Simo', te li porto?"

Simone gli rivolse uno sguardo divertito e scosse il capo.

"Ti ringrazio, ma va bene così. Sono medici, sanno quello che fanno."

Bonvegna annuì con decisione a conferma della cosa, mentre Manuel si avvicinò al letto di Simone e gli fece una carezza. Simone, come un gatto affettuoso, mosse la guancia contro il suo palmo. Quelle carezze erano sempre belle.

"Va bene, come vuoi tu, però mangia tutto, eh. Io vado a fare quella cosa e poi passo a casa, ti porto qualcosa?"

"No, non mi serve niente, grazie. Porta solo te stesso, ma prima cerca di riposare un altro po’, va bene?"

Sorrise sghembo e l'altro fece una risatina.

"Ci posso provare, va bene. Aggiungo anche qualcosa di testa mia, però."

Lo baciò a fior di labbra, trattenendosi poi vicino a lui.

"Ci vediamo più tardi, Cerbiattino."

Sussurrò quasi impercettibilmente, perché quel soprannome era solo di Simone e non voleva che altri -il Dottor Spaventapasseri, nello specifico- sentissero.

Simone sorrise morbidamente, guardando l'altro negli occhi.

"A dopo, Paperotto."

Sussurrò a sua volta, in modo che quel nomignolo affettuoso non uscisse dalla loro bolla.

Manuel poi andò via, sgattaiolando fuori dalla camera al segnale del medico, che si premurò di aspettare che non ci fossero altri medici o infermieri in giro. Subito dopo Riccardo si avvicinò a Simone e gli sistemò la colazione sul tavolino.

"Posso permettermi di dirti che il tuo ragazzo è una bella testa dura?"

Domandò divertito e Simone fece una risatina imbarazzata, arrossendo leggermente.

"Sì, lo è, ma è anche un bel cuore."

Bevve un sorso di tè, che a dire il vero sembrava acqua calda con un leggero retrogusto di limone, niente a che vedere con le squisite tisane di Claudio che gli tornarono in mente al confronto.

"Ah, sì, si vede che ti vuole un gran bene. È una cosa bella, davvero tanto. Sei fortunato ad averlo con te."

Replicò Riccardo con un tono lievemente malinconico. Simone si chiese a cosa fosse dovuto, ma naturalmente non osò domandare.

"Ah, lo so bene."

Accennò un sorriso.

"A questo proposito, per favore perdonalo se ogni tanto si mette a fare storie. Si preoccupa per me, tutto qui…"

Riccardo scrollò le spalle, facendo una risatina.

"Non preoccuparti, ho visto persone fare di peggio per molto meno. Insomma, dopo ciò che ti è successo è comprensibile che voglia starti vicino."

Simone annuì appena e abbassò lo sguardo, concentrandosi sulle sue fette biscottate. Gli tornarono davanti agli occhi momenti sparsi di quella sua prigionia, insieme alle sensazioni e alle emozioni che avevano portato con sé, come con una pellicola riavvolta rapidamente di cui, per fortuna, vide anche qualche momento del lieto fine, un lieto fine ancora in corso, tutto da vivere.

"Anch'io voglio stargli vicino, anche lui è stato male. Anzi, sta ancora male…"

Ora che ci rifletteva, si rese conto che quello, fatta eccezione per le sue due visite allo sfascio, era stato il periodo più lungo che lui e Manuel avevano trascorso totalmente separati da quando erano diventati amici. Perfino quando, dopo il suo compleanno, aveva cercato di eliminarlo dalla sua vita avevano continuato almeno a vedersi a scuola, anche se non si erano più parlati e anzi, Simone addirittura cercava di stargli il più possibile lontano e di ignorarlo.

"Dopo può restare un po' in più?"

Adesso, infatti, stare lontano da Manuel per lui era un qualcosa che non riusciva nemmeno a prendere in considerazione e così era anche per l’altro ragazzo. Stare vicini, fisicamente vicini, era l’unica medicina per guarire dalla paura.

Riccardo sospirò profondamente, fissando in silenzio per qualche istante i grandi occhi di Simone che sembravano implorarlo come quelli di un cucciolo. Gli occhi scuri avevano sempre fatto un certo effetto su di lui.

“Guarda, se dipendesse da me, l’avrei fatto restare anche ora…”

Cominciò a dire, ma un tintinnio metallico interruppe le sue parole. Si portò istintivamente una mano all’altezza del petto, tastando alla ricerca di qualcosa e, non trovandola, si chinò immediatamente a terra a raccogliere ciò che gli era caduto. Tornato su se lo portò alle labbra chiudendo gli occhi e vi posò un bacio, sollevato.
Simone vide che si trattava di un anello appeso ad una catenina le cui due estremità pendevano separate in basso e pensò che dovesse significare molto per il medico, vista la sua reazione.

 
“Sai a cosa stavo pensando? Che potremmo adottare quel gatto che hai sempre voluto, ma che i tuoi genitori non ti hanno mai preso…”

La voce di Lorenzo, già fioca di suo, era attutita dalla mascherina per l’ossigeno, eppure nemmeno quel pezzo di plastica poteva coprire la luce del suo sorriso, di cui brillavano anche i suoi occhi scuri e profondi.

Riccardo, seduto accanto a lui sulla poltroncina vicino al letto, sorrise di rimando a quella dolce promessa –una delle tante che si stavano scambiando in quel pomeriggio uggioso- e per un momento dimenticò la bombola d’ossigeno ai suoi piedi, dimenticò il letto d’ospedale in cui Lorenzo giaceva già da dieci lunghissimi giorni, e tornarono ad essere soltanto loro e quel matrimonio che stavano cercando di organizzare per il Luglio successivo.

“Ma tu non eri più tipo da cani? Queste cose devo saperle, non posso mica sposare uno sconosciuto!”

Esclamò scherzosamente, accarezzando i capelli dell’altro con delicatezza, come se avesse paura di fargli male.

Lorenzo accennò una risatina -poco più di uno sbuffo divertito a dire il vero, perché i suoi polmoni non gli permettevano di fare di più- guardando i begli occhi verdi poco sopra di sé, che per lui erano come un prato, un’enorme distesa d’erba in quella piccola camera bianca. Per quegli occhi avrebbe fatto di tutto, anche prendere un animale a cui era sempre stato piuttosto indifferente.

“Sì, è vero, ma per prima cosa il nostro appartamento e i nostri turni non sono adatti ad un cane e poi, soprattutto, so quanto ti farebbe piacere. Mettiamo le cose in chiaro, però, della lettiera ti occupi tu!”

Riccardo ridacchiò immaginando già Lorenzo abbracciato a quel gatto a cui avrebbe mostrato indifferenza per una settimana al massimo e a cui poi si sarebbe inevitabilmente affezionato -perché aveva un grande cuore ed era impossibile che non si affezionasse a quella creaturina pelosa-, e si sporse a dargli un bacio sulla fronte per ringraziarlo, rendendosi conto di quanto fosse calda: la febbre non accennava a diminuire.

Si sforzò comunque di mostrarsi sorridente e di mettere da parte la preoccupazione, chiudendola in quella scatola che riapriva soltanto quando Lorenzo si addormentava e non poteva vederlo piangere.

“Ti ho già detto che sei il fidanzato migliore del mondo?”

Lorenzo scosse appena il capo, sorridendogli di rimando. Cercava di sorridere il più possibile quando stava insieme a Riccardo, di mostrarsi sereno, perché sapeva quanto fosse difficile per lui vederlo in quelle condizioni. Certo, Riccardo era un medico e in quanto tale doveva essere abituato a dover rapportarsi con pazienti in condizioni critiche, ma anche Lorenzo era un medico –un medico diventato paziente- ed era perfettamente consapevole che neanche tutti gli anni di esperienza del mondo potevano mettere a tacere quel senso di impotenza che ti pesava in petto come un macigno quando ti rendevi conto di non poter fare nulla, o di non poter fare abbastanza, per salvare qualcuno.

Se questo qualcuno, poi, era una persona con cui avevi condiviso gli ultimi dieci anni della tua vita e con cui progettavi di trascorrere tutti gli anni a venire, diventava davvero un peso insostenibile.

“No, oggi ancora no, però ieri me l’hai detto due volte.”

Sollevò una mano per accarezzargli i capelli e gli fece cenno di avvicinarsi un po’, quindi Riccardo chinò il capo e si lasciò arruffare i ricci senza fingere di protestare come invece faceva di solito, prima di tutto questo.

“Sai a cosa stavo pensando io, invece? Che  abbiamo entrambi un bel po’ di ferie arretrate e che potremmo usarle per andare a quel raduno di motociclisti che mi descrivi sempre come l’esperienza della vita. Quand’è, a Marzo?”

Lorenzo fece un’altra risatina delle sue, poi scosse leggermente il capo. Riccardo era troppo perfettino per quel tipo di cose.

“Ad Aprile, ma non fare promesse di cui sicuramente ti pentiresti. Ti ricordo che si dorme in tenda e i bagni sono in comune…”

“Beh dai, per qualche giorno posso resistere, è una bella sfida! E poi ci vai sempre da solo, mi dispiace…”

Replicò l’altro, con fermissima decisione.

“Davvero Ric, ti ringrazio, ma non sei obbligato.” 

“Nessun obbligo, lo sto dicendo io! E poi ti ho detto che abbiamo un mucchio di ferie da consumare, dopo ce ne andiamo per una settimana in una bella SPA, così recupero tutto!”

Lorenzo scoppiò a ridere, una risata troppo impetuosa per i suoi polmoni allagati, che presto si trasformò in violenti colpi di tosse che lo fecero scattare a sedere. Riccardo poté soltanto alzarsi per sorreggerlo, in attesa che l’attacco passasse.

Era il primo dopo due giorni in cui Lorenzo era stato relativamente meglio e si stava facendo sentire con tutti gli interessi, scuotendo il suo corpo come il vento farebbe con un albero troppo fragile e lasciandolo senza fiato dopo, a boccheggiare.

Riccardo lo aiutò a riprendere il ritmo del proprio respiro, poi gli fece bere un po’ d’acqua e lo fece tornare disteso.

Il silenzio cadde nella stanza, da un lato Lorenzo aveva bisogno di riprendere ossigeno e non riusciva a parlare, dall’altro Riccardo non trovava nulla da dire, era stato ammutolito dalla paura, lui che di solito non stava mai zitto.

Si tenevano per mano, l’unica cosa che entrambi erano in grado di fare, e Riccardo accarezzava i capelli di Lorenzo, come a scusarsi del proprio silenzio.

“Ric, ti devo dire una cosa…”

Sussurrò Lorenzo, dopo infiniti minuti di silenzio, nonostante la gola gli facesse un male cane, graffiata com’era dalla tosse.

“Me la dici dopo, non ti sforzare, ti prego…”

“No, è importante e devi ascoltarmi. Ti prego io…”

Gli occhi di Lorenzo erano pieni di lacrime che premevano per uscire e Riccardo non ebbe il coraggio di insistere ulteriormente, anche se poteva intuire perfettamente cosa stesse per dirgli e non era un discorso che voleva sentire. Era un discorso che Lorenzo voleva fare, però, quindi lui l’avrebbe ascoltato.

“Va bene, dimmi.”

Lorenzo si abbassò la mascherina e allontanò la mano di Riccardo che provò a riportargliela sul viso. Voleva che le sue parole arrivassero il più chiaramente possibile.
“Senti, queste cose che ci stiamo dicendo oggi, il gatto, il raduno, la vacanza...mi devi promettere che le farai comunque, a prescindere da me.”

Riccardo sentì come una mano strappargli via l’aria dai polmoni e un’altra mano stringergli il cuore fino a farlo fermare. No, non poteva promettere una cosa del genere, non voleva prometterla.

“Che…che vuol dire, scusa?”

Domandò, anche se aveva capito benissimo. Sperava però di aver capito male. Lorenzo sospirò.

“Voglio dire che se io non dovessi farcela, tu devi andare avanti con la tua vita. E devi lasciare anche che la tua vita si intrecci con quella di qualcun altro, va bene? Ti chiedo solo questo.”

Per la prima volta da quando lo conosceva, Riccardo odiò Lorenzo. Fu solo per un istante, più breve di un battito di ciglia, ma lo odiò per la richiesta che aveva osato fargli.

Quel lampo d’odio attraversò anche i suoi occhi verdi e colpì in pieno Lorenzo, che tuttavia assorbì la botta senza un lamento.

“Ma che cazzo stai dicendo? Io non dovrò fare un bel niente, né da solo né con qualcuno che non sia tu, perché tu guarirai! O forse sei così egoista da non volerci neanche provare?”

Sputò senza pensarci, ma se ne pentì ancor prima di terminare la frase.

Lorenzo si prese anche quel colpo, paradossalmente tra i due era lui quello più forte al momento. Riccardo aveva più paura di vivere –di sopravvivere- di quanta lui ne avesse di morire, e Lorenzo lo capiva, ma proprio perché era lui quello che stava per lasciare la vita –era medico anche lui, del resto, e aveva capito di avere i giorni contati- doveva ricordare all’altro che era giusto assaporarne ogni morso.

“Oddio, cazzo, scusami… ti prego, Lorenzo, scusami.”

Aggiunse subito Riccardo, chinandosi a baciargli le labbra mentre le lacrime cominciavano a rigargli le guance.

Lorenzo sorrise sotto quel bacio e cercò di ricambiarlo come meglio poteva, mentre portava una mano tra i ricci morbidi del suo fidanzato per tenerlo più vicino e non farlo allontanare. Se solo avesse potuto, non si sarebbe mai allontanato da lui, non lo avrebbe mai lasciato solo.

“Va tutto bene, tranquillo. Io ti prometto che ce la metterò tutta per cercare di guarire, va bene? Tu però devi promettermi che mi lascerai andare se non dovessi riuscirci. Non essere arrabbiato con me, ti prego…”

Sussurrò sulle sue labbra mentre riprendeva fiato e Riccardo liberò un singhiozzo che aveva cercato di trattenere. Prese a baciarlo su tutto il viso, ovunque capitasse, per scacciare via quel pensiero dalla sua testa: non era arrabbiato con Lorenzo, ma con Dio, in cui aveva sempre creduto e a cui si era sempre affidato, perché prima gli aveva dato l’amore e adesso glielo stava portando via.

“Io ti amo, come faccio ad essere arrabbiato con te? E te lo prometto, ti prometto tutto quello che vuoi…tu però non mi lasciare.”

Biascicò, lasciandosi scivolare nell’incavo del suo collo, una posizione scomodissima per lui che era tanto alto, ma non aveva intenzione di separarsi dall’altro.

Lorenzo accennò un sorriso mesto e lo avvolse con il braccio libero, senza smettere di accarezzarlo con l’altra mano.

“Non ti lascio, non ti lascio. Ovunque sarai tu, ci sarò anche io, te lo prometto.”

 
“Ti tengo qua da mesi, non è mai successo nulla e vai a romperti proprio adesso?”

Mormorò Riccardo, accarezzando la superficie liscia e fredda dell’anello che ancora teneva tra le dita, un gesto che era diventato il suo modo per ricordare un altro tipo di carezze, che faceva ad una guancia calda e coperta da una morbida barba.

Ovunque sarai tu, ci sarò anche io.”, gli aveva promesso Lorenzo, e quella catenina spezzata era il suo modo per ricordargli quanto fosse stato importante per lui averlo vicino mentre stava male, per ricordargli che le regole dell’ospedale non erano altrettanto importanti.

Riccardo stesso non le aveva rispettate, era rimasto accanto al letto di Lorenzo notte e giorno per giorni interi, era diventato il suo unico paziente.

Quella catenina spezzata era un suggerimento.

“Come?”

Domandò Simone, che non aveva sentito bene ciò che aveva detto il medico.

“Niente, niente, parlavo tra me e me.”

Rispose, facendo scivolare anello e catenina in tasca.

“Sai che ti dico, Simone? Vado subito a parlare con la primaria, voglio chiederle di fare un’eccezione per Manuel e permettergli di restare anche oltre l’orario di visita. Immagino che per te vada bene, no?”

Simone sgranò gli occhi, sorpreso e felice. Sorrise a trentadue denti, era la notizia migliore che potesse ricevere!

“Davvero si può fare? Non rischi qualcosa?”

Riccardo ridacchiò, scuotendo il capo.

“Al massimo mi dirà di no e mi farà una ramanzina, ma è un rischio che sono disposto a correre. Non sarebbe giusto lasciare un mio paziente senz’acqua, no?”

Chapter Text

Manuel aveva raggiunto l'ingresso dell'ospedale senza problemi, erano tutti troppo indaffarati per accorgersi di lui, e stava attraversando il parcheggio, dirigendosi verso la metro -avrebbe potuto chiedere a Claudio di venire a prenderlo, ma non voleva disturbarlo a quell'ora- quando si sentì chiamare.

Si voltò e vide sua madre accanto ad un'auto che riconobbe essere quella di Dante e infatti poco dopo anche lui e Virginia uscirono da lì. Sorrise ad Anita e le andò incontro, abbracciandola forte non appena l'ebbe raggiunta. Non la vedeva da giorni e gli era mancata tanto.

Lei, dopo un attimo di sorpresa, ricambiò l'abbraccio e gli portò una mano tra i capelli.
"Ciao, tesoro. Che ci fai già qui?"

"Ciao, ma'."

Le diede un bacio sulla guancia e, senza separarsi dall'abbraccio, agitò una mano in segno di saluto anche verso Dante e Virginia, con un sorriso un po' più mesto di quello che aveva rivolto a sua madre. Si sentiva ancora in colpa per come li aveva fatti soffrire ed era certo che quel peso non sarebbe mai andato del tutto via, ma era deciso a impegnarsi per lavorare sul presente e sul futuro, come aveva promesso a Simone.

Virginia gli rivolse un caldo sorriso e un saluto elegante con la mano, Dante invece si limitò a fargli un cenno con il capo.

"Io veramente me ne stavo andando. So' stato qua tutta la notte con Simone, mo’ però c'ho una cosa da fa'..."

Anita gli rivolse uno sguardo preoccupato, non vedeva il figlio da giorni e anche se l'avvocato Vinci li aveva tenuti informati costantemente, lei aveva avuto il sospetto che non avesse detto proprio tutto. Manuel le sorrise rassicurante, ma prima che potesse riprendere il suo discorso intervenne Dante, che nel frattempo si era avvicinato.

"Ti hanno fatto restare con Simone? Come sta?"

Manuel alzò gli occhi verso il suo professore, ma subito li spostò in direzione di un punto indefinito alla sua destra, perché ancora non riusciva a sostenerne lo sguardo.

"Ho dovuto insistere un po', ma mi hanno fatto restare, sì. Simone sta...sta bene, tutto sommato. L'ho visto sereno, insomma, ha pure dormito. Credo che sia più tranquillo, adesso, che si senta al sicuro. E sarà molto felice di vedervi, quindi magari non fatelo aspetta' troppo…"

Disse rivolto anche a nonna Virginia, abbozzando un sorrisetto. Non voleva che Simone rimanesse troppo solo e poi sapeva quanto gli mancava la sua famiglia, era ora che si incontrassero di nuovo.

"E tu invece dov'è che stavi andando?"

Domandò Dante, con tono severo. Anche lui aveva lo stesso sguardo preoccupato di Anita, ma era più freddo. Beh, era comprensibile, Manuel aveva fatto fin troppe cazzate.

"Sto andando a denuncia' tutte le schifezze de Sbarra, così finalmente lo acchiappano. Voglio fare la cosa giusta, adesso."

Il professore annuì e, senza dirgli altro, porse le chiavi della propria auto ad Anita.

"Fa' una cosa, accompagnalo tu, tanto noi restiamo qui per un po'."

"Da' un bacio a Simone anche da parte mia, ci vediamo più tardi!"

Replicò lei, facendo cenno al figlio di seguirla in auto. Mentre uscivano dal parcheggio dell'ospedale, Manuel provò a telefonare all'ispettore Liguori, ma non ricevendo risposta tentò con l'avvocato Vinci, ottenendo anche da quel numero soltanto squilli a vuoto. Fece una risatina tra sé e sé, perché aveva intuito cosa potesse essere successo.

"Ma', scusa, dobbiamo fa' una deviazione. Passiamo a casa de Claudio, cioè dell'avvocato Vinci, così recupero pure la mia moto e tu puoi tornare in ospedale."

Così dicendo impostò il navigatore sul cellulare, inserendolo poi nell'apposito sostegno sul cruscotto.

"Senti Manuel, a proposito di questo Claudio, si può sapere che tipo è? Sei rimasto a casa sua tutto questo tempo, io te l'ho lasciato fare perché ho capito che ne avevi bisogno, però insomma…"

Manuel fece una risatina, poi fece un profondo respiro e si sistemò meglio sul sedile. Mantenne un sorriso appena accennato in volto, addolcito dal pensiero che sua madre avesse capito i suoi bisogni. Non era assurdo per una madre capire i bisogni del proprio figlio e non era particolarmente assurdo per sua madre, ma era una cosa che lo faceva sentire amato.

"Ma', puoi stare tranquilla, quell'uomo è praticamente in odore de santità. M'ha sopportato per tutto sto’ tempo e tu lo sai che non so' un tipo facile. Poi mettice che ero pure preoccupato da morire per Simone, non facevo altro che urlare o piangere, gli ho pure vomitato nel lavandino!"

Manuel si sorprese della facilità con cui stava raccontando a sua madre, seppur sommariamente, di quanto avesse sofferto negli ultimi giorni; il se stesso del passato non l'avrebbe mai fatto, si sarebbe tenuto tutto dentro, convinto di dovercela fare da solo, perché tanto anche se si fosse sfogato con qualcuno, nessuno si sarebbe fatto carico delle sue pene.

Aprirsi era una cosa che aveva imparato grazie a Simone, che piano piano lo aveva aiutato a liberarsi della sua armatura, ascoltando i suoi silenzi e la sua rabbia. Già gli mancava, non vedeva l'ora di tornare da lui; aveva anche in mente una cosa da portargli.

Anita intanto ascoltava attentamente suo figlio e le erano venuti gli occhi lucidi a sapere che era stato così male e al pensiero che lei non c'era stata.

"Insomma, ero veramente intrattabile, un'altra persona mi avrebbe cacciato a calci. Lui invece no, al massimo me preparava una tisana. Pure bone, eh, alla fine me ce so' abituato."

"Tesoro, mi dispiace tanto. Avrei dovuto esserci io con te…"

Cominciò a dire Anita, ma Manuel la interruppe scuotendo il capo. Apprezzava l'affetto, ma in cuor suo sapeva che non sarebbe stata d'aiuto, non in quella situazione.

"Non te la prendere ma', ma è andata meglio così. E non lo dico perché tu non mi avresti saputo dare conforto, ma perché se fossi restato a casa con te, con voi, sarei impazzito e mi serviva lucidità per vedermela co' Sbarra. Ci sono stati dei momenti in cui ho sbagliato lo stesso, momenti in cui non ho saputo mantenere la calma e io ti conosco, ti saresti fatta prendere dal panico anche tu e sarebbe stato peggio. Claudio, invece, mi ha saputo gestire. Quindi nun te fa' colpe, è andata bene così, ok?"

Anita abbozzò un sorriso, trovandosi in accordo con il figlio. Un altro genitore probabilmente si sarebbe stupito della maturità del proprio figlio, ma lei no, perché sapeva benissimo che Manuel era fin troppo maturo, e che anzi lo era diventato troppo in fretta. Forse quello era stato il suo unico errore, crescendolo: non avergli dato abbastanza spensieratezza.

"Sì, hai ragione tu. Adesso come stai, invece? Ti vedo stanco, ma mi sembri anche felice…"

"Eh, perché sto esattamente così. L'unica dormita degna di questo nome me la sono fatta stamattina presto, insieme a Simone, ma è stata troppo breve."

"Ah, tocca recupera', eh?"

Commentò Anita, scherzosa, e Manuel si ritrovò ad arrossire imbarazzato, ma sorridente. Sì, sia lui che Simone avevano molte dormite insieme da recuperare, ma avevano anche molto tempo davanti a loro.

"È per questo che sono felice. Forse è stupido, non lo so e non me frega, ma il pensiero di poter dormire di nuovo abbracciato a lui me fa senti' di poter uscire da questa macchina e volare ovunque io voglia. Che poi andrei comunque da Simone, ma questo è un dettaglio."

Mormorò guardando in basso, con le guance ancora decorate dal rossore e solcate da due morbide fossette. Anita sorrise teneramente, era bellissimo vedere suo figlio così innamorato, così felice.

"No, non è stupido. Significa che Simone è al sicuro e questa certamente non è una cosa stupida."

Gli fece notare e Manuel annuì con convinzione, alzando lo sguardo verso di lei.

"È tutto ciò che desidero, ma', davvero. Ho fatto delle cazzate e l'ho messo in pericolo, ma voglio rimediare. Lo voglio proteggere. Che poi è un po' questo il senso dell'amore, no?"

Nella voce di Manuel c'era tutta la dolcezza di quel sentimento su cui da secoli si arrovellavano poeti, scrittori e filosofi, alla ricerca del suo significato profondo e segreto. Tra loro, nel suo piccolo, c'era anche Manuel.

Per un bel po' di tempo, quando stava con Chicca, aveva pensato che l'amore in fin dei conti fosse qualcosa di piuttosto banale, il segreto era vedersi tutti i giorni a scuola, quando possibile nel pomeriggio, e almeno una volta nel fine settimana.

Poi aveva conosciuto Alice e l'amore era diventato qualcosa di diverso, di più difficile, perché Alice era più grande, aveva un'altra vita, altre esperienze e Manuel doveva dimostrarsi all'altezza delle sue aspettative in tutto, anche nei momenti d'intimità, che per la prima volta aveva condiviso con lei. Il segreto dell'amore, allora, stava nella sfida, nel continuo mostrarsi degno delle attenzioni dell'altra persona.

Dopo Alice -anzi, col senno di poi prima di Alice, solo che Manuel lo aveva realizzato dopo- nella sua vita era entrato Simone, a piccoli passi, senza fare rumore, come un venticello leggero che però era stato in grado di scombinare tutte le sue carte senza che lui se ne accorgesse e così facendo -per puro paradosso- le aveva rimesse in ordine.

Con Simone l'amore era diventato un rompicapo complicatissimo che non riusciva a risolvere, che lo faceva impazzire e Manuel aveva perso ogni certezza che aveva sull'amore, ma questo soltanto perché fino a quel momento non l'aveva realmente conosciuto. Con Chicca c'era stato affetto, con Alice passione, ma con Simone c'erano entrambi e anche qualcosa in più, qualcosa che non riusciva ad ammettere a se stesso.

Ecco che l'amore si era trasformato in vergogna, imbarazzo e paura nascosti da una maschera di rabbia attraverso cui urlare parole che non pensava davvero, ma che erano più facili da pronunciare di quelle che avrebbe effettivamente voluto dire. Erano parole con un loro prezzo, però, e il costo era perdere Simone che, giustamente, si era rifugiato tra le braccia di un altro uomo, un uomo gentile e premuroso che avrebbe potuto dargli tutto ciò che meritava: così l'amore, per Manuel, aveva trovato la sua rima in dolore, in un verso scolpito nella pietra, incancellabile ed immutabile.

"E questo chi lo dice, Platone?"

Domandò divertita Anita e Manuel rispose con una risatina, scuotendo il capo.

"No, questo lo dico io! L'amore alla fine è una cosa semplice, ma', siamo noi che lo rendiamo complicato, che gli diamo significati che non gli appartengono. Amare è…"

Fece una breve pausa, per trovare le parole adatte.

"Amare è darse mille baci, poi altri mille e altri cento, ma non perché nun se ha niente de mejo da fa' o perché se vole fini' a letto e basta, ma perché finché ce se bacia se resta uniti e finché se resta uniti ce se protegge a vicenda."

Parlava gesticolando, Manuel, come a voler dare forma a quel concetto importantissimo con le proprie mani, e brillava di pura gioia, una luce che sua madre aveva visto sul suo viso soltanto da bambino e che poi era scomparsa per tanto, troppo tempo. Anita sorrise commossa alla spiegazione del suo piccolo filosofo innamorato e gli diede un buffetto sulla guancia.

"Quando dici queste cose fai concorrenza a Dante, lo sai?"

Manuel rise, orgoglioso e imbarazzato al tempo stesso.

"Sai come se dice, no? Che i figli cercano un fidanzato o una fidanzata simile ai genitori, ma forse è vero pure che i genitori cercano qualcuno simile ai figli!"

“Ma quanto sei scemo!”

Esclamò Anita e l'auto si riempì delle loro risate, che continuarono ad echeggiare di tanto in tanto fino a quando non arrivarono a destinazione. Manuel salutò sua madre con un bacio sulla guancia e raggiunse rapidamente l'appartamento di Claudio.

Dovette bussare un paio di volte prima che quest'ultimo andasse ad aprire la porta e Manuel trattenne a stento una risatina quando lo vide conciato com'era: i capelli, solitamente sempre in ordine, erano arruffati e sparati in almeno tre direzioni diverse e il suo solito pigiama rigorosamente di seta era stato sostituito da una t-shirt in cotone, per di più anche infilata al contrario, che a malapena copriva i boxer che lasciavano scoperte il resto delle gambe. Insomma, Claudio sembrava il suo gemello diverso, ma ciò che Manuel non sapeva era che al di là di quell'aspetto scomposto, c'era un cuore di nuovo in perfetto ordine.

"Ma che hai combinato? Notte folle?"

Commentò divertito il ragazzo, mentre l'avvocato lo lasciava entrare in casa. Il suo volto tradì un pizzico di imbarazzo in un sorriso appena accennato, ma era un imbarazzo positivo, felice.

"Potrei chiederti la stessa cosa. Ma che ore sono?"

Chiese Claudio, passandosi una mano sul volto assonnato. Manuel ridacchiò, scuotendo leggermente il capo.

"Le dieci passate e tu non mi hai risposto. Io ho fatto il bravo, mentre te…"

Lasciò la frase in sospeso, guardandolo furbescamente. L'avvocato rispose con una risatina e poi gli fece cenno di seguirlo in cucina.

Manuel, prima di entrare in cucina, si sporse verso il lungo corridoio, per cercare di captare qualcosa dalla camera da letto di Claudio, la cui porta però era socchiusa. L'uomo lo vide e alzò gli occhi al cielo, divertito.

"Siediti, piccolo impiccione che non sei altro, ti preparo la colazione."

"Ma no, non c'è bisogno, tranquillo. Anzi, me sa che so pure de troppo stamattina, eh?"

Prima che Claudio potesse replicare, Domenico entrò in cucina -scompigliato e a torso nudo, indossava soltanto dei pantaloni- e si diresse direttamente verso Claudio per abbracciarlo da dietro, posandogli un bacio sul collo. Anche lui era piuttosto assonnato, tanto da non accorgersi del ragazzo seduto a tavola, ma anche lui come Claudio sembrava felice, leggero.

Manuel si sentì davvero di troppo in quel momento e distolse lo sguardo, ma con un sorrisetto soddisfatto sul viso.

"Buongiorno, avvocato…"

Mormorò Domenico sulla pelle dell'altro, lasciandovi un altro bacio. Claudio sorrise, portando una mano sulle sue per fargli una carezza.

"Buongiorno, ispettore. Devo farle notare che non siamo soli, stamattina."

E con un cenno del capo indicò Manuel, al che Domenico si voltò, lo vide, e scoppiò a ridere. Non era imbarazzato, solo sinceramente divertito dalla situazione.

"Buongiorno anche a te, Manuel. Scusami, non ti avevo visto."

Si separò dall'avvocato non prima di avergli lasciato un bacio tra i capelli, poi si spostò per preparare la macchinetta del caffè, era meglio che Claudio non la sfiorasse nemmeno. Sapeva fare molte cose, ma il caffè non era tra queste.

"Ah, figurate, anzi, so' io quello che è piombato qua senza avvisare. È che ho provato a chiamarve, ma non m'avete risposto…"

"Sì, scusaci, Morfeo stava facendo il suo lavoro. È successo qualcosa, per caso?"

Domandò Claudio, mentre sistemava sul tavolo tazze e biscotti. Manuel scosse il capo.

"No, no, è solo che stamattina volevo passare in commissariato pe fa' quella cosa, ma non sapevo se t'avrei trovato…"

Rispose rivolto a Domenico, che annuì.

"Hai ragione, in effetti sono in ritardo, ma per una volta non succede niente. Tu e Simone tutto bene, quindi? Com'è andata la notte?"

Manuel accennò istintivamente un sorriso mentre masticava un biscotto, ripensando alle ore da poco trascorse come se fossero state un sogno, ma che erano ancora più belle perché erano reali. Reali come il profumo di Simone, il calore del suo corpo, la morbidezza delle sue labbra e le dichiarazioni d'amore che si erano sussurrati prima di addormentarsi.

"È andata benissimo, io e Simone abbiamo parlato un po' e poi ci siamo addormentati, nessuno ci è venuto a rompe i coglioni, per fortuna."

Guardò poi entrambi gli uomini davanti a lui, con una luce furbetta negli occhi. Era felice per loro, perché era palese che fosse successo qualcosa di bello, qualcosa che li aveva portati ad abbracciarsi di nuovo senza timori o sensi di colpa, come era successo tra lui e Simone.

"Sono indiscreto se dico che me sembra che anche voi abbiate passato una bella serata?"

Claudio e Domenico si guardarono e poi scoppiarono a ridere, più come due adolescenti spensierati che come due quarantenni. Era il bello dell'amore, non avere età.
"Sei indiscreto, ma non ti sbagli. Diciamo che...abbiamo messo in chiaro un po' di cose."

Rispose Claudio, dolcemente, senza staccare gli occhi da quelli di Domenico che a loro volta si perdevano nei suoi. Sì, era stata decisamente una bella serata.


Non si erano messi d'accordo, ma dopo essere usciti dall'ospedale ad entrambi era venuto naturale andare a casa sua, sembravano essere tornati ai tempi in cui i pensieri di uno erano anche quelli dell'altro.

"Hai fame, ti preparo qualcosa?"

Chiese Claudio, senza neanche dare il tempo a Domenico di chiudere la porta d'ingresso. Cercava di non darlo a vedere, ma era agitato, si sentiva lo stomaco in subbuglio e la testa pesante.

Domenico sorrise a quella premura tipica di Claudio, ma declinò scuotendo il capo. Anche il suo stomaco era in tempesta e non avrebbe accettato nemmeno una briciola di pane. Erano lì per parlare o meglio, Claudio voleva parlargli e lui voleva soltanto ascoltarlo. Quel piccolo scambio che avevano avuto in ospedale gli aveva dato un'enorme speranza.

"No, grazie. Però magari una tazza di tè…"

Propose, armeggiando nervosamente con le chiavi dell'auto. Claudio annuì subito, ringraziando mentalmente l'altro per avergli dato qualcosa da fare.

"Allora accomodati, io arrivo subito."

Si allontanò in cucina, mentre Domenico si spostò in salotto. Non avendo molto altro da fare, si sfilò il giubbotto da pompiere, che ancora indossava, rimanendo in una più fresca maglietta. Si sedette sul divano e Claudio lo raggiunse pochi minuti dopo con un vassoio in mano che sistemò sul tavolino prima di sedersi accanto a lui. Lo sguardo gli cadde immediatamente sulla fasciatura che aveva al braccio e di nuovo provò quella sensazione di senso di colpa unito a preoccupazione che in fondo non l'aveva mai abbandonato.

"È solo un graffio, l'hanno detto anche i medici. Chi me l'ha fatto sta peggio di me, credimi."

Disse Domenico mentre aggiungeva lo zucchero nel tè, senza aver bisogno di voltarsi verso Claudio per capire su cosa avesse posato gli occhi. Si portò la tazza alle labbra e ancora prima di assaggiare venne investito da un profumo di vaniglia che lo fece sorridere. Era il suo gusto preferito, Claudio se ne era ricordato.

"Lo so che è solo un graffio, l'ho capito, ma è stata solo una questione di fortuna. Poteva capitarti di peggio e lo sai."

Claudio spostò lo sguardo sul tavolino, sospirando. Prese la propria tazza e bevve un sorso, senza riuscire però a goderselo, perché davanti ai suoi occhi riusciva a vedere soltanto un Domenico più giovane dal cui fianco sgorgava un fiume rosso e le proprie mani che inutilmente cercavano di arrestarne il corso.

"Sì, lo so, ma non è successo. È il mio lavoro rischiare la vita per salvare quella degli altri e questa è una cosa che sai bene anche tu."

Domenico si voltò a guardarlo e prima che gli potesse dare una risposta che si era già sentito dire un'infinità di volte, si affrettò a prendere in mano la situazione.

"Però adesso mi devi dire una cosa, Cla': siamo qui per ripetere un discorso che abbiamo già affrontato mille volte o vuoi dirmi qualcosa di nuovo? Perché poco fa mi hai detto che questa volta non saresti scappato, ma sappiamo già come finirà se continuiamo a parlare così."

Claudio posò la tazza sul tavolino, più che altro per prendersi ancora qualche istante prima di confrontarsi con il proprio cuore, poi ricambiò il suo sguardo. Negli occhi di Domenico vedeva tanta determinazione, ma al tempo stesso gli sembravano smarriti, quasi spaventati. Era soltanto colpa sua se quegli occhi tremavano, se imploravano delle parole diverse da quelle che gli aveva sempre detto.

Avrebbe voluto davvero essere in grado di pronunciarle, quelle parole rassicuranti, ma le sentiva vorticare nella propria testa e non riusciva ad afferrarle. Quasi rise per l'assurdità della cosa, lui che con i suoi discorsi riusciva a convincere anche il più severo dei giudici, ora non riusciva a convincere nemmeno se stesso.

"Io non so cosa dirti, Domenico. O meglio, lo so, ma non so come. Tutto ciò che potrei dire, non mi sembra abbastanza."

Confessò, cercando sostegno nel suo sguardo. L'ispettore alzò gli occhi al cielo, incredulo, per poi riportarli immediatamente sui suoi, per dargli il sostegno che cercava. Non gliel’avrebbe mai negato.

"Questo fallo decidere a me, no? Tu dimmi quello che vorresti dirmi, io ti ascolto."

L'avvocato fece un respiro profondo, scrollando poi le spalle. Cominciava a dubitare di aver fatto bene a promettergli quella conversazione, sul momento gli era sembrata una buona idea, ma adesso non riusciva ad immaginare che potesse portare a qualcosa di buono. Ciononostante, cominciò comunque a liberare il proprio cuore.

"Vorrei dirti che mi dispiace di averti spezzato il cuore e che non c'è giorno in cui non me ne sia pentito negli ultimi quindici anni."

Sorrise amaramente, scuotendo leggermente il capo.

"Vorrei dirti che mi dispiace di essere stato un codardo, di essere scappato di fronte alla tua cicatrice invece di aiutarti a farla guarire. Vorrei dirti che mi dispiace di non averti dato ascolto quando mi dicevi di lasciar perdere quell'avvocato, di fare praticantato altrove, perché se ti avessi ascoltato non avresti passato gli ultimi anni a soffrire."

La sua voce, di solito controllata e decisa, si incrinava continuamente costringendolo a fare delle piccole pause di tanto in tanto per deglutire il macigno che sentiva bloccato in gola.

Domenico ascoltava ogni parola con la massima attenzione, quasi non respirava per evitare di fare rumore e coprirle, e gli arrivavano dritte al cuore, facendolo battere all'impazzata. Claudio, in tutti quegli anni, non si era mai aperto così tanto con lui.

"E poi vorrei dirti che ti amo e che non ho mai smesso di amarti, ma questo non fa altro che rendermi più stronzo."

L'impulso di scappare, nel senso di lasciare fisicamente la sua stessa casa, si era fatto ancora più forte adesso che aveva detto a Domenico tutto ciò che si era tenuto dentro per tutto quel tempo. Domenico, però, non gli diede modo nemmeno di pensare ad una fuga, perché subito prese una sua mano nella propria, sorridendo dolcemente.

Gli occhi dell'avvocato scattarono sulle loro mani intrecciate e poi di nuovo sul volto dell'ispettore, non sapeva cosa aspettarsi. Notò che aveva gli occhi lucidi.

"Vedi che non era poi così difficile? E non era nemmeno male come arringa, secondo me convincerà anche il giudice."

Commentò scherzosamente Domenico, mandando in totale confusione Claudio. Si aspettava come minimo un ‘vaffanculo’ e invece l’altro sembrava soddisfatto.

"Ma...tutto qui? Non sei incazzato?"

Domenico rispose con una risatina divertita, facendo spallucce. Claudio proprio non capiva che non gli era proprio possibile arrabbiarsi con lui, era un'emozione che non concepiva quando si trattava di lui.

"E perché mai dovrei? Mi hai detto delle cose che ho aspettato per quindici anni!"

"Ed è per questo che mi dovresti riempire d'insulti! Non...non è possibile, dai!"

L'ispettore sospirò pazientemente e lasciò andare la presa sulla sua mano, ma solo per un istante, il tempo di allungarsi a prendere la sua tazza di tè e di porgergliela.

"Bevi un po', sei troppo agitato."

E Claudio non se lo fece ripetere, bevve un lungo sorso di tè anche perché, tra l'altro, si sentiva la bocca totalmente impastata e la gola secca.

"Cla', tu devi capire che io ti avrei aspettato anche per tutto il resto della mia vita, quindici anni non sono niente. L'avrei fatto perché anche io ti amo e non ho mai smesso di amarti e tu mi hai appena dato la conferma che anche per te è così, quindi mi spieghi come potrei essere arrabbiato? E poi questi quindici anni sono passati anche per te, anche se non si direbbe per quanto sei bello."

Claudio abbassò imbarazzato gli occhi, preso in contropiede, e per pochi secondi sembrò di nuovo il giovane uomo, poco più di un ragazzo, che Domenico vedeva davanti ai suoi occhi.

"Vorrei soltanto recuperare il tempo perduto, tutto qui."

Aggiunse, portando una mano sulla guancia di Claudio per fargli una carezza, in un impeto di coraggio. Claudio smise di respirare per un istante, come a voler fermare il tempo per far durare quella carezza per sempre e, proprio per questo desiderio, mise una mano su quella dell'altro, in modo da farlo restare così.

"Lo voglio anch'io."

Gli sorrise, guardandolo negli occhi.

"Che ne diresti di cominciare adesso?"

E così dicendo l’avvocato si fece un po' più avanti, per ridurre la distanza tra loro.

"Stavo giusto per chiedertelo...."

Replicò l'altro, con lo stesso sorriso ad illuminargli il volto, avvicinandosi fino ad annullare del tutto lo spazio tra i loro corpi. Il bacio non partì dall'uno o dall'altro, fu un bisogno di entrambi, tanto che per la foga la tazza -ora vuota- che Claudio ancora teneva in una mano finì a terra, ma quelle due metà che si ritrovavano avevano ben altro a cui pensare: come un meccanismo perfettamente funzionante anche dopo anni di fermo, Claudio si spinse contro Domenico fino a farlo distendere sul divano e lui assecondò quel movimento tirando l'altro su di sé, e furono così fluidi nella loro azione che mantennero il bacio, senza separarsi.

Una mano di Domenico finì tra i capelli di Claudio e l'altra sul suo fianco, in un gesto istintivo per tenerlo vicino. Claudio sorrise sulle sue labbra, portando una mano sul suo collo caldo, accarezzandolo piano.

"Sono qui, non me ne vado."

Promise in un sussurro, fissando gli occhi azzurri in quelli verdi. Domenico sorrise e annuì appena, quasi con timidezza, e il suo cuore fece un salto a quella promessa.
"Però, magari...potremmo andare tutti e due di là, che dici?"

Propose, mentre gli accarezzava lentamente i capelli.

"Questo divano è un po' scomodo..."

Aggiunse scherzoso e Claudio ridacchiò.

"È di design!"

Protestò, dandogli un bacio sulla punta del naso. Concordava con lui, però, quel divano non era abbastanza grande per contenere il loro amore, senza contare che per Domenico era sicuramente stata una serata pesante, aveva il diritto di riposarsi e lui avrebbe fatto in modo che ciò accadesse.

"Eh, ma alla mia schiena non interessa!"

Ribatté divertito l'altro, baciandolo a fior di labbra.

Claudio si alzò, ridacchiando, e gli tese una mano per aiutarlo a fare lo stesso. Domenico prese la sua mano e si portò su, liberando -apposta- un buffo verso, come se quel gesto gli stesse costando una gran fatica, solo per far ridere Claudio e quando ottenne l'effetto desiderato sorrise, soddisfatto. Claudio non ricordava nemmeno l'ultima volta che aveva riso così di cuore.

"L'età si fa sentire, eh ispettore?"

Disse canzonatorio, con ancora gli strascichi di quella risata nella voce, e gli occhi verdi di Domenico furono attraversati da un lampo di sfida.

"Te la faccio vedere io l'età, avvocato!"

Esclamò, e in un attimo lo condusse in corridoio, diretto verso la camera da letto, ma poco più che a metà strada si fermò, portò Claudio con la schiena contro il muro -fu delicato, non lo spinse con foga perché non voleva fargli male-, lo strinse a sé per i fianchi e fu di nuovo sulle sue labbra.

Pochi istanti dopo si spostò sul suo collo, lasciandovi un leggero morso che fece sussultare Claudio per la sorpresa e aggrapparsi a lui in risposta, attraversato da una scarica improvvisa.

"Tutto a posto?"

Sussurrò Domenico sulla pelle dell'altro, su cui poi lasciò un bacio, premuroso.

Claudio annuì, prendendo poi un profondo respiro.

"Fallo di nuovo, per favore..."

Chiese a bassa voce e Domenico, con una risatina bassa, acconsentì, andando di nuovo a stuzzicare con i propri denti quel punto che, ricordava perfettamente, era particolarmente sensibile per l'avvocato.

Claudio trattenne di nuovo il respiro e liberò un gemito d'approvazione, mentre l'ispettore prese ad accarezzare con la punta della lingua la piccola zona per darle sollievo e sospirò, lentamente, quando sentì di nuovo il sapore della sua pelle.

L’avvocato quasi tremava sotto quelle piccole attenzioni, i brividi di piacere che gli attraversavano la schiena lo portarono a chiedersi come avesse potuto vivere tutti quegli anni senza, e cercò di ricambiarle infilando una mano sotto la maglietta dell’ispettore, prendendo a disegnare piccoli cerchi poco sopra il bordo dei pantaloni, perché sapeva quanto all'altro piacesse, e infatti i suoi mugolii d'approvazione non tardarono ad unirsi ai propri.

Mossi poi da un desiderio comune, si spostarono nella stanza da letto, separandosi il tempo necessario ad attraversare il breve tratto di corridoio e poi furono di nuovo uno sulle labbra dell'altro, affamati di baci.

D'istinto, le mani di Domenico si avvicinarono ai primi bottoni della camicia di Claudio, e bastò uno sguardo d'intesa per farglieli aprire rapidamente uno ad uno. Prese poi i lembi della camicia, come se avesse voluto sfilargliela, ma per il momento la tenne ancora su.

"Posso?"

Sussurrò, mantenendo lo sguardo fisso in quello dell'altro. Claudio si lasciò accarezzare dalla premura di quegli occhi verdi e annuì senza esitazione. Domenico si avvicinò a dargli un bacio e, in quel piccolo istante, la camicia finì sul pavimento. Un attimo dopo, le mani di Claudio afferrarono il bordo della maglietta dell'altro, sollevandola solo un po'.

"Permetti?"

Chiese con un sorriso sulle labbra e, negli occhi azzurri, la stessa premura che l'altro aveva riservato a lui e Domenico sorrise, annuendo. Anche la maglietta finì a terra, accanto alla camicia, e fu solo questione di attimi prima che lo facessero anche i loro rispettivi pantaloni.

Entrambi, infatti, non vedevano l'ora di essere liberi.

"Mettiti comodo."

Lo invitò Claudio, accennando al letto con il capo. Domenico, però, non si mosse.

"E tu?"

Domandò, inclinando leggermente il capo. Claudio fece una risatina e lo rassicurò con una carezza leggera sulla guancia.

"Io posso stare comodo solo se nel letto ci sei già tu. Non ho intenzione di dormire nella stanza degli ospiti o su un divano scomodo, non ti preoccupare."

Domenico accennò un sorriso e prese la mano di Claudio nella propria per voltarsi a darle un bacio prima di andare a stendersi a letto. Non appena la sua schiena toccò il materasso morbido, liberò un lungo e profondo mugolio d'approvazione, ad occhi chiusi, e si prese qualche secondo per stiracchiarsi un po'.

Gli occhi di ghiaccio dell'avvocato si sciolsero a quella tenera vista, e non poté fare a meno di paragonare mentalmente l'ispettore ad un grosso cane felice di sistemarsi nella sua cuccia.

"Lo sai che sei proprio bello?"

Disse, incantato. L'ispettore sorrise sornione.

"Mi è stato fatto notare, sì…"

Ribatté, vantandosi per finta. Aveva perso il conto delle persone -uomini e donne- che avevano dimostrato più volte di apprezzare il suo aspetto, ma il parere di nessuna di loro contava quanto quello dell'uomo che gli stava di fronte.

L'avvocato fece una risatina e sorrise sghembo, sollevando un sopracciglio.

"E anche molto tenero."

"Ah, questa invece mi giunge nuova!"

Commentò Domenico, ridacchiando divertito. Per sottolineare il concetto, Claudio gli andò vicino e si sedette sul bordo del letto, posando una mano sulla sua pancia su cui prese a fare delle lente carezze, esattamente come se fosse stato un tenero cagnolone. Domenico, ancora ad occhi chiusi, ridacchiò beato.

"Deduco che il letto sia più comodo del divano..."

Commentò Claudio, dolcemente, e Domenico annuì, pigro.

"Sì, molto, però manca qualcosa..."

Riaprì gli occhi e allungò una mano verso il volto di Claudio, che si sporse per farsi accarezzare.

"Sì, lo penso anch'io."

Trasformò quella carezza in un bacio, azzerando la distanza tra i loro visi, e sfruttò il momento per sistemarsi su di lui, cercando di non pesargli troppo.

Domenico lo cinse immediatamente tra le braccia e lo strinse a sé, perché per troppo tempo non aveva sentito quel corpo accanto al suo, che non pesava ma che riempiva il suo vuoto, e Claudio sentì le lacrime premere dietro le palpebre abbassate, perché a quel gesto semplice, ma al tempo stesso così istintivo e disperato, percepì tutto il dolore dell'altro, tutta la disperazione che lo divorava da dentro da quindici anni, e li avvertì nel proprio cuore, come colpi di pistola, dove si unirono al proprio dolore e ai propri sensi di colpa, che non avevano mai smesso di morderlo.

Approfondì il bacio, lentamente, baciò Domenico con devozione, con tutto l'amore che non gli aveva dato in quegli anni, e poi si spostò in basso, sul suo petto che tanti anni prima aveva accolto le sue ferite, posandovi le labbra una sola volta prima di sollevare il capo per guardarlo negli occhi.

"Vorrei prendermi cura di te, stasera, se me lo permetti..."

Mormorò, accarezzandogli il fianco con un movimento apparentemente distratto, ma in realtà preciso e calcolato. Domenico annuì, lentamente, con un sorriso morbido sulle labbra.

"E tu mi permetterai di fare lo stesso con te?"

Chiese, ma Claudio non rispose, era già sceso nuovamente su di lui e aveva ripreso a baciarlo seguendo i movimenti lenti del suo respiro.

Domenico, allora, capì che lasciarsi baciare era già un modo per prendersi cura di Claudio e dei suoi sensi di colpa, per cui preferì non insistere. Lo seguiva con lo sguardo, come incantato, e se quei baci non fossero stati così caldi sulla propria pelle -tanto da fargli venire i brividi-, avrebbe creduto di trovarsi in un sogno, perché lui momenti del genere li aveva sognati costantemente, eppure perfino la sua più profonda fantasia era nulla in confronto a quel momento così vero.

Nessuno, forse nemmeno se stesso, conosceva bene il suo corpo quanto Claudio, a nessuno aveva mai permesso di conoscerlo così profondamente, e anche se erano passati molti anni, Claudio non aveva dimenticato nulla di ciò che aveva imparato a conoscere: si muoveva con precisione e senza esitazione, disponeva quei baci come stelle nel cielo, e Domenico ad ogni bacio si lasciava andare un po' di più, sentendosi più amato che mai.

Lo avvertì scendere più in basso, lungo la sua pancia, e avvertì una sensazione di calore che gli pervase tutto il corpo, ma che passò in secondo piano quando le labbra di Claudio si posarono sulla vecchia cicatrice. Domenico trattenne il fiato e, con un sussulto che lo portò ad aggrapparsi al lenzuolo sotto di sé, cominciò a singhiozzare. Non era un pianto di dolore, il suo, ma un pianto d'amore.

Claudio lo sentì e, inevitabilmente, le lacrime che già premevano da tempo per uscire dai suoi occhi cominciarono a cadere sulla pelle di Domenico, che lui non smise di baciare neanche un istante, anche se le labbra tremavano e il suo corpo era scosso dal pianto.

"Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace..."

Ripeteva ad ogni bacio, con voce rotta. Domenico non riuscì a sostenere a lungo quella vista e gli fece una carezza sul capo per richiamarlo a sé.

"Non fare così, ti prego. Vieni qui, dai..."

Disse, allargando le braccia per accoglierlo.

"No, no, sono io che mi devo prendere cura di te, non tu di me..."

Balbettò Claudio, come un bambino spaventato.

Domenico prese un profondo respiro e si tirò su a sedere, in modo da staccarsi dall'altro, e poi gli gattonò accanto, avvolgendolo tra le braccia. Claudio fu scosso da un singhiozzo più forte e nascose il capo nell'incavo del suo collo, anche se si diceva che non avrebbe dovuto indugiare, che non meritava quell'abbraccio.

Immaginando perfettamente quali pensieri si agitassero nella sua testa, Domenico cominciò a posare tanti piccoli baci tra i suoi capelli per scacciarli via, e andò avanti così per un po', fin quando non lo sentì un po' più calmo e solo allora si distese di nuovo, portandolo su di sé.

"Ascoltami, Claudio, ti prego, ascoltami bene..."

Cominciò a dire, accarezzandogli la guancia umida. Teneva gli occhi fissi nei suoi, che pieni di lacrime com'erano sembravano ancora più blu.

"Tu non devi pensare di avere...una specie di debito con me, ok? Non voglio che tu viva ogni bacio, ogni carezza, come il pagamento di questo debito, non è così che vive l'amore. Non te lo meriti e non sarebbe giusto."

Continuò, senza smettere di accarezzarlo. Claudio sospirò profondamente.

"Sei troppo buono con me…"

Provò a contestare, ma l'altro respinse quell'obiezione scuotendo il capo.

"E se non si è buoni in amore, allora non lo si è mai, no?"

Ribatté, facendo una risatina prima di tornare più serio.

"Voglio che tu ti senta libero tanto quanto me o anche di più, il resto non conta."

Disse dolcemente, facendogli un bel sorriso. Con l'altra mano, poi, salì sul suo fianco fin quasi ad arrivare alla schiena, dove però non si posò. Lì, anni prima, c'era un grande dolore che teneva Claudio prigioniero, ma da cui poi lo aveva aiutato a liberarsi.

Voleva accarezzarlo per ricordargli quella sensazione di libertà, ma prima di farlo preferì chiedergli il permesso con lo sguardo e Claudio acconsentì allo stesso modo, senza esitare. Si lasciò andare in un profondo respiro quando sentì la carezza morbida di Domenico sulle sue cicatrici che praticamente non si vedevano più, ma che lui spesso sentiva ancora. Non in questo momento, però.

"Sono in debito con te di quindici anni, Domenico. Tutto questo tempo che è passato per colpa mia non tornerà più, ma devo pur far qualcosa per restituirtelo..."
Mormorò, con voce flebile e sguardo basso.

"Hai detto bene, è passato! E allora, se è passato, perché dobbiamo continuare a voltarci indietro? Perché non possiamo lasciarcelo alle spalle e guardare avanti?"
Replicò Domenico con entusiasmo, sorridendo innamorato.

"Sapessi che bella vista che c'è..."

Aggiunse, con immensa dolcezza. Claudio, nonostante stesse ancora piangendo, liberò una risatina e senza pensarci riportò i propri occhi nei suoi, che brillavano di un amore che li rendeva ancora più verdi.

"Me ne sto rendendo conto anch'io..."

Sussurrò chinandosi a baciarlo, trovando in quel gesto il modo giusto di vivere l'amore.

In quel mattino ancora timidamente illuminato dai primi raggi del Sole, si amarono a lungo e lentamente, in quella stanza non c'era posto per la frenesia della caotica città che si svegliava sotto di loro, non c'era spazio per i suoi rumori di clacson e il suo vociare indistinto, ma solo per i loro sospiri, i loro gemiti, per le carezze che per troppo tempo non avevano ricevuto, per i baci su vecchie ferite, che finalmente si rimarginarono, e per le dolci parole sussurrate all'orecchio, promesse di un amore senza più paure.

Chapter Text

Simone rimase da solo nella stanza per pochissimo tempo, appena una mezz’oretta dopo che il dottor Bonvegna si era allontanato per parlare con il primario, suo padre e sua nonna fecero  capolino dalla porta e lui si illuminò con un sorriso a vederli.

“Nonna! Papà!”

Esclamò tendendo le braccia verso di loro come quando era piccolo e, in effetti, quando i due  si avvicinarono per abbracciarlo, si sentì immediatamente ritornare bambino. Sua nonna prese subito a riempirgli la guancia di baci e suo padre ad accarezzargli i capelli, entrambi per accertarsi che Simone fosse davvero lì con loro, e Simone si lasciò coccolare, ridendo e piangendo al tempo stesso, troppo felice per controllare le sue emozioni. Non aveva più senso farlo, con la sua famiglia.

“Mi siete mancati tantissimo.”

Sussurrò, cercando di accarezzare entrambi, anche lui alla ricerca di certezze.

“Anche tu ci sei mancato tantissimo, tesoro. Come stai? Ti stanno trattando bene? Il medico che ti sta seguendo è bravo? Volevamo parlargli, ma ci hanno detto che non è disponibile, al momento…non è una cosa che va a suo favore, se proprio devo essere sincera, eh!”

Virginia era al settimo cielo e insieme al sorriso aveva recuperato anche la parlantina. Simone quasi si sentì stordito da tutte quelle domande, ma comunque non smise di sorriderle.

“Mamma, dai, non fargli il terzo grado a questo povero ragazzo!”

La rimproverò scherzosamente Dante, facendo un occhiolino al figlio. Simone ridacchiò, ma subito intervenne in difesa di sua nonna.

“No, papà, sono domande lecite! Non ti ricordi cos’è successo quando si è operata lei?”

Si stava riferendo ad un’operazione allo stomaco a cui sua nonna si era sottoposta quando lui aveva circa dieci anni, ma se la ricordava bene perché la donna aveva trascorso settimane intere a lamentarsene. Dante annuì, facendo una risatina.

“Eh, e chi se lo scorda! Secondo me se la ricordano anche all’ospedale…”

Virginia, alzò gli occhi al cielo e incrociò le braccia, piccata.

“Lo spero bene per loro! Un servizio pessimo, non mi facevano neanche tenere in camera le rose che mi inviavano i miei ammiratori, ma come si può?”

 “Questo perché la stanza rischiava di diventare a tutti gli effetti il negozio di un fioraio, mamma.”

Le fece notare Dante e subito dopo tutti e tre scoppiarono a ridere, riempiendo la camera della loro felicità di stare insieme. Le risate vennero interrotte dalla tosse di Simone, che fece allarmare i due adulti.

“Non è niente, non è niente, ho solo bisogno di bere…”

Indicò con un gesto della mano la bottiglia d’acqua sul comodino e Dante subito gli riempì un bicchiere, porgendoglielo. Simone poteva sentire i loro sguardi preoccupati su di sé mentre beveva e la cosa non gli piaceva.

“Non fate così, però, sto bene. Davvero, sto bene.”

Diede al padre il bicchiere vuoto per farglielo posare e sospirò. Suo padre e sua nonna non potevano immaginare quanta verità ci fosse in quella semplice frase perché non sapevano cosa lui avesse vissuto in quei giorni di angoscia, paura e buio. Avrebbe potuto spiegarglielo, ma da un lato non aveva voglia di parlarne e dall’altro non voleva farli preoccupare per qualcosa che ormai era finito.

“Per rispondere alle tue domande, nonna, vi dico che il dottor Bonvegna è molto bravo e che se non avete potuto incontrarlo è solo perché è andato a parlare con il primario.”

Non poté fare a meno di sorridere, pensando a ciò che Riccardo era andato a chiedere. Sperava davvero che riuscisse ad ottenere quella specie di permesso speciale per Manuel senza troppi problemi, non voleva che quel medico così gentile venisse rimproverato.

“E di cosa è andato a parlare? Ci dobbiamo preoccupare, tesoro?”

Domandò preoccupata Virginia e Simone le prese una mano, per rincuorarla.

“Ma no, nonna, te l’ho detto, è tutto a posto. Non è andato a parlare di questioni mediche, non in senso stretto, almeno.”

Virginia e Dante si scambiarono uno sguardo perplesso, che poi rivolsero al ragazzo. Se due medici non parlavano di questioni mediche, allora di cosa? Simone si passò una mano sul braccio, leggermente imbarazzato.

“Beh…è andato a chiedergli di poter far restare qui Manuel per più tempo, oltre all’orario di visita.”

Dante si accigliò, perdendo l’aria allegra che aveva avuto fino a quel momento e sua madre gli rivolse uno sguardo carico di apprensione. Anche Simone si accigliò leggermente, notando il suo cambio d’umore.

“Scusami se te lo dico, Simone, ma allora non è vero che non dobbiamo preoccuparci.”

Sbottò l’uomo, di getto.

“Che vuoi dire, papà?”

Domandò Simone, sulla difensiva. Capiva che suo padre aveva trascorso dei giorni molto pesanti, che sicuramente non era stato facile per lui vivere con il terrore di perdere suo figlio per la seconda volta, ma non gli avrebbe permesso di incolpare Manuel, come invece sembrava star facendo.

Dante sospirò profondamente, pentendosi di aver detto ciò che pensava.

“Niente, Simone, niente. Fingi che non abbia detto niente.”

Simone sbatté una mano sul letto, nervoso.

“No, tu adesso invece me lo ripeti, se hai le palle! Perché vi dovreste preoccupare? Per via di Manuel? È questo che pensi?”

Ringhiò, come da tempo non faceva con lui. Avevano ricucito il loro rapporto, ma forse quella era stata l’ennesima cazzata di quell'uomo e lui stupido ci aveva anche creduto. Forse suo padre era uno stronzo a prescindere e lo sarebbe stato anche senza la morte di Jacopo.

“Non usare questo linguaggio con me, Simone! Dico solo che, da padre, ho tutto il diritto di preoccuparmi per te!”

Esclamò Dante, scattando in piedi. Simone non poteva credere alle proprie orecchie.

“E invece lo uso, perché è l’unico linguaggio che ti meriti! Non ti sei mai preoccupato di me e inizi proprio adesso che non ce n’è motivo? Bel padre di merda che sei!”

Ogni suo muscolo era in tensione, come quello di un animale braccato pronto ad attaccare. Sotto quell’apparente immobilità, però, c’era un’agitazione che i bip del suo cuore non tardarono a rivelare.

Dante scosse il capo, incredulo, indicando il macchinario.

“Lo vedi come ti fa stare? Dovresti stare tranquillo, dovresti pensare a riposare e invece guarda, ti stai agitando soltanto perché l’ho nominato!”

“Mi sto agitando perché tu mi fai agitare! Possibile che odi così tanto la mia felicità? Scusami tanto se non sono morto al posto di Jacopo, papà!”

Gridò con le lacrime agli occhi, arrabbiato e ferito. Aveva scoperto di Jacopo qualche settimana prima, quando lui e Manuel, alla ricerca di sue foto da bambino –Manuel aveva insistito tanto per vederle, dopo la storia del 'Paperotto'- avevano trovato per caso una scatola nello studio del padre e al suo interno le foto e un cd con i video di due bambini ricci, identici se non per i vestitini di colore diverso.

Simone aveva fatto una certa fatica a realizzare l’ovvio, e cioè che uno di quei due bambini era lui e l’altro non era semplicemente un bimbo molto simile a lui, ma un gemello, perché da un lato non ricordava nulla di lui e dall’altro gli sembrava assurdo che non gliene avessero mai parlato.

Era arrivato addirittura a pensare che l’altro bambino – che ormai doveva avere la sua età, ed essere quindi un ragazzo- fosse un figlio nato da una delle tante relazioni extraconiugali di suo padre (certo, non si spiegava perché avessero delle foto e dei video insieme, ma non sarebbe stata la prima cosa che non riusciva a spiegarsi del comportamento di quell’uomo) e, per la rabbia, aveva rovesciato a terra tutto ciò che aveva trovato sulla sua scrivania, sotto gli occhi attenti e preoccupati di Manuel che prima lo lasciò sfogare quell’impeto di rabbia e poi lo prese tra le braccia per fargli sfogare anche la tristezza e la delusione.

Quando Dante era tornato a casa, Simone lo aveva affrontato, gli aveva urlato contro i peggiori insulti che gli erano venuti in mente, e l’uomo si era trovato costretto a raccontargli tutta la verità su Jacopo e sulla sua morte. Simone aveva pianto di nuovo, per ore e ore, vivendo per la seconda volta quel lutto, anche se gli sembrava la prima, e ancora una volta Manuel gli era stato accanto.

“Tesoro, non fare così…”

Provò a calmarlo Virginia, facendogli anche una carezza, ma il nipote non voleva sentire ragioni.

“Lo pensi anche tu, nonna? Pensi che Manuel sia un problema, un pericolo? Perché se è così, neanche tu hai capito un cazzo!”

"Simone, non parlare così a tua nonna! E non permetterti più di dire certe cose!"

Urlò Dante, con le lacrime agli occhi e la voce spezzata. Prima che potesse aggiungere altro, Simone gli urlò da sopra.

"E tu non permetterti più di parlare male di Manuel! Come se non lo conoscessi, poi!"

"Ma si può sapere che diamine sta succedendo, qui dentro?"

Esclamò il dottor Bonvegna, entrando di corsa nella stanza. Stava tornando dal colloquio con il primario -con buone notizie, tra l'altro- quando gli era arrivata alle orecchie quell'accesa discussione. Ignorando per il momento i due adulti si avvicinò al suo paziente, che era decisamente troppo agitato.

"Succede che mio padre non capisce un cazzo."

Sbottò Simone, guardando in cagnesco il genitore. Riccardo rivolse una rapida occhiata a quell'uomo, ma poi tornò a concentrarsi sul ragazzo.

"Mi gira la testa…"

Aggiunse il ragazzo a voce più bassa, lasciandosi andare contro lo schienale del letto.

"Eh, ti sei agitato troppo e non è una cosa che per il momento puoi permetterti. Respira, dai, segui me."

Il medico cominciò a fare dei respiri profondi, che Simone si impegnò a replicare. Cercò di concentrarsi solo su quello, senza pensare a suo padre e alle sue cazzate, e nel giro di poco si sentì meglio.

Riccardo gli rivolse un sorriso affettuoso e lo fece bere un po'. L'espressione che rivolse all'altro Balestra, invece, fu molto più dura.

"Scusatemi se non mi sono presentato subito, sono il dottor Bonvegna, il medico di Simone. Mi hanno detto che mi stavate cercando, giusto?"

Dante annuì, spostando lo sguardo da suo figlio al giovane medico. Quell'interruzione lo aveva aiutato a calmarsi, ma la preoccupazione era tutta ancora lì.

"Sì dottore, volevamo sapere come stava Simone, tutto qui."

"Simone è stato portato qui con una frattura alla gamba e una seria disidratazione, in stato confusionale. Siamo intervenuti con un'operazione sul muscolo, salvandolo in tempo, e stiamo reintegrando i liquidi. È un ragazzo forte, sta reagendo bene, ma ha bisogno di riposo, come tutti i pazienti di questo ospedale. Riposo."

Riccardo accompagnò quell'ultima parola con uno sguardo eloquente e un gesto della mano, come se la stesse sottolineando davvero, e Dante sospirò.

"Lei ha ragione, mi scusi per la scenata incresciosa di poco prima. Non si ripeterà."

"Vorrei ben dire! Posso sapere almeno a cosa è dovuta?"

"Ma no, niente, questioni famigliari…"

"No, non è niente! Mio padre pensa che Manuel sia un pericoloso criminale, a quanto pare, e non vuole che stia qui."

Intervenne Simone, cercando di non agitarsi eccessivamente, ma con un tono e uno sguardo affilati come una spada.

 Riccardo si accigliò, perplesso. Non conosceva chissà quanto quel ragazzo, era vero, ma gli sembrava assurdo che quel giovane innamorato che aveva insistito così tanto per far star bene il suo fidanzato potesse essere un poco di buono.

"Manuel? Stiamo parlando della stessa persona?"

Dante alzò gli occhi al cielo.

"Mio figlio esagera, dottore, io ho detto un'altra cosa e lui lo sa benissimo."

Replicò, guardando Simone negli occhi. Il ragazzo ricambiò lo sguardo in cagnesco e incrociò le braccia al petto, in segno di chiusura totale.

"È come se lo avessi detto."

"Simone, non fare il bambino, adesso…"

Protestò il professore, interrotto però da sua madre.

"Simone non ha tutti i torti, però, Dado. Il tuo giudizio su Manuel è un po' troppo duro."

"Ecco, vedi? Lo dice anche nonna che non capisci un cazzo!"

Dante spostò gli occhi da sua madre a suo figlio e poi fece un respiro profondo. Era molto stanco e decisamente non si aspettava di discutere con suo figlio e sua madre, quella mattina.

"Non è che io non capisca, Simone, ma cerca di vedere le cose dal mio punto di vista, ti chiedo solo questo piccolo sforzo. Io lo so che Manuel è un bravo ragazzo, che se si è immischiato in brutti giri lo ha fatto con buone intenzioni e so anche che ha compreso i suoi sbagli e che vuole rimediare, questo gli fa molto onore. So anche, però, che se Manuel avesse ascoltato i miei consigli quando era ancora in tempo, ci saremmo risparmiati questa brutta situazione. Non penso che sia un pericoloso criminale, come dici tu, ma mi permetti di essere quantomeno arrabbiato con lui?"

In una situazione diversa Simone avrebbe ridacchiato a quella coincidenza, perché suo padre gli aveva ripetuto lo stesso discorso che gli aveva fatto anche Manuel, e avrebbe scherzato sul fatto che erano entrambi due filosofi pesantoni. In quel momento, però, non ci trovava nulla da ridere in quelle parole: se da un lato riusciva a capire perché Manuel, divorato dai sensi di colpa, pensasse quelle cose di sé e quindi riusciva ad essere comprensivo nei suoi confronti, lo stesso non era capace di fare con suo padre, proprio perché suo padre sapeva che in quel ragazzo non c'era un briciolo di cattiveria. Scosse quindi la testa, risentito.

"Queste cose le pensa anche Manuel, lo sai, papà? Tu non hai idea di quanto si senta in colpa, di quanto ci stia male, non c'è bisogno che ti ci metta anche tu!"

Fece un profondo respiro e sciolse l'intreccio delle sue braccia per distendere la tensione, sia quella del proprio corpo che quella tra lui ed il padre.

"Ti dico la stessa cosa che ho detto a lui, va bene? Guardami papà, sono vivo e sto bene, ed è ciò che dovrebbe contare di più. Epicuro diceva 'panta rei' no? E allora se tutto scorre, non pensare più al passato!"

Dante abbozzò un sorriso, suo figlio non gli aveva mai citato un filosofo prima d'ora, non li aveva mai apprezzati, ad eccezione forse di Cartesio e di qualche altro pensatore matematico.

Lo sguardo di Simone si addolcì, ma i suoi occhi erano velati di malinconia. Davvero non voleva che Manuel si sentisse rotto ancora una volta.

"Non te la prendere con Manuel, ti prego. Ho trascorso dei giorni veramente…"

Chiuse gli occhi e il suo volto si contrasse in una smorfia di dolore per un istante, come se provasse sofferenza fisica a ricordarli.

"...veramente terribili e Manuel ha fatto il possibile per portarmi un po' di sollievo. Mi ha dato speranza e ti giuro, papà, che io non ne avevo più."

Fece spallucce, abbozzando un sorriso.

"Sei stato tu a dirmi che la felicità prima o poi sarebbe arrivata e avevi ragione, è arrivata con Manuel. Lui mi fa stare bene, sempre."

Concluse con semplicità, guardando il padre senza più quella rabbia che gli aveva riversato contro poco prima. C'era tanta stanchezza nei suoi occhi e tanta voglia di tornare alla normalità, il che voleva dire tornare dalla sua famiglia, di cui adesso faceva parte anche Manuel.

"È vero, confermo!"

Esclamò il dottor Bonvegna, deciso ad aiutare Simone in tutto e per tutto, e anche spinto da una certa commozione. Far star bene la persona amata era la più alta forma d'amore, per lui: non era riuscito a salvare Lorenzo -e di questo si incolpava ogni secondo, ad ogni respiro-, ma se c'era una cosa che non poteva rimproverarsi era di non essere riuscito a dargli conforto. Aveva fatto di tutto per fargli trascorrere al meglio -per quanto possibile- i suoi ultimi giorni, e ancora prima, quando la morte era soltanto la stronza che incontravano in ospedale e contro la quale combattevano, da medici, ogni giorno, sapeva di essersi preso cura di lui con tutto il cuore. Lorenzo aveva fatto altrettanto per lui e, lo poteva giurare, lo stava facendo anche adesso. Stava mantenendo la sua promessa.

Gli sguardi perplessi di Dante e Virginia si posarono sul medico, che dovette ammettere a se stesso di essersi messo in mezzo con fin troppo entusiasmo, mentre quello di Simone era molto meno confuso e molto più grato. Riccardo si schiarì la voce, cercando di darsi un contegno.

"Sì, insomma, da medico posso dire che la presenza di Manuel, anche se soltanto per una manciata di ore, ha avuto degli effetti positivi sul paziente, su Simone, che ha trascorso una notte assolutamente tranquilla e serena. Non bisogna trascurare l'aspetto psico-emotivo nel processo di guarigione, sapete? Anzi direi che è fondamentale!"

Parlava gesticolando, pieno di entusiasmo, ma poi si fermò e fece una piccola pausa, rivolgendo a Simone uno sguardo complice.

"Infatti la dottoressa Giordano, la primaria di questo reparto, si è espressa favorevolmente alla richiesta di estendere l'orario di visite di Simone, vista anche la sua situazione particolare."

Il sorriso di Simone si fece più ampio e luminoso, come quello di un bambino a cui era stato promesso un giocattolo nuovo o, più appropriatamente, come quello di un innamorato.

A Dante bastò vedere quel sorriso, unito alle parole che il figlio aveva pronunciato poco prima, per mettere da parte la rabbia.

"Se lo dice anche la Scienza, allora, io non posso fare altro che adeguarmi."

Simone si voltò verso il padre, felice che avesse finalmente capito, che finalmente lo ascoltasse.

"Grazie papà, davvero. Grazie."

Dante gli sorrise a sua volta e gli si avvicinò, dandogli un bacio tra i capelli, un gesto che non faceva da tanti, troppi anni. Aveva commesso una miriade di errori con Simone, anzi aveva fatto più sbagli che cose giuste, era giunto il momento che pensasse alla sua felicità.

"È il minimo che io possa fare per te, Simone. Adesso perché non stai un po' con nonna, mentre io e il dottore andiamo un attimo fuori?"

Simone annuì e lasciò che i due uomini uscissero dalla stanza. Il dottor Bonvegna gli fece strada verso un angolo del corridoio più appartato, dove non avrebbero disturbato nessuno.

"Se è per l'intervento di prima le chiedo scusa, ma sono un medico e il benessere dei miei pazienti viene prima di tutto e…"

Cominciò a dire Riccardo, ma Dante lo fermò subito con un gesto della mano.

"No, no, non è per questo, anzi io ti ringrazio di averlo fatto. Perdona la domanda indiscreta, si vede che sei ancora giovane, ma per caso hai figli?"

Bonvegna sgranò gli occhi, preso decisamente in contropiede. Scosse il capo, abbozzando un sorrisetto.

"No, io...ho una gatta che tratto come fosse una figlia, ma dubito sia la stessa cosa."

"No, ecco, decisamente no. Però se e quando sarai padre, capirai che spesso i padri hanno bisogno di più ramanzine dei figli, quindi tu ti sei comportato egregiamente!"

Esclamò Dante con enfasi, quasi come se si stesse complimentando con un suo alunno per un'ottima risposta ad un'interrogazione.

Riccardo si schiarì la gola, decidendo di accettare il complimento e di non pensare a futuri figli, che non erano nei suoi programmi. Non lo erano più, almeno.

"Io, ehm...grazie, sì. Voleva dirmi solo questo?"

"No, no, io veramente volevo chiederti se per caso Simone ti avesse detto qualcosa su questi giorni. Sai, essendo tu il suo medico...ah e dammi pure del tu, naturalmente."

Rispose il professore, preoccupato. Certo, l'avvocato Vinci telefonava ogni giorno per tenerli aggiornati, ma c'erano cose che nemmeno lui poteva sapere, cose che sapeva soltanto Simone. Aveva notato negli occhi del figlio una profonda sofferenza, di cui certamente non c'era da sorprendersi, ma avrebbe voluto saperne di più.
Il medico scrollò le spalle, infilandosi le mani in tasca.

"Lui non mi ha detto niente, ma l'ispettore che lo ha portato qui, che lo ha salvato, ci ha detto di averlo trovato in una stanzetta buia, afosa, e che era molto spaventato. Non so dirle molto altro, solo che…"

Esitò, pur sapendo che il padre di Simone meritava di conoscere ogni minimo dettaglio.

"Che cosa? Non farti pregare!"

Lo incalzò l'altro, con voce piena d'ansia. Riccardo sospirò.

"Ho notato che ha i polsi scorticati, sono abbastanza sicuro lo tenessero ammanettato a qualcosa. Devono anche preso a calci, ha il torso pieno di ematomi. Mi dispiace, davvero, nessuno meriterebbe di vivere un'esperienza di questo tipo, soprattutto un ragazzo giovane come Simone."

Dante si portò una mano al volto, indietreggiando verso il muro in cerca di un appoggio. Si sentì privo di forze, ma se avesse avuto davanti quello stronzo che aveva fatto questo a suo figlio non avrebbe esitato a restituirgli il favore.

"È per questo che ho insistito tanto per far restare qui Manuel, Simone ha bisogno di tutto il conforto che gli si può dare."

Dante annuì debolmente, dandosi mentalmente dell'idiota per essersi opposto a quella richiesta. Anche lui, dopotutto, era perfettamente consapevole di quanto Manuel fosse benefico per Simone: da quando lo conosceva era tornato a sorridere.

"A questo proposito, ho notato che Simone è molto sudato. Gli abbiamo portato dei vestiti puliti, non è che sarebbe possibile lavarlo in qualche modo?"

Riccardo annuì, accennando un sorriso.

"Sì, ci avevo pensato anch'io. Di solito se ne occupano gli infermieri, ma se preferisci puoi farlo tu."

"No, no, meglio gli infermieri, io potrei fargli male, non è il caso. Vado a dirlo a Simone, allora. Grazie mille."

                                                                      *****

"Mi dispiace di essere stato sgarbato con te, nonna, ti chiedo scusa. Ti prego, perdonami."

Mormorò Simone, guardando la nonna con occhi tristi. Si era fatto prendere dalla rabbia e lei certamente non se lo meritava.

Virginia gli sorrise, facendogli una carezza affettuosa sulla guancia.

"Non ti preoccupare, tesoro, scuse accettate. Dopo quello che hai passato, è comprensibile che tu sia nervoso…"

E con gli occhi gli chiese qualcosa in più, qualche dettaglio su quei brutti momenti, ma Simone distolse lo sguardo. Capiva che sua nonna cercasse di aiutarlo, che voleva che si sfogasse, ma lui non voleva infliggere ulteriori dolori alla sua famiglia.

"...e poi so quanto Manuel sia importante per te."

Aggiunse lei e Simone sorrise timidamente, gli occhi ancora fissi sulle lenzuola. E pensare che, inizialmente, aveva temuto che sua nonna avrebbe potuto trovare difficoltà ad accettare la sua relazione con Manuel e non perché non fosse di mente aperta, anzi, ma perché aveva praticamente adottato Laura come sua seconda nipote, nonostante l'avesse vista giusto un paio di volte.

"È così evidente?"

Domandò, pur conoscendo perfettamente la risposta. L'amore non si può nascondere ed in fondo è una cosa così bella che non vale neanche la pena tentare di farlo: che senso avrebbe desiderare di coprire il cielo stellato?

"Tesoro, vorrei dirti che me ne sono accorta soltanto perché sono tua nonna, ma ti direi una bugia. Anche ad un osservatore meno attento di me non sfuggirebbero i tuoi occhi luminosi ogni volta che si posano su quel ragazzo oppure tutti quei piccoli gesti affettuosi che fai magari senza nemmeno accorgertene."

Simone allora tornò a guardare sua nonna, incuriosito. Lui non faceva niente per dissimulare il suo amore per Manuel -erano finiti i tempi in cui doveva pesare e ripesare le parole e mettere un freno ai gesti-, ma non si era mai chiesto di come ciò potesse apparire ad occhi esterni.

"Per esempio, quali?"

Domandò come un bimbo curioso e Virginia ridacchiò, con fare complice.

"Beh, per esempio gli riempi sempre il bicchiere prima di mangiare e quando sta per svuotarsi, è una delle prime cose che ho notato e devo dire che è un gesto molto galante, sai? Anche Attilio lo fa sempre.”

Ora che glielo faceva notare, in effetti, Simone si rese conto che sua nonna aveva ragione e ridacchiò, sentendo le proprie guance farsi un po' più calde. Virginia, però, non aveva certo finito.

"E poi gli metti in carica il cellulare quando lui se ne dimentica e quando andavate ancora a scuola gli controllavi lo zaino per essere sicuro che avesse preso tutto. È un po' sbadato quel ragazzo, fammelo dire!"

Simone stavolta rise, annuendo con decisione.

"Lo puoi dire forte, sì. È che lui è un po' un poeta, un po' un filosofo, e la sua testa è presa da altro, non ci pensa a queste cose. Ci penso io per lui, però, e non mi pesa."
Sorrise, innamorato, e Virginia gli diede un buffetto sulla guancia decorata da una tenera fossetta. L'Amore aveva il volto giovane e felice di suo nipote e quell'immagine la fece commuovere.

"Ma che fai, nonna, piangi? Non ho detto niente di brutto…"

Simone posò la mano su quella di sua nonna, facendole una morbida carezza. Lei sorrise, affettuosa.

"Ma lo so che non hai detto niente di brutto, è che mi fa tanto piacere vederti così, sai? Per troppi anni ho visto solo tanta rabbia, tanto dolore nel tuo sguardo, anche quando stavi con quella cara ragazza, Laura, non eri felice."

Fece un profondo sospiro, per farsi forza.

"Poi in questi giorni non ho fatto altro che pensare a te, a quanta paura avessi, alle cose orribili che avrebbe potuto farti quel criminale che ti giuro, strozzerei con le mie mani se lo avessi qui davanti!"

Per rimarcare quella volontà agitò il pugno in aria e per un istante i suoi occhi smisero di essere quelli dolci di una nonna che rivedeva suo nipote dopo tanto tempo e divennero quelli di una leonessa che voleva difendere il proprio cucciolo.

"E adesso vedere che stai bene, vedere il tuo sorriso, mi fa tornare serena. So che senza Manuel tutto ciò non sarebbe possibile e quindi, per rispondere alla tua domanda, no, non penso che quel ragazzo sia un pericolo, anzi penso l'esatto opposto. Non ti affiderei a nessun altro, so che nessuno sarebbe in grado di prendersi cura di te come fa lui. Tuo padre è soltanto molto scosso, ma lo sa benissimo anche lui, credimi."

Furono gli occhi di Simone, di fronte a quel meraviglioso discorso, a riempirsi di lacrime. Virginia si sporse ad abbracciarlo e subito Simone ricambiò l'abbraccio, rimanendo in silenzio per un po'. Non c'era altro da aggiungere, sua nonna aveva capito tutto e aveva detto tutto.

"Grazie, nonna."

Mormorò, ancora stretto in quell'abbraccio.

"Grazie perché hai capito me e hai capito Manuel e scusami ancora per prima. Hai ragione, questi sono stati giorni spaventosi e senza Manuel non li avrei superati. Adesso però è tutto a posto, non devi più essere preoccupata."

Virginia gli diede un bacio sulla guancia, facendogli una carezza sulla schiena. Il suo anziano cuore tremava all'idea di aver rischiato di perdere il suo Simone e non era facile farlo smettere.

"Ti dispiace se restiamo un po' così, tesoro mio?"

Simone scosse il capo e chiuse gli occhi, sorridente.

"A me no, però ti avviso che ti sto rovinando la piega."

Virginia liberò una risata e strinse un po' di più il nipote a sé: i capelli erano l'ultima cosa a cui pensare, in quel momento.

Fu così che Dante li trovò quando, dopo qualche minuto, rientrò in stanza e istintivamente sorrise.

"Tutto a posto, papà? Che ha detto il dottore?"

Chiese Simone, ancora tra le braccia di sua nonna. L'uomo annuì, andando a sedersi accanto al letto. Virginia si voltò verso di lui, apprensiva, e il figlio ricambiò il suo sguardo per pochi istanti prima di tornare a guardare Simone con un certo dolore negli occhi.

"Mi ha spiegato un po' la tua situazione, mi ha detto della gamba rotta, dei lividi…di quelle ferite ai polsi. Insomma, sicuramente non mi ha detto nulla che tu non sappia già."

Simone strinse le labbra, annuendo appena. Il dottor Bonvegna, Riccardo, aveva semplicemente fatto il suo dovere di medico, doveva aspettarsi avrebbe informato la sua famiglia. Questo, però, voleva dire dover parlare di quei giorni bui, prima o poi.

"Però ci sono cose che nemmeno lui sa, cose che non si possono diagnosticare, vero?"

Chiese Dante con voce incrinata, dolce, ma anche carica di sofferenza. Simone annuì di nuovo, distogliendo lo sguardo. Se fosse servito a qualcosa, si sarebbe nascosto sotto il lenzuolo pur di non affrontare quel discorso.

"E tu lo sai che puoi parlarcene, sì?"

Simone fece un profondo respiro e annuì per la terza volta. Lo sapeva, sì, non era quello il problema.

"Io veramente sono un po' stanco, adesso…"

Dante e Virginia gli sorrisero comprensivi e il primo allungò una mano a fargli una carezza, come avrebbe dovuto fare molto più spesso.

"Allora ti lasciamo riposare un po', ok? Poi, se e quando ti sentirai pronto, noi saremo qui ad ascoltarti."

E così dicendo si alzò, seguito subito da sua madre che posò un bacio sulla guancia del nipote.

"Ah, prima che me ne dimentichi, il dottor Bonvegna ha anche detto che è il caso di lavarti un po', per quanto possibile. Magari gli chiedo di mandare adesso gli infermieri, così poi puoi dormire?"

Simone sgranò gli occhi, con il respiro che si bloccò a metà strada tra i polmoni e il naso. Gli bastò quella semplice frase per ritrovarsi a camminare di nuovo in quel labirinto di rottami, con le gambe che non reggevano i suoi stessi passi. Deglutì, cercando di scacciare quell'immagine dalla sua testa.

"Io veramente preferirei di no, ad essere sincero. È proprio necessario?"

Dante sbatté le palpebre, allibito, e anche Virginia mise su la stessa espressione perplessa.

"Beh Simone, questo dovresti dircelo tu, insomma. A me sembri parecchio sudato e sporco di polvere…non ti dà fastidio stare così?"

"Con questo caldo, tesoro, ci vuole un po' di refrigerio."

Virginia gli sorrise comprensiva.

"Non è che per caso hai vergogna?"

Simone annuì, lentamente. Ciò che provava era il naturale imbarazzo che chiunque proverebbe all'idea di doversi spogliare davanti a uno o più sconosciuti a cui però si univa il riflesso di quella paura che aveva provato quando Sbarra e Zucca avevano iniziato a parlare di lui come se fosse stato un pezzo di carne da mettere in vendita, perciò non si fece sfuggire la scusa che sua nonna gli aveva inconsapevolmente offerto.

"Sì, a dire il vero sì."

Mormorò con il capo chino e gli occhi rivolti verso i due membri della sua famiglia. Sperava bastasse a convincerli.

"Dai, Simone, non c'è nulla di cui vergognarsi! Questi infermieri aiutano decine di persone a lavarsi ogni giorno, non ti guarderanno neanche! Senti, se vuoi io e nonna restiamo qua, ma tu non puoi restare in queste condizioni, non ti fa bene."

Esclamò suo padre, cercando di rincuorarlo. Simone, se proprio doveva, preferiva restare da solo, perché non voleva che loro due vedessero tutti i lividi che aveva sul corpo.

"No, voi…voi andate, facciamo così."

"Ma ti vergogni anche di noi? Guarda che sia io che nonna ti abbiamo cambiato migliaia di pannolini, sappiamo benissimo come sei fatto…"

Cominciò a dire Dante, ma Virginia, notando che il nipote era visibilmente in imbarazzo, lo fermò con uno schiaffetto sul braccio.

"Dado, basta così! Facciamo come dice Simone, lasciamolo stare. Andiamo, su!"

Gli diede una leggera spinta per invitarlo a muoversi, cosa che in un altro momento avrebbe fatto ridere Simone, ma che adesso era troppo preso dall'ansia per farlo. Razionalmente sapeva di non avere nulla da temere, che nessuno in quell'ospedale gli avrebbe fatto del male, ma quando, dopo qualche minuto, vide due infermieri -non sembravano molto più grandi di lui, forse erano studenti universitari- entrare in stanza con tutto l'occorrente per lavarlo, si sentì soffocare. Cercò comunque di mostrarsi cordiale, si sforzò di ricambiare il loro sorriso e mormorò anche un saluto, con un filo di voce.

"Ciao anche a te Simone, io sono Pietro e lui è  Francesco. So che in questo momento stai provando un po' di imbarazzo, è normale, ma cerca di rilassarti, vedrai che non ci metteremo molto, ok? Quando sei pronto, appoggiati a me che ti sfiliamo il camice."

Simone sapeva che non sarebbe riuscito a rilassarsi nemmeno tra un'ora o due, quindi tanto valeva muoversi. Fece un profondo respiro e annuì, poggiandosi a Pietro mentre Francesco gli scioglieva i fiocchi che tenevano chiuso il camice dell'ospedale dietro la schiena. Nonostante il caldo, si sentì percorso da un brivido.

"Tutto bene?"

Domandò uno dei due e Simone si affrettò ad annuire, anche se non c'era nulla che andasse bene.

"Sì, sì, tutto a posto, era solo…era solo un brivido di freddo."

"Va bene, allora adesso ti scopriamo anche le gambe, ok?"

"Sì, ok."

Rispose Simone, anche se avrebbe soltanto voluto mandar via quei due e restare da solo fino al ritorno di Manuel, che sicuramente lo avrebbe fatto stare meglio. E invece era lì, nudo di fronte a due ragazzi sconosciuti, con il terrore che gli correva sotto la pelle costringendolo a trattenere i suoi brividi.

Sentiva di nuovo l'asfalto bollente bruciargli sotto le piante dei piedi, l'acqua gelida che lo prendeva a schiaffi e a pugni come se non ne avesse già ricevuti abbastanza e soprattutto sentiva gli occhi viscidi di Sbarra e Zucca sul proprio corpo nudo e ferito.

Perciò, quando Pietro e Francesco cominciarono a coprirgli quelle stesse ferite prima di lavarlo e Simone sentì le loro mani su di sé, non riuscì più a contenere la sua angoscia.

"Potreste fermarvi, per favore?"

Chiese con voce tremante, cercando al tempo stesso di sottrarsi al loro tocco.

"Certo, tranquillo. Che c'è?"

Simone afferrò il lenzuolo, riportandoselo sulle gambe per coprirsi, e poi vi si aggrappò come se ne dipendesse la sua vita. Anche i suoi occhi erano fissi sulla stoffa bianca, anche loro si stavano aggrappando.

"Niente, vorrei solamente essere lasciato solo. Sono...sono stanco e vorrei riposare. Scusatemi."

Percepiva la propria voce incrinarsi sempre di più, ormai era sull'orlo delle lacrime. I due ragazzi si scambiarono uno sguardo.

"Ma sei sicuro? Guarda che tra dieci minuti abbiamo finito e ti lasciamo in pace, davvero."

Replicò uno dei due, ma Simone non voleva sentire ragioni. Era divorato dalla paura, anche se cercava di non darlo troppo a vedere, e scosse ostinatamente il capo.
"Sì, sono sicuro! Vi prego, lasciatemi stare."

Alzò per un istante gli occhi lucidi verso i due infermieri e subito li riportò giù. Loro sospirarono.

"D'accordo, ce ne andiamo. Fatti almeno rivestire, prima…"

Simone strinse ulteriormente il lenzuolo, così tanto che le sue nocche divennero bianche. Voleva che restasse esattamente dov'era.

"No, grazie, faccio da solo."

Eppure, quando i due infermieri lasciarono la stanza, Simone non trovò la forza di indossare di nuovo quel camice. Si limitò a lasciarsi andare sul letto e a coprirsi fin sopra la testa, e avvolto in quel bozzolo sicuro prese a respirare a pieni polmoni, lasciando man mano scivolare via la sensazione di soffocamento che aveva avuto fino a poco prima. Si liberò anche delle lacrime che non aveva potuto versare quando lo avevano costretto a lavarsi allo sfascio, lacrime che adesso nessuno avrebbe potuto usare contro di lui.

                                                                  *****

Quando Manuel uscì dal commissariato, dopo più di un'ora trascorsa nell'ufficio dell’ispettore Liguori, prese un profondo respiro e gli sembrò che l'aria avesse un profumo nuovo, forse semplicemente perché puzzava di meno senza quel pezzo di merda di Sbarra in giro.

Sapeva di aver fatto la cosa giusta e si sentiva più leggero, come quando si era deciso ad aprire il proprio cuore a Simone nel salotto di Claudio, più di un mese prima. Doveva tornare da lui, da Simone, ma prima aveva bisogno di darsi una sistemata, ora che aveva la tranquillità giusta per farlo.

Appena tornò a Villa Balestra, quindi, corse nella loro stanza e notò con piacere che il letto a due piazze che avevano ordinato quando lui e sua madre si erano trasferiti lì era arrivato, mentre lui stava da Claudio: Simone, così, avrebbe avuto tutto lo spazio necessario per stare comodo anche con la gamba ingessata, era decisamente un'ottima notizia. Per resistere alla tentazione di collaudare quel letto in quell'istante -non voleva perdere ore preziose che avrebbe potuto trascorrere in compagnia di Simone- si infilò immediatamente sotto la doccia, lasciando che l'acqua lavasse via anche la stanchezza, insieme al sudore.

Una volta fuori, si asciugò accuratamente i capelli, cercando di dar loro una forma sensata per una volta, anche se con scarsi risultati, e si prese ancora qualche minuto per dare una rifinitina alla barba, regolandola nei punti in cui era cresciuta un po' troppo. Soddisfatto, si spostò canticchiando in camera e aprì l'armadio, alla ricerca di qualcosa da indossare.

Solitamente non impiegava più di cinque secondi per quella scelta, ma voleva che Simone per una volta lo vedesse più sistemato, un po' meno selvatico, insomma. Non aveva potuto farsi vedere così la sera del loro mesiversario e la notte precedente, quando era andato a trovarlo in ospedale, non aveva avuto il tempo né la voglia di cambiarsi, ma adesso non c'era niente e nessuno ad ostacolarlo.

Preferì non indossare la camicia, quella era meglio conservarla per il festeggiamento della loro giornata speciale -che ci sarebbe comunque stato dopo le dimissioni di Simone- e optò invece per una polo azzurra che nemmeno ricordava di avere, ma che gli sembrò un po' più elegante delle t-shirt o canotte che era solito indossare. Per lo stesso motivo si infilò dei jeans e non i pantaloni della tuta, spostandosi poi davanti allo specchio del bagno per darsi un'occhiata.

"Mazza però, so' figo!"

Esclamò a se stesso, sorridendo compiaciuto alla propria immagine riflessa. Era abbastanza sicuro che Simone sarebbe stato d'accordo, ma ciò non lo rendeva meno emozionato, anzi il suo cuore sembrava deciso a correre dal cuore suo compagno, per quanto batteva forte nel petto.

Manuel non attese ulteriormente e nel giro di due minuti fu di nuovo in sella alla sua moto, diretto verso l'ospedale dopo una piccola sosta in gelateria, un modo per rendere un po' più piacevole il pranzo di Simone, considerando che probabilmente sarebbe stato allo stesso livello di quella colazione da ospizio che aveva visto quella mattina.

"Manuel, proprio te cercavo!"

Esclamò il dottor Bonvegna non appena lo vide, trovandoselo praticamente davanti in corridoio.

Ma ancora qua sta questo? Nun ce l'ha una casa dove torna'?’, pensò il ragazzo, che voleva soltanto correre in camera di Simone. A guardarlo bene, però, il dottor Spaventapasseri sembrava preoccupato e di conseguenza anche lui si rabbuiò.

"Oh, che è 'sta faccia? È successo qualcosa a Simone?"

"No, non gli è successo niente, però prima ho mandato due infermieri a lavarlo e lui li ha cacciati, dicendo di voler essere lasciato in pace perché era stanco. Mi hanno detto che sembrava piuttosto scosso, tu hai idea del perché abbia reagito così?"

Manuel chiuse gli occhi per un istante, perché sì, un'idea ce l'aveva eccome. Simone gli aveva accennato che Sbarra gli aveva fatto fare una doccia, non aveva voluto dirgli di più, ma era sicuro che quell'episodio c’entrasse qualcosa. Sospirò.

"Ho una mezza idea, sì."

Si limitò a dire, dal momento che erano affari di Simone.

Riccardo lo fissò per qualche secondo, in attesa di una qualche aggiunta, ma quando capì che non sarebbe arrivata annuì pazientemente.

"Pensi di riuscire a convincerlo tu?"

Manuel scrollò le spalle, di certo non l'avrebbe costretto.

"Non lo so, ma vedrò che posso fare. A te ha detto qualcosa?"

Riccardo scosse il capo.

"No, prima sono entrato nella sua stanza, ma stava dormendo e ho preferito non svegliarlo. Deve anche pranzare, a dire il vero…"

"Eh, a proposito…"

Manuel sollevò la busta che aveva in mano, era meglio non fare cazzate e avvisare il medico.

"Gli ho preso una vaschetta di gelato, così, per fargli mangiare qualcosa di fresco. È artigianale, eh, senza quelle schifezze chimiche che mettono in quelli dei supermercati, e poi l' ho preso solo alla frutta, così è più sano. Se ne può magnare un po'?"


 
"E questo profumo buonissimo da dove viene?"

Domandò Lorenzo, annusando l'aria come un cane da tartufo. Era un giorno buono, si sentiva meglio del solito.

Riccardo ridacchiò furbescamente e gli mostrò la confezione che teneva nascosta dietro la schiena.

"Tu dici sempre che per capire se un pasticcere è bravo o meno bisogna provare la sua torta di mele, giusto? Ecco, questa viene dalla pasticceria che ci hanno consigliato. A parole son bravi tutti, ma voglio proprio vedere se sarà all'altezza del giudizio del massimo esperto di torte di mele al mondo. Che dici, ne taglio due fette?"

Lorenzo si illuminò di un sorriso che per Riccardo poteva far concorrenza al Sole, velato soltanto da qualche lacrima che si affacciava dagli occhi scuri. Annuì entusiasta, comunque, sforzandosi di ricacciarle indietro. Non valeva la pena dar spazio alla Morte, di fronte a tutto quell'Amore.

"Il mio medico che ne pensa?"

Domandò scherzosamente, facendogli segno di avvicinarsi. Riccardo obbedì immediatamente, lasciando la torta sul comodino, e gli sorrise sornione a poca distanza dalle sue labbra.

"Il tuo medico pensa che puoi mangiare tutta la torta che vuoi, se ti fa sorridere così."

 
Riccardo sorrise dolcemente alla premura di quel ragazzo, il cui unico crimine -per tornare alla discussione di quella mattina- gli sembrava essere soltanto l'Amore, e allungò una mano per farsi dare la busta.

"Può mangiarlo senza problemi dopo pranzo, intanto dammelo così lo faccio mettere in frigo."

Manuel gli porse la busta con un po' di titubanza, senza lasciarla definitivamente.

"Non è che se lo magna qualcun altro? Io c'ho speso dei soldi, eh!"

Riccardo ridacchiò e si portò la mano libera sul cuore.

"Ti giuro che non lo toccherà nessuno, mi basterà dire che è per Simone. Lo adorano tutti, in reparto."

"Com'è giusto che sia!"

Replicò Manuel, più tranquillo, lasciando andare il gelato. Prima che potesse allontanarsi, però, venne fermato di nuovo dal dottore.

"Giusto un'ultima cosa, poi ti lascio andare. Ho una buonissima notizia per te: ho parlato con la primaria e, vista la situazione delicata di Simone, si è convinta ad estendere il suo orario di visite. Diciamo che potrai restare con lui quanto vorrai e lo stesso vale per il resto della sua famiglia, a patto che non lo facciate stressare. Intesi?"

"Che? Sul serio? Grazie, sei…sei un grande!"

Esclamò Manuel, con gli occhi felici spalancati per la sorpresa.

Riccardo scrollò le spalle.

"Non mi devi ringraziare, come ti ho detto tutti quanti, in reparto, adorano Simone. Adesso va' da lui, dai, e per qualsiasi cosa fammi chiamare."

Manuel annuì rapidamente e senza farselo ripetere una seconda volta si diresse a passo svelto verso la stanza numero quindici. Entrò piano, quasi in punta di piedi, perché se Simone dormiva non voleva certo svegliarlo.

Si avvicinò al letto con la stessa accortezza, ma gli bastò uno sguardo per capire che Simone era sveglio, anche se aveva le palpebre abbassate.

"Hey, Cerbiattino…"

Sussurrò, facendogli una carezza sulla guancia. Istintivamente Simone sorrise e aprì gli occhi, portando subito una mano su quella di Manuel. Si sentiva già più calmo, così.

"Ciao, Paperotto. Mi sei mancato."

Mormorò con voce impastata, perché aveva dormito fino a qualche minuto prima. Manuel si accorse subito che doveva aver pianto, aveva gli occhi e le guance ancora leggermente arrossati, ma non disse nulla, facendogli invece un bel sorriso.

"Mi permetti di rimediare?"

Simone annuì piano, già pregustando il sapore delle labbra di Manuel sulle proprie. Il bacio non si fece attendere e fu morbido, lento, si prese tutto il tempo necessario a far sentire i loro cuori meno soli, di nuovo insieme.

"Anche tu mi sei mancato. Come ti senti?"

Simone accennò un sorriso e intanto prese ad accarezzare la mano di Manuel ancora poggiata sulla sua guancia. Si sentiva benissimo, dopo quel bacio.

"Mi fa un po' male la gamba, ma per il resto sto bene. Te?"

Rispose, preferendo evitare di menzionare sia la discussione che aveva avuto con suo padre -che del resto avevano risolto- sia soprattutto ciò che era successo con gli infermieri.

Queste sue accortezze non impedirono comunque a Manuel di ignorare la sua domanda e di guardarlo preoccupato.

"Vuoi che chiami qualcuno, così magari te danno qualche antidolorifico? Dai, ce metto un attimo…"

Ma Simone lo trattenne, afferrandolo per la maglietta con la mano libera. Notò in quel momento che non era una delle sue solite magliette e sorrise di nuovo pensando a Manuel che, probabilmente per la prima volta in vita sua, sceglieva con criterio qualcosa da indossare. Era l'ennesimo gesto che gli provava il suo amore per lui.

"Resta qua, ti ho detto che sto bene. E poi quei cosi mi fanno sentire tutto rincoglionito, voglio restare lucido."

Manuel sospirò, dandogli poi un bacio a fior di labbra.

"Sei sicuro, Simo'? Guarda che non devi dimostrare niente a nessuno…"

Simone annuì, deciso.

"Facciamo così, se dovesse peggiorare chiamiamo qualcuno, ok? Adesso basta parlare di medicine, fatti guardare un po'. Ti sei messo in ghingheri per me?"

Manuel si portò le mani sui fianchi e alzò gli occhi al cielo, incredulo. Praticamente tutto ciò che faceva lo faceva per Simone e lui ancora ne dubitava?

"E certo che l'ho fatto per te, Simo'! Per chi altri, sennò? Il Dottor Spaventapasseri? Dai, guarda."

Gli sorrise furbetto, poi indietreggiò di un paio di passi in modo da farsi guardare bene e Simone non si fece problemi a mangiarselo con gli occhi, quel suo bellissimo fidanzato. A dire il vero era un po' strano vederlo con i capelli in ordine, la barbetta sistemata e con addosso qualcosa che non fosse una tuta, quasi non sembrava lui...ma l'amore che vedeva nei suoi occhi e nel suo sorriso, quello era soltanto ed innegabilmente di Manuel.

"Allora? Come sto? So' un figurino, eh?"

Chiese divertito, ma con un tremolio nella voce che tradiva tutta la sua emozione. Ci teneva a fare bella figura con Simone, in quel momento, e dal modo in cui il suo fidanzato lo guardava poteva dire di aver colto nel segno. Simone ridacchiò, con gli occhi grandi che brillavano spensierati.

"Più che un figurino, sembri un modello!"

Esclamò con entusiasmo, continuando a catturare con gli occhi ogni singolo dettaglio del ragazzo di fronte a lui, come se gli stesse scattando infinite fotografie. Manuel mise una mano avanti, per fermarlo.

"E 'sto modello sfila solo per te, chiaro? Mo te faccio vede'..."

Sollevò un angolo delle labbra, guardando Simone quasi con sfida, e poi si mise a camminare avanti e indietro per la stanza. Non che fosse particolarmente capace di fare una camminata elegante, ma il suo obiettivo non era quello: ciò che voleva era cancellare il velo di tristezza che aveva visto negli occhi arrossati di Simone e doveva essere sulla buona strada, visto che riuscì a farlo ridere.

Simone era tenerissimo con le guance arrossate, non dal pianto stavolta, gli occhi strizzati con delle morbide rughette ai lati e i denti bianchi che quasi subito si coprì con una mano, scosso dalle risate.

"E vabbè, ho capito che faccio ride, però addirittura così…"

Commentò Manuel ironico, con un sorriso a trentadue denti che contrastava totalmente con le sue parole. Simone gli fece cenno di avvicinarsi.

"Sfila un po' qua, modello!"

Esclamò tra una risata e l'altra e Manuel non se lo fece certo ripetere. In un attimo gli fu accanto e gli portò una mano tra i capelli per accarezzarlo. Era ancora più bello, così da vicino.

"Certo che sei proprio uno scemo, come devo fare con te?"

Mormorò Simone, una volta ripresosi dalle risate, con gli effetti della felicità ben visibili sul suo viso. Manuel scrollò le spalle.

"Se 'sto modello nun te piace, lo puoi sempre sostitui' con uno più serio, più intelligente. Ce dovrebbe sta' ancora la garanzia…"

Simone sapeva che Manuel stava solo facendo una battuta, ma lui neanche per scherzo avrebbe potuto dire di sì ad una proposta del genere. Sollevò una mano per attirare il viso di Manuel a sé, facendolo fermare a poca distanza dal proprio.

"Quante cazzate che dici, non ti cambierei con nessuno al mondo."

Manuel accennò un sorriso, fissandolo incantato negli occhi.

"Nessuno nessuno?"

Simone scosse appena il capo, senza sciogliere il contatto visivo.

"Nessuno nessuno."

Fu Manuel ad annullare la distanza tra i loro volti, ma ebbe il tempo soltanto di iniziare un bacio prima che lo stomaco di Simone interrompesse il momento con un sonoro gorgoglio.

"Mh, in effetti è ora di pranzo."

Commentò Manuel sulle labbra dell'altro, che tuttavia non sembrava interessato a lasciarlo andare e riprese quel bacio che era stato così bruscamente interrotto. Aveva un altro tipo di fame, più urgente, da soddisfare.

"Lo so che il cibo de 'sto posto non deve essere granché, però manco te poi magna' me, Simo'."

Gli fece notare, dopo aver assecondato il bacio per qualche decina di secondi.

Simone sbuffò, ma sapeva che Manuel aveva ragione.

"Dopo riprendiamo da dove abbiamo lasciato, però."

Manuel annuì con decisione, gli posò un bacio sulla punta del naso e si separò da lui.

"Non fare 'sta faccia, però, che c'ho una sorpresa per te."

Annunciò sogghignando e Simone lo guardò incuriosito, con gli occhi che sembravano quelli di un bambino.

"Una sorpresa? Che cosa?"

"Eh, famme anda' a recuperarte il pranzo e poi vedi. Torno subito."

Non appena Manuel uscì, Simone fece sollevare lo schienale del letto e il lenzuolo con cui si era accuratamente coperto fino a quel momento scivolò in basso, scoprendogli il busto nudo. Sospirò guardando i lividi che ancora lo deturpavano, quei lividi che Manuel ancora non aveva visto e che era meglio non vedesse, e che ancora gli facevano un po' male, se provava a toccarseli.

Recuperò in fretta il camice dell'ospedale, finito appallottolato sotto il lenzuolo, e se lo infilò, sistemandolo per bene. Si portò poi una mano tra i capelli arruffati, cercando un po' alla cieca di dar loro un qualche tipo di ordine, ma erano troppo sporchi, sudati, e non era proprio possibile dar loro un aspetto migliore.

A questo, poi, si aggiungeva l'odore decisamente poco gradevole del suo corpo sudato e della sua bocca che da troppo tempo non vedeva del dentifricio -'Come ha fatto Manuel a baciarmi in queste condizioni?', si chiese, pieno di vergogna-, tutte cose che gli ricordavano quanto avesse bisogno di lavarsi e quanto desiderasse sentirsi pulito, soprattutto di fronte all'impegno che Manuel ci aveva messo a farsi bello -più bello- per lui.

Eppure, tutto ciò passava in secondo piano di fronte al ricordo di quella doccia in mezzo allo sfascio, così vivo da sembrargli il presente.

"Eccoci qua, oggi te tocca pasta al sugo, petto de pollo e insalata. Beh, poteva andarte peggio…"

Esclamò Manuel, allegro, mentre entrava in camera con il pranzo di Simone su un vassoio. Il suo sorriso però si spense quando vide che il suo ragazzo aveva un'espressione corrucciata. Si affrettò ad avvicinarsi a lui, a posare il vassoio sul tavolino e a fargli una carezza sulla guancia.

"Hey, Simo, tutto bene?"

Chiese con dolcezza, guardandolo apprensivo. Simone sollevò lo sguardo verso il suo e annuì, per non farlo preoccupare ulteriormente.

"Sì, scusami, stavo solo pensando…"

"Eh, pensi sempre, te…"

Mormorò Manuel, dandogli un bacio sulla fronte sperando che quel piccolo gesto potesse aiutarlo ad alleggerirgli la testa.

"A che pensi, mh?"

Aggiunse con la stessa dolcezza, passandogli una mano tra i capelli, sulla nuca.

Una vocina nella testa di Simone gli impose di scostarsi, che era troppo sporco per lasciarsi accarezzare, ma lui aveva bisogno di quelle attenzioni, di quelle carezze leggere che lo facevano sentire amato e protetto, per cui non si mosse.

"Pensavo al fatto che non mi hai ancora risposto. Non mi hai detto come stai."

Mentì, ma in fondo non era una vera e propria bugia, gli interessava davvero sapere come stesse il suo ragazzo.

Manuel intuì che c'era qualcosa di più dietro quegli occhi pensierosi, ma per il momento si limitò a sorridere e a sistemare il pranzo sul tavolino pieghevole, in modo che Simone potesse mangiare.

"Sto bene, Simo, sto davvero bene. Raccontare tutte quelle cose su Sbarra a Domenico, cioè all'ispettore Liguori, quello che ti ha portato via dallo sfascio, è stato liberatorio. Quello stronzo de Sbarra avrà ciò che si merita."

Simone sorrise, sentendosi più libero anche lui, e con un gesto della mano chiese a Manuel di sedersi accanto a lui.

"Quindi è…tutto finito? Possiamo stare tranquilli?"

Domandò forse con troppa ingenuità, mentre Manuel si sistemava sul letto e gli cingeva il busto con un braccio, dandogli subito un bacio tra i capelli.

"No, non è ancora tutto finito, ma Sbarra è in custodia da ieri. Dopo che ti hanno portato via da lì, con la scusa dell'incendio, è arrivata la polizia. Avrei voluto vede' la faccia de quel pezzo de fango…"

Rispose Manuel sogghignando e Simone annuì in accordo con lui, mentre cominciava a mangiare.

"A proposito, mi è stato detto che l'idea dell'incendio è stata tua, complimenti."

"Eh sì, lo so, sono un genio."

Disse sarcastico, facendo ridacchiare Simone. Anche lui si lasciò andare ad una risatina, ma più trattenuta.

"Scherzi a parte, Simo', sono solo felice che abbia funzionato. Anzi, avrei dovuto pensarce prima…"

Aggiunse con rammarico e Simone, che non voleva vederlo intristirsi, gli diede una leggera spallata.

"Non incominciare, è andato tutto per il meglio e va bene così. Senza la tua idea geniale, probabilmente a quest'ora non sarei stato qui, pensa a questo."

Manuel sospirò e lo strinse un po' di più a sé, dandogli un altro bacio tra i capelli. Doveva pensare al presente, Simone aveva ragione.

"Per fortuna che ce sei, Simo', per fortuna che ce sei…"

Sussurrò tra i suoi ricci, poi si voltò a guardare il suo pranzo.

"Allora? Com'è? Mangiabile?"

Simone annuì a bocca piena, mentre masticava. Era buono per essere cibo da ospedale, o forse era semplicemente lui che moriva di fame e avrebbe mangiato anche i sassi.

"Non è male, sai? A proposito, tu non mangi? Ne vuoi un po'?"

Manuel scosse il capo, accennando un sorriso.

"No, tranquillo, io c'ho questo."

E così dicendo prese una busta di carta che aveva poggiato sul vassoio insieme al pranzo di Simone e l'aprì, rivelando al suo interno un bel panino con la mortadella. Simone fece un fischio, ammirato.

"Ah però, ci credo che non vuoi la pasta. Da dove esce questa meraviglia?"

Chiese divertito e Manuel ridacchiò.

"Esce direttamente dalla mensa dei medici, me l'ha dato il dottor Spaventapasseri insieme al tuo pranzo. Purtroppo m'ha detto espressamente de non pote' fa' a cambio con te, altrimenti figurati, te lo facevo mangiare…"

Sbuffò, dando subito dopo il primo morso al panino.

"Che guastafeste."

Aggiunse e Simone, che già stava ridendo per il soprannome che ormai Manuel aveva scelto ufficialmente per il povero Riccardo, rise ancora di più per l'espressione da bambino contrariato che il suo ragazzo aveva assunto. Anche lui ridacchiò, contagiato dall'allegria dell'altro.

"Povero Riccardo, fa solo il suo lavoro. Guarda che ci sono medici molto più stronzi, eh…"

Manuel annuì, perché in fin dei conti Simone aveva ragione e lui ne era consapevole. Era soltanto un po' geloso, però.

"Sì, in fondo in fondo non è tanto male. M'ha pure detto che posso restare qui quanto me pare, te lo sapevi?"

Simone annuì, smettendo di masticare per un istante. Si chiese se Riccardo gli avesse detto anche di ciò che gli infermieri gli avevano senz'altro riferito.

"Me l'ha detto stamattina, sì. Quindi ci hai parlato?"

Manuel annuì, iniziando ad accarezzargli un fianco. Non gli era sfuggita quella sua esitazione.

"Sì, prima, appena so' arrivato. Sinceramente non mi aspettavo nemmeno de trovarlo qua, pensavo fosse andato a casa dopo er turno de notte."

"Mh…e ti ha detto altro, per caso?"

Chiese Simone, con gli occhi fissi nel proprio piatto. Manuel accennò un sorriso, comprensivo.

"Perché, secondo te me doveva di' qualcos'altro?"

Simone fece spallucce, riprendendo a mangiare.

"Non lo so, dicevo così per dire…"

Manuel annuì piano, preferendo lasciar correre per il momento. Non era il caso di mettergli pressione, specie adesso che stava mangiando. Meglio spostare la conversazione su altro e ricordare a Simone cose più leggere, più piacevoli.

"Beh, a dire il vero mi ha detto anche che posso darti la mia sorpresa, appena finisci qui la vado a prende."

Simone accennò un sorriso, apprezzando con tutto il cuore la delicatezza di Manuel. Era chiaro che sapesse tutto, ma gli era grato di non aver insistito, di rispettare i suoi spazi, i suoi tempi, come faceva sempre.

"Non mi puoi dire cos'è, prima? Guarda che piattone che c'ho!"

Manuel scosse il capo in risposta, ridacchiando.

"Oh, certo che te c'hai un'avversione per le sorprese! E prima la nostra serata speciale e mo’ questa…ma lasciati sorprendere, pe' 'na volta, Simo'!"

"Quella potresti rivelarmela, però, tanto ormai è andata, no?"

Replicò con una punta di malinconia nella voce, solo una minima parte di quella che realmente sentiva nel cuore.

Manuel roteò gli occhi, poi lo guardò furbescamente. La loro serata speciale non era andata manco per il cazzo.

"E 'sta cazzata chi te l'ha detta? Anzi, mo’ c'è anche una cosa in più da festeggia', te pare er caso de lascia' perdere?"

Simone si voltò a guardarlo, sinceramente stupito dalla cosa. Dopo tutto quel casino, e con il loro mesiversario che ormai era ampiamente passato, credeva che anche i festeggiamenti fossero stati messi da parte. Stupido lui, che non seguiva i suoi stessi consigli e non guardava al presente.

"Davvero, Manuel? Sei serio?"

"Eh, te pare che vengo a dirti palle proprio su questo? Devo cambia' qualcosa, ma ce sto già pensando. Te l'ho detto, sono un genio."

Rispose Manuel con sicurezza, mettendo su quel sorriso spavaldo che faceva girare la testa a mezza scuola, ma che adesso era solo per Simone e così sarebbe sempre stato. Dietro quel sorriso, nei suoi occhi, c'era un'infinità d'amore, lo stesso amore che spinse Simone a lasciar perdere il cibo e ad avvolgere Manuel tra le braccia, ridendo di pura gioia.

"Sì, lo sei davvero. Grazie, grazie, grazie."

Mormorò, lasciandogli più di un bacio sulla spalla, dove riusciva ad arrivare. Manuel portò una mano tra i suoi capelli, affettuoso.

“La smetti de ringraziarme? C’è sempre la possibilità che la mia sorpresa te faccia schifo, ti ricordo…”

Prima che Simone potesse obiettare, però, gli indicò il pranzo che aveva lasciato sul tavolino.

“Su, mo’ finisci lì, altrimenti se fredda e non se lo magnano manco i cani.”

Spostò l’indice verso di lui, come a volergli dare un avvertimento.

“Oh, guarda che se non mangi tutto, non ti porto la sorpresa! La lascio al Dottor Bonvegna…”

Simone scosse il capo, senza smettere di sorridere, e si voltò per riprendere a mangiare.

“Agli ordini!”

Manuel si allontanò quando a Simone mancavano soltanto pochi bocconi di pollo e andò a recuperare il gelato nella saletta degli specializzandi, come gli era stato indicato da Riccardo. Aprì la confezione per accertarsi che nessuno lo avesse toccato e, piacevolmente stupito della cosa, la richiuse e tornò nella stanza numero quindici trasportando quella vaschetta come se fosse stata un tesoro, già immaginando l’espressione felice e sorpresa di Simone. Poco prima di entrare, però, cambiò idea e nascose la vaschetta dietro la schiena.

“Eccoci qua! Chiudi gli occhi, Simo’!”

“No, dai, fammi vedere!”

Protestò l’altro, sporgendosi per cercare di capire cosa Manuel gli stesse tenendo nascosto.

“Eddai, fidate! Prima de vede’, devi assaggia’!”

Simone sollevò un sopracciglio e incrociò le braccia, incuriosito. Era qualcosa da mangiare, quindi.

“Non è che mi stai facendo uno scherzo ed è una roba disgustosa? Tipo non so, broccoli bolliti?”

Manuel alzò gli occhi al cielo, scuotendo il capo.

“Simo’, te forse i broccoli bolliti ce li hai al posto del cervello. Facciamo così, se è una cosa che non ti piace, me la rovesci in testa, mh? Mo’ però lasciame fa’, testone.”
Simone lo fissò per qualche altro secondo, poi fece una risatina e si decise a chiudere gli occhi, più rilassato. Se Manuel era tanto sicuro di sé, non poteva che essere una bella sorpresa…non che avesse mai avuto un reale dubbio su questo, in fin dei conti.

“Oh, bravo! Mo’ aspetta n’attimo, eh.”

Esclamò soddisfatto Manuel, avvicinandosi a fargli una carezza. Poggiò la vaschetta sul tavolino, la aprì e recuperò dallo zaino i cucchiaini e i bicchieri che aveva portato da casa.

“Tieni ancora gli occhi chiusi e apri la bocca, per favore.”

“Mi sto fidando, eh.”

Mormorò Simone prima di dischiudere le labbra, in attesa della mossa di Manuel.

Quelle labbra leggermente dischiuse, per Manuel, erano un invito fin troppo allettante a posarvi un bacio, ma preferì resistere alla tentazione –almeno per il momento- e far assaggiare il gelato a Simone.

Non appena il sapore freddo e dolce della fragola si posò sulla sua lingua, Simone si sciolse in un meraviglioso sorriso, degno di un bambino goloso.

“Ma è gelato!”

Esclamò, sgranando gli occhi pieni di stupore. Manuel ridacchiò, trovandolo a dir poco tenerissimo.

“Eh sì, è gelato. Te piace o me lo vuoi rovescia’ in testa?”

Domandò retoricamente, mentre Simone posava lo sguardo sulla vaschetta e si leccava istintivamente le labbra.

“Mi piace e voglio che lo mangi insieme a me!”

Rispose tornando a guardarlo, poi si sporse a dargli un bacio sulla guancia.

“È una sorpresa bellissima e non ti dico altro soltanto perché poi fai storie.”

Nei suoi occhi, però, c’era tutta la gratitudine che Manuel meritava di ricevere per il modo in cui non smetteva mai di prendersi cura di lui, quindi non c’era bisogno di parole superflue per ringraziarlo.

Manuel arrossì teneramente, travolto da quella gratitudine, che ricambiò con un dolce sorriso.

“I tuoi occhi parlano per te, però, lo sai?”

Intanto si mise a riempire i due bicchieri dei tre gusti di gelato che aveva comprato, fragola, cocco e limone: erano sapori che gli ricordavano l’estate che ormai li circondava e che voleva entrasse anche in quella stanza d’ospedale. Voleva che Simone sentisse l’estate.

“Ti do una notizia, Manuel, anche i tuoi occhi chiacchierano un sacco.”

Replicò l’altro, prendendo un bicchiere che il fidanzato gli porgeva e cominciando ad ispezionarne incuriosito il contenuto. Il gelato rosso era sicuramente quello alla fragola, che già aveva assaggiato, quello giallo era senza dubbio al limone, ne sentiva distintamente l’odore, mentre il terzo, bianco, aveva il profumo del cocco.

“Chiacchierano solo con i tuoi, per gli altri parlano una lingua incomprensibile.”

Manuel non pronunciò quella frase con malinconia o con tristezza, per lui era semplicemente un dato di fatto e gli andava più che bene così. Erano in pochi quelli che avevano provato a guardarlo negli occhi e quei pochi, ad eccezione di Simone, non erano riusciti a capirlo. In fondo, comunque, neanche a lui interessava chissà quanto parlare con gli occhi degli altri, non da quando aveva incrociato quelli di Simone.

Gli stessi occhi che, adesso, avevano smesso di guardare il gelato e guardavano lui, preoccupati.

“Dai Manuel, non dire così, non sono mica l’unico che ti capisce. C’è tua madre, c’è Chicca, c’è perfino mio padre! Forse anche Alice, no?”

Simone pronunciò quell’ultimo nome quasi con disgusto, ma da quanto ne sapeva era stata una storia importante per Manuel e si augurava che, almeno, quella donna lo avesse trattato come meritava.

Manuel scosse il capo, ridacchiando.

“No Simo’, te dico che sei l’unico.”
Così dicendo si mise seduto accanto a lui, su quel letto che sembrava troppo piccolo per ospitare due persone ma che magicamente diventava grande abbastanza per entrambi. Forse perché, in fin dei conti, loro erano un’unica cosa.

“Tanto per cominciare, mia madre me vuole un bene dell’anima, su questo nun ce piove, e su certe cose me capisce pure troppo, ma sono io che ogni volta devo aprirmi con lei, che le devo parlare. Non mi capisce solo con gli occhi, come fai tu.”

Fece spallucce e mandò giù un po’ di gelato, trovandolo veramente buono. Valeva decisamente i soldi che aveva speso.

“La stessa cosa vale per tuo padre, che però, a differenza de altri, almeno c’ha provato a capire cosa mi passasse per la testa, di questo lo devo ringraziare. Con Chicca, poi, ce vedevamo, ma nun ce guardavamo. Capisci la differenza?”

Simone annuì lentamente, mandando giù un cucchiaio di gelato al limone. Era la stessa differenza che c’era tra lui e Laura e tra lui e Manuel.

“Vedere è superficiale, guardare è profondo. Si vede con gli occhi e si guarda con il cuore…”

Rispose con timidezza, temendo di risultare un po’ troppo smielato, ma non sapeva come altro spiegare a parole quel complesso meccanismo di emozioni e sensazioni, che eppure diventava semplice quando lo si viveva.

Manuel allungò una mano ad arruffargli i capelli, sorridente, e Simone ricambiò il sorriso.

“Io te l’ho detto che me stai a diventa’ filosofo! Però sì, è come dici tu, niente de più e niente de meno.”

Fece un profondo respiro.

“E così arriviamo ad Alice. Lei non ha nemmeno mai fatto lo sforzo de guardamme, guardamme per davvero dico, come se dovrebbe fa’ con una persona non dico che ami, ma a cui almeno vuoi un minimo de bene. E dire che io le morivo dietro come un cagnolino…che coglione!”

“Beh dai…eri innamorato di lei, è comprensibile.”

Provò a rincuorarlo Simone, anche se il suo stomaco si contrasse in una fitta di gelosia e di disgusto ad associare quel sentimento a Manuel ed Alice, perché lei decisamente non se lo meritava.

Manuel però scosse il capo e con quel gesto scacciò via anche la gelosia.

“No Simo’, macché innamorato, al massimo ero arrapato!”

Ridacchiò di se stesso, sbattendo un paio di volte il cucchiaino nel bicchiere, prendendosela con il gelato per la propria stupidità.

“Me piaceva l’idea de ave’ conquistato una più grande, me faceva senti’ adulto, ma era tutta una cazzata. Claudio mi ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere in questi giorni, sai?”

“Che cosa?”

Domandò Simone, incuriosito, e ancora una volta fu grato a Claudio per essersi preso cura di Manuel mentre lui non poteva.

“Mi ha detto che non c’è niente di male a vivere la propria età, ad essere un ragazzino, e c’ha ragione da vendere. Ho capito che cento giorni da grande…”

Sottolineò la parola facendo le virgolette con le dita.

“…con Alice non valgono un solo giorno, da pischello, con te. Ed è questo che voglio, Simo’, voglio fare il ragazzino con te e poi voglio crescere, sì, ma piano piano e…sempre con te.”

Gli occhi di Manuel, fissi in quelli di Simone, tremavano appassionati, mentre la sua voce era ferma e sicura, decisa.

“Tu che dici?”

Simone si sporse verso di lui, ruotando leggermente il busto, con la stessa passione negli occhi.

“Dico che vengo con te. Sempre.”

Sussurrò a poca distanza dalle sue labbra, prima di attirarlo in un bacio fresco, al sapore d’estate.

"Proprio sempre sempre? Sicuro?"

Sussurrò Manuel sulla bocca dell'altro, con un sorriso appena accennato.

Simone sorrise a sua volta e annuì, facendo accarezzare i loro nasi.

"Sono sicuro, Manuel. Anche tu sei l'unico che mi capisce veramente e io non voglio attraversare questa vita con nessun altro. Voglio crescere con te, piano piano come hai detto tu, mano nella mano. Me lo puoi chiedere altre mille volte e io ti risponderò allo stesso modo, sempre."

Gli diede un bacio sulla punta del naso.

"Sempre."

Ripeté, poggiando la fronte sulla sua, per sentire meglio i pensieri che gli vorticavano in testa: li sentiva sussurrare a Manuel di non essere degno d'amore, di essere rotto, sbagliato, e che non meritava altro che restare da solo. Simone aveva vissuto sulla propria pelle quelle voci che sembravano non voler smettere mai di parlare, finché non era arrivato Manuel a metterle a tacere. Ora avrebbe fatto la stessa cosa per lui ed era davvero disposto a ripetergli centinaia e migliaia di volte che non l'avrebbe lasciato come avevano fatto Alice e Chicca, se era questo ciò di cui aveva bisogno.

"Quanta pazienza che hai con me, Simo'. Te faranno Santo, un giorno."

Manuel sapeva di esagerare con quel suo continuo bisogno di rassicurazioni, di conferme e sapeva che chiunque altro si sarebbe già stancato di quella sua insicurezza da bambino, ma non Simone. Lui quelle debolezze le capiva, erano crepe che riempiva con il suo amore, infinitamente paziente.

"Non è pazienza, è amore. Io mi prendo cura di te e tu ti prendi cura di me, funziona così."

Replicò allegro Simone, dandogli un bacio sull'arco di Cupido prima di tornare a mangiare il gelato. Manuel sorrise dolcemente, imitandolo.

"Quindi se io adesso volessi ringraziarti per la pazienza, non potrei farlo, giusto?"

Chiese con una punta di malizia, guardandolo di sottecchi. Simone ricambiò lo sguardo, facendo una risatina.

"No, infatti, non c'è bisogno che mi ringrazi. Però una cosa che puoi fare per me, c'è."

Manuel fece un cenno di assenso, avrebbe fatto qualsiasi cosa. I baci che aveva in programma di dargli, per ringraziarlo, li avrebbe conservati per un altro momento.

"Stamattina, prima che te ne andassi, ti ho chiesto di riposarti un po' e sono sicuro che tu non l'abbia fatto. Mi sbaglio?"

"Mi dichiaro colpevole, però a casa mo’ nun ce torno!"

Era deciso, Manuel, a restare lì con Simone ora che poteva. Simone, dal canto suo, non aveva certo intenzione di cacciarlo.

"Non ti stavo mica mandando a casa! Però potresti usare quel letto lì…"

Indicò con il cucchiaino l'altro letto presente nella stanza, che era vuoto, prima di tornare a riempirlo di gelato e portarselo alla bocca.

"Se ti ci appoggi per un'oretta o due, non credo ti diranno qualcosa. Al massimo chiediamo il permesso…"

Manuel si sporse ad osservare il letto per qualche secondo, poi scosse il capo e tornò a guardare Simone.

"No, là non ci dormo. È scomodo."

Sentenziò, accompagnando la sua affermazione con un boccone di gelato. Simone sospirò.

"Ma no, è uguale al mio e ti assicuro che è comodissimo!"

Manuel scosse il capo, accennando un sorriso.

"Il tuo è comodo, quello no."

Gli rivolse uno sguardo eloquente, che Simone non fece fatica ad interpretare.

Bastò giusto il tempo di finire il gelato e di andare a posare quello restante per far farli accoccolare uno accanto all'altro: Manuel, disteso su un fianco, avvolgeva Simone con un braccio senza lasciare spazio tra i loro corpi e Simone ricambiava l'abbraccio come poteva, poggiando la propria mano sul braccio dell'altro ragazzo.

Così, uniti, stavano bene.
 

Chapter Text

"Disturbo?"

Sussurrò il dottor Bonvegna entrando nella stanza. Simone si voltò verso di lui e gli fece segno, portandosi l'indice sulle labbra, di fare piano: Manuel si era addormentato da poco e non voleva che si svegliasse.

"Scusa, scusa, ti rubo giusto cinque minuti."

Disse a voce ancora più bassa il medico, avvicinandosi al letto. Gli spuntò un sorriso intenerito sulle labbra quando vide Manuel così stretto a Simone, gli diede l'impressione che volesse proteggerlo con il suo corpo e anzi, avendo conosciuto un po' il soggetto, era sicuro che non fosse soltanto una sua impressione. Spostò poi lo sguardo sul proprio paziente, rivolgendogli lo stesso sorriso.

"Va meglio, adesso?"

Simone annuì lentamente, arricciando un angolo delle labbra in una smorfietta d'imbarazzo. Non si era comportato bene con quei due infermieri, non ne andava fiero.
"Sì, adesso sì. Mi dispiace per prima, sono mortificato…puoi portare le mie scuse a quei due ragazzi? Ho esagerato."

Riccardo scosse appena il capo, comprensivo.

"Non ti preoccupare, non devi sentirti in colpa. Se ti fa stare meglio, chiederò scusa da parte tua a Pietro e Francesco, ma sono sicuro che anche loro abbiano capito la situazione."

Fece una breve pausa. Simone era un ragazzo gentile, buono, ma anche comprensibilmente spaventato, chiunque avrebbe capito che la sua reazione era stata dettata dalla paura e non dalla cattiveria.

 "È successo qualcosa in questi giorni, vero? Qualcosa che ti ha portato a rispondere così. Non devi raccontarmelo, se non vuoi, è solo per dirti che non hai niente di cui scusarti, va bene?"

Simone annuì di nuovo, lo sguardo fisso in quello di Riccardo. I suoi occhi verdi erano caldi, rassicuranti, senza alcun accenno di impazienza e di questo gli fu molto grato.

"Va bene, grazie. Grazie davvero."

Sospirò, voltandosi verso Manuel per qualche istante. Nella sua espressione distesa e serena trovò il coraggio necessario a fare un piccolo passo avanti. Si aggrappò un po' di più al suo braccio, che per lui in quel momento era un sostegno.

"È successa una cosa, sì, una cosa che mi sento ancora addosso, ma voglio superarla. Sarebbe possibile…insomma…lavarmi?"

Sentì le guance avvampare per l'imbarazzo, e forse non era il migliore degli inizi, ma non poteva e non voleva restare ancora così, sporco sia letteralmente che metaforicamente.

"Sono molto contento che tu me lo chieda, anche perché ero venuto a farti una proposta: ti sentiresti meglio se fossimo io e Manuel, a lavarti? Cioè, ti laverebbe Manuel, io gli darei soltanto qualche indicazione, nient'altro."

Spiegò Riccardo con un sorriso, indicando poi il ragazzo addormentato con un cenno del capo.

"L'idea è sua, comunque, me l'ha chiesto a pranzo."

Simone abbozzò una risatina che portava con sé ancora uno strascico di imbarazzo, ma soprattutto tantissima gratitudine. Non fece fatica a credere che l'idea fosse di Manuel, di quel genio del suo ragazzo, che continuava a prendersi cura di lui come un angelo custode.

"Per me sarebbe perfetto, però adesso non voglio svegliarlo e…e devo anche dirgli delle cose, prima…"

Riccardo interruppe quel discorso con un cenno della mano, in modo da evitare che Simone chiedesse scusa per l'ennesima volta senza motivo.

"Domani mattina va bene?"

Simone sospirò, rincuorato.

"È perfetto, grazie."

"Allora io adesso vado a casa, qui è tutto a posto…"

Replicò Riccardo, controllando i parametri di Simone sui macchinari.

"Ti lascio nelle mani dei miei colleghi e di Manuel, che mi sembra piuttosto determinato a non lasciarti affatto."

 
Lorenzo se ne stava disteso in quel letto da cui gli sembrava difficile rialzarsi ogni giorno di più, ma quella permanenza forzata era resa più dolce, più sopportabile, dal corpo caldo di Riccardo accanto al proprio. Si erano addormentati insieme, la notte precedente, abbracciati come adesso che si erano svegliati.

Beh, lui almeno era sveglio, Riccardo invece stava ancora sonnecchiando e Lorenzo avrebbe dato di tutto per farlo restare così, in quel mondo fatto di sogni in cui non c'era dolore, non c'era paura, non c'erano le lacrime che Riccardo si sforzava di nascondergli e che Lorenzo fingeva di non vedere.

Sapeva, però, che a breve quegli occhi verdi sarebbero tornati ad illuminare le sue buie giornate, puntuali come il Sole che sorge: era come se Riccardo sapesse che lui era sveglio e non volesse fargli trascorrere neanche pochi minuti da solo. La solitudine, era ciò che Lorenzo temeva di più.

Perciò se ne stava lì, in attesa che Riccardo si svegliasse, ad accarezzargli distrattamente una mano facendo scorrere con delicatezza i polpastrelli su quelle piccole cicatrici causate dal freddo -perché quel testardo si rifiutava categoricamente di indossare i guanti- senza seguire uno schema preciso. Quella mano, come ogni parte del corpo dell'altro, Lorenzo avrebbe potuto riconoscerla al buio o tra altre mille, senza esitare e senza sbagliare: ne conosceva la leggera ruvidezza al tatto, il calore che amava sentire sul proprio corpo e il tocco delicato, che neanche anni e anni di Medicina sono in grado di insegnare e che in Riccardo era semplicemente naturale.

C'era però una novità, in quel piccolo universo che non aveva più segreti per lui, ed era la fascetta metallica all'anulare sinistro, su cui Lorenzo soffermò le dita, accarezzandone la superficie fredda e perfettamente levigata. La fede era lì da appena un giorno e Lorenzo temeva di non aver abbastanza tempo davanti a sé per farci l'abitudine. Prima che potesse soffermarsi troppo su quel pensiero, Riccardo aprì gli occhi.

"Siamo sposati da nemmeno ventiquattr'ore e già ci stai ripensando?"

Mormorò con voce impastata, ma la complessità della frase rivelava che era già sveglio da un po'. Lorenzo rise e Riccardo, in quella risata, trovò la forza di affrontare un'altra giornata.

"No, ma che dici? Stavo controllando che non si sfilasse."

Replicò divertito, con la voce attutita dall'ormai onnipresente mascherina per l'ossigeno.

Riccardo si sporse a dargli un bacio sulla tempia, poi si sollevò per dargliene un altro in fronte e tornò a stringersi accanto a lui, cominciando ad accarezzargli il petto che si sollevava e si abbassava lentamente: ognuno di quei piccoli movimenti, per lui, era una perla preziosa.

"Non ti preoccupare, ho controllato le misure qualcosa tipo venti volte. Non si sfila, è più salda di un mio abbraccio."

"Ah, non credo esista niente di più saldo di un tuo abbraccio, koala che non sei altro."

Mormorò Lorenzo con tono di scherno, ma in realtà non era mai stanco di quegli abbracci. Riccardo sorrise affettuoso, con uno sguardo che però rivelava anche un certo orgoglio.

"Questo perché ti abbraccio ogni volta con l'intenzione di non lasciarti andare più, caro il mio micetto."

 
Manuel dormiva profondamente e Simone poteva sentirne il leggero russare. Capitava spesso che Manuel russasse, soprattutto quando aveva molto sonno -ulteriore conferma del fatto che non si fosse riposato quando era andato a casa quella mattina-, ed ogni volta Manuel non faceva altro che scusarsi per quel disturbo. Simone aveva perso il conto delle volte in cui gli aveva risposto che per lui quello non era un rumore, ma un suono. Non lo diceva tanto per dire, per lui quello era il suono della quotidianità, la stessa quotidianità da cui Sbarra lo aveva violentemente strappato, gettandolo in un mondo che di notte piombava nel più totale silenzio.

A Simone il silenzio di notte non era mai piaciuto, fin da quando era bambino: lo faceva sentire solo, gli ricordava di essere solo, ed era una sensazione che odiava. Quel respiro così profondo, quindi, gli diceva che insieme a lui c'era qualcuno, lo stesso qualcuno che lo teneva stretto tra le braccia senza alcuna intenzione di lasciarlo andare -come aveva sottolineato Riccardo-, ed era una sensazione che amava.

Manuel dormiva profondamente e Simone, stretto tra le sue braccia, non poteva fare a meno di accarezzarlo. Faceva scivolare su e giù due dita sulla sua guancia, lente e leggere per non svegliarlo, sentendo di volta in volta il contrasto tra la sua barbetta un po' ispida che gli faceva quasi il solletico e la sua pelle morbida poco sopra, intorno allo zigomo.

Poi, senza interrompere il contatto con il suo viso, spostò la mano dietro la sua testa, prendendo a tracciare cerchi tra i capelli dell'altro, di nuovo in disordine, pensando a quanto facesse ancora fatica a credere che la sua metà mancante non fosse più irraggiungibile come aveva pensato per tanto tempo e che anzi, adesso era così vicino da poterla toccare, accarezzare e baciare, cose che aveva osato vivere solamente nei propri sogni, invidioso di chi invece -Chicca, Alice- poteva viverle per davvero.
Manuel dormiva profondamente e Simone lo guardava. Da quando quel ragazzo ripetente aveva messo piede in 3°B, i suoi occhi avevano smesso di guardare tutto il resto. Perfino su Laura, che all'epoca era la sua ragazza, i suoi occhi non si posavano tanto spesso quanto sul nuovo arrivato e in ogni caso erano sguardi pallidi, privi di quell'intensità che riservavano solo e soltanto a lui, lasciando Simone confuso e smarrito.

Nel tentativo di darsi una spiegazione, aveva attribuito quel fuoco all'odio, alla rabbia, e aveva cercato continuamente in Manuel qualcosa che gli desse fastidio per giustificare il suo continuo guardarlo, dal modo in cui si vestiva all'espressione strafottente con cui affrontava l'ennesima interrogazione andata male. Ciò che lo infastidiva più di tutto, però, erano i baci che si scambiava senza pudore con Chicca, la sua ragazza, senza preoccuparsi che l'intera classe fosse lì ad osservarli. Anche Simone non si faceva problemi a baciare Laura di fronte ai loro compagni, di tanto in tanto, ma se erano Manuel e Chicca a baciarsi, sentiva il sangue pompargli con più forza nelle vene e arrivargli dritto al cervello, annebbiandogli la razionalità.

Solo dopo diverso tempo aveva capito che l'intensità nel suo sguardo era la manifestazione di un desiderio, un desiderio destinato a rimanere insoddisfatto. Da quel momento in poi, i baci che Manuel dava a Chicca, e quelli che Simone immaginava desse ad Alice, la sua nuova conquista, non gli davano più soltanto fastidio, gli incidevano solchi profondi e invisibili sulla pelle, senza che nessuno potesse accorgersi delle sue ferite. Eppure Simone non riusciva a smettere di guardare Manuel e quando Manuel ricambiava il suo sguardo, allora valeva la pena sopportare quel dolore.

Da un po' di tempo, però, il fuoco in quegli occhioni scuri era cambiato, era un fuoco le cui fiamme scaldavano senza bruciare, anche gettandocisi dentro. Da un po' di tempo, Simone non guardava più Manuel con odio o con desiderio, ma con amore, lo stesso amore da cui veniva investito ogni volta che Manuel posava i suoi occhi su di lui. Anche adesso, che Manuel aveva sollevato le palpebre per un istante prima di riabbassarle, Simone lo aveva sentito.

"Simo…"

Sussurrò Manuel con voce impastata, più addormentato che sveglio. Il suo primo pensiero era sempre Simone, anche quando il suo cervello doveva ancora attivarsi per bene.

Simone gli sorrise, anche se Manuel teneva ancora gli occhi chiusi e non poteva vederlo, e gli fece un grattino un po' meno leggero degli altri tra i capelli.

"Sono qui, sono qui. Puoi dormire ancora un po', se vuoi. Puoi dormire anche fino a domani mattina, se ne hai bisogno. Io di certo non vado da nessuna parte."

Disse divertito, a voce bassissima per non far esplodere la bolla di sonno di cui Manuel sembrava ancora necessitare.

Manuel mugolò in risposta, sonnacchioso, e posò dei bacetti pigri sulla sua spalla, sempre nello stesso punto perché non aveva intenzione di muoversi.

"Tu non dormi?"

Chiese tra un bacio e l'altro, in un borbottio comprensibile soltanto a Simone, che sorrideva beato per quei piccoli doni.

"No, non ho sonno, ma va tutto bene, non ti preoccupare."

"Sicuro? Niente brutti sogni?"

Domandò ancora, stringendolo un po' di più a sé in un gesto di protezione istintivo.

"No, tranquillo, niente brutti sogni. È che ho dormito tanto, prima, ed ora non ho proprio sonno."

Manuel, più tranquillo, annuì facendo strofinare il naso sulla stoffa del camice dell'ospedale e dopo qualche altro piccolo bacio, si decise ad aprire gli occhi.

"Sto a posto anch'io, sì. Ciao, Cerbiattino."

Si sollevò su un gomito, quanto bastava a sporgersi per posare un bacio sulle labbra di Simone. Notò che erano un po' troppo secche.

"Oh, devi bere! Me potevi sveglia', potevi chiama' qualcuno…"

Esclamò, spostandosi subito per riempirgli un bicchiere. Simone si mise a sedere e lasciò che Manuel lo aiutasse a bere un po', in modo da tranquillizzarlo.

"Ciao anche a te, Paperotto, e grazie anche se so che non vuoi che ti ringrazi."

Disse sorridendogli, per poi fargli cenno di tornare accanto a lui. Manuel si affrettò a riavvicinarsi, arrivando ad un centimetro dalle sue labbra.

"E infatti non ce n'è bisogno. Lo faccio per amore e con amore."

Tornò quindi dove era rimasto, a quel bacio che adesso potevano approfondire con tutta calma.

Simone, a dispetto delle parole di Manuel, era deciso a ringraziarlo ugualmente, ricambiando la sua premura con un'altra: infilò una mano sotto la sua polo e gli fece qualche carezza sulla pancia, che Manuel ritrasse istintivamente liberando una risatina.

"Scusa, ma me fai il solletico…"

Si giustificò, temendo che Simone potesse pensare che quelle attenzioni non fossero gradite. Simone, però, ne era perfettamente consapevole e anzi, era proprio dal solletico che voleva partire.

"Lo so, lo so, ma lasciami fare…"

Con la mano libera lo attirò nuovamente sulle proprie labbra, mentre con l'altra saliva un po' più su, sollevando la maglietta di Manuel al proprio passaggio. Sentì le sue costole sotto la mano, il suo petto in tensione che tratteneva il respiro e poi si fermò al centro. Lì prese a tracciare perfettamente con due dita il profilo del tatuaggio del serpente, senza bisogno di vederlo, seguendo soltanto la sua memoria e Manuel mugolò d'approvazione, liberando un sospiro. Gli avrebbe lasciato fare qualunque cosa, era in totale balìa delle carezze di Simone, delle sue dita che lo toccavano come se fossero nate per questo.

"Te piace proprio 'sto tatuaggio."

Sussurrò sulle sue labbra, permettendo ad entrambi di riprendere un po' di fiato. Simone liberò uno sbuffo divertito e annuì piano, facendogli una carezza tra i capelli.

"Ti ho spiegato il perché, ti ricordi?"

Fu Manuel ad annuire adesso, sorridendo.

"Certo che mi ricordo, mi ricordo tutto quello che dici. Riesci a sentirlo anche adesso, il mio cuore felice?"

Simone poggiò il palmo sul petto di Manuel e rimase fermo così per qualche istante, a scambiarsi uno sguardo affettuoso con l'altro ragazzo. Sorrise, poi, furbetto.

"Sì, lo sento. Ti ho fatto svegliare per bene, eh?"

Manuel ridacchiò, pensando che non avrebbe potuto desiderare un risveglio migliore.

"Sei pure meglio del caffè, guarda."

Fece toccare di nuovo le loro labbra, in un bacio veloce.

"Posso provare a sentire io il cuore tuo, adesso? Se ti va, ovviamente…"

Simone, che stava sorridendo fino ad un attimo prima, perse il sorriso e abbassò lo sguardo, imbarazzato. Manuel ovviamente si accorse subito del cambio d'umore e lo guardò preoccupato.

"Oh, guarda che se me dici de no mica m'offendo. Non ti deve anda' per forza…"

Simone scosse il capo, perché non era quello il problema.

"No, è che...come lo faresti?"

"Beh, io veramente volevo fare come fai di solito tu e riempirti di baci, ma ripeto che se non c'hai voglia non è un problema."

Spiegò Manuel, comprensivo. Forse Simone  temeva che qualcuno potesse vederli e non si sentiva a proprio agio.

"No Manuel, non è questo, è che...sono sudato, immagino te ne sia accorto, e non sarebbe piacevole per te, baciarmi. Anzi, a dirla tutta mi chiedo come tu riesca a starmi così vicino."

Ribatté Simone, accarezzando i ricci dell'altro per scusarsi di quella sua condizione. Se solo non avesse fatto tante storie per lavarsi, prima, se solo non avesse avuto tanta paura…

"Simo, io te l'ho detto, ti abbraccerei anche se fossi ricoperto di spazzatura e lo stesso vale per i baci."

Manuel si spostò per cercare il suo sguardo, sorridendogli quando i loro occhi si incrociarono di nuovo. Anche Simone sorrise, seppur ancora in imbarazzo, ma non poteva non sorridere di fronte a tutto quell'amore.

"Se la cosa non ti fa sentire a tuo agio mi sto fermo, ma se ciò che ti fa esitare è il pensiero che per me possa essere un problema, allora toglitelo dalla testa perché non è così."

Aggiunse, accarezzandogli la guancia. Simone come sempre si abbandonò a quelle carezze, sentendosi protetto e amato.

"Forse domani sarebbe meglio...se per te va bene aspettare."

Propose esitante, scusandosi con lo sguardo. Manuel annuì, accettando senza problemi.

"Simo, per me va bene tutto se va bene anche a te. Che succede domani, mh?"

Domandò, anche se aveva un'idea: probabilmente Simone aveva parlato con il dottor Bonvegna.

"Beh, ho parlato con Riccardo, prima, e mi ha detto della tua idea. Domani mattina, se tu sei ancora d'accordo, mi aiuti a lavarmi."

Rispose Simone, portando una mano sul collo di Manuel per ricambiare le carezze e il ragazzo mugolò d'approvazione. Era anche molto felice del fatto che Simone avesse preso coraggio, perché gli faceva male vederlo ancora in quelle condizioni, come se non fosse ancora libero.

"Certo che sono d'accordo, l'ho proposto io! E sono tanto fiero di te. No, non accetto obiezioni!"

Simone fece una risatina, un po' più tranquillo, capendo che quello era il momento giusto per parlargli, per raccontargli cosa fosse successo quella mattina allo sfascio e, sperava, per liberarsi di un peso.

"Se hai fatto quella proposta a Riccardo, vuol dire che lui ti ha raccontato di cosa è successo stamattina, vero?"

Manuel annuì e intanto continuava ad accarezzargli la guancia per fargli capire che gli era vicino.

"Mi ha detto di aver mandato due infermieri a lavarti e che tu li hai mandati via, spaventato. Qualunque sia il motivo che ti ha spinto a farlo, Simo', hai fatto bene. Ti conosco, nun te ne fa' 'na colpa."

Simone abbozzò un sorriso perché sì, Manuel lo conosceva davvero bene.

"È che...non sono soltanto il sudore e la polvere che mi fanno sentire sporco."

Sospirò, poi con entrambe le mani andò ad aggiustare la maglietta di Manuel che aveva sollevato, riportandola giù. Manuel gli diede un bacio a fior di labbra per incoraggiarlo, senza però mettergli fretta.

"Quel giorno che sei venuto a trovarmi allo sfascio, quando mi hai portato da mangiare e siamo stati un po' insieme…"

‘Quando Zucca t'ha spezzato una gamba per colpa mia’, pensò Manuel, preferendo far rimanere  quel pensiero nella propria testa Non voleva interrompere Simone e non voleva nemmeno ricordare momenti dolorosi che tanto erano ancora presenti, impressi nella mente di entrambi e sul corpo di Simone.

Simone si accorse di quel lampo di colpa che attraversò gli occhi dell'altro e portò di nuovo una mano sul suo collo, sperando di poter accarezzarla via.

"Quella stessa mattina, Sbarra e Zucca mi hanno portato fuori, in mezzo alle auto rotte, vicino ad un muro. Figurati, lì per lì ho pensato che volessero spararmi un colpo in testa per qualche motivo che non conoscevo, poi però mi hanno detto che mi avevano portato lì per farmi fare una doccia…"

Manuel si chinò a dargli un bacio sulla fronte, tenendo le proprie labbra ferme lì per qualche istante, in sostituzione di quel proiettile che Simone aveva immaginato. Capiva come doveva essersi sentito in quel momento, anche lui aveva creduto di essere sul punto di morire mesi prima, quando Sbarra l'aveva fatto picchiare per l'auto sfasciata, ed era una sensazione orribile, di assoluta impotenza perché vorresti scappare, ma non puoi, e di infinita solitudine, perché ripensi a tutte le persone che ami e che non rivedrai mai più. Era per questo che lui, mesi prima, aveva telefonato a Simone con quelle che credeva, temeva, fossero le sue ultime forze.

Simone accennò un sorriso a quel morbido bacio, un piccolo gesto di conforto che per lui valeva tantissimo.

"Mi hanno fatto spogliare e ho cominciato a lavarmi. C'era il Sole, mi faceva anche piacere sentirlo di nuovo sulla pelle dopo tutto quel tempo al buio e l'acqua era fredda, ma faceva caldo e quindi andava bene, però…"

Il suo sorriso si spense, sostituito da una smorfia angosciata, quasi di dolore, che gli contrasse tutto il viso facendogli chiudere gli occhi.

"Però loro erano rimasti lì e mi fissavano, guardavano ogni mio gesto, ogni centimetro del mio corpo ed io non potevo fare assolutamente niente per farli smettere. Mi sentivo nudo e non solo perché lo ero e...e mi sento ancora i loro occhi addosso, Manuel."

Si fermò e cominciò a fare qualche respiro profondo, come se avesse l'affanno e avesse bisogno d'aria.

Manuel si sentì montare da una fortissima rabbia, ma che non era nulla rispetto al senso di protezione nei confronti di Simone che lo portò a sistemarsi meglio su di lui per fargli da scudo contro quegli sguardi come se fossero ancora lì.

"Quei due stronzi non vedranno altro che il muro della loro cella per tanto tempo, puoi stare tranquillo. Sei al sicuro, Simo, sei al sicuro."

Simone annuì appena e si aggrappò a Manuel con le braccia, il suo rifugio.

"Li sentivo ridere e parlare di me e non mi sono mai sentito così umiliato. Tra le altre cose, ne hanno detto una che…che mi ha messo una gran paura. Credevo mi sarebbe successa una cosa orribile, non so neanche come dirlo."

Sentì gli occhi inumidirsi e deglutì, preso di nuovo da quella paura. Istintivamente si strinse a Manuel e Manuel, preoccupato, prese a baciarlo su tutto il viso per cercare di farlo stare meglio. Simone ebbe bisogno di parecchi baci prima di riuscire a parlare di nuovo e quando lo fece la sua voce tremava, rotta e spezzata dal pianto.

"Dicevano di voler...voler vendere il mio corpo. Che ero caruccio e che avrei potuto farli guadagnare molto…"

Esitò ancora un attimo, tirando su col naso.

"Non so se fossero seri o meno, ma non ho mai avuto così tanta paura in vita mia."

Manuel rimase pietrificato dall'idea che il suo Simone avesse dovuto sopportare tutto questo, dalla paura di cosa avesse rischiato e dallo schifo che gli facevano quei due mostri per cui adesso il carcere gli sembrava una punizione fin troppo leggera, ma si ridestò in pochi attimi perché Simone aveva cominciato a piangere e lui doveva fare qualcosa per farlo stare meglio. Si mise seduto e lo tirò delicatamente su, nella stessa posizione, portando un braccio intorno al suo busto e l'altra mano fra i suoi capelli, accarezzandoli piano.

Simone incastrò il viso nell'incavo della spalla di Manuel e si aggrappò a lui, cercando un punto fermo tra i singhiozzi che lo scuotevano, lasciandosi andare ad un pianto liberatorio che aveva trattenuto troppo a lungo.

"Sei al sicuro, sei al sicuro…"

Quella era l'unica cosa che, secondo Manuel, aveva senso dirgli e allora gliela sussurrò all'orecchio ancora e ancora, mentre piangeva insieme a lui.

In fin dei conti, erano due ragazzini spaventati che trovavano coraggio e conforto l'uno nell'altro. Piansero finché ne ebbero bisogno, ma anche dopo aver pianto tutte le loro lacrime non sciolsero il loro abbraccio, perché era quello il posto in cui si sentivano meglio.

"Ti ho bagnato tutta la maglia…"

Biascicò Simone, sollevando leggermente il capo. Manuel, con un gesto gentile, glielo fece poggiare di nuovo sulla spalla, fregandosene del resto e l'altro ragazzo sorrise appena, recependo il messaggio.

"Mi fa piacere che me l'hai raccontato, sai?  Cioè, ovviamente avrei preferito che non avessi niente da dirme, però te fa bene non tenerte tutto dentro. Però adesso c'è un'altra cosa che devi fa'..."

Sussurrò Manuel, posando un bacio tra i ricci scuri ed arruffati di Simone.

"Che cosa?"

Domandò l'altro con voce roca a causa del pianto, stringendosi un po' di più nell'abbraccio.

"L'ispettore Liguori mi ha detto di dirti che vorrebbe parlarti, non appena ti sentirai pronto. Questa cosa che hai raccontato a me, devi dirla anche a lui, insieme a tutto il resto che Sbarra ti ha fatto passare. Vuole sapere tutto sulle ultime due settimane, io gli ho detto quello che potevo, ma la tua versione è fondamentale, lo capisci, no?"

Manuel sapeva bene che non gli stava chiedendo una cosa facile, che probabilmente Simone avrebbe soltanto voluto lasciarsi alle spalle questa storia, ma per farlo era necessario presentare tutte le accuse possibili contro quell'uomo che aveva portato tanto dolore nelle loro vite.

Simone si aspettava che la polizia lo avrebbe interrogato, prima o poi, quindi quella richiesta non lo sorprese più di tanto. Fu un'altra cosa, invece, a fargli sgranare gli occhi per lo stupore.

"Due…due settimane? Sono rimasto lì dentro per due settimane?"

Mormorò incredulo, sollevando la testa per guardare Manuel in faccia. Aveva perso il conto dei giorni trascorsi in quello stanzino buio e afoso, che per lui erano quindi diventati infiniti, ma aveva pensato che si trattasse soltanto di una sua sensazione. La certezza di aver vissuto per quattordici giorni immerso nel buio, lontano dalle persone più care, con la continua paura di non farcela, lo colpì in pieno petto.

Manuel sentì il proprio cuore spezzarsi alla vista di quegli occhioni sbarrati e impauriti come quelli di un cerbiatto in tangenziale e di nuovo avvertì i morsi della colpa alla bocca dello stomaco. Aveva lasciato Simone da solo per troppo tempo, tanto che ne aveva perso il conto.

"Scusami Simo', avrei dovuto dirtelo come prima cosa, hai ragione. Come…come ti senti, ora che lo sai?"

Domandò, titubante. Se avesse potuto, sarebbe tornato indietro nel tempo per restituirgli quelle due settimane, ma ora come ora poteva soltanto lavorare sugli effetti di quella notizia. Era deciso a far sentire meglio Simone a tutti i costi.

"Beh, sono…sono piuttosto sorpreso, a dire il vero, non pensavo fosse passato tutto questo tempo…è la metà di quello che abbiamo vissuto da fidanzati, se ci pensi."

Fu il suo lato matematico a tirare fuori quel veloce calcolo, ma non lo presentò con la stessa allegria, lo stesso orgoglio, di quando mostrava alla professoressa un esercizio svolto correttamente alla lavagna. Due settimane, razionalmente, non sono praticamente nulla per un ragazzo che ha ancora tutta la vita davanti, eppure l'idea di averle perse per sempre gli lasciava un sapore amaro in bocca, quello del rammarico.

Manuel, di fronte alla prospettiva che il suo fidanzato gli aveva presentato, percepì lo stesso amaro sapore che andò ad unirsi a quello aspro della colpa, perché era soltanto colpa sua se entrambi avevano perso quei giorni. Simone però gli sorrise e gli posò un bacio in mezzo agli occhi costernati, lasciandolo sorpreso.

"Devi fare due cose per me, Manuel, per favore."

"Tutto quello che vuoi, Simo, lo sai."

Rispose, pronto anche a prendergli la Luna dal cielo, se gliel'avesse chiesta. Simone gli fece una carezza sul viso, riconoscente.

"La prima è che devi chiedere all'ispettore di venire qui domani, voglio dirgli tutto il prima possibile. La seconda, se non ti scoccia, è di andare a casa a prendere il Monopoli. Vorrei recuperare un po' di queste giornate perdute e passare un po' di tempo tutti insieme mi sembra un ottimo modo, no?"

Anche Manuel, a questo punto, si concesse il lusso di un sorriso. Lo baciò a fior di labbra, entusiasta.

"No che nun me scoccia, Simo', sei un genio pure tu! Io direi anche di finirce quel gelato, eh?"

"Mi sembra perfetto, sì."

Gli occhi di Simone brillavano euforici e tanto bastò a Manuel per saltare giù dal letto e infilarsi rapidamente le scarpe. Per prima cosa avvisò Claudio e Domenico, poi, dopo aver salutato adeguatamente il proprio ragazzo, filò a recuperare il gioco richiesto, non prima di aver detto al resto della famiglia che Simone si era svegliato -omettendo da quanto fosse sveglio in realtà- e che potevano andare a fargli compagnia mentre lui andava in ‘missione speciale per conto de Simone’.

In poco tempo si trovarono tutti intorno al suo letto, intenti a mangiare gelato e a litigare giocosamente su vie e vicoletti, casette colorate e soldi finti.

"Oh, hai visto? Li abbiamo stracciati!"

Commentò Manuel dopo la partita, euforico per la recente vittoria, mentre si stendeva accanto a Simone, il quale ridacchiò divertito per il suo entusiasmo. Era stata una serata bellissima, piena di gioia e di sorrisi, di cui tutti avevano un gran bisogno.

"Tu ci hai stracciati, Manuel. Io ho perso."

Manuel arricciò il naso, in un'espressione di disappunto.

"No Simo', te l'ho detto pure prima. Siamo associati, se vinco io vinci pure te!"

Simone sorrise, non potendo che concordare con Manuel. Pensò anche a quanto fosse vero anche l'inverso: se uno dei due perdeva, perdeva anche l'altro; se uno dei due soffriva, allora soffriva anche l'altro. L'amicizia ti permette di essere felice per la gioia di un amico o di soffrire per il suo dolore, l'amore, invece, ti fa gioire della stessa felicità e soffrire dello stesso dolore, perché due metà si uniscono e tornano ad essere un tutt'uno.

Il suo sorriso, allora, si velò di quella malinconica realizzazione, che tuttavia non lo rese più triste, solo più consapevole. Portò una mano sulla guancia di Manuel e l'altro subito posò la propria mano sulla sua per ricambiare la carezza, notando i pensieri dietro il sorriso.

"A che pensi, Simo?"

"Penso che, se fossi stato un po' più saggio, avrei accettato subito la tua proposta di formare una società."

Manuel ripensò a quel momento e fece una risatina. Aveva bisogno di soldi, come sempre, ma questa motivazione non rendeva meno strano il fatto che si fosse rivolto ad un ragazzo con cui non faceva altro che provocarsi e picchiarsi, l'unica persona in tutta la classe che gli stava proprio sul cazzo. Avrebbe potuto fare la stessa proposta a Giulio, ad esempio, un altro dei secchioni della classe, eppure no, aveva scelto proprio Simone, come se qualcosa dentro gli dicesse di potersi fidare solo di lui, nonostante tutti i litigi.

"Saresti stato un incosciente, altro che saggio: avresti dovuto fare tutto il lavoro tu e darmi pure una bella parte, hai fatto bene a non accetta'. Poi non facevamo altro che menarce, non c'erano proprio le basi. Perché lo stavi a pensa', comunque?"

Razionalmente il discorso di Manuel non faceva una piega e, razionalmente, Simone concordava con lui: non c'erano fondamenta solide su cui costruire una società, eppure loro due erano andati ben oltre. Quelle litigate, quelle provocazioni, quel continuo arrivare alle mani si erano trasformati in un'amicizia, contro qualsiasi previsione, e poi in amore, un amore che aveva trovato il terreno giusto in cui crescere e svilupparsi. Non c'era una spiegazione razionale a quel cambiamento così netto, così repentino, e a Simone, per una volta, andava più che bene mettere da parte la razionalità ed accettare la soluzione di un problema anche se il procedimento fatto per arrivarci era assurdo e andava contro ogni regola.

"Lo stavo pensando perché prima di te non ho mai avuto davvero nessuno, anche quando stavo con Laura mi sentivo solo. Non mi sentivo compreso, ma al tempo stesso non facevo nulla per aprirmi, avevo paura di mostrare agli altri i miei dubbi, le mie insicurezze, perché temevo che o avrebbero continuato a non capirmi o sarebbero scappati. Ho sempre preferito cavarmela da solo, sono cresciuto così, ci avevo fatto l'abitudine…"

Simone parlava sereno, non c'era traccia di turbamento nella sua voce o sul suo viso, perché tutta quella solitudine era passata. Ciononostante, Manuel sentì il bisogno di interrompere il suo racconto con un bacio a fior di labbra, perché lui adesso era lì, anche se era arrivato in ritardo, e non se ne sarebbe più andato.

"Non sei più solo, ce sto io qua accanto a te. Me spiace, ma non ti libererai facilmente de me! Rimpiangerai i tempi in cui ce menavamo, fidate."

Mormorò Manuel con tono scherzoso e occhi solenni e Simone fece una risatina che poi si trasformò in un sorriso grato. Spostò la mano che ancora gli accarezzava la guancia tra i suoi capelli, per ringraziarlo con i grattini che tanto gli piacevano.

"Questo non accadrà mai, fidati tu. Stavo giusto dicendo che da quando sei entrato in classe e di conseguenza nella mia vita, ho avuto qualcuno con cui condividere gioie e dolori ed è bello, tanto bello. So che ti dà fastidio quando lo faccio, ma per stavolta devi lasciarti ringraziare."

Manuel fece una risatina, annuendo leggermente. Anche lui aveva imparato a non poter contare su nessuno, se non su sua madre, che però aveva già troppo a cui pensare, a doversela cavare da solo. Anche quando stava con Chicca non le raccontava mai dei suoi problemi, non di quelli più seri almeno, non si apriva nemmeno con la ragazza che diceva di voler sposare: anche lui aveva paura di venire abbandonato da quelle poche persone con cui aveva un minimo di rapporto. Simone però non rientrava nella categoria, con lui era diverso: aveva fatto delle cazzate che avevano rischiato di farglielo perdere -l'ultima aleggiava ancora tra loro-, eppure erano lì, ancora insieme, a coccolarsi in un letto che anche se era di un ospedale andava più che bene lo stesso. A tale proposito, salì con la mano sul petto dell'altro, più o meno al centro, e prese a muoverla piano, in lente carezze.

"Te lo lascio fare soltanto perché devo ringraziarti anch'io, per gli stessi identici motivi. Hai ragione, è tanto bello ave' qualcuno accanto, e non un qualcuno qualsiasi, di cui ti accontenti per mille motivi e che poi domani nun ce sarà più, ma qualcuno che sai che resterà domani e dopodomani…"

Simone sorride teneramente.

"E il giorno dopo ancora e quello ancora dopo…"

Anche Manuel sorrise, con altrettanto affetto.

"Fino a quando nun ce saranno più giorni e ancora oltre."

Sussurrò, dandogli quella promessa mentre lo guardava negli occhi.

"Fino a quando non ci saranno più giorni e ancora oltre."

Ripeté Simone, a voce altrettanto bassa, mantenendo gli occhi nei suoi. Si sorrisero dolcemente e, senza dirsi altro, si lasciarono conquistare dal sonno, consapevoli che l'indomani si sarebbero ritrovati di nuovo.

Chapter Text

"Simo?"

Sussurrò Manuel, facendogli una carezza tra i capelli. Lui si era svegliato qualche minuto prima, complice un raggio di Sole che entrava dalla finestra -che comunque non aveva niente a che vedere con l'astro che invece gli splendeva accanto-  e aveva seriamente valutato di tornare a dormire, ma poi aveva dato un'occhiata all'orario sul cellulare e aveva capito che non ne sarebbe valsa la pena.

Simone, dal canto suo, sembrava invece intenzionato a dormire ancora e rispose con un mugolio infastidito, facendo ridacchiare di tenerezza l'altro ragazzo.

"Me dispiace, ma te devi sveglia', pigrone! Tra poco ti portano la colazione e in più abbiamo un sacco di cose da fare."

Simone sbuffò, tirandosi il lenzuolo fin sopra la testa anche se faceva caldo. Manuel, trattenendo a stento una risata, si infilò con lui lì sotto e si avvicinò al suo viso ancora rilassato dal sonno. Lo fissò per qualche istante come si fissa una cosa bella, semplicemente incantato come se lo vedesse per la prima volta in vita sua.

"Quanto sei bello, Simo'. Bello da togliere il fiato."

Disse a bassa voce, prima di annullare la poca distanza tra loro per posare tanti piccoli baci sulla pelle calda della sua fronte. Ad ogni bacio, Simone si sentiva sempre più in estasi, come in un sogno bellissimo che però era completamente reale.

"Tu sei bello, tanto bello."

Bofonchiò con voce impastata, mentre sorrideva per i bacetti, ancora ad occhi chiusi.

"Ah, te sei svegliato…"

Commentò l'altro, divertito, smettendo solo per un attimo di baciarlo prima di ricominciare, stavolta sulla guancia.

"No, parlo nel sonno."

Replicò Simone con sarcasmo, in effetti più addormentato che sveglio. Manuel fece una risatina sulla sua pelle, tra un bacio e l'altro.

"Ho capito, vediamo che posso fa'..."

Mormorò con una punta di malizia, spostandosi subito dopo sulle sue labbra. Prima vi posò un bacio leggero, come a voler sondare il terreno, e poi le prese tra le proprie, senza fretta, per far svegliare Simone piacevolmente.

Simone era abbastanza sveglio da poter rispondere al bacio, ma non abbastanza da poter coordinare con precisione ciò che faceva e perciò la sua risposta fu lenta e impacciata, almeno in un primo momento, ma a Manuel sembrò comunque il bacio più bello dell'universo.

Fu Simone ad approfondire quel contatto, sfiorando con la propria lingua le labbra di Manuel il quale, piacevolmente sorpreso, si adeguò ben volentieri a quel nuovo ritmo, decisamente meno pigro.

"Mo’ non puoi di' che stai ancora dormendo…"

Commentò Manuel, quando si separarono per riprendere fiato. Simone ridacchiò e finalmente aprì gli occhi, che subito abbracciarono quelli di Manuel. Erano ancora molto vicini e le punte dei loro nasi si toccavano.

"Non posso dirlo, no, però mi fai venire voglia di tornare a dormire soltanto per essere svegliato di nuovo così!"

Sollevò una mano per accarezzare una guancia di Manuel, affettuoso, mentre lui rideva per la sua risposta.

"Guarda che non hai bisogno di farti svegliare per farti dare tutti questi baci, eh…"

Per sottolineare il concetto, posò le labbra sulla punta del naso di Simone, che lo arricciò in un'espressione tenerissima agli occhi di Manuel.

"Poi sinceramente avrei preferito lasciarti dormire, ma tra poco ti portano la colazione e ti saresti svegliato lo stesso. Ho pensato che così, magari, era un po' più piacevole…"

Simone annuì appena, sorridendo a trentadue denti. Manuel non smetteva mai di stupirlo, con le sue premure.

"E hai pensato benissimo."

Si sporse a dargli un bacio sulle labbra, senza smettere di accarezzargli la guancia. Dall'altra parte della porta l'ospedale era già in pieno fermento, ma ogni suono arrivava ovattato lì, nel loro piccolo bozzolo.

"Ti prometto che appena torniamo a casa, te lascio dormi' fino a mezzogiorno. Ne hai bisogno."

Sussurrò Manuel, accarezzandogli un fianco. L'immagine di Simone svenuto nello stanzino di Sbarra, come lo aveva trovato, che non riusciva nemmeno a fare un passo da solo perché gli mancavano le forze e che aveva le vertigini a causa della fame e della sete era ancora troppo nitida nella sua mente, tanto da coprirgli quella che aveva davanti agli occhi.

"Ma se io dormo fino a mezzogiorno, tu quando studi?"

Ribatté Simone con una punta di sarcasmo. Si era accorto che Manuel, seppur avesse gli occhi puntati su di lui, non lo stava realmente guardando, distratto da un'immagine nella sua mente che poteva immaginare benissimo anche lui. Lui però non era più il ragazzo debole ed esausto di qualche giorno prima, si sentiva ancora stanco e certamente aveva molto riposo da recuperare, questo sì, ma non voleva che Manuel -seppur a fin di bene, lo capiva- lo vedesse soltanto come una specie di fragile bambola di porcellana e allora, per dimostrargli che non lo era, lo baciò di nuovo, con foga, prima che potesse rispondere.

Manuel fu travolto da quella passione come una barca dal mare in tempesta, ma a differenza della barca a lui essere travolto piaceva e pure parecchio. Soltanto quando quel mare si decise a tornare sereno, dopo avergli dato prova della sua forza, riuscì a parlare.

"Te nun te preoccupa', studio pure mentre dormi, te lo giuro."

Simone era forte e questo Manuel non l'aveva mai messo in dubbio. Forte in senso fisico, certamente, -del resto era pur sempre un giocatore di rugby-, ma soprattutto dal punto di vista emotivo. La forza di Simone stava nel suo grande cuore, nella sua smisurata capacità di provare sentimenti, ed era solo grazie a questo se, nonostante il suo corpo avesse dato segni di cedimento, adesso era lì con lui.

Tuttavia, il fatto che Simone fosse forte non voleva dire che non avesse bisogno di riposare, di farsi delle dormite lunghissime in un letto vero, insomma di prendersi del tempo per rimettersi totalmente in sesto e Manuel avrebbe fatto del suo meglio e anche di più affinché ciò accadesse.

"Non lo metto in dubbio, ma questa soluzione non mi piace: ti ho promesso che ti avrei aiutato a studiare tutta l'estate e non voglio rimangiarmi la promessa. E poi hai bisogno di riposare anche tu, non dirmi che non è vero. Posso farti un'altra proposta?"

Chiese Simone, sorridendogli dolcemente mentre con il pollice gli faceva una leggera carezza sotto un occhio, poco sotto una delle occhiaie violacee che inequivocabilmente indicavano quanto poco e male avesse dormito Manuel, a sottolineare le sue parole.

Manuel annuì, abbozzando un sorriso.

"Facciamo che andiamo a dormire un po' prima, così riposiamo entrambi e non buttiamo mezza giornata. Tanto senza di te non dormirei comunque bene…"

Manuel lo baciò a fior di labbra, in segno di approvazione. Non fu difficile farsi convincere.

"Sì, va bene, annamo a dormi’ co' le galline."

Simone ridacchiò e Manuel un attimo dopo insieme a lui.

"A proposito de compiti, ti ricordi quegli esercizi di matematica che mi avevi detto di fare? Li ho fatti, ma ce ne stanno un paio che non me riescono proprio!"

Si lamentò, accompagnando il tutto con uno sbuffo di frustrazione.

Simone conosceva bene quell'espressione corrucciata, gli faceva sempre nascere un sorriso intenerito sulla bocca e anche questa volta non fece eccezione.

"Ho portato il quaderno, dopo se ti va…"

Continuò, ma Simone non gli diede il tempo di terminare la sua richiesta.

"Li guardiamo insieme, non ti preoccupare."

Lo rassicurò, con gli occhi che già brillavano incuriositi per la sfida che avevano davanti e la felicità di poter far proprio un altro angolo di normalità.

"Come farei senza de te, Simo'..."

E ovviamente non si riferiva solo allo studio.

"Non ci pensare, perché io sono qui."

E, ovviamente, anche lui non si riferiva solo allo studio. Gli diede un bacio a fior di labbra, proprio mentre sentirono la porta aprirsi.

"È permesso? Si può?"

Domandò il dottor Bonvegna, con voce bassa ma allegra come sempre.

Manuel trattenne Simone ancora per un istante, per dargli un altro bacio prima di liberare entrambi dal bozzolo di coperte. Simone sorrise per quel bacio e poi si voltò verso il medico, che portava con sé un vassoio.

"Buongiorno!"

Esclamò allegro e Manuel lo imitò, allegro a sua volta.

"Dormito bene, ragazzi?"

Chiese, avvicinandosi al letto per posare la colazione sul comodino.

"Sì, grazie. Tu?"

Domandò Simone, cordiale, e Riccardo rispose scrollando le spalle.

"Ho dormito."

Si schiarì la voce.

"Mi sono permesso di portarvi una colazione un po' diversa da quella di ieri…"

Aggiunse con l'aria di chi voleva cambiare discorso, mentre sistemava sul tavolino davanti a Simone delle bottigliette di succo di frutta e delle buste di carta da cui proveniva un meraviglioso odore di cornetti caldi e in cui Manuel sbirciò immediatamente, attirato proprio da quel profumo.

"Allora mi hai ascoltato! Guarda Simo', non sei più all'ospizio!"

Esclamò, mostrando trionfante il contenuto delle buste all'altro ragazzo, il quale alla vista dei cornetti si illuminò come un bambino. Riccardo fece una risatina intenerita.

"Grazie, Riccardo, non ti dovevi disturbare…"

Cominciò a dire Simone, ma il medico lo fermò con un cenno della mano.

"No, no, no, non iniziate con i ringraziamenti, non servono. E poi li ho presi perché devo fare colazione anch'io!"

Così dicendo prese una delle buste e una bottiglietta, e con un gesto spronò i due ragazzi a fare lo stesso.

Manuel non se lo fece ripetere una seconda volta: aprì una bottiglia di succo e prese un cornetto, avvicinandoli a Simone. Solo quando il suo ragazzo cominciò a mangiare, si preoccupò di pensare a se stesso.

"Oh, è bono!"

Commentò a bocca piena, dopo aver dato un bel morso al suo cornetto al cioccolato. Riccardo lo ringraziò con un cenno del capo, mentre Simone lo guardò divertito, notando che nella foga gli era finito dello zucchero a velo sulla punta del naso.

"Mh? Che è sta faccia, Simo'?"

Domandò incuriosito, accorgendosi della luce furbetta negli occhi dell'altro, che però fece spallucce.

"Niente, è la mia faccia. Vuoi un po' del mio? È alla crema ed è buonissimo."

Manuel annuì, avvicinandosi a dare un morso al cornetto dell'altro. Un istante prima di farlo, però, si voltò repentinamente a dargli un bacio a stampo, leccandosi poi le labbra.

Simone, che non si aspettava una mossa del genere, arrossì fino alla punta delle orecchie e Manuel non fu da meno, anche se era stata sua l'idea. Era un imbarazzo bello, però.

"Hai ragione, è proprio buono."

Mormorò guardando Simone negli occhi, ricambiato.

"Anche il tuo lo è."

Sussurrò l'altro, un po' impacciato, prima di tornare a mangiare.

Riccardo, che aveva assistito alla scena, nascose un sorriso intenerito e uno sguardo malinconico in un sorso di succo.

"Allora ragazzi, visto che qui mi sembra che abbiamo finito, direi che è ora del bagno. Simone, tu sei d'accordo?"

Domandò cordiale il medico, dopo diversi minuti, rivolgendo al suo giovane paziente un sorriso d'incoraggiamento.

Simone fece un profondo respiro e poi annuì, accennando un sorriso. Non avrebbe reagito come il giorno precedente, non questa volta.

Manuel gli fece una carezza tra i capelli e poi scese giù dal letto, accompagnando Riccardo a prendere tutto l'occorrente per lavare Simone. Cominciava ad avvertire una certa ansia, nella forma di un peso alla bocca dello stomaco che nulla aveva a che vedere con la colazione, all'idea di sbagliare qualcosa.

"E se gli faccio male?"

Domandò preoccupato a Riccardo, sulla via del ritorno.

"Simone c'ha una gamba rotta, sarà pieno de lividi... forse non è una buona idea."

Si fermò nel mezzo al corridoio e rivolse al medico uno sguardo ad occhi sbarrati, carico d'apprensione. Simone aveva già sofferto abbastanza e lui non voleva essere causa di ulteriori dolori, non se lo sarebbe mai perdonato.

"Tranquillo, Manuel, a meno che tu non voglia prendere Simone a schiaffi, cosa di cui dubito fortemente, non gli farai male. Lavalo come faresti con te stesso e andrà tutto bene, l'importante è non fargli muovere la gamba. Poi ci sono io, non ti preoccupare."

Manuel annuì, anche se poco convinto, riprendendo a camminare.

"Se faccio cazzate fermami, te prego."

Riccardo lo assecondò annuendo, ma era sicuro che proprio per tutta questa preoccupazione, Manuel non avrebbe fatto cazzate.

"Vedrai che non ce ne sarà bisogno."

Rientrarono nella stanza numero quindici dopo pochi minuti e Simone sorrise quando li vide, soprattutto in direzione di Manuel. Gli era estremamente grato per aver pensato a quella soluzione.

"Ok Simone, noi qui siamo pronti. Posso dare un'occhiata alla gamba, prima di cominciare?"

Il ragazzo annuì e lo lasciò fare, preferendo però concentrarsi su Manuel, che si stava strofinando le mani come faceva sempre quando era nervoso per qualcosa.

"Hey, tutto bene?"

Manuel, perso nei suoi pensieri, ebbe un leggero sussulto quando si sentì parlare. Si schiarì la voce e poi annuì.

"Sì, sì, stavo solo...no, niente."

Fece un gesto vago con la mano e poi si grattò distrattamente una guancia, sforzandosi di accennare un sorriso. Simone, però, lo conosceva fin troppo bene e non si bevve la sua flebile risposta.

"A me sembra che qualcosa ci sia, invece. Dai, Manuel, tanto lo so che riguarda me."

Sussurrò, facendogli cenno di avvicinarsi. Quando l'altro avanzò, gli prese una mano per dargli coraggio. Manuel buttò fuori un sospiro, decidendosi a parlare.

"È che nun te voglio fa' male e nun te voglio mette a disagio, tutto qua. Ci hanno già pensato altre persone e non voglio fini' sulla loro stessa lista."

Mormorò, accarezzando la mano del suo ragazzo per sfogarsi. Simone sorrise con affetto al suo dolce e premuroso Paperotto, che non aveva alcun motivo per temere cose simili.

"Tu, su quella lista, non sei nemmeno all'ultimo posto. Non c'è nessuno che sappia toccarmi con la tua stessa delicatezza e quindi no, non mi farai male."

Si portò la mano di Manuel sul viso per farsi fare una carezza e dimostrargli così sia quanto amasse il suo tocco, sia quanto fosse morbido e delicato.

"E poi sei il mio fidanzato, non mi vergogno a farmi lavare da te, non sarebbe nemmeno la prima volta."

Aggiunse, facendo poi un sospiro.

"Solo...ti avviso che ho lividi ovunque e la vista non è delle migliori. Non ti spaventare, ok?"

Manuel gli sorrise mestamente e si chinò a dargli un bacio sulla fronte. Lo aveva immaginato, quindi in un certo senso era pronto, ma sapeva anche che vedere dal vivo quei lividi sarebbe stato devastante.

"Ti fanno male?"

Sussurrò, perché quella era la sua unica preoccupazione. Avrebbe potuto dirgli che gli dispiaceva, ma non voleva mettere se stesso al primo posto, chiedendo implicitamente rassicurazioni che Simone non avrebbe esitato a dargli. Ciò che contava di più era sapere che lui stesse bene.

Simone scosse il capo, approfittando della vicinanza dei loro volti per accarezzargli una guancia. In quegli occhi scuri e bellissimi vedeva un senso di colpa che li rendeva malinconici e che avrebbe voluto strappare via, ma non sapeva come.

"No, non tanto, solo se ci premo forte."

Gli disse abbozzando un sorriso, che Manuel accarezzò con il pollice.

"Ti prometto che farò piano, ma se te faccio male dimmelo subito."

"Va bene, te lo dico, però, Manuel...non è colpa tua, hai capito? Non è colpa tua se sto così."

Replicò Simone, sollevando poi leggermente il capo, quanto bastava a farlo toccare con quello di Manuel. Si erano promessi di guardare insieme al presente e al futuro, ma sapeva bene che le ferite causate dai sensi di colpa impiegano molto tempo a guarire e che non smettono mai di sanguinare del tutto.

Manuel non poté fare altro che lasciare che quelle parole impregnassero il proprio cuore come una pomata, commosso ancora una volta dal modo in cui Simone gli aveva dimostrato di sapergli leggere nell'animo anche quando lui tentava di nasconderlo.

"Posso solo prometterti che mi prenderò cura dei tuoi lividi, adesso, e che farò di tutto per evitartene altri, in futuro."

Sussurrò con affetto, andando subito a suggellare la promessa con un bacio morbido sulle labbra dell'altro. Simone sorrise in quel bacio e annuì con decisione.

"Te lo prometto anch'io, Manuel. Gli unici segni che voglio sulla mia pelle e che voglio lasciare sulla tua sono quelli delle nostre labbra."

Soffiò piano, arrossendo per le sue stesse parole. Anche Manuel, che non si aspettava quella risposta, si sentì avvampare le guance.

"Oh, guarda che ce sta anche il dottor Bonvegna."

Gli ricordò, accennando con il capo verso la sua direzione. Il medico, che stava controllando la fasciatura della gamba di Simone, fece una risatina complice.

"Se volete vi lascio soli, eh."

Manuel sollevò il capo di scatto, per guardarlo allarmato.

"Non se ne parla! Tu me servi qua, me devi di' che devo fare! Anzi, cominciamo…"

Tornò a voltarsi verso Simone.

"Sicuro che per te va bene?"

E Simone, pazientemente, annuì per confermargli ancora una volta la propria decisione e intanto ridacchiava per la sua reazione.

"Sono sicurissimo, Manuel. Sarai un ottimo infermiere."

"Lo penso anch'io!"

Esclamò allegramente Riccardo, allontanandosi di qualche passo per dare spazio al ragazzo.

Manuel fece un profondo respiro e afferrò, con le mani un po' tremanti, gli estremi del nodo che teneva chiuso il camice di Simone sul retro.

"Questo, allora, te lo levo?"

Domandò, a costo di fare una domanda stupida. Voleva essere sicuro che Simone fosse assolutamente pronto, non voleva mettergli fretta. Simone sorrise dolcemente a quella premura, per lui quella domanda non era affatto stupida.

"Non posso lavarmi vestito, no? Sto bene Manuel, vai tranquillo."

Si guardarono negli occhi per qualche istante, dandosi sostegno a vicenda, e quando Manuel tirò il filo, i due lembi del camice si aprirono quasi come il sipario di un teatro, lasciando scoperta la schiena di Simone.

“Puoi iniziare così e dopo glielo togli. Ah, e non ti preoccupare di bagnare le lenzuola, dopo gliele faccio cambiare.”

Propose Riccardo, avvicinando la bacinella e il panno morbido che Manuel avrebbe dovuto usare. Il ragazzo annuì, intanto che versava un po’ di sapone sul panno e lo bagnava.

Simone teneva lo sguardo fisso su di lui, attento, ma nei suoi occhi non c’era il minimo accenno di timore. Si fidava di lui.

“Ok Simo’, fatte un po’ in avanti, ti tengo io.”

Così dicendo, Manuel portò un braccio intorno al suo busto per sostenerlo mentre l’altro si piegava. Non che ne avesse realmente bisogno, Simone non era così debole da necessitare di qualcuno che lo reggesse mentre se ne stava semplicemente seduto, ma Manuel lo faceva per dirgli che gli stava vicino e che lo sosteneva, e lo faceva anche per se stesso, perché aveva bisogno di un appiglio.

Simone era ben felice di sentire il braccio di Manuel intorno a sé, di sentire la sua presa salda che lo teneva ancorato in quel mondo sicuro, quel mondo fatto di luce e non di buio a cui non si era ancora riabituato del tutto. Chiuse gli occhi quando sentì il panno tiepido sulla propria pelle, liberando un sospiro.

“Tutto bene, Simo? È troppo calda? Troppo fredda?”

Domandò Manuel, immobilizzandosi all’istante. Simone ridacchiò tra sé e sé.

“Troppo tiepida?"

Lo prese in giro, ma solo per fargli capire che fosse tutto a posto.

"Non ti preoccupare, è perfetta. Sono solo felice.”

Aggiunse, e Manuel sorrise, più rilassato: se Simone era felice, allora lo era anche lui. Riprese immediatamente a lavarlo, facendo scivolare su e giù il panno sulla schiena di Simone con cura e attenzione, la stessa che metteva nelle sue carezze. Muoveva il proprio braccio lentamente, in modo che Simone potesse godersi il momento e rilassarsi senza pensare ad altro. Non c’era fretta nel loro mondo sicuro.

Simone, di tanto in tanto, si lasciava andare in qualche mugolio gutturale, come solitamente accadeva quando lui e Manuel si coccolavano nella loro stanza in quei momenti che riservavano solamente a loro stessi. Non erano soli in quella camera d’ospedale e normalmente si sarebbe trattenuto, ma stava così bene in quel momento che si ricordò della presenza del dottor Bonvegna soltanto una volta riaperti gli occhi, quando Manuel prese a tamponargli un asciugamano sulla schiena per asciugarlo, e sentì le guance farsi un po’ più calde, anche se non si vergognava di aver esternato il suo apprezzamento per le attenzioni del proprio ragazzo.

Il medico gli fece un sorriso, incoraggiante.

“Come ti sembra questo infermiere?”

Domandò scherzoso e Simone ridacchiò, voltandosi verso Manuel.

“È il migliore del mondo.”

Manuel fece uno di quei suoi piccoli sorrisi imbarazzati, che sbocciavano solo in un angolo delle labbra, e con lo sguardo gli disse che era il solito esagerato. Simone, però, era molto sicuro della propria affermazione e glielo disse con un occhiolino.

“Sì, eh? Allora lo assumo, che dici?”

Replicò giocosamente il medico, ma prima che Simone potesse rispondere intervenne Manuel.

“Non se ne parla proprio! Senza offesa pe’ gli altri, ma non c’ho tempo pe’ loro. Io penso solo a Simone.”

Affermò con una decisione alleggerita soltanto dal suo sorriso giocoso, posando subito dopo un bacio sulla guancia del suo Simone, che ridacchiò teneramente e lo trattenne per la maglia, in modo da potergli dare un bacio sulla guancia a sua volta.

“Simone ringrazia.”

Sussurrò a poca distanza dal suo viso, lasciandolo andare subito dopo.

Riccardo osservò quella scenetta con occhi malinconici e un sorriso appena accennato, ma si sforzò di ignorare le fitte che avvertì nel vuoto che aveva al centro del petto da ormai quasi un anno per tornare a fare il suo lavoro, a concentrarsi sul suo paziente.

Non riusciva a capire come fosse possibile che qualcosa che non c’era facesse così tanto male e probabilmente non l’avrebbe mai capito, nonostante ormai avrebbe dovuto essere una specie di esperto, dal momento che non era la prima volta che perdeva una parte di sé.

La differenza, tuttavia, era sostanziale: quando gli avevano dovuto amputare una gamba, anni prima, gliene avevano data una artificiale –all’avanguardia, super resistente, che ai suoi occhi di ragazzino sembrò uscita da un film di fantascienza sui robot- che tutt’ora lo aiutava a colmare quel vuoto, mentre per Lorenzo, per il suo Lorenzo, non esistevano protesi.

"Fai bene a pensare solo a lui, è un ragazzo d'oro. Lo siete entrambi."

Commentò, sorridente.

"Ora, se Simone è asciutto, possiamo andare avanti, se se la sente."

Manuel annuì e, dopo essersi assicurato che sulla schiena di Simone non ci fosse nemmeno più una goccia d'acqua, accennò al camice con il capo.

 “Posso?"

Simone, in risposta, se lo sfilò da solo, in un gesto apparentemente banale, ma che non era scontato davanti alla persona che amava, dato che aveva temuto di non poterlo più fare. Spogliarsi davanti al suo ragazzo non era un problema per lui, anzi la sua presenza gli dava coraggio, abbastanza coraggio da farlo davanti anche ad un altro paio d’occhi che, per quanto gentili, erano comunque quasi del tutto sconosciuti.

Manuel, orgoglioso del coraggio dell’altro, lo premiò con un bacio sulla fronte e lo aiutò ad appoggiarsi allo schienale del letto, lasciando che la sua mano scivolasse poi sul suo fianco in una morbida carezza.

“Così ti faccio male?”

Sussurrò, mantenendo gli occhi fissi nei suoi, dove cercava il coraggio necessario ad abbassarli verso quella vista sgradevole di cui Simone lo aveva avvertito.

Simone scosse appena il capo, sollevando una mano a fargli una carezza sulla guancia. Il tocco di Manuel era come una coperta calda in una giornata fredda e come un venticello fresco in una giornata calda: dava sollievo allo stesso modo.

“No, anzi, mi fai bene."

Manuel sorrise imbarazzato, dopo essersi fatto sfuggire una risatina. Desiderava fosse vero, desiderava di poter guarire i lividi e la gamba rotta di Simone con un semplice tocco, ma era perfettamente consapevole di quanto vano fosse quel desiderio quasi infantile. Non poteva guarirlo, ma se Simone diceva che le sue carezze gli facevano bene, non avrebbe mai smesso di accarezzarlo.

"Però avvisami se le cose dovessero cambiare, marpione."

Gli ricordò per l'ennesima volta e Simone per l'ennesima volta annuì, con pazienza, dandogli poi un buffetto sulla guancia prima di distendere il braccio sul letto.

Manuel prese un profondo respiro e si decise infine a spostare lo sguardo dagli occhi di Simone, facendolo scivolare lentamente in basso, prima sul suo petto immacolato che si sollevava e abbassava ritmicamente e poi più giù, verso la pancia e ciò che vide gli mozzò il respiro in gola.

La pelle bianca di Simone era quasi del tutto scomparsa, coperta da grandi chiazze di un orribile giallastro tendente al verdognolo in alcuni punti e ancora violacee in altri, che per qualche strano gioco mentale il suo cervello associò al colorito degli zombie che si vedono nei film o nelle serie tv. Qui di finto però non c'era niente, c'era il suo Simone, vero, davanti ai suoi occhi, con i segni del dolore sul suo corpo ed era tutto fin troppo reale, cazzo.

Manuel strinse con forza il panno che ancora teneva in mano per puro bisogno di aggrapparsi a qualcosa, terrorizzato. Sì, perché quei lividi per lui non erano semplicemente un'immagine sgradevole a vedersi, come aveva detto Simone nel tentativo di non farlo allarmare, non provava del banale disgusto a guardarli, ma vera e propria paura, perché Simone gli sembrava spaventosamente fragile in quel momento e temeva potesse sgretolarsi davanti a lui da un secondo all'altro.

La sua testa gli diceva che, razionalmente, la gamba rotta era più grave, che se proprio doveva esserci qualcosa a spaventarlo doveva essere quella, ma il suo cuore batteva tanto più forte quanto più i suoi occhi indugiavano su quegli ematomi, forse perché li aveva provati sulla propria pelle.

Simone guardava preoccupato il suo ragazzo, che se ne stava a fissarlo senza nemmeno respirare. Si disse che gli aveva chiesto troppo, che aveva sbagliato a lasciare che lo vedesse in quello stato -anche se prima o poi l'avrebbe inevitabilmente scoperto-, ricordandosi di quanta paura aveva provato lui quando era Manuel quello pieno di lividi, quando il terrore di poterlo perdere per sempre si era impadronito di lui, tanto da spingerlo a girare quel breve video come monito.

Si sentì terribilmente in colpa per quello sforzo che, egoisticamente, gli aveva chiesto di fare e allora, senza dire niente, chiese aiuto con lo sguardo a Riccardo, nei cui occhi trovò un'apprensione molto simile alla sua.

Simone non poteva saperlo, ma anche Riccardo trovava molto facile immedesimarsi in Manuel. Cogliendo la richiesta d'aiuto del ragazzo, si avvicinò all'altro e gli mise una mano sulla spalla per riportarlo delicatamente alla realtà.

"Lo so che questi lividi sono molto brutti, ma l'ho visitato, ho visto le sue radiografie e ti garantisco che sono soltanto lividi. Non aver paura, dammi la mano, dai."

Gli disse dolcemente, porgendogli una mano. Manuel alzò gli occhi tremanti verso di lui, poi verso Simone e solo quando quest'ultimo gli sorrise si decise a dare la propria mano a Riccardo.

"Ti faccio vedere, anzi, sentire."

Così dicendo, Riccardo accompagnò la mano di Manuel sui lividi di Simone, facendola scivolare delicatamente sulla sua pelle. Manuel trattenne il fiato, era un gesto che aveva compiuto chissà quante volte, ma mai con la paura che Simone potesse mettersi ad urlare.

Simone, però, non provava alcun tipo di dolore in quel momento, anzi era felice di poter sentire la mano di Manuel su di sé, con quella delicatezza che gli era propria e che non sapeva di possedere. Ridacchiò perfino, a causa del leggero solletico che avvertì ad un certo punto, e Manuel ebbe un sussulto, credendo si trattasse di un verso di dolore, ma quando si rese conto che invece era una risata -una bellissima risata- si distese in un sorriso.

"Hai visto, Manuel? Sto bene, non mi fai male."

Mormorò tranquillo Simone, avvicinando una mano a quella di Manuel, che Riccardo lasciò prontamente andare. La prese nella propria e continuò a fargliela muovere sui propri lividi ancora per un po', poi la portò su, al centro del proprio petto. Lì, c'era il suo cuore che batteva felice.

"Lo volevi sentire, no?"

Manuel annuì, facendo una risatina, e prese ad accarezzarlo in quel punto.

"Lo sento. È bello."

Simone annuì, facendo a sua volta carezze sulla mano di Manuel.

"Adesso sei più tranquillo? Te la senti di continuare?"

Domandò, guardandolo con i suoi occhioni pieni d'affetto. Manuel sapeva benissimo che se gli avesse risposto che non ce la faceva e che preferiva continuasse Riccardo, Simone per amor suo lo avrebbe accettato, ma lui non voleva proporgli una cosa del genere. Gli aveva promesso che si sarebbe preso cura dei suoi lividi e non aveva alcuna intenzione di tirarsi indietro, anche se un po' di timore di sbagliare c'era sempre.

"Ce la faccio, non ti preoccupare."

Si chinò a dargli un bacio sulla fronte.

"Grazie per la pazienza, Cerbiattino."

Sussurrò e Simone sorrise.

"Grazie a te per l'affetto, Paperotto."

Mormorò a sua volta e si vide ricambiare il sorriso. Manuel, non volendo perdere altro tempo, bagnò di nuovo il panno, ci versò il sapone e prese a passarlo sul collo di Simone, poi sulle sue spalle e sul suo petto, ignorando per il momento la zona più delicata con i lividi.

I suoi movimenti erano precisi e circolari, forse un po' troppo simili a quelli che compiva quando puliva il pezzo di una moto portata a riparare, ma sicuramente più lenti e meno energici. Non si stava prendendo cura di un pezzo di metallo o di plastica, la parola d'ordine era delicatezza e Manuel si impegnava a metterla in ogni suo gesto.

L'attenzione e la dedizione che ci stava impiegando, però, erano le stesse che riservava alle moto, tanto che Simone riconobbe l'espressione concentrata che aveva avuto modo di osservare diverse volte nel suo garage e che lo rendeva ancora più bello: gli occhi scuri fissi sulle mani ne seguivano perfettamente il percorso senza mai distrarsi, le sopracciglia leggermente aggrottate rivelavano tutta la sua concentrazione, le labbra erano serrate perché le uniche parole che contavano in quel momento erano quelle dei pensieri e infine i ricci ribelli ricadevano sulla fronte, contribuendo a dare a Manuel l'aria di un artista all'opera sul suo capolavoro.

Deve essere così che si sentono le moto che ripara’, pensò Simone, ed era una sensazione indescrivibile.

Era bello, Manuel, ed era bello sentirsi  nelle sue mani, abbandonarsi alle sue cure che erano una cura per il suo corpo e per il suo spirito. Simone non si sentiva più un rottame tra i rottami, ma una motocicletta un po' malandata -si immaginò come la sua Vespa bianca- che grazie alle giuste attenzioni sarebbe tornata presto come nuova, libera di godersi le strade della città.

Tuttavia, a differenza di qualsiasi veicolo che fosse capitato nel garage di Manuel, aveva non solo il privilegio di poter osservare all'opera il suo artista delle moto, ma poteva anche fargli sapere quanto gli stesse facendo del bene e quanto gli fosse grato attraverso qualche sospiro rilassato che di tanto in tanto lasciava andare e il sorriso che non se ne andava via dalle sue labbra.

Manuel, a quei sospiri, perdeva momentaneamente la sua espressione concentrata -ma non la concentrazione!- e sorrideva.

"Va un po' meglio, Simo'?"

Domandò, alzando gli occhi affettuosi verso di lui.

"Non sai quanto."

Rispose a voce bassa, poco più di un sospiro, mentre con lo sguardo gli faceva una carezza che, seppur incorporea, arrivò perfettamente a destinazione.

"Potrei farci l'abitudine, sai?"

Aggiunse più scherzoso, scatenando una risatina in Manuel che, per dispetto, bagnò una mano nella bacinella e gli schizzò qualche goccia d'acqua in faccia. Simone gli rivolse un'occhiataccia per finta, trattenendo una risata per il solo dispetto di voler mantenere la facciata offesa, mentre Riccardo osservava divertito la scena. Gli faceva piacere vederli così rilassati, gioiosi, in quella bolla speciale che si creavano tutti gli innamorati e che cercava di non disturbare con la sua presenza.

"Ma sei impazzito?"

Si lamentò Simone, o almeno ci provò, dato che la sua voce tradiva divertimento. Manuel annuì con convinzione.

"Sì, sono impazzito così tanto che potrei lasciartela prendere, quest'abitudine."

Che poi, a dire il vero, lavarsi a vicenda era una cosa che facevano spesso, perché spesso finivano a farsi la doccia insieme. Non stavano insieme da molto, eppure l'affinità che c'era tra loro aveva reso naturale compiere quei piccoli passaggi che solitamente arrivavano con il tempo, quasi a voler bruciare le tappe, ma senza consumare il loro amore.

Manuel accompagnò la sua affermazione con un occhiolino e Simone pensò di voler tornare a casa il più presto possibile.

"Alza un po' le braccia, per favore."

Gli disse Manuel, facendolo tornare con i piedi per terra, e lui subito obbedì, lasciandosi lavare anche sui fianchi e sulle braccia.

Manuel, mentre lo lavava, fissò lo sguardo sul tatuaggio con la formula della relatività di Einstein e sorrise pensando a quella sera di tanto tempo prima, che era stata l'inizio di tutto: se Simone non avesse deciso di seguire il suo consiglio e di tatuarsi per diventare meno stronzo –‘Che consiglio stupido’, pensò, considerando che Simone era la persona più dolce del mondo- loro probabilmente non avrebbero mai smesso di menarsi alla prima occasione, sprecando una vita di felicità.

Simone, che non staccava lo sguardo da Manuel, notò che stava fissando il tatuaggio e sorrise a sua volta, attraversato dagli stessi pensieri dell'altro. Quel giorno, mentre rifilava a Laura una scusa assurda per non vedersi -povera Laura, quanto l'aveva fatta penare-, stava prendendo la decisione più importante della sua intera esistenza e nemmeno lo sapeva.

"Contempli il tuo capolavoro?"

Chiese, prendendolo un po' in giro. Manuel annuì, mettendosi a seguire il profilo delle lettere con l'indice.

"Capolavoro me pare esagerato, considerando che so' quattro linee, però devo di' che m'è venuto bene. Non ti ha dato problemi, vero? Non te l'ho mai chiesto…"

E un po' si diede del coglione per la sua noncuranza, per non essersi preoccupato di eventuali infezioni, per aver lasciato un segno indelebile sulla pelle di Simone senza preoccuparsi delle conseguenze.

Simone scosse il capo e, con l'indice della mano opposta, prese a seguire il dito dell'altro nel suo percorso su quelle righe nere che componevano la E.

"No, niente, ha solo pizzicato un po' per qualche giorno. Perché, ho rischiato qualcosa?"

Domandò ingenuamente, così come ingenuamente aveva scelto di farsi fare un tatuaggio senza nemmeno aver ben chiaro quali complicazioni potesse comportare. In quel momento, gli importava solamente passare un po' di tempo con quel ragazzo che improvvisamente gli interessava, anche se fino a poche ore prima avrebbe considerato una tortura trascorrere più di cinque minuti nella sua stessa stanza.

"Beh, c'è sempre un po' de rischio quando ce se fa un tatuaggio, anche se so' stato attento, eh. Solo che, delicato come sei, poteva farte un po' d'infezione…"

Rispose Manuel, mentre le loro dita procedevano parallele sulla M, distanti, per poi incontrarsi rapidamente nel punto di contatto tra la M e la C. Simone accennò un sorriso.

"Sono stato fortunato, allora. Il mio corpo ha accettato senza problemi il tuo tatuaggio e il tuo tatuaggio si è fatto accettare senza problemi."

Spiegò con un tono leggero, quasi fanciullesco, come se stesse raccontando una sorta di fiaba. Manuel, invece, lasciò andare un pesante sospiro.

"Il mio tatuaggio è stato più intelligente di me."

Mormorò, accennando poi un sorrisetto malinconico. Aveva fatto penare Simone in un modo che non si meritava e anche se adesso stavano insieme ed erano felici, di tanto in tanto ci ripensava.

"Manuel, dai, non ricominciare. È andata come è andata, su."

Replicò Simone, comprensivo, cercando di non fargli pesare il passato.

"No vabbè, figurati, m'è venuto in mente così, lo dicevo tanto per dire…"

Tagliò corto Manuel, che non voleva appesantire il momento. Simone però non si fece ingannare e prima che Manuel sollevasse l'indice dalla propria pelle, dato che ormai erano entrambi arrivati sul piccolo 2 in alto, lo afferrò con il proprio.

"A me non interessa che tu ci abbia messo del tempo a capire cosa provavi per me, va bene? Mi basta sapere che, come questo tatuaggio, resterai per sempre."

Manuel sorrise con gli occhi lucidi vedendo le loro dita e ricambiò la presa, aggrappandosi a sua volta. Alzò lo sguardo verso Simone, poi, e gli diede un bacio sulla fronte.

"Sempre, Simo', sempre."

Sussurrò, tornando a guardarlo negli occhi. Non riuscì a resistere dal posare un bacio anche sulle sue labbra prima di riprendere a lavarlo, stavolta più in basso, sui lividi. Faceva scivolare la stoffa sulla pelle di Simone con estrema delicatezza, quasi come se volesse solo sfiorarla, per evitare danni.

Simone lo guardava sorridendo tranquillo, sapeva di essere in buone mani.

Chapter Text

"Quindi questo bel tatuaggio è opera tua, Manuel?"

Domandò incuriosito Riccardo, che si era avvicinato per dare un'occhiata al tatuaggio di cui avevano parlato. Manuel annuì meccanicamente senza nemmeno alzare lo sguardo, concentrato su ciò che faceva.

"Sì, però te vacce piano co' gli occhi, ché me consumi il tatuaggio e pure Simone!"

Esclamò, un po' scherzoso e un po' serio, facendo ridere Simone e ridacchiare Riccardo. Quest'ultimo si allontanò di qualche passo, con le mani sollevate in un plateale gesto di resa.

"Non sia mai!"

Si rivolse, allora, a Simone.

"E dimmi, come mai proprio la formula della relatività? Sei un fan di Einstein anche tu come me?"

Simone accennò un sorrisetto e si grattò una guancia, imbarazzato. Certo, a lui il pensiero di Einstein piaceva molto, ma non era esattamente quello il motivo principale per cui si era fatto tatuare.

"Beh...sì, anche. Però il soggetto non era poi così importante."

Riccardo si accigliò, confuso, e anche Manuel gli rivolse un'occhiata perplessa. A lui era sembrato che invece Simone ci tenesse molto a farsi proprio quel tatuaggio, quella sera.

Simone sospirò, rendendosi conto di essersi un po' dato la zappa sui piedi, ma non era poi chissà che tragedia, dal momento che non si vergognava a fare quella confessione.

"Ciò che volevo davvero era passare un po' di tempo con Manuel, conoscerlo meglio…"

Spiegò a bassa voce, con il volto addolcito da un morbido sorriso, mentre guardava Manuel negli occhi.

"Simo…"

Sussurrò lui con tenerezza, interrompendo ciò che stava facendo. Era lusingato, da una parte, ma dall'altra si chiese come avesse fatto a pensare che un perfettone come Simone Balestra potesse davvero volersi far fare un tatuaggio da lui, con cui litigava continuamente, tra l'altro in un garage sporco che gli avrebbe fatto rischiare una brutta infezione, senza capire che forse c'era dell'altro dietro quella strana richiesta.

"Beh, scusami, ma allora non era meglio invitarlo a bere un caffè?"

Chiese Riccardo, con un mezzo sorriso divertito a incurvargli le labbra. Non l'aveva fatto di proposito e se ne rendeva conto solo adesso, ma aveva ripetuto la stessa obiezione che anni prima Alba, una sua cara amica, gli aveva fatto quando le aveva raccontato del modo che si era inventato lui per trascorrere del tempo con Lorenzo, all'epoca studente di Medicina come lui e futuro dottor Lazzarini.

Simone fece una risatina e scrollò le spalle.

"Non lo so, non c'ho pensato, mi sembrava la cosa più sensata da fare, sul momento. Anche perché la situazione era un po' strana…"

"Ah, è sempre così!"

Commentò Riccardo, ridacchiando.

"Strana come? Se vi va di raccontarmelo, ovviamente…"

Aggiunse e fu Manuel a prendere la parola, ricominciando a lavare Simone.

"Ci stavamo veramente sul cazzo."

Spiegò senza mezzi termini e Simone annuì per confermare. Riccardo mise su un'espressione meravigliata, non se lo aspettava, ma pensandoci bene non era poi così assurdo.

"Davvero? Non si direbbe, vedendovi ora…"

I due ragazzi ridacchiarono scambiandosi uno sguardo d'intesa, poi Manuel parlò di nuovo.

"Eh, ma se ci avessi visti prima non avresti mai detto che un giorno, manco chissà quanto lontano nel futuro, saremmo finiti insieme."

Scambiò il panno umido con l'asciugamano e cominciò a tamponare pian piano sul busto di Simone.

"Ogni scusa era buona per litigare, finivamo alle mani pure a scuola, a lezione, proprio nun ce potevamo vede'! Non avrei mai accettato de anna' a bere un caffè co' questo qua, come minimo avrei pensato che me l'avrebbe avvelenato!"

Spiegò scherzoso, concludendo con un occhiolino al suo ragazzo, che stava riempiendo la stanza con le sue risate.

Anche il dottor Bonvegna era molto divertito da quel racconto, ma non si permetteva di ridere.

"Grazie, eh!"

Commentò Simone, fingendosi offeso tra le risate. Manuel fece spallucce.

"Premia l'onestà, Simo'."

E l'altro annuì, concordando.

"Avrei pensato la stessa cosa di te, comunque."

"Eppure non hai esitato a mettergli un ago in mano e a farti punzecchiare…"

Gli fece notare Riccardo, mimando anche il gesto di infilzare qualcosa con uno spillo.

Eh sì, Simone doveva ammettere a se stesso di non essere stato molto coerente. Si era fatto guidare dall'istinto, che andava in conflitto con ciò che invece gli diceva il buonsenso.

"Beh, a mia discolpa posso dire che per prima cosa lo pagavo, quindi mi aspettavo un minimo di professionalità…"

"E io sono stato molto professionale!"

Lo interruppe Manuel, sorridente.

"Sì, è vero, non hai infierito, avresti potuto farmi molto più male."

Gli concesse Simone, che poi stava dicendo la verità: Manuel era stato molto delicato, in un modo che certamente non si sarebbe aspettato da lui, esattamente come lo era anche in questo frangente. Si voltò verso Riccardo, che ormai era appassionatissimo alla loro storia.

"E poi avevamo fatto tutto un discorso su come i tatuaggi rendessero meno stronzi e lui mi considerava uno stronzo, quindi volevo non esserlo più ai suoi occhi. Cioè, questo l'ho capito dopo, ma è sicuramente anche per questo che non gli ho proposto un caffè."

Manuel, approfittando del fatto che fosse ormai arrivato ad asciugargli il petto, si sporse a dargli un bacio sulla guancia, che colse Simone piacevolmente di sorpresa.

"Scemo io che non avevo capito niente de tutto questo. Te chiedo scusa, Simo."

"Ah, figurati, non potevi saperlo, non l'avevo capito nemmeno io! Scuse non necessarie, ma accettate."

Mormorò, arruffandogli i capelli che ricadevano sulla fronte.

Riccardo sospirò teneramente, come di fronte alla bella scena di un film. Erano proprio belli Simone e Manuel insieme, augurava loro ogni bene.

"Se ti può consolare, Simone, io per trascorrere un po' di tempo con il ragazzo che mi piaceva, mi sono fatto bocciare ad un esame."

Accennò un sorriso, felice ma malinconico, mentre i due ragazzi gli rivolgevano uno sguardo sorpreso.

"E mo’ ce devi di' de più, però!"

Esclamò Manuel e Simone lo guardò incredulo.

“Non fare l’impiccione, dai!”

Lo rimproverò scherzosamente e l’altro ragazzo sbuffò.

“È per parlare, mica pe' impicciarse…"

Replicò Manuel e Riccardo fece una risatina. Per lui non era un problema parlare di Lorenzo, anzi se avesse potuto non avrebbe mai smesso.

“Beh, se proprio ci tenete…”

Si sedette in una delle poltroncine accanto al letto e prese a raccontare con un sorriso. Era passato molto tempo, ma ricordava tutto di quel giorno.

"Il ragazzo per cui ho mandato a monte tre mesi di studio si chiamava Lorenzo ed era il ragazzo più bello di tutta la facoltà. Tutte le ragazze gli andavano dietro, attirate come api da un bel fiore, tanto che aveva la fama di essere uno sciupafemmine di prima categoria, mentre i ragazzi o erano attratti da lui, oppure volevano essere come lui."

Ridacchiò. Lui rientrava decisamente nella prima categoria.

"Girava perfino voce che avesse una tresca con una professoressa molto più grande di lui, il che era falso, poi glielo chiesi, ma all'epoca non lo sapevo."

Riccardo era rivolto verso i due ragazzi seduti davanti a sé, ma in realtà non li stava davvero guardando: i suoi occhi erano altrove, si posavano sul viso di Lorenzo baciato da Sole -che notoriamente si sa, bacia i belli e lui era in assoluto il più bello-, catturavano il modo in cui si ravvivava i capelli dopo essersi sfilato il casco e si perdevano nei sorrisi che rivolgeva a chiunque incrociasse sul suo cammino, quindi chiunque tranne Riccardo, che si limitava a guardarlo da lontano.

"Capirete che uno così, uno come me nemmeno lo vedeva, o almeno così pensavo, perché mi sembrava assurdo che, tra tutte le persone che lo circondavano ogni giorno, potesse accorgersi proprio di me. E invece mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo!"

Esclamò allegro, accompagnandosi poi con una risatina.

"C'era questo professore, un vecchio bacucco terrore degli studenti, che aveva l'odiosa abitudine di far fare gli esami in coppia e di farti rispondere alla domanda del tuo compagno di sventura, se lui non sapeva la risposta. Fece una domanda a Lorenzo, neanche troppo difficile a dire il vero, ma lui ebbe un vuoto di memoria, glielo lessi negli occhi, e fece scena muta. Il professore lo bocciò e poi mi chiese la stessa cosa ed io, nonostante conoscessi la risposta, dissi di non ricordarmela, sapendo che avrei subito la stessa sorte. In quel momento mi sembrò un modo per farmi notare, un modo per avere un argomento su cui fermarsi a fare due chiacchiere una volta usciti dall'aula e non m'importava d'altro."

Voleva soltanto che, per una volta, per una sola volta che si sarebbe fatto bastare per tutta la vita, Lorenzo gli rivolgesse uno dei suoi bei sorrisi, per poi tornare a dedicarsi alle sue compagnie, sicuramente più interessanti, e dimenticarsi completamente di lui.

"Non vi dico quindi che salto fece il mio cuore quando fu Lorenzo stesso a invitarmi a bere un caffè, dopo l'esame, e quando poi mi propose di studiare insieme per il prossimo appello. Mi disse anche che ero stato stupido a farmi bocciare di proposito, nonostante io tentai di negarlo, perché mi aveva visto sostenere altri esami e ammirava la mia preparazione."

Manuel e Simone ascoltavano quella storia con grande attenzione, e senza accorgersene si erano presi per mano. Ogni storia ha i suoi protagonisti e ogni amore non è uguale all'altro, eppure Manuel non faceva fatica a rivedere Simone in Riccardo, almeno in parte, perché entrambi sapevano -dolorosamente- cosa significasse sentirsi invisibili agli occhi della persona amata, e Simone, invece, rivedeva facilmente Manuel in Lorenzo, il ragazzo voluto da tutti, che non avrebbe fatto fatica ad avere per sé chiunque volesse, ma che in realtà aveva occhi solamente per una persona.

"Quindi lui ti vedeva, anzi…ti guardava."

Commentò Manuel con un sorriso appena abbozzato, rivolgendo per un attimo gli occhi verso Simone. Riccardo annuì, gli piaceva quella distinzione.

"Più di quanto immaginassi, da come poi mi raccontò. Figuratevi che addirittura mi disse che aveva sempre voluto parlarmi, ma che non aveva mai avuto il coraggio di farlo, perché si sentiva inadeguato. Ironia della sorte, eh?"

Riccardo ridacchiò e i due ragazzi insieme a lui, dato che quell'ironia la conoscevano bene.

"Beh, comunque, per non farvela troppo lunga, studiammo insieme per quell'esame, lo superammo brillantemente e così decidemmo di studiare insieme anche per i successivi."

Sorrise dolcemente al ricordo di quelle giornate trascorse sui libri, che lentamente e senza che nessuno dei due se ne accorgesse si erano trasformate in nottate trascorse a guardarsi sempre più da vicino, a sfiorarsi dapprima con le scuse più banali -a cui entrambi sceglievano di credere per non privarsi di quelle piccole scosse di felicità- e poi a toccarsi senza più nessuna scusa, a carte scoperte, semplicemente per il desiderio di sentire i loro corpi vicini. Erano nottate prive di sonno, ma piene di baci, di parole e di promesse.

"Neanche il tempo di dare un altro esame che già stavamo insieme e da allora…da allora non ci siamo più lasciati."

Il suo sorriso si fece più malinconico, e istintivamente si passò tra le dita la fede che teneva appesa al collo, eppure c'era più felicità che tristezza in quel sorriso. Non gli piaceva dire che Lorenzo 'non c'era più', perché non era vero: era morto, sì, ma continuava ad essere lì con lui, Riccardo lo sentiva accanto a sé ogni istante, proprio come gli aveva promesso.

Lorenzo era nel vento che gli scompigliava i capelli, nelle fusa di Meli, la sua gatta che gli augurava il buongiorno ogni mattina, nel bicchierino di questo o quel liquore che si concedeva la sera, nell'abbraccio di una coperta calda che, forse per davvero o forse per fantasia, ancora aveva il suo profumo.

"Siete sposati, quindi?"

Domandò Simone a bassa voce, quasi a non voler interrompere il flusso di pensieri che vedeva dietro gli occhi verdi del medico.

"Uniti civilmente è la dicitura corretta, ma sì, si può dire che siamo sposati."

Il loro matrimonio, legalmente, era durato appena quattro giorni, ma Riccardo parlava al presente perché quando avevano celebrato il rito civile -organizzato in fretta e furia nella camera di Lorenzo, con i parenti più stretti e gli amici medici a fare da testimoni- avevano espressamente chiesto al funzionario di saltare la formula 'finché Morte non vi separi', perché quella stronza non avrebbe mai avuto il potere di separarli, e loro non volevano conferirglielo.

"Anche lui lavora qui, come te?"

Chiese Manuel e Riccardo scosse il capo.

"No, Lorenzo lavora in un altro ospedale. È una cosa un po' brutta, però ci si abitua."

Preferì raccontare una piccola bugia, in modo da evitare ulteriori domande o far sorgere dubbi, perché Simone e Manuel avevano già vissuto un'esperienza fin troppo dura per la loro morbida età, avevano già conosciuto il terrore di perdersi e si erano da poco ritrovati, non era giusto che facesse ricordare loro quanto prepotentemente il destino può giocare con la tua vita o con quella di chi ami. Lorenzo non l'avrebbe voluto.

"Allora, la tua curiosità è soddisfatta, Manuel?"

Domandò divertito e il ragazzo annuì, accennando un timido sorriso. Aveva giudicato male e troppo in fretta il Dottor Spaventapasseri, senza nemmeno un motivo valido.

"Bene, mi fa piacere."

Disse il medico, alzandosi.

"Allora adesso finisci di lavare Simone, mh? Io intanto vado a controllare la stanza qui di fianco, se c'è bisogno, mi trovi lì."

Era una scusa per lasciarli soli, dal momento che restava da lavare soltanto una parte del corpo di Simone e non voleva che il suo paziente si sentisse in imbarazzo, del tutto scoperto e nudo davanti a lui.

Quella premura non sfuggì a Simone, che sorrise riconoscente al dottore, e nemmeno a Manuel, che accettò la cosa nonostante avesse insistito tanto per far restare Riccardo lì per il timore di sbagliare qualcosa.

"Non toccargli la gamba rotta, mi raccomando."

Si premurò il dottore prima di uscire, con un sorriso. Manuel, dopo aver detto un rapido “torno subito” a Simone, lo seguì e gli si parò davanti.

"Hey, che ti prende? Guarda che non hai bisogno di me, sei andato benissimo fino ad ora…"

Cominciò a dire Riccardo, ma Manuel lo fermò con un gesto secco della mano.

"Te volevo chiedere scusa per come me sono comportato con te in questi giorni."

Disse un po' impacciato, ma sincero.

"Soprattutto, volevo chiederti scusa per averti detto che non capivi un cazzo quando cercavo di convincerti a farmi vedere Simone. Tu una persona che ti fa ringraziare di essere nato ce l'hai, si vede da come parli di Lorenzo…scusami, ero io che non avevo capito un cazzo."

Concluse e Riccardo sorrise teneramente, con gli occhi un po' lucidi. Manuel aveva ragione, Lorenzo era quella persona speciale lì, per lui.

"Ah, non ti preoccupare, scuse accettate. C'è chi si è comportato peggio di te per motivi meno nobili dei tuoi, adesso pensa soltanto a Simone e…senti, ti posso dare un consiglio non richiesto?"

Manuel annuì, guardandolo incuriosito.

"Ti sembrerà assurdo, ma adesso tra voi due quello più forte è lui, anche se ti sembra debole e malato. Nonostante la sua forza, però, lui ha bisogno di te, quindi non privarlo delle tue carezze."

Manuel fece un profondo sospiro.

"Lo so, lo so che è forte, ma a vederlo ridotto così…me so' messo paura, ecco."

Mormorò ad occhi bassi, quasi vergognandosi di quella confessione. Riccardo gli sorrise comprensivo e mise una mano sulla sua spalla.

"Ascoltami, non hai niente di cui vergognarti, ok? È normale avere paura, lo capisco, credimi, lo capisco, ma credimi anche se ti dico che gli fai più male se non lo accarezzi."

Il ragazzo accennò un sorriso, sollevando di nuovo lo sguardo verso il medico.

"Anche io ce sto male…"

"E allora dai, va' da lui, su! Ordini del medico!"

Lo incoraggiò Riccardo, lasciandolo andare. Manuel annuì, senza farselo ripetere due volte, e dopo aver ringraziato il dottore, tornò in camera da Simone, che gli rivolse uno sguardo interrogativo.

"Tutto ok, Manuel?"

"Sì, sì, tutto ok…"

Rispose l'altro, avvicinandosi a dargli un bacio sulla fronte.

"Volevo solo chiedere scusa a Riccardo per come me so' comportato co' lui, tutto qua. Scusa se t'ho lasciato appeso…"

Simone gli sorrise orgoglioso e lo tirò a sé in un bacio a fior di labbra.

"Sei un tesoro, lo sai?"

Sussurrò e Manuel ridacchiò, imbarazzato.

"Sì, come no…dai, finiamo qua."

E così dicendo si spostò verso i piedi del letto.

"Posso?"

Chiese, sollevando leggermente un lembo del lenzuolo che copriva la parte inferiore del corpo di Simone. Simone annuì, facendo una risatina.

"E da quando hai bisogno del permesso? Vai tranquillo, Manuel."

Manuel spostò il lenzuolo e Simone avvertì le proprie guance farsi un po' più calde e, certamente, anche un po' più rosse. Non si sentiva a disagio o in imbarazzo, come quando era rimasto nudo davanti a Sbarra e Zucca o agli infermieri, quel calore era dovuto semplicemente all'emozione che gli dava il suo ragazzo.

"Anche tu devi sta' tranquillo, però, ok?"

Disse l’altro, avvicinandosi a dargli un bacio a fior di labbra e a fargli una carezza tra i capelli. Anche lui era emozionato, tuttavia il timore di fargli male era sempre lì, in un angolo.

"C'hai vergogna?"

Sussurrò mentre gli accarezzava i capelli, era un altro suo grande timore. Simone però gli rivolse un bel sorriso e scosse leggermente il capo.

"No, non lo pensare nemmeno. Tu non sei Sbarra, né uno sconosciuto…sei il mio Manuel."

Replicò con dolcezza e Manuel, con gli occhi un po' lucidi, ricambiò il sorriso e si avvicinò di nuovo a lui per baciarlo, stavolta per qualche secondo in più, che Simone sfruttò per ricambiare il bacio e fargli così capire quanto fosse felice di stare con lui.

"Non è poi tanto diverso da quando lo facciamo a casa."

Mormorò sulle sue labbra e Manuel fece una risatina.

"Allora devi sta' tranquillo in un altro senso, perché poi è un casino."

Replicò con una punta di malizia, facendogli una carezza sul naso con il proprio. Simone si fece un po' più rosso in viso, ma rimase sorridente.

"Con questa voce però non aiuti…"

Gli fece notare, con lo stesso tono malizioso. Manuel si separò da lui, anche se a fatica, perché non era il caso di continuare a provocarsi, ma Simone non sembrava essere d'accordo e sbuffò, perché voleva qualche altro bacio.

"Sta' bono, dai, guarda che nun me so dimenticato della promessa di ieri sera."

Disse Manuel per tranquillizzarlo e Simone recuperò immediatamente il sorriso. Già pregustava tutti quei baci e quelle carezze, scambiati con tranquillità in un momento soltanto loro.

"Ah, se è per questo nemmeno io."

Si sistemò meglio contro il cuscino, rilassato, mentre Manuel cominciava a lavargli con cura la gamba sana, facendo attenzione a non premere troppo sui lividi che c'erano anche lì. Inevitabilmente, però, lo sguardo finiva su quella rotta e si riempiva di preoccupazione.

"Paperotto, non guarisce prima se la fissi così."

Lo richiamò Simone, con voce morbida e dolce. Manuel, come un alunno trovato a distrarsi dall'insegnante, tornò a guardare l'altra gamba.

"Scusami, è che…lo sai."

Simone annuì, perché sapeva bene a cosa pensasse Manuel ogni volta che posava gli occhi sulle sue ferite -e anche quando non lo faceva-, ma ancora una volta fu pronto a rincuorarlo.

"Devi pensare a me come una moto scassata, come quelle che ti portano ad aggiustare, ok? Non sono da buttare, solo da riparare…e presto tornerò come nuovo, anche grazie a te."

Nonostante tutto, a Manuel sorse spontaneo un piccolo sorriso sul volto, di quelli che si posavano solo su un angolo delle labbra creando una morbida fossetta: Simone sapeva sempre cosa dire per farlo stare meglio, era incredibile.

"Mo' parli pure per metafore, hai visto che stai diventando un poeta? So' sicuro che diventerai pure più bravo di me…"

Simone ridacchiò, facendo spallucce.

"Adesso non esagerare, dai!”

Fece una piccola pausa.

“Forse però è vero che un po' sto imparando da te, che sei il migliore, ma anche tu stai migliorando con la matematica, no?"

"Beh, peggiorare sarebbe stato impossibile."

Replicò sarcastico l'altro, ma poi la sua voce si addolcì e riprese a parlare mentre gli asciugava la gamba.

"Forse succede così, quando se sta insieme: tu prendi un po' da me e io un po' da te, perché siamo meno un te e un me e più un noi. Non m'era mai successo."

Simone lo guardò con affetto, completamente rapito da quel suo modo di ragionare e di spiegare le cose, davvero degno di un filosofo o di un poeta.

"Nemmeno a me."

Manuel si voltò a guardare Simone ed entrambi si sorrisero, felici di condividere quell'amore bellissimo, il primo vero amore per entrambi e, ne erano certi, anche l'ultimo.

"Adesso però nun ce pensa' troppo, eh. Anzi, pensa a qualcosa de totalmente diverso."

Lo invitò a fare Manuel, spiritoso, per poi cominciare a lavare Simone tra le gambe. Non c'era malizia nei suoi gesti, voleva solo che il suo fidanzato si liberasse da tutto lo sporco che lo aveva tormentato in quei giorni.

Simone ridacchiò e per quanto non fosse in imbarazzo, preferì comunque spostare lo sguardo verso una delle pareti bianche della sua stanza, in modo che fosse più facile concentrarsi su altro. Optò per una noiosa lezione di Lombardi, una di quelle sulla lettura metrica che proprio non passavano mai.

"Ecco fatto, adesso sei tutto pulito. Ti prendo i vestiti."

Annunciò Manuel dopo un po' e Simone si ridestò quasi come da un sogno. Sorrise osservando Manuel -che in quel momento si stava avvicinando all'armadietto dove suo padre aveva posato il borsone con i cambi- perché gli era tornata in mente una cosa.

"Com'è che faceva quella poesia di Catullo?"

Domandò, intanto che Manuel sceglieva qualcosa da fargli indossare.

"Eh, dipende, ce ne sono talmente tante…"

Replicò l'altro, con un sorriso sghembo stampato in volto. In realtà aveva capito perfettamente a quale carme si riferisse Simone, voleva solo giocare un po'. Simone alzò gli occhi al cielo e poi sorrise, divertito.

"Eddai, lo sai quale! Quella dei mille baci!"

"Ah, quella! Non è proprio tra le migliori, se me lo chiedi…"

Manuel pronunciò quella bugia con la sua migliore faccia da schiaffi. Per lui quella era la poesia più bella mai scritta, solo perché grazie ad essa aveva capito cosa provasse davvero per il ragazzo davanti a lui, che adesso lo fissava con un sopracciglio alzato e l'aria di chi avrebbe voluto cancellare quell'espressione furbetta a suon di baci.

"Ah no? A me invece piace da impazzire…"

Allungò un braccio per tirare Manuel più vicino a sé e quando i loro visi furono abbastanza vicini, riprese a parlare.

"Dammi mille baci, poi cento,
poi altri mille, poi ancora cento,
poi senza sosta altri mille ancora, poi cento."

Sussurrò guardandolo negli occhi, baciandolo con lo sguardo. Quell'intensità era riservata soltanto a Manuel.

"Poi, quando ce ne saremo dati molte migliaia,
li rimescoleremo per non sapere quanti sono,
o perché nessun malvagio possa gettarci il malocchio,
scoprendo l’esistenza di così tanti baci."

Completò Manuel a voce altrettanto bassa e con sguardo altrettanto intenso.

Erano così presi l'uno dall'altro che se fosse entrato qualcuno in quell'esatto momento, non se ne sarebbero nemmeno accorti.

"Allora un po' ti piace, eh?"

Lo punzecchiò Simone, guadagnandosi una risatina da parte di Manuel.

"L'unica poesia più bella di questa, sei tu."

Mormorò, per poi accogliere la richiesta che Simone gli aveva implicitamente fatto con quei versi e baciarlo, e Simone lo accolse tra le braccia, portando una mano tra i suoi capelli ricci e l'altra sul suo fianco, invitandolo a sedersi sul letto perché lui, quei mille baci e più, li voleva tutti.

Manuel seguì il suo movimento e si accomodò sul materasso senza separarsi da lui, e insieme diedero materia e consistenza a quei versi incorporei, con baci e carezze che nessuno sarebbe stato in grado di contare.

"Che dici, te vuoi vesti' adesso o c'hai preso gusto a fa' er nudista?"

Mormorò divertito Manuel e Simone scoppiò a ridere, arrossendo leggermente. Si era perfino dimenticato di essere in un letto d'ospedale, preso da tutti quei baci.

"No, no, dammi qua!"

Esclamò, facendosi dare una maglietta che subito indossò.

"E comunque, per la cronaca, questi baci qua non rientrano nella promessa di ieri."

Specificò Manuel, mentre lo aiutava ad indossare gli slip per poi coprirgli di nuovo le gambe con il lenzuolo.

“Mi sembra naturale.”

Concordò l’altro, molto soddisfatto, e Manuel ridacchiò.

"Ah, Riccardo mi ha dato anche questi…"

Simone sorrise come un bambino che aveva appena ricevuto un gioco nuovo quando Manuel gli porse un tubetto di dentifricio e uno spazzolino, felice di poter finalmente rendere decisamente più piacevoli i baci per il suo ragazzo. Manuel, dopo aver sistemato una bacinella in grembo a Simone e avergli riempito un bicchiere d'acqua in modo che potesse lavarsi i denti, andò nel bagno della camera a fare lo stesso e poi, finalmente, si scambiarono un bel bacio al profumo di menta.

"Adesso sì che si ragiona…"

Commentò Simone, accarezzando una guancia di Manuel.

"Se ragionava anche prima, nun te preoccupa'."

Ribatté Manuel, con una risatina. Prese la mano con cui Simone lo stava accarezzando nella propria e la baciò.

"Sei più sereno, adesso?"

Chiese con dolcezza e Simone annuì, sorridente. Si sentiva decisamente meglio, ora che il suo corpo non era più sporco, sia fuori che dentro.

"Grazie, Paperotto."

"Ah, non lo pensa' nemmeno, Cerbiattino! Era il minimo che potessi fare…"

Anche lui si sentiva più sereno, ora che Simone si sentiva meglio. Voleva che si sentisse sempre così, senza paure a divorargli l'animo.

"E comunque guarda che non l'ho fatto mica gratis, poi te mando la parcella…"

Aggiunse con il suo modo di fare più cazzaro, e Simone rise, come faceva solo con Manuel.

"Va bene, va bene, segna tutto sul conto. A quanto ammonta questo pagamento?"

Gli resse il gioco, perché anche lui era un  po' cazzaro, dietro quell'aria da perfettone. Manuel mise su una finta espressione pensierosa.

"Ce devo pensa', non lo so ancora. Facciamo che intanto porto via questa roba e poi te dico?"

Simone annuì, lasciandolo andare. Gli avrebbe dato volentieri una mano, ma chiaramente non poteva farlo. Dopo qualche minuto, comunque, Manuel tornò in camera con un bel sorriso stampato in volto, segno che aveva trovato la risposta alla sua domanda. Simone lo guardò con gli occhi pieni di curiosità, mentre si avvicinava.

"Dalla tua faccia, mi sa che hai pensato a qualcosa…"

Manuel si mise a sedere sul bordo del letto e annuì. Non aveva immaginato un pegno imbarazzante, men che meno pericoloso, ma probabilmente Simone si sarebbe rifiutato ugualmente. Valeva comunque la pena tentare.

"Sì, in effetti sì, è una cosa che mi è mancata e che mi farebbe davvero piacere se tu facessi…"

Cominciò, mantenendosi sul vago, dopo aver preso la mano di Simone nella propria, accarezzandone il dorso.

L'altro ragazzo sollevò un sopracciglio, sempre più incuriosito, anche perché non aveva la minima idea di cosa potesse essere.

"Mi è mancato sentirti cantare, Simo', non sai quanto."

Rivelò, guardandolo negli occhi con immensa dolcezza.

Simone si ritrovò preso in contropiede, non si aspettava una richiesta simile, anche perché lui non è che proprio cantasse, semplicemente di tanto in tanto canticchiava qualcosa mentre era sotto la doccia o quando in radio passavano una canzone che gli piaceva particolarmente, non era nemmeno chissà quanto intonato. Non credeva, quindi, che Manuel potesse sentire la mancanza di una cosa simile.

"Dici…dici davvero? Non sono neanche bravo…"

Farfugliò imbarazzato e Manuel fece spallucce. Per lui, quei piccoli momenti in cui Simone si lasciava andare erano un po' la colonna sonora inaspettata delle sue giornate e non era importante che Simone non fosse il miglior cantante al mondo, non avrebbe sostituito la sua voce con quella di nessun altro.

"Certo che dico davvero, Simo'. Senti, se ti vergogni e non lo vuoi fa', nun fa niente, tanto non è che me devi paga' davvero per…"

"Preferenze?"

Simone non gli diede nemmeno il tempo di terminare la frase, gli parlò da sopra preso dall'entusiasmo di poter restituire al proprio ragazzo un altro pezzetto di normalità, che si rifletteva meravigliosamente nei suoi occhi luminosi. Manuel sorrise, scuotendo il capo.

"Scegli te, pure ‘Quarantaquattro gatti’ va bene."

Rispose, emozionato tanto quanto lui alla prospettiva di poter aggiungere un'altra piccola tessera a quel puzzle che Sbarra aveva stravolto.

Simone annuì rapidamente e intanto si mise a cercare nella sua testa una canzone che potesse andar bene, ma all'improvviso gli sembrò di non aver mai ascoltato musica in vita sua.

‘Pensa, Simone, pensa! Che cazzo, non ti ha chiesto di crearla, una canzone, ma solo di cantarla!’, pensò sbuffando, e alzò gli occhi al cielo, spazientito. Fu proprio il soffitto bianco della stanza a dargli un suggerimento e allora sorrise a trentadue denti, tornando a guardare Manuel.

"Ci provo, eh…"

Si schiarì la voce e prese un profondo sospiro.

"Quando sei qui con me
Questa stanza non ha più pareti
Ma alberi
Alberi infiniti…"

Abbassò lo sguardo per un istante, posandolo sulle loro mani intrecciate, che si erano strette un po' di più quando aveva cominciato a cantare, e quando lo rialzò intorno a loro non c'era più la stanza numero quindici dell'ospedale San Camillo, ma nemmeno alberi, come nella canzone. C'erano lui e Manuel e basta, nel loro mondo in cui avevano l'un l'altro e non avevano bisogno di nulla.

"Quando tu sei vicino a me
Questo soffitto bianco…"

Si permise di cambiare, per dare più verosimiglianza al testo, abbozzando un sorriso. Anche Manuel sorrise, mentre ascoltava rapito quella voce morbida e bassa, che timidamente gli accarezzava il cuore. Teneva gli occhi fissi in quelli di Simone e si lasciava immergere in quelle pozze di luce, in cui finalmente era tornata a splendere la vita.

"No, non esiste più
Io vedo il cielo sopra noi…"

Simone si avvicinò quanto bastava per eliminare la poca distanza tra loro e poggiò la fronte su quella di Manuel, lasciando che i loro capelli li solleticassero a vicenda. Portò poi la mano libera sul viso dell'altro, accarezzandolo con affetto e Manuel vi poggiò sopra la propria, sorridente e commosso.

'Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me', sosteneva Kant.

'Il cielo stellato sopra di noi, l'Amore dentro di noi', replicavano Manuel e Simone, che avevano scoperto una legge più forte e più bella di quella morale.

"Che restiamo qui, abbandonati
Come se non ci fosse più
Niente, più niente al mondo…"

Simone fece scivolare entrambe le mani intorno al busto di Manuel e piano piano se lo portò addosso in un abbraccio, facendolo appoggiare al proprio petto. Manuel non si oppose a quella forza dolcissima, si limitò soltanto a sistemarsi un po' meglio per far star comodi entrambi, mentre Simone, a voce ancora più bassa, cantava l'ultima strofa, anzi la sussurrava tra i capelli di Manuel, accarezzandoli un po' con la punta del naso e respirandone il profumo dolce.

"Suona un'armonica
Mi sembra un organo
Che canta per te e per me
Su nell'immensità del cielo…"

Ecco, per Manuel la voce timida di Simone era come quell'armonica che l'amore trasformava in organo. Vicini com'erano la sentiva benissimo, perché passava direttamente da un cuore all'altro. 

"Per te e per me
Nel cielo."

Cantò anche lui quel pezzettino finale, gli piaceva l'idea che le loro voci potessero arrivare insieme su in cielo, come due palloncini un po’ speciali, capaci di superare le nuvole senza scoppiare.

Simone lo guardò sorpreso, ma con un gran sorriso e occhi luccicanti a dimostrare che aveva apprezzato.

"Non pensavo fosse il tuo genere, sai?"

Manuel, prima di rispondere, sentì il bisogno impellente di posare un bacio sulla guancia di Simone, dove riusciva ad arrivare dalla sua posizione, per ringraziarlo di quel dono speciale.

"Credo che questa fosse una delle canzoni che mia madre usava pe' famme addormenta' quando ero piccolo, però non ne sono sicuro…"

Simone fece una risatina.

"Allora ho rischiato di farti addormentare senza saperlo?"

Manuel fece una smorfia di disappunto, scuotendo appena la testa.

"Ma che dici, sei stato bravissimo! Mi hai emozionato, dico davvero…però qualcosa in comune con mia madre ce l'hai."

Mormorò, spostando una mano sul fianco di Simone per accarezzarlo e, intanto, nella sua mente riaffiorò il rumore dei suoi stessi passettini un po' incerti quando correva nella stanza della madre e si rifugiava nel suo lettone perché aveva fatto un brutto sogno o perché fuori pioveva e lui aveva paura del vento che ululava e dei tuoni che squarciavano il cielo.

"E cioè? Che cosa?"

Domandò Simone, preso alla sprovvista. Era un gran complimento essere messo sullo stesso livello di una donna forte come Anita -e una madre a cui Manuel teneva tantissimo- ma proprio non sapeva cosa potessero avere in comune.

"La voce. Sia tu che lei avete la voce rassicurante."

Manuel sollevò leggermente il capo verso Simone, solo il tempo necessario a rivolgergli un sorriso dolcissimo e pieno di gratitudine. La serenità era tornata non appena la voce di Simone era rientrata nella sua vita.

"È una cosa bella, eh."

Specificò, anche se era sicuro che non ce ne fosse bisogno.

Simone si sciolse in un sorriso luminoso, con gli occhi che luccicavano commossi, pensando che sì, era decisamente una cosa bella sapere di poter tranquillizzare Manuel, che spesso si agitava e aveva bisogno di qualcosa che lo facesse stare meglio. Era una specie di superpotere, insomma.

"È molto bella, sì…"

Portò una mano tra i capelli del suo ragazzo, in modo da fargli poggiare la testa sulla sua spalla, e prese ad accarezzarglieli con delicatezza.

"Cos'era che ti spaventava, da piccolo?"

Manuel sospirò, perché erano davvero tante le cose che lo rendevano bisognoso di rassicurazioni, da piccolo, alcune delle quali se le portava ancora dietro, per quanto non gli piacesse ammetterlo e facesse di tutto per non dimostrarlo.

"Un mucchio de roba, Simo'. Sei sicuro de volerlo sape'?"

Simone annuì in risposta, deciso.

"Certo che ne sono sicuro. Se a te va di dirmelo, io sono qui per ascoltarti."

Manuel, ovviamente, non si aspettava una risposta diversa, e anche se una voce nella sua testa gli suggeriva di non rispondere, di chiudere la discussione, lui non le diede ascolto, come ormai faceva da tempo.

"Beh, pe' prima cosa ero terrorizzato dai temporali, specie quando ero molto piccolo: nun me piacevano le ombre che i lampi proiettavano nella mia stanza, la trasformavano in un posto mai visto, un posto che non era più mio. Poi i tuoni facevano trema' tutta casa, o almeno così me sembrava, e io pensavo che potesse crolla' da un momento all'altro. Altre volte, invece, me sognavo dei mostri strani perché magari li avevo visti in tv e capitava pure che bagnassi il letto, te lo confesso. Quand'era così, comunque, me facevo coraggio e correvo nell'altra stanza, dove dormiva mamma, e lei me faceva passa' tutto."

Raccontò a bassa voce, confidando a Simone quel piccolo pezzo del suo passato che non aveva mai raccontato a nessuno, nemmeno a Chicca e men che meno ad Alice, certo di consegnarlo alla persona giusta, che non lo avrebbe mai preso in giro o cose del genere.

Simone si sentì il cuore stringersi al pensiero di un Manuel bambino, piccolo e spaventato nella sua stanzetta e poi al sicuro tra le braccia di sua madre. Avrebbe voluto tanto abbracciarlo anche lui, dirgli che andava tutto bene, e allora si strinse meglio al petto il ragazzo che teneva tra le braccia, come se abbracciando il Manuel 'grande', potesse abbracciare anche il Manuel 'piccolo'.

Manuel sorrise, mentre il calore di quella stretta arrivava anche al se stesso bambino che ancora aveva dentro di sé, pensando a quanto fosse stato fortunato ad incontrare Simone.

"Poi c'erano giorni, quando mia madre andava a lavoro, che tornava a casa un po' più tardi del solito, e io avevo paura che le fosse successo qualcosa o che avesse deciso di abbandonarmi e che fossi rimasto solo al mondo. Quando tornava, nun me staccavo più da lei…"

Sussurrò, giocherellando con un lembo della maglietta di Simone.

Simone, senza smettere di accarezzargli i capelli, si voltò quanto bastava a posare un morbido bacio su quei ricci altrettanto morbidi. L'immagine che si proponeva davanti ai suoi occhi, in questo caso, era ancora più straziante perché la solitudine era reale, a differenza di ombre e mostri. 

"Mi dispiace, Manuel, mi dispiace così tanto…"

Sussurrò, pur sapendo che il suo dispiacere non poteva cambiare ciò che era stato.

"Dai Simo', è acqua passata, nun fa' così. E poi non è mica colpa tua, manco ce conoscevamo! Ero un marmocchio, lavoravo molto de fantasia…"

Replicò Manuel, che proprio non voleva che Simone si facesse carico di pesi non suoi.

Simone, però, si preoccupava anche e soprattutto di ciò che spaventava Manuel adesso, di quella paura che quasi gli aveva impedito di toccarlo per paura di fargli del male.

"E ora, invece…cos'è che ti fa paura?"

Domandò, anche se intuiva facilmente la risposta dal momento che i loro cuori erano in sintonia e condividevano anche le paure.

Manuel sospirò profondamente e restò in silenzio per qualche istante. La stessa voce di prima gli suggeriva di stare zitto, perché non era più un bambino che aveva bisogno della mamma per farsi consolare, ma le carezze di Simone gli dicevano invece di poter lasciarsi andare. Era una cosa che aveva imparato a fare proprio con lui.
"Ciò che mi spaventa di più, è l'idea de perderte, Simo'."

Confessò con un filo di voce, senza dare ulteriori spiegazioni che sarebbero risultate superflue.

"Tua madre come faceva a farti passare la paura quando eri piccolo, oltre che cantando?"

Simone non desiderava altro che aiutarlo e in quella sua domanda c'era tutta la sua determinazione. Manuel scosse appena il capo.

"Simo, ti ringrazio, ma lascia stare, ho appesantito inutilmente un bel momento…"

Protestò, ma l'altro non si fece convincere.

"Ti prego, insisto. È importante per te, ma anche per me, perché anch'io ho paura di perderti."

Disse con fermezza, anche se nella sua voce non c'era traccia di ordine o rimprovero. C'era soltanto amore.

 Manuel sospirò e alzò il capo per guardare Simone negli occhi. Gli sorrise  perché stava già facendo tutto il necessario e non lo sapeva.

"Mi stringeva tra le braccia e mi teneva vicino, esattamente come stai facendo tu adesso, e mi cullava un po'."

Simone ricambiò il sorriso e gli diede un bacio a fior di labbra, per poi fargli una carezza sulla guancia con una mano.

"E allora restiamo un po' così, ti va?"

"Sei sicuro? Non è che peso?"

Simone fece una risatina ripensando immediatamente a quando, nello stanzino di Sbarra, lui gli aveva fatto la stessa domanda e Manuel gli aveva dato una risposta con cui Simone concordava profondamente. L'amore non era un peso.

"Manuel, è il vuoto che pesa, non tu. Tu sei il peso più leggero del mondo."

“Non usa' le mie parole contro di me…"

 Protestò Manuel, scherzosamente.

"Non le sto usando contro di te, è che sono parole giuste e mi piace ripeterle."

Si difese Simone, con tono altrettanto leggero. Manuel ridacchiò e, senza fretta, posò prima un bacio sul collo di Simone e poi tornò ad appoggiare la testa sulla sua spalla.

Quanto era diversa la situazione, adesso, rispetto a quando gli aveva risposto in quel modo! Ora erano al sicuro, erano di nuovo insieme, liberi.

Subito Simone lo cinse di nuovo tra le braccia e, come prima, riprese a disegnargli piccoli cerchi tra i capelli. Manuel chiuse gli occhi, beato, e portò la sua mano sul suo petto, accarezzandolo allo stesso modo.

Erano insieme e non esisteva più niente al mondo.

Chapter Text

"Simone!"

Esclamò Floriana, mentre percorreva a passo svelto il corridoio per raggiungere suo figlio. Aveva lasciato l'ex marito, sua madre e Anita fuori, perché Dante stava cercando un parcheggio, ed era salita perché non ce la faceva più ad aspettare.

Simone era appena uscito dalla stanza insieme a Manuel e a Riccardo, che era andato a prenderlo per portarlo in sala gessi.

"Mamma!"

Il suo primo istinto fu quello di alzarsi dalla sedia a rotelle su cui lo avevano sistemato, ma venne fermato in tempo dalle mani degli altri due che si posarono sulle sue spalle, prima che ci provasse e cadesse. Sorrise comunque a sua madre, felice come un bambino, mentre lei si chinava ad abbracciarlo.

"Che bello rivederti, tesoro mio! Mi dispiace essere arrivata soltanto adesso, ma tuo padre non mi ha detto nulla, ti rendi conto?"

Simone ridacchiò e annuì, perché quello era un comportamento tipico di suo padre. Ricambiò subito l'abbraccio e le diede un bacio sulla guancia. Un altro pezzetto di normalità che tornava al suo posto.

"Non voleva farti agitare, immagino…"

Floriana un po' si sorprese a sentire che Simone stava difendendo Dante perché non era abituata, ma l'ex marito le aveva raccontato, tempo prima, che avevano ricucito il loro rapporto, dopo che gli aveva raccontato di Jacopo. Non poteva che farle piacere.

"Anche per me è bello rivederti, mamma. Come stai?"

La donna sorrise intenerita alla premura del figlio e si sollevò tanto quanto bastava per dargli un bacio tra i capelli.

"Sto bene, non ti preoccupare. Tu, piuttosto?"

"Anch'io sto bene, tranquilla. Mi stanno portando a mettere il gesso."

Spiegò Simone, con un certo entusiasmo. Riccardo gli aveva detto che lo avrebbe tenuto in osservazione per pochi altri giorni e che poi, salvo imprevisti, sarebbe potuto tornare a casa: lui e Manuel non vedevano l'ora. Solo in quel momento Floriana si accorse del medico e dell'altro ragazzo, presa com'era dalla gioia di rivedere suo figlio.

"Oh, mi perdoni dottore, non l'avevo vista! Sono Floriana, la madre di Simone…"

Mentre Floriana parlava con Riccardo, che prese ad aggiornarla sulla situazione di Simone, Manuel se ne stava in disparte -a dire il vero si era involontariamente allontanato di un passo da quando lei era arrivata-, sentendosi quasi di troppo. Teneva lo sguardo rivolto verso il basso, ma osservava la donna di sottecchi, curioso. Simone le aveva già raccontato della loro storia durante una delle sue tante videochiamate -almeno non avrebbe dovuto fingere, in sua presenza- e in una di queste lo aveva anche convinto a farle un breve saluto, riuscendo ad avere la meglio sul suo imbarazzo. Adesso, però, quell'imbarazzo era tornato, perché Manuel ci teneva tantissimo a dare una buona impressione alla madre del suo ragazzo e si ringraziò mentalmente per aver deciso, il giorno prima, di vestirsi un po' meglio del solito.
Simone, in qualche modo, percepì i pensieri di Manuel e si voltò verso di lui con un sorriso incoraggiante, facendogli segno di avvicinarsi.

"Guarda che non morde mica, eh…"

Manuel sospirò, chinandosi sui talloni per essere più vicino al viso dell'altro. Non poté fare a meno di notare quanto fossero felici i suoi occhioni da cerbiatto e ciò, naturalmente, rallegrava anche lui.

"Lo so, però è tua madre, non mi conosce…e non è esattamente la situazione ideale per conoscersi, considerando tutto quello che non sa."

La madre di Simone, infatti, non sapeva nulla dei trascorsi di Manuel, a stento conosceva il suo nome, e Manuel temeva che quando inevitabilmente sarebbe venuta a sapere dei suoi impicci con Sbarra e di ciò a cui avevano portato, lo avrebbe odiato e  lo avrebbe voluto lontano da Simone. Non poteva darle tutti i torti e lui quell'odio lo avrebbe sopportato, avrebbe sopportato le sue occhiatacce e i suoi insulti, si sarebbe impegnato a dimostrarle che era cambiato, che aveva messo la testa a posto. Ciò che non avrebbe potuto sopportare, era che se la prendesse anche con Simone.

Simone, dal canto suo, era invece tranquillo, perché sua madre era forse la persona più comprensiva e paziente al mondo -del resto aveva pur sempre sposato suo padre- ed era certo che avrebbe visto in Manuel la stessa luce che vedeva lui. Prese le mani del suo ragazzo nelle proprie, scorgendo i pensieri cupi che si rincorrevano dietro i suoi occhi, e se le portò alle labbra per mandarli via, per calmarlo.

"Calmo, Manuel, va tutto bene. È vero, mia madre non ti conosce, non sa praticamente nulla di te, ma non è cattiva. Ti vorrà bene, ne sono sicuro. È impossibile non farlo."

Gli diede un altro bacio sulle nocche, poi un altro ancora sulle dita. Manuel accennò un sorriso, grato a Simone di quelle piccole attenzioni e sempre più innamorato di lui.
"E poi hai già raccontato tutto a mio padre una volta, no? Non dico che tu debba farlo subito, ma che cambia dirlo anche a mia madre?"

Chiese, un po' per curiosità e un po' per ricordargli una situazione simile che, tutto sommato, era finita bene. Certo, suo padre gli aveva rivelato di essere arrabbiato con Manuel per la sua sconsideratezza, ma poi lui gli aveva parlato e lo aveva convinto a cambiare idea. Se necessario, avrebbe parlato anche con sua madre e le avrebbe spiegato quanto Manuel fosse stato importante per lui in quei giorni e quanto lo fosse sempre. Manuel scosse appena il capo, in risposta.

"Non è proprio la stessa cosa, Simo. Quando ho parlato co' tuo padre non stavamo ancora insieme, adesso parlerei da fidanzato, è una responsabilità diversa…"

Spiegò a bassa voce, con occhi preoccupati. Simone annuì, perché aveva capito il suo punto di vista e, in effetti, avrebbe potuto arrivarci da sé.

"Hai ragione, hai ragione…allora se vuoi le parliamo insieme, mh?"

Propose, ma Manuel scosse di nuovo il capo e sospirò.

"No, preferisco farlo da solo. Deve conoscere me per quello che sono, se me vede attraverso gli occhi tuoi è troppo facile, sarebbe una scorciatoia. Grazie, però."

Si sporse a dargli un bacio a fior di labbra, per rinforzare il ringraziamento. Simone sorrise orgoglioso del suo Manuel responsabile e coraggioso e decise di rispettare la sua scelta, riservandosi comunque di parlare con sua madre in caso di eventuali problemi, che comunque non credeva ci sarebbero stati.

"Di niente, figurati. Però non fasciarti la testa prima di rompertela, ok? Non pensare già al peggio, ancora non vi siete parlati!"

Esclamò incoraggiante e Manuel annuì, rivolgendo uno sguardo di sfuggita a Floriana, che ancora stava parlando con Riccardo, prima di tornare a guardare Simone.

"Senti, per te sarebbe un problema se non ti accompagnassi in sala gessi? Magari ne approfitto, sto un po' con lei…però se preferisci che stia con te, resto."

Solo pochi mesi prima, Manuel non avrebbe mai accettato di affrontare di petto una situazione che lo spaventava, sarebbe scappato come aveva sempre fatto e Simone lo sapeva meglio di chiunque, per cui non poteva fare altro che essere ancora una volta fiero di lui e della sua crescita, e appoggiarlo nella sua decisione.

"No, no, tranquillo, anzi è un'ottima idea. Sii te stesso e andrà tutto per il meglio, va bene?"

Manuel annuì, anche se a differenza di Simone riponeva decisamente meno fiducia in se stesso, ma comunque non aveva senso rimandare e non voleva nemmeno mentire, mostrandosi per ciò che non era. Baciò Simone a fior di labbra e Simone lo trattenne per qualche istante in più, portando una mano dietro la sua testa, per cercare di infondergli un po' di sicurezza. Quando Manuel si rialzò, sorridendo al suo ragazzo, Floriana aveva appena finito di parlare con il dottor Bonvegna.

"Adesso dobbiamo proprio andare, ve lo riporto presto."

Promise il medico, prima di avviarsi con Simone lungo il corridoio. Simone si voltò per fare un saluto con la mano, sorridente, e sia sua madre che Manuel lo ricambiarono. Il ragazzo poi sospirò, per farsi coraggio, e si avvicinò alla donna porgendole una mano.

"Non ci siamo mai presentati di persona, io sono Manuel, piacere…"

Disse, un po' esitante, ma comunque cercando di essere cordiale. Sperò di non apparire tanto stupido agli occhi di Floriana quanto si vedeva con i suoi, ma a giudicare dal bel sorriso che la donna gli rivolse e dalla sua stretta di mano, lei non sembrava del suo stesso parere.

"Ciao Manuel, è un piacere poterti finalmente incontrare. Sai che sei un po' più alto, dal vivo?"

Manuel fece una risatina e annuì leggermente, anche se in realtà non ne aveva idea, non si era mai posto il problema.

"Sembro più alto perché al momento non c'è Simone."

Scherzò, facendo ridere Floriana, il che poteva essere un buon inizio per lui. La madre di Simone aveva una bella risata, elegante ma non fredda, controllata ma sincera. In questo, Simone aveva preso più da suo padre, a voler fare un paragone, quando si lasciava attraversare dalla felicità e dall'euforia e finiva con illuminare un'intera stanza con le sue risate e i suoi sorrisi.

"Posso…posso offrirle un caffè? C'è un bar qui vicino…"

Propose, sentendosi ancora più stupido. Quelle formalità proprio non facevano per lui, ma non sapeva come altro rompere il ghiaccio.

"Il caffè lo accetto volentieri, ma te lo offro io e ti prego, dammi del tu, non sono mica così anziana!"

Rispose divertita lei e Manuel si morse un labbro, imbarazzato.

"Certo, va bene, come vuole…cioè, come vuoi."

Prese un profondo respiro e si incamminò, dopo averle indicato la strada con un cenno della mano, che poi finì in tasca insieme all'altra.

"Comunque non l'ho fatto perché pensavo fossi anziana, eh. Non lo sembri…cioè, non lo sei."

Tentò di giustificarsi, pentendosene un attimo dopo. Ma cosa diamine andava blaterando?

"Ah, ti ringrazio, sei molto gentile."

Disse Floriana e poi gli sorrise, un sorriso genuino, ma agli occhi di Manuel sembrò comunque un sorriso di cortesia.

'Perfetto, adesso penserà che suo figlio sta con un cretino!', pensò, mentre camminava a testa bassa nel corridoio.

Incrociarono Dante, Anita e Virginia, arrivati in quel momento, e spiegarono loro brevemente la situazione prima di uscire. Manuel rimase in silenzio per tutto il tragitto, camminava con le mani in tasca e di tanto in tanto rivolgeva un'occhiata veloce alla madre di Simone che camminava tranquilla accanto a lui.

"Com'è andato il viaggio?"

Domandò una volta arrivati al bar, dopo aver ordinato i due caffè.

"Il volo in sé è andato bene, a parte qualche piccola turbolenza, ma ti confesso che a stento le ho avvertite, tanto ero preoccupata per Simone."

E Manuel vide tutta quella preoccupazione tornare negli occhi azzurri della donna di fronte a lui, la stessa che spesso e volentieri riconosceva negli occhi di sua madre, alla cui base c'erano sempre i suoi comportamenti sconsiderati. Ecco che i morsi della colpa tornavano a farsi sentire.

"Per fortuna ora so che sta bene."

Aggiunse accennando un sorriso e Manuel le sorrise di rimando, curvando appena un angolo delle labbra.

"Sì, Simone sta bene, si sta riprendendo in fretta. È pieno di energia e vuole darla al mondo e il mondo, beh…il mondo è molto fortunato."

Il suo sorriso inevitabilmente si fece più dolce a parlare di Simone e a Floriana non sfuggì questo dettaglio. Quel ragazzo doveva davvero tenerci tanto a suo figlio. 

"Voi siete compagni di classe, giusto? Vi conoscete da tanto, quindi?"

"Sì, lo siamo, ma solo da quest'anno. Io prima ero in un'altra classe, poi m' hanno bocciato e ho ripetuto la terza. Non so' bravo come Simone a scuola, anzi, so' proprio n'asino fatto e finito. È solo grazie a lui se quest'anno non m'hanno bocciato de nuovo, mo' me sta pure aiutando a studia' per recuperare i debiti a settembre…"

Spiegò Manuel, abbozzando un sorriso impacciato. Voleva essere totalmente sincero con la madre di Simone e poi, in fin dei conti, il suo rendimento scolastico era ben poca cosa rispetto al resto, tanto valeva che glielo dicesse.

"Però dall'anno prossimo me metto a studia' seriamente, basta stronzate."

Affermò, bevendo un po' di caffè. Floriana curvò le labbra in un sorriso sghembo, perché adesso ricordava che Dante le aveva già parlato di Manuel, e le aveva accennato che fosse un po' una testa calda, anche se con una luce speciale negli occhi. Era passato parecchio tempo da allora e sembrava che le cose, intanto, fossero cambiate in meglio.

"Beh, sei ancora in tempo per riprenderti e sono sicura che tu ne abbia tutte le capacità. Dante mi ha detto che sei uno dei suoi studenti più brillanti, sai?"

"Il professore è troppo buono con me…decisamente troppo. Non me lo merito."

Mormorò Manuel fissando la propria tazzina, imbarazzato, mentre se la rigirava tra le mani.

"Però se ho capito cosa voglio fare nella vita, lo devo a lui."

Floriana fece una risatina, annuendo. Sì, Dante tendeva a fare questo effetto sui suoi studenti, soprattutto su quelli più persi: li prendeva per mano e li riportava sul sentiero della vita.

"Vorresti laurearti in filosofia, giusto? Simone me l'ha accennato…"

Manuel annuì, con un altro sorso finì il suo caffè e tornò a guardare Floriana.

"Sì, vorrei, poi se ce riesco non lo so. Però la filosofia me piace, non sono tutte chiacchiere inutili come pensa qualcuno, te aiuta a vede' il mondo con occhi diversi, te aiuta a ragiona' sulle cose…perché bisogna pensare a ciò che si fa, a ciò che ci circonda, altrimenti se vive male o peggio, nun se vive proprio."

Rispose con entusiasmo, ma poi si bloccò, rendendosi conto di essersi lasciato troppo andare.

"Scusa, a volte se inizio nun me fermo più…"

Ma Floriana non era disturbata da quella piccola divagazione, anzi ne era rimasta piacevolmente sorpresa. Gli sorrise, quindi, affettuosamente.

"Proprio come un filosofo che si rispetti!"

Scherzò, per fargli capire che fosse tutto a posto. Manuel fece una risatina e annuì, sollevato.

"Se proprio devo essere sincero, però…predico bene e razzolo male."

Sentì il suo cuore cominciare a battere più velocemente, in preda all'ansia, ma doveva e voleva raccontare tutta la verità alla madre di Simone e pensava che fosse più giusto farlo subito. Lei corrugò leggermente la fronte, un po' perplessa.

"Ma dai, cosa dici? Non mi sembri uno sconsiderato…"

Manuel sospirò. Sembrare era la parola chiave.

"Eh, appunto, non lo sembro, però lo sono. Sto cercando di migliorare, ma ho fatto tante cazzate proprio perché non pensavo…e ci è andato di mezzo pure Simone."

L'espressione di Floriana si fece più confusa, ma anche più preoccupata. Non sapeva niente di tutto ciò.

"In che senso, scusami?"

Manuel fece un respiro profondo, prendendosi qualche istante per riordinare le parole nella testa. C'erano così tante cose da dire e lui era così agitato che gli risultava difficile organizzare un discorso coerente.

"Intendo dire che…non voglio nascondermi o mentirti, io a Simone ho saputo fare tanto male, proprio perché non ho pensato."

Cominciò a dire e contemporaneamente una delle sue gambe cominciò ad agitarsi sotto al tavolino dove si erano accomodati.

"Qualche mese fa, quando è venuto a Glasgow, da te…ti ha detto da che scappava?"

Floriana tornò con la mente a quella notte invernale, quando improvvisamente Simone le telefonò per dirle, con voce rotta e flebile, che stava per prendere un aereo e a quando nel giro di poche ore, poco prima dell'alba, se lo ritrovò davanti alla porta di casa, portando con sé soltanto un piccolo zaino e se stesso. Non avrebbe mai dimenticato i suoi occhi arrossati, stanchi, smarriti. Quegli occhi le dicevano che i bagagli di Simone non erano fisici, ma erano molto pesanti. Sospirò, perché iniziava a capire.

"Mi disse che si trattava di una questione di cuore e che c'entrava un ragazzo che aveva un'altra e che lo aveva respinto, ma non fece nomi. Quindi eri tu, quel ragazzo?"

Manuel annuì, guardando la madre di Simone con la stessa espressione di un cane bastonato. Ecco, nei suoi occhi poteva cominciare a vedere le prime incrinature, i primi segnali di un risentimento che nasceva dal desiderio di proteggere suo figlio e che per questo non era da condannare. Se ripensava al modo in cui aveva trattato Simone, alle cattiverie che gli aveva urlato e all'odio che aveva riversato su di lui, si sentiva uno stronzo, oltre che un coglione. Meritava decisamente di peggio, da parte di Floriana.

"Sì, quel coglione ero io. La sera in cui è scappato, l'avevo chiamato…"

Si bloccò, perché quella parola non riusciva nemmeno a ripeterla. Sospirò.

"...in un modo orribile davanti a mezza classe. L'ho umiliato solo per ripicca, perché aveva detto alla ragazza mia…cioè, alla mia ex, che l'avevo tradita con un'altra. È un casino, lo so…"

Mormorò, con lo stesso tono colpevole di chi va a confessare un crimine o un peccato. I suoi occhi scuri e tristi fissavano quelli di Floriana, ma in essi non cercavano perdono, perché sapeva di non meritarselo.

Floriana fece un profondo respiro, prendendosi un paio di secondi per riordinare i pensieri. Adesso le era più chiaro il motivo che aveva spinto Simone a mettere quanta più distanza possibile tra sé e quel ragazzo: suo figlio non aveva dovuto affrontare solo una semplice delusione d'amore, si era sentito insultare dalla prima persona che gli era piaciuta per davvero, e non poteva nemmeno immaginare il dolore che doveva aver provato. Da quella persona, però, ci era tornato dopo a stento un giorno.

"Eppure Simone ti ha perdonato…"

Manuel annuì, accennando un sorriso mesto. Lui quel perdono lo aveva preso e lo aveva gettato via.

"Sì, m'è bastato chiamarlo, chiedergli scusa…anche Simone è troppo buono con me, m'ha perdonato troppo in fretta…e io non me so' reso conto de quanto fossi fortunato. Ho fatto di nuovo lo stronzo, con lui, qualche tempo dopo…"

Floriana sgranò gli occhi, stupita. Cominciava davvero a domandarsi come facesse suo figlio a voler bene un ragazzo che lo aveva ferito così tanto, eppure in fondo conosceva la risposta perché anche lei aveva voluto bene a Dante -e gliene voleva ancora, anche se in modo diverso-, nonostante i suoi continui tradimenti. Probabilmente anche Manuel, come Dante, aveva un dolore o una paura che lo spingeva a comportarsi in quel modo.

"Di nuovo? E stavolta cos'è successo?"

Chiese comprensiva, e Manuel si stupì della dolcezza nella sua voce e nel suo sguardo. Gli ricordarono quelli del figlio.

"La sera del suo compleanno, stavo incazzato nero perché me frequentavo co' una, una che me sembrava l'amore della mia vita, che m'aveva appena mollato."

"L'altra donna di cui mi ha parlato Simone?"

Manuel annuì.

"Sì, sempre la stessa. Lei, Alice, era l'architetta che si occupava dei lavori a scuola nostra. M'aveva lasciato e io nun ce vedevo più, volevo spacca' tutto er cantiere, nun me 'mportava de niente. Eppure nessuno dei nostri compagni di classe, neppure la mia ex, s'erano accorti che stavo così male, solo Simone lo aveva capito e pure che era la festa sua, mi ha seguito per impedirme de fa' cazzate."

Nonostante la rabbia, nonostante le troppe birre che aveva bevuto, Manuel ricordava ogni dettaglio di quella notte illuminata soltanto dalle luci rosse del cantiere. Sorrise sghembo al pensiero di ciò che gli aveva detto Simone, quella frase da cui era nato uno dei momenti più belli della sua vita, anche se non se ne era reso conto subito.

"Non ti lascio perché ti voglio bene. Così mi ha detto, quando gli ho urlato contro di lasciarme stare. In quel momento ho realizzato che, a parte mi' madre, nessuno me lo aveva mai detto e allora ho smesso di pensare, non che prima fossi proprio lucidissimo, e mi sono preso questo amore che Simone era disposto a darme, con un bacio e…e anche con qualcosa di più."

Preferì risparmiare a Floriana i dettagli, che tanto non sarebbero serviti a niente se non a mettere entrambi in imbarazzo -lui era già arrossito, anche se poco-, mettendoli da parte anche per se stesso. Non erano la cosa più importante, al momento.

"Il problema è stato dopo, quando…quando Simone ha cominciato a chiedermi del perché lo avessi fatto, del perché fossi stato con lui. Me lo chiedevo anch'io, ma al tempo stesso non volevo pensarci, perché dargli e darmi una risposta avrebbe significato mettere tutto me stesso in discussione, mettere le mie certezze in discussione, e non volevo farlo, il solo pensiero mi terrorizzava. Simone però insisteva e insisteva e più lui insisteva e più io lo allontanavo, fino a quando non si è allontanato abbastanza da me pe' farsi trova' da un altro e solo allora ho capito la cazzata che avevo fatto. Poi si è risolto tutto, come puoi intuire, ma intanto l'ho fatto sta' male."

Bevve un abbondante sorso d'acqua, svuotando il bicchiere più o meno a metà. Gli era venuta la bocca secca soltanto ripensando a quanto fosse stato male quando aveva visto Simone e Claudio insieme. Floriana gli rivolse un sorriso appena accennato, ma affettuoso, vedendosi confermata la sua ipotesi.

"Perché mi hai raccontato tutto questo, allora, se tu e Simone avete risolto?"

"Perché io sono il ragazzo di Simone e tu sei sua madre, hai il diritto di sapere sia le cose belle che le cose brutte sul mio conto. A dirti quelle belle ci penserà sicuramente Simone, ma quelle brutte…volevo le sapessi da me."

Rispose Manuel, che poi sospirò. Ora arrivava la parte davvero difficile.

“E a dire il vero, non sono nemmeno finite…”

“Ancora? Certo che con te non ci si annoia mai…”

Replicò la donna con un pizzico di divertimento, ma Manuel non ci trovava niente di divertente in ciò che stava per raccontarle ed era sicuro che anche lei avrebbe smesso di sorridere di lì a poco.

“Per caso, Dante ti ha detto qualcosa su…sul rapimento di Simone? Non so, ti ha detto chi lo ha preso?”

Floriana scosse appena il capo e il suo sorriso si spense. Non si aspettava che il ragazzo le avrebbe parlato di questo, non in relazione a se stesso almeno.

“Mi ha solo detto che è stato un certo Sbarra, ma quando gli ho chiesto cosa c’entrasse Simone con un delinquente così, ha rimandato la discussione ad un altro momento. Sinceramente, però, vorrei capire cosa sia successo…”

“Simone non c’entra niente co’ quello, puoi stare tranquilla. La colpa è mia, solo mia. C’avevo degli impicci con lui, non ho rispettato gli accordi e lui, per punirme, se l’è presa co’ Simone.”

Disse di getto Manuel, vomitando le parole tutte d’un fiato. Esattamente come se avesse vomitato, aveva gli occhi lucidi e il respiro corto per lo sforzo, e avvertiva un senso di nausea che gli faceva girare la testa, tanto che dovette aggrapparsi al tavolino per ritrovare un minimo di stabilità.

Floriana era stata colpita da quelle parole come da proiettili, che la attraversarono portando con sé la rabbia nei confronti di quel ragazzo per colpa del quale aveva rischiato di perdere suo figlio, eppure quando si accorse che Manuel improvvisamente non aveva una bella cera, quel sentimento passò in secondo piano.

“Manuel, che hai? Non ti senti bene?”

Domandò preoccupata, portando una mano sul petto del ragazzo per sorreggerlo.

“Me dispiace, me dispiace da impazzi’, davvero…è tutta colpa mia.”

Biascicò Manuel, senza rispondere alla sua domanda, dopo aver deglutito il groppo che sentiva in gola. Cercava di fare del suo meglio per trattenere il pianto, perché non voleva passare per uno che cercava compassione, non se la meritava. Floriana, Dante e Virginia avevano tutto il diritto di odiarlo.

“Dai, bevi un po’, calmati…”

Floriana gli porse il bicchiere ancora mezzo pieno d’acqua, premurosamente, e Manuel lo svuotò in un paio di sorsi. I suoi occhi finirono sul fondo di quel bicchiere, non osava alzarli per guardare la madre di Simone, e non posò l’oggetto perché aveva bisogno di rigirarsi qualcosa tra le mani.

La donna rimase in silenzio per qualche secondo, a fissare quel ragazzo che sembrava davvero dispiaciuto, anzi addirittura distrutto, per ciò che aveva fatto. Questo non bastava a cancellare i suoi sbagli, ma si disse anche che Simone lo conosceva meglio di lei e che se lui continuava a volergli bene, doveva esserci un motivo che andava oltre la semplice cotta adolescenziale.

“Senti, ce la faresti a spiegarmi un po’ meglio cos’è successo?”

Manuel annuì, darle una spiegazione più articolata era il minimo che potesse fare. Cominciò quindi a parlare, muovendo il pollice su e giù sulla superficie del bicchiere.

“Ho iniziato a lavora’ per Sbarra un po’ di tempo fa, mi servivano soldi per aiuta’ mia madre, che non ha un lavoro fisso. Sa tipo tre lingue, è bravissima, ma è sfortunata…”

Sospirò.

“Simone lo sapeva, ma io non ho mai voluto coinvolgerlo. Quello di Sbarra è un mondo pericoloso e Simone è un bravo ragazzo, non fa per lui…però una volta ha provato a difendermi da uno degli uomini di Sbarra che era venuto a minacciarme ed è così che quello stronzo ha saputo di lui.”

Alzò il capo verso l’alto, scuotendolo leggermente, ancora incredulo per quel colpo di sfortuna.

“Poi, circa un mese e mezzo fa, Sbarra mi ha chiesto di spacciare della roba, niente che non avessi già fatto…però di diverso c’era che adesso stavo con Simone e tutto il resto era passato in secondo piano. Ho sottovalutato Sbarra, so’ stato un coglione, me sarebbe bastata qualche serata per farlo contento ed evitare tutto questo. Non ho pensato alle conseguenze e Simone…Simone ci ha rimesso per me.”

Tornò a guardare Floriana, anche se sostenere il suo sguardo gli faceva male, ma lei meritava di venire a sapere cosa avesse vissuto suo figlio da qualcuno che avesse il coraggio di guardarla negli occhi.

“Sbarra l’ha tenuto per due settimane in una stanzetta minuscola, al buio, senza farlo muovere, senza dargli da mangiare, per poco non gli portava nemmeno l’acqua. Un giorno sono andato a trovarlo, ho insistito per vederlo e all’inizio sembrava che stesse andando tutto bene, ma poi Sbarra gli ha fatto spezzare una gamba perché avevo insistito troppo. Come un coglione, mi era sembrata una buona idea minacciarlo…anche di questo è tutta colpa mia.”

Floriana si sentì morire il respiro in gola al pensiero che suo figlio, il suo dolce Simone, avesse dovuto sopportare quella tortura per tutto quel tempo. Bevve un po' d'acqua per cercare di riprendersi e tornò a guardare il ragazzo di fronte a sé, che avrebbe dovuto odiare eppure non riusciva a farlo, forse a causa di quei due occhi scuri e tristi che trattenevano lacrime amare, gli occhi di un bambino con tanta paura e dolore nel cuore. Prese un profondo respiro.

"Volevi aiutare tua madre, hai fatto una cosa sbagliata per un motivo giusto, posso capirlo."

Disse per rincuorarlo, ma Manuel non si sentì meglio a quelle parole. Non capiva perché Floriana cercasse di giustificarlo, non capiva perché non gli stesse urlando contro, ma capiva che il cuore buono di Simone era un po' anche quello di sua madre. Non disse nulla, perché la donna riprese a parlare subito.

"E dopo quella volta, sei andato di nuovo dal mio Simone?"

Manuel scosse il capo, facendo agitare un po' i ricci.

"Non c'è stato tempo, quella sera stessa ho parlato con un ispettore e il giorno dopo sono andati a salvare Simone."

Floriana annuì appena, sollevata al pensiero che almeno suo figlio fosse stato portato presto in ospedale.

"Ma perché non l'hai fatto prima? Perché nessuno di voi l'ha fatto prima? Perché aspettare tutto questo tempo?"

"Quando Simone è scomparso, non sapevo che cosa fare, sapevo soltanto che andare subito alla polizia sarebbe stata una pessima mossa, perché Sbarra se ne sarebbe accorto. Allora sono andato da un nostro amico, mio e di Simone, che è un avvocato e gli ho chiesto aiuto. Sapevamo entrambi che mandare la polizia da Sbarra sarebbe stato un errore, dovevamo aspettare il momento adatto. Non è stato facile nemmeno per me, credimi, ma era la cosa migliore da fare."

Spiegò Manuel, cercando di essere il più chiaro possibile. Non era facile comunicare la confusione di quei giorni, il senso di impotenza, la paura che ogni gesto o parola potessero trasformarsi in una condanna per Simone, ma Floriana sembrò capirlo e annuì di nuovo, con un lieve movimento della testa.

"Quando hai visto Simone, come ti è sembrato? Come…come stava?"

Manuel prese un respiro profondo, ancora gli mancava l'aria se ripensava al momento in cui aveva visto Simone svenuto in quello stanzino.

"In realtà, io Simone l'ho visto due volte, una per pochi minuti e l'altra sono rimasto con lui per…non so, forse un'ora o qualcosa di più."

Era sempre difficile misurare il tempo trascorso insieme, perché le ore, i minuti e i secondi non contavano più nulla, tornavano ad essere costrutti umani senza importanza o significato.

"La prima volta, era svenuto contro il tubo a cui era ammanettato. Ho avuto solo il tempo di svegliarlo, fargli bere un po' d'acqua e cercare di rassicurarlo come potevo. La seconda volta, invece, sono riuscito a convincere Sbarra a fargli togliere le manette, gli ho portato da mangiare e l'ho aiutato a camminare un po' per la stanza. Ti posso dire che era debole, fisicamente, eppure aveva una forza dentro che avrebbe fatto concorrenza a quella di un leone! Se glielo chiedi, ti dirà che aveva quella forza grazie a me, ma secondo me l'ha sempre avuta. Anche adesso, si sta riprendendo in fretta perché è forte."

Gli occhi di Manuel erano lucidi per le lacrime che voleva a tutti i costi trattenere, ma se brillavano era per l'orgoglio che provava nei confronti di Simone, che si rifletteva anche nel piccolo sorriso spuntato sulle sue labbra.

"Potrebbero essere vere entrambe le cose, non credi?"

Replicò Floriana, più rilassata. Adesso capiva perché Simone voleva così bene a quel ragazzo, perché era evidente che il sentimento era ricambiato.

"Beh, sì, potrebbero…ed è vero anche che anche lui mi dà forza. Senza Simone, non so dove sarei adesso."

Se lui per Simone era la sua acqua, perché in quei giorni ne aveva sentito la mancanza, Simone per lui era la sua luce, perché aveva trascorso tutta la vita al buio, come l'uomo nel mito della caverna di Platone, e grazie a Simone ne era uscito fuori.

"Allora torniamo da lui, mh?"

Propose Floriana, alzandosi. Manuel la imitò subito, ma rimase fermo.

"Comunque ho raccontato alla polizia tutto quello che so su Sbarra, tutto. Non voglio più avere a che fare co' gente come lui."

Disse determinato e Floriana si permise di fargli una carezza sulla guancia, affettuosa. Manuel ne fu sorpreso, ma non si sottrasse a quel tocco delicato.

"Sei un bravo ragazzo, Manuel. Sono felice che tu e Simone vi siate trovati, davvero. Tu comunque avviati, se vuoi, io intanto pago qui e ti raggiungo."

Manuel sorrise, imbarazzato. Pensava che Floriana avrebbe dovuto dargli uno schiaffo e non una carezza, ma si ripromise di dimostrarsi degno anche di quel gesto d'affetto.

"Ne sono felice anch'io, più di quanto possa dire. E il caffè lo offro io, voglio prendere anche qualcosa di fresco da bere per Simone…è una cosa nostra, è importante."

Floriana poté soltanto arrendersi di fronte a tutta quella determinazione e lasciò il ragazzo libero di andare in cassa. Manuel prese una lattina di thè al limone per Simone e uno alla pesca per sé: normalmente non avrebbe pensato a se stesso, ma bere insieme quel thè significava tornare agli intervalli trascorsi insieme a scuola, ad una piccola routine che aveva il sapore del quotidiano. Significava ricollocare al suo posto un'altra tessera nel puzzle della loro normalità.

"Manuel, posso parlarti un attimo?"

Domandò Dante, a bassa voce, non appena lo vide tornare insieme alla sua ex moglie. Manuel sgranò gli occhi per un istante, colto un po' alla sprovvista, ma non poteva dire di essere davvero sorpreso. Lui e Dante non avevano realmente parlato da quando Simone era stato rapito, era comprensibile che adesso il professore volesse dirgli qualcosa, probabilmente voleva rimproverarlo. Si schiarì la voce e annuì.

"Sì, certo…"

Infilò una mano in tasca, mentre con l'altra stringeva il manico della busta con le due lattine, e seguì il suo professore in disparte, in un angolo del corridoio che dava sulla sala d'attesa.

"Simone è tornato in camera?"

Chiese dopo qualche istante di silenzio, dal momento che il suo professore sembrava temporeggiare.

"No, no, ancora non è uscito, ci vuole un po' di tempo."

Manuel annuì appena, approfittandone per distogliere lo sguardo. Gli era ancora difficile sostenere quello di Dante.

"Senti, Manuel…io ti devo e ti voglio chiedere scusa."

Cominciò a dire l'uomo, con voce gentile, e Manuel si accigliò, perplesso. Non aveva assolutamente nulla di cui scusarsi, dal suo punto di vista.

"No, professo', lei non mi deve proprio niente. Sono io che le dovrei chiedere scusa, ma non basterebbe…"

Replicò mestamente lui, ma l'altro lo fermò mettendogli una mano sulla spalla.

"Manuel, per favore, guardami."

E il ragazzo, seppur un po' titubante, alzò gli occhi come richiesto. Guardando quelli del professore, si accorse che non erano pieni di rabbia o di delusione, ma di dispiacere. Davvero non ne capiva il motivo. Dante gli rivolse un sorriso appena accennato, ma sincero.

"Ho sbagliato a trattarti in quel modo, non avrei dovuto…"

"No, no, questo non è vero."

Lo interruppe Manuel, scuotendo il capo.

"Me meritavo pure de peggio, lo so io e lo sa anche lei."

Dante sospirò pazientemente, mentre gli ritornavano in mente le parole di Simone. Suo figlio aveva ragione, Manuel si sentiva in colpa per ciò che gli era accaduto, lo vedeva dai suoi occhi smarriti che ne soffriva così tanto.

"Fammi finire, per favore. Ho sbagliato, non avrei dovuto prendermela con te, perché anche tu, come me, avevi paura di perdere una persona a cui tieni molto. Non so se Simone te l'ha già detto, ma abbiamo avuto una piccola ma accesa discussione mentre tu non c'eri…"

Gli occhi di Manuel si velarono di preoccupazione: l'ultima cosa che voleva era che Simone litigasse con suo padre a causa sua, proprio adesso che avevano riallacciato il loro rapporto.

"Cioè? Che è successo?"

Dante prese un profondo respiro prima di rispondere. A dire il vero, non si aspettava che il figlio avesse tenuto quell'episodio per sé.

"Non ti preoccupare, come ti ho detto è stata una discussione breve, abbiamo fatto pace in fretta. Detto sinceramente, Manuel, non credevo fosse una buona idea che tu vedessi Simone, non subito, almeno. Simone però mi ha fatto capire che mi sbagliavo, mi ha detto quanto gli sei stato d'aiuto in questi giorni terribili e…e, da padre, oltre che chiederti scusa, devo anche ringraziarti."

La voce, gli occhi e il sorriso di Dante traboccavano di gratitudine nei confronti di Manuel e Manuel, che si aspettava una discussione del tutto diversa, sorrise imbarazzato.

"Io ho solo cercato de dargli un po' de sollievo, per quanto possibile. Simone ce l'ha fatta perché è forte, l'ho detto anche a sua madre…"

Dante fece una risatina, annuendo appena.

"Simone è sicuramente forte, ma ti ricordi quando ti ho detto che anche tu avevi una forza, quella delle persone amate, ma irraggiungibili e che con una tua semplice parola potevi fargli molto male?"

Manuel annuì, quel discorso se lo ricordava fin troppo bene. Lo aveva colpito nel profondo, quel giorno, aveva smosso in lui qualcosa di strano, qualcosa che provava soltanto con Simone: la sensazione di essere amato, amato per davvero.

"Certo che me lo ricordo, sì…"

"Ecco, bene. Adesso immagina quale sia la forza che tu, persona amata…"

E così dicendo, Dante gli toccò il petto con l'indice.

"...hai adesso che sei raggiungibile e raggiunta."

Manuel accennò un sorriso, perché aveva capito. Non aveva bisogno di immaginare quella forza di cui parlava Dante, perché era la stessa che sentiva dentro di sé da quando stava con Simone, quella che Simone gli dava.

"Basta una mia parola per far aprire il cielo in una stanza chiusa."

Mormorò in risposta, ma con decisione.

"Anche Simone ha questo potere, con me. Mi ha aiutato a rimanere lucido."

Specificò subito e Dante annuì, felice di sapere -o meglio, di avere l'ennesima conferma- che quelle due metà vaganti nel mondo si fossero ritrovate.

"Non avevo dubbi! Guarda, se fossimo stati a scuola, ti avrei messo un bell'otto!"

Manuel ridacchiò e mise su un'espressione furbetta.

"Vabbè, se po' sempre conserva' per l'anno prossimo, no? Mica scade…"

Il professore scosse il capo, divertito, e gli diede una leggera spinta in avanti.

"No, questo non credo proprio che accadrà."

I due, ridacchiando, tornarono a sedersi accanto al resto della famiglia. Manuel era più sereno  ora che aveva parlato con i genitori di Simone, si era liberato di un peso non da poco. Non si sarebbe concesso di adagiarsi sugli allori, però, anzi avrebbe fatto del suo meglio per non tradire quella fiducia, per dimostrarsi meritevole del loro affetto e di loro figlio. Dopo qualche minuto, vide arrivare Claudio e Domenico che subito si avvicinarono a lui, entrambi con un bel sorriso che Manuel ricambiò.

"Come mai tutti qui? Ci aspettavamo di trovarvi nella stanza di Simone…"

Disse l'avvocato, senza nascondere un velo di preoccupazione nella voce.

"Sì, è che l'hanno portato a mettere il gesso. È tutto a posto, comunque, sta bene."

Rispose Manuel, tranquillo. Claudio sospirò sollevato, sedendosi accanto a lui, e un istante dopo Domenico lo imitò.

"E tu, invece, come stai?"

Chiese ancora l'avvocato, premuroso. Nei suoi occhi azzurri c'era l'affetto di un padre nei confronti di un figlio e Manuel se ne sentì investito come da un piacevole vento caldo.

"Simone sta bene, quindi sto bene anch'io."

Rispose sorridendo e i due adulti ridacchiarono, scambiandosi uno sguardo complice. Quanta saggezza in quella semplice frase!

"E poi ho parlato con la mamma di Simone, che non sapeva praticamente nulla di ciò che era successo, e le ho raccontato tutto, ma proprio tutto. Le ho anche spiegato che era colpa mia se il figlio stava così…"

"È merito tuo se Simone è sano e salvo."

Precisò Domenico, con voce e occhi decisi. Manuel era esattamente come il suo Claudio, legato ad un senso di colpa più grande di lui che gli impediva di vedere il bene che invece era in grado di fare e c'era bisogno di qualcuno che glielo ricordasse. Manuel accennò un sorriso, così come Claudio, perché entrambi stavano cominciando ad imparare quella lezione.

"Deve averlo capito anche lei, da quel poco che le ho detto, perché è stata davvero comprensiva con me, non me lo aspettavo."

Spiegò a bassa voce, per non farsi sentire dalla diretta interessata.

"Ho parlato anche con suo padre, mi ha chiesto scusa per il suo comportamento, che secondo lui è stato troppo duro."

Aggiunse, rivolto principalmente all'avvocato, con cui aveva già toccato il discorso. Claudio annuì, contento della notizia.

"Mi fa davvero piacere, Manuel, credimi."

E così, in un impeto d'affetto, avvolse un braccio intorno alle sue spalle. Manuel, sorpreso, scoppiò a ridere, ma non si sottrasse a quella specie di abbraccio e anzi, lo ricambiò. Domenico li osservava con divertito affetto.

"Io e Simone possiamo venirve a trova', ogni tanto? Quando ce viene voglia de una delle brodaglie tue, magari…"

Propose Manuel, quasi timidamente. Claudio ridacchiò e annuì, sorridente.

"Ma certo che potete! Vero, Domenico?"

Domandò al compagno, certo di una risposta positiva che non tardò ad arrivare. Anche Domenico, del resto, si era facilmente e velocemente affezionato a quei due ragazzi.

"Non c'era neanche bisogno di chiedere!"

Affermò l'ispettore, arruffando per gioco i capelli di Manuel, il quale passò i successivi minuti a lamentarsene -li aveva sistemati per Simone!- e a cercare di riportarli più o meno in ordine.

Dopo un bel po' di tempo, trascorso a parlare delle indagini su Sbarra con la famiglia di Simone, un'infermiera venne a chiamarli, dicendo che Simone era tornato in camera e che aveva qualcosa da mostrar loro.

Lì trovarono Simone in piedi, sostenuto da due stampelle, che sotto lo sguardo vigile del dottor Bonvegna, muoveva i primi passi incerti con il gesso. Gli sembrava di essere tornato ai tempi in cui, bambino, barcollava come un cerbiatto appena nato -volendo fare un paragone con il soprannome che Manuel gli aveva recentemente dato- dal divano alla poltrona del salotto aiutato da suo padre. Anche la soddisfazione e l'entusiasmo, riflessi sul suo volto sorridente, erano gli stessi di allora.

"Sei un grande, Simo!"

Esclamò Manuel, al settimo cielo, avvicinandosi di qualche passo. Gli sembrava un sogno poter vedere il suo ragazzo di nuovo in piedi e che per di più camminava con le sue gambe -per la precisione con la sua gamba e due stampelle, ma era pur sempre un traguardo-.

"Aspetta, Manuel, aspetta. Vengo io da te, torna indietro!"

Replicò Simone, euforico come un bambino che voleva mostrare una cosa che aveva appena imparato. Manuel, senza farselo ripetere di nuovo, tornò sui suoi passi e si riavvicinò al gruppo di adulti, che guardavano Simone con la sua stessa gioia e tutti, chi in maniera più evidente, chi meno, avevano gli occhi lucidi.

Simone prese un respiro profondo, si scambiò uno sguardo d'intesa con Riccardo e, un passo alla volta, attraversò l'intera stanza. Camminare per lui era sempre stata un'azione scontata, qualcosa a cui non aveva mai dato importanza, e così anche correre -ad esempio in un campo da rugby- gli veniva automatico, non aveva mai dovuto pensare a come muovere le gambe o a dove poggiare i piedi, il suo corpo era una sorta di macchina calibrata alla perfezione. In quel breve tragitto, invece, si rese conto che ogni passo non era più così automatico, così fluido, doveva stare ben attento a dove poggiava il piede sano e, soprattutto, a tenersi saldo alle stampelle con cui si sollevava leggermente per avanzare. Era lento, impacciato, come un meccanismo guasto, e faceva fatica a muoversi in quel modo, ma nel sorriso di Manuel trovò la perfetta ricompensa per il suo sforzo.

"Ti tengo io, tranquillo."

 Lo rassicurò Manuel, poggiando le mani sui suoi fianchi per sostenerlo. Aveva notato che Simone aveva il respiro affannato, forse si era affaticato troppo, aveva bisogno di riprendersi e lui era pronto ad essere il suo appoggio, il suo porto.

"Sei stato proprio bravo, lo sai? Ti meriti un premio…"

Lo baciò a fior di labbra e poi gli fece una carezza sulla punta del naso con il proprio. Simone fece uno sbuffo divertito e ricambiò il bacio, poi poggiò la testa sulla spalla di Manuel, lasciandosi andare tra le sue braccia. Sapeva che Manuel non lo avrebbe fatto cadere.

Non appena si sentì un po' più in forze, qualche decina di secondi dopo, si spostò verso la sua famiglia e si prese la sua dose di abbracci e di baci dal padre, dalla madre e dalla nonna, e gli sembrò ancora di più di essere tornato piccolo anche se, doveva ammettere, non gli dispiaceva affatto: la sua famiglia gli era mancata, anche con loro doveva recuperare il tempo perso.

Si avvicinò poi a Claudio e Domenico, che erano rimasti in disparte per lasciare spazio alla famiglia, e prima che potesse dire o fare qualsiasi cosa, l'avvocato lo abbracciò con tutto il suo affetto, liberando un sospiro di sollievo. Si era sforzato di mostrarsi tranquillo agli occhi di Manuel per non farlo agitare ulteriormente, ma anche lui aveva trascorso parecchie notti insonni, agitato dai pensieri e dalla paura, e adesso poter stringere tra le braccia quel ragazzo a cui si era affezionato come se fosse stato suo figlio, gli riempiva il cuore di gioia.

"Non sai quanto sono felice di vederti, Simone. Come ti senti?"

Domandò, rivolgendogli il suo tipico sguardo premuroso, e Simone accennò un sorriso.

"Anch'io sono felice di rivederti e sto bene, non ti preoccupare. Voglio ringraziarti per tutto quello che hai fatto per me e soprattutto per Manuel, mi ha detto che l'hai aiutato tanto…"

Cominciò a dire, ma Claudio lo interruppe con una risatina leggera.

"Non c'è bisogno che tu dica niente, lo sai. Se proprio vuoi ringraziarmi, pensa solo a rimetterti in sesto, va bene?"

Simone annuì, poi si voltò verso l'ispettore.

"Ispettore, io…volevo ringraziare anche lei per avermi salvato e chiederle scusa per essere stato un po' brusco. Volevo anche dirle che sono pronto a fare la mia deposizione, Manuel mi ha detto che la voleva…"

Domenico sorrise sghembo, intenerito dalla gentilezza di quel ragazzo.

"Ah, non devi ringraziare nemmeno me, ho fatto solo il mio dovere, e non devi neanche scusarti, ci mancherebbe. Però non devi nemmeno darmi del lei, se a Claudio dai del tu, altrimenti mi offendo!"

Esclamò, scherzoso.

"E invece fai bene, Simone, perché tra noi due è lui quello più vecchio!"

Ribatté Claudio, con lo stesso tono scherzoso, e il compagno alzò gli occhi al cielo, con finta esasperazione.

"Sì, vabbè, di un anno! L’importante è essere giovani dentro!"

Esclamò, facendo ridacchiare i presenti, e poi sospirò, tornando più serio.

"Parlando di cose importanti, se vuoi posso ascoltarti adesso, ma se preferisci passare un po' di tempo con i tuoi, posso tornare più tardi."

Simone, che fino a quel momento aveva assistito divertito a quel finto battibecco, tornò serio e scosse il capo, deciso. Voleva dare il prima possibile il suo contributo, perché Sbarra aveva fatto soffrire le persone a cui teneva di più al mondo e se lui poteva fare qualcosa per fargliela pagare, voleva farlo subito.

"No, no, voglio farlo adesso. Solo...loro possono restare?"

Era giusto che la sua famiglia sapesse, anche perché prima o poi avrebbe scoperto come aveva vissuto in quelle due settimane, ed era meglio che lo sapesse da lui. Si sentiva pronto a raccontarglielo. L'ispettore si scambiò uno sguardo con l'avvocato e poi annuì.

"Sì, certo, non c'è problema."

Gli rispose, rassicurante. In pochi istanti, Simone tornò a letto, con Manuel seduto accanto a lui e tutti gli altri sistemati intorno, pronti ad ascoltare.
"Allora, Simone, adesso rilassati, concentrati e raccontami tutto dall'inizio, mh? Sei pronto?"

Chiese Domenico, con gentilezza, e Simone annuì, serrando la mascella in un gesto istintivo, perché sentiva la tensione cominciare a salire. Manuel se ne accorse e prese una sua mano nella propria, per fargli capire che gli era vicino, che doveva stare tranquillo. Simone la strinse, rivolgendogli un sorriso grato. Era fortunato ad averlo accanto.

"Comincia con il dire le tue generalità, per favore."

Disse Liguori, prima di avviare la registrazione dal proprio cellulare. Simone, dopo quella piccola formalità burocratica, prese a raccontare.

"Il trenta giugno, intorno alle diciotto, avevo appena finito gli allenamenti di rugby al campo sportivo, stavo per tornare a casa, quando mi sono accorto che la mia Vespa aveva una ruota a terra e, quasi subito dopo, ho perso conoscenza. Quando mi sono svegliato, ero in una stanza completamente al buio e non potevo muovermi, ero ammanettato ad una specie di tubo e poi mi avevano picchiato, mi faceva male dappertutto."

Spostò gli occhi su Claudio, chiedendogli con lo sguardo se stesse andando bene e lui annuì, accennando un sorriso incoraggiante. Guardò poi suo padre, sua madre, sua nonna, trovando tanta apprensione sui loro volti, e fece loro un mezzo sorriso, per cercare di rassicurarli.

"Dopo un po', non saprei dire quanto, gli uomini conosciuti come Sbarra e Zucca sono venuti da me e mi hanno spiegato che…che mi avevano preso per minacciare Manuel, il mio ragazzo."

Ricordò la paura che aveva provato quando aveva visto quei due uomini davanti a sé, gli sembrava quasi di tornare a sentire la voce di Sbarra infilarsi sotto la sua pelle fino a fargli venire i brividi mentre gli mostrava la foto di lui e Manuel e gli spiegava quanto era stato fortunato ad aver preso ‘un fidanzato, meglio di un amico’. Ricordò la rabbia del vedere il proprio amore insultato in quel modo, sfruttato per gli sporchi scopi di un criminale, e anche il senso di impotenza e di angoscia al pensiero di non poter fare assolutamente niente per aiutare Manuel, che era ostaggio di Sbarra tanto quanto lui. Strinse un po' di più la mano del suo ragazzo, per ricordarsi che era tutto passato, che adesso erano di nuovo insieme e stavano bene.

Manuel, intuendo i suoi pensieri e le sue paure, si portò la mano di Simone alle labbra e vi posò un bacio silenzioso, cercando di infondergli il coraggio necessario a continuare il racconto e ad affrontarne il ricordo. Simone gli sorrise, grato, e poi riprese a parlare.

"Da quel giorno sono rimasto lì per due settimane, da solo, al buio, tranne che per un altro breve incontro con Sbarra, per uno con sua figlia, che mi ha portato dell'acqua e…e per le due volte in cui mi hanno fatto incontrare Manuel."

"Puoi raccontare cos'è successo durante il secondo incontro con Sbarra?"

Domandò l'ispettore e Simone annuì.

"Avevo sentito la voce di Manuel, poco prima, e mi ero messo ad urlare per farmi sentire da lui, per fargli capire in qualche modo che ero vivo. Sbarra poi è venuto a minacciarmi di dovermi dare una lezione, perché mi aveva chiesto di starmene buono e io non l'avevo fatto."

"Ed è stata in quell'occasione che ti ha fatto colpire alla gamba, provocandoti una frattura?"

Chiese ancora l'ispettore, mantenendo il tono neutro e distaccato che il suo ruolo imponeva, anche se dentro di sé era tutt'altro che calmo.

"No, in quel momento non mi ha fatto nulla, gli ho tenuto testa e lui ne è rimasto sorpreso, almeno così mi ha spiegato sua figlia."

Rispose Simone, prendendo poi un profondo respiro. Il coraggio che aveva mostrato a Sbarra durante quell'incontro era tutto di facciata, aveva temuto davvero che gli avrebbe fatto rompere una gamba -come lo aveva minacciato- eppure quando poi quella minaccia era diventata realtà, qualche giorno dopo, lui era riuscito a pensare soltanto a Manuel, perché la paura che quello stronzo gli avesse fatto del male era più forte del dolore per le ossa spezzate.

"Sbarra mi ha fatto rompere la gamba da Zucca durante la seconda visita di Manuel, perché…perché, a suo modo di vedere, era stato insolente e doveva essere punito."
Domenico si scambiò uno sguardo veloce con Claudio, in cui poté cogliere una rabbia del tutto simile alla sua e sospirò.

"D'accordo Simone, può bastare così."

Prima che potesse spegnere la registrazione, però, venne fermato dal ragazzo con un gesto della mano.

"Vorrei aggiungere una cosa, se possibile…"

L'ispettore annuì, avvicinandogli di nuovo il cellulare. Simone fece un respiro profondo e si voltò verso Manuel, cercando nei suoi occhi la forza di raccontare un ultimo episodio, che l'altro già conosceva. Manuel non fece fatica a capire di cosa volesse parlare Simone e gli mise il braccio libero intorno al busto, stringendolo a sé. Posò anche un bacio tra i suoi capelli, tutto pur di fargli capire che era al sicuro.

'Va tutto bene, Simo', ce sto io.'

Simone si sistemò meglio tra le braccia di Manuel e avvertì il proprio cuore calmarsi.

'Va tutto bene, c'è Manuel con me.'

"Un giorno, Sbarra e Zucca mi hanno portato fuori, nello sfascio, e mi hanno fatto lavare davanti a loro. Mentre mi lavavo, ad un certo punto hanno detto che sarebbe stato redditizio, per loro…farmi prostituire."

Parlò lentamente, un po' perché ricercava le parole adatte ad una dichiarazione ufficiale fatta alla polizia, e un po' perché ripercorrere quel momento anche solo col pensiero lo faceva sentire come se avesse camminato in mezzo ai rovi e, una volta uscito, avesse ancora delle spine sotto la pelle che gli facevano male quando si muoveva. C'era Manuel, però, che gli accarezzava il fianco e con quelle carezze riusciva ad attenuare il dolore e a rimuovere le spine.

Alzò il capo verso di lui e notò che aveva gli occhi lucidi, ma gli sorrideva per dargli coraggio e di questo non lo avrebbe mai ringraziato abbastanza. Spostò di nuovo lo sguardo e vide sua nonna, sua madre e Anita portarsi una mano davanti alla bocca per trattenere un urlo, suo padre con gli occhi sgranati per il raccapriccio, mentre Riccardo -anche lui era rimasto- sembrava essersi paralizzato per l'incredulità.

Dall'altra parte del letto, Claudio si era aggrappato ad una poltrona e serrava la mascella per non gridare, mentre per Domenico era un po' più facile mantenere la calma, dal momento che purtroppo era abituato a questo tipo di storie. La tentazione di gettare la chiave della cella in cui in quel momento si trovavano quei due pezzi di merda -in custodia cautelare-, però, era davvero alta.

"Ed è mai successo qualcosa di simile, Simone?"

Gli domandò l’ispettore, con voce ed occhi gentili. Era rimasto sorpreso della lucidità con cui Simone aveva esposto i fatti, senza confondersi o inciampare nelle parole, come del resto sarebbe stato comprensibile, e di come fosse riuscito a non far trasparire l'agitazione che invece vedeva nei suoi occhi.  In questo, era molto diverso da Manuel, che invece aveva avuto qualche difficoltà nel raccontare la sua versione, pur facendolo volentieri e con convinzione. Forse la differenza stava nel fatto che Manuel non aveva avuto Simone accanto a sé, quando era andato a parlare con lui nel suo ufficio.

"No, mai. Forse l'hanno detto solo per spaventarmi, non lo so…"

Rispose il ragazzo, facendo spallucce. Liguori gli chiese se avesse altro da aggiungere e quando alla sua risposta negativa chiuse la registrazione, Simone liberò un sospiro sollevato. Era davvero finita.

"Simone, io ti giuro che quegli stronzi passeranno il resto della loro inutile vita in una gabbia!"

Ringhiò Claudio, furioso, dando uno scossone alla poltrona a cui si era appoggiato. Era un avvocato, ne aveva visti di criminali che non erano paragonabili nemmeno ai demoni dell'Inferno in quanto a cattiveria, ed era anche abituato ai giochetti mentali come quello che Sbarra aveva fatto a Simone -perché di quello si trattava, se avesse avuto davvero intenzione di vendere il suo corpo, non lo avrebbe avvisato prima-, ma proprio per il fatto che questa volta era toccato a Simone, non riusciva a rimanere distaccato.

"Questo se prima non li ammazzo io con le mie mani!"

Gli fece eco Dante, altrettanto protettivo. Adesso capiva fino in fondo cosa intendesse Simone quando gli aveva detto che Manuel era stato una salvezza per lui, adesso comprendeva davvero cosa fossero stati per lui quei quattordici giorni di buio e di incubo.

"Signor Balestra, capisco il suo stato d'animo, mi creda, ma devo chiederle di calmarsi. Le minacce non servono, la giustizia ha dalla sua parte un avvocato che può fare concorrenza ad un leone, come può vedere. Se vuole aiutare suo figlio, gli stia vicino, perché di questo ha bisogno."

Disse Domenico, per tranquillizzare un po' gli animi.

"Se è possibile, vorrei dare anch'io il mio contributo. In quanto medico di Simone, posso confermare ciò che gli è stato fatto, posso testimoniare anch'io. Non ho idea di chi siano questo Sbarra e questo Zucca, ma devono pagare per aver osato far del male a Simone e se posso aiutare, nel mio piccolo…lo faccio volentieri!"

Intervenne Riccardo, anche lui con un certo fervore nello sguardo. Lo avrebbe fatto per chiunque dei suoi pazienti, ma si era affezionato particolarmente a Simone, a quel ragazzo dagli occhi scuri che anche Lorenzo, da lassù, gli aveva fatto capire di aver preso in simpatia. Simone sorrise al suo medico, riconoscente.

"Grazie, Riccardo. Davvero, grazie…è importante per me, per noi."

"Lei mi ha preceduto, dottor Bonvegna, le avrei comunque chiesto di collaborare, ma la ringrazio anch'io perché mi ha risparmiato la fatica di convocarla ufficialmente."
Aggiunse l'ispettore, che si rivolse poi a Simone, sorridendogli.

"Tu sei stato davvero bravo, ora devi pensare solo a riposarti, va bene?"

Simone annuì, ma c'era ancora un pensiero che lo tormentava.

"Adesso ci sarà un processo, giusto?"

"Sì, ma ci vorrà del tempo prima che cominci. Tu e Manuel verrete chiamati a testimoniare, ma non dovete preoccuparvi, ci sarò io con voi. Andrà tutto bene."

Rispose Claudio, la cui rabbia di poco prima si era trasformata in premura.

"Sì, ma, a questo proposito…"

Simone si voltò verso Manuel per un istante, preoccupato.

"Lui rischia qualcosa? Ha fatto delle cose per Sbarra e…"

"Simo', nun ce pensa' ora. Ho sbagliato, è giusto che paghi."

Ribatté Manuel, ma Claudio lo interruppe con un gesto della mano e un sorriso rassicurante sul volto.

"No, no, state calmi tutti e due. A Manuel non  accadrà niente, avete la mia parola. È vero, ha lavorato per Sbarra, ma ha anche rivelato delle informazioni importanti sui suoi affari, il giudice ne terrà conto. Al massimo gli verrà assegnata qualche ora di servizi socialmente utili, niente di chissà che."

Simone sorrise, più tranquillo.

"Grazie, Claudio."

"È il mio lavoro, Simone, lo sai. Domenico però ha ragione, adesso devi pensare a riposare."

Simone non se lo fece ripetere due volte, anche perché si sentiva spossato dopo aver ripercorso in pochi minuti due intere e difficili settimane, quindi si lasciò  andare contro lo schienale del letto, portando Manuel con sé. Adesso poteva davvero rilassarsi. Manuel sorrise, avvicinandosi all'orecchio del suo ragazzo.

"Hai visto? Te vogliono tutti bene."

Simone scosse appena il capo, sorridente.

"Ci vogliono tutti bene. Sbarra ha fatto del male anche a te."

Sussurrò, facendogli una carezza sulla sua mano, ancora intrecciata alla propria. Manuel non osò replicare, perché Simone, come sempre, aveva ragione.

"Ah, guarda che ti ho preso! Tutto quel parla' t'avrà messo sete, no?"

Così dicendo fece segno alla madre di passargli la busta con le lattine di tè -l'avrebbe presa lui, ma non aveva nessuna intenzione di sciogliersi dall'abbraccio in cui stava così bene-, che Simone prese ad osservare incuriosito. Era un pozzo di sorprese, il suo ragazzo!

"Non starai esagerando con le sorprese?"

Chiese divertito e Manuel scosse il capo.

"Questa non è considerabile una sorpresa, ti ho solo preso una cosa da bere. Una a te…"

Prese la lattina gialla e gliela porse. Simone sorrise a trentadue denti, ai suoi occhi quella bibita era il regalo più bello del mondo.

"...e una a me."

Concluse Manuel, prendendo per sé la lattina arancione. Notò poi il sorrisone di Simone e sorrise a sua volta, ma imbarazzato. Non aveva fatto chissà cosa, quel sorriso era una ricompensa fin troppo grande.

"Se sorridi così, però, 'sto tè se emoziona, se riscalda e diventa brodo."

Simone ridacchiò, posando un bacio sulla guancia rossa del suo fidanzato. Non era decisamente il tè che rischiava di scaldarsi.

"Ma io non sorrido per il tè, sorrido per te."

Replicò, fiero del suo piccolo gioco di parole. Manuel sospirò, innamorato.

"Vabbè, poesia a parte, ce lo beviamo o ce lo guardiamo?"

"Facciamo a pranzo? Tanto non dovrebbe mancare molto…"

Propose e Manuel, ancora una volta, non trovò nulla da obiettare. Di lì a poco, come Simone aveva previsto, gli portarono il pranzo e il dottor Bonvegna fece in modo che anche gli altri potessero mangiare in stanza con Simone, adoperandosi per far arrivare il pranzo dalla mensa dei medici.

Simone trascorse il resto del pomeriggio in compagnia, circondato dalle persone che gli volevano bene e a cui voleva bene, e presto il velo di angoscia che il suo racconto aveva disteso sui loro cuori venne spazzato via.

Chapter Text

"Adesso mi fai vedere gli esercizi di matematica?"

Domandò Simone, dopo cena, una volta rimasti soli. Manuel gli rivolse uno sguardo perplesso.

"Eh?"

Simone alzò lo sguardo verso di lui, divertito, dalla sua comoda posizione, fianco contro fianco, con il braccio di Manuel intorno a sé.

"Ma sì, dai, quelli che non ti escono! Me l'hai chiesto tu stamattina, mi hai detto che li hai portati…"

"Ah, quelli!"

Esclamò Manuel, ricordandosene solo in quel momento. Liberò un piccolo sbuffo, perché proprio non aveva voglia di alzarsi e di parlare di matematica a quell'ora e dopo una giornata così piena.

"Vabbè dai, non è che so' urgenti. Possiamo pure fa' domani…"

"Eddai Manuel, non farti pregare! È tutto il giorno che ci penso!"

Ribatté Simone, dandogli un bacio sulla guancia per corromperlo. Manuel sospirò di nuovo.

"Tutto il giorno che pensi a due esercizi scemi di matematica? Ma non è che me devo ingelosi'?"

Domandò retoricamente, mentre già si alzava per recuperare il quaderno. Lui, ai bacetti di Simone e ai suoi occhi da cerbiatto, proprio non riusciva a dire di no.

"Sicuro che non sei stanco?"

Chiese ancora, porgendogli il quaderno, il libro e l'astuccio. Simone scosse il capo, entusiasta.

"No, la matematica non mi stanca. Grazie, Manuel."

Replicò, sorridente, per poi mettersi a cercare gli esercizi che aveva assegnato al suo ragazzo che, invece, con la matematica si stancava presto e facilmente. Manuel fece una smorfia indispettita.

"Se dici così me fai davvero pensa' che quei quattro numeri te interessino più di me."

Si lamentò, anche se era palese che lo stesse facendo per finta. Non c'era niente e nessuno che poteva fargli mettere in dubbio l'affetto che Simone provava per lui. Simone scosse il capo, voltandosi divertito verso di lui.

"E questa è una grandissima cazzata, lo sai, vero?"

"Eh, non lo so, devo ragionarce…"

Rispose Manuel, ironico.

"Mentre ce ragiono, tu vedi un po' che cazzate ho fatto là sopra."

Aggiunse, indicando il quaderno con un cenno del capo. Subito dopo si sfilò la polo e i jeans, perché si era portato un pigiama -o meglio, una vecchia maglietta e dei pantaloncini di tuta che usava per dormire- e già che era in piedi voleva approfittarne per indossarlo.

Proprio per questo motivo, però, Simone non aveva nessuna intenzione di staccargli gli occhi di dosso per spostarli sui libri: preferiva di gran lunga farli scivolare sui capelli in disordine di Manuel -in cui non vedeva l'ora di infilare le mani-, sul suo petto magro che si muoveva quasi impercettibilmente e sui tanti tatuaggi che lo decoravano -quanto gli mancava baciarli tutti!- e poi, senza imbarazzo, sui boxer neri che gli fasciavano le gambe.

Manuel avvertì sulla propria pelle quello sguardo di fuoco e curvò l'angolo delle labbra in un sorriso sghembo, lusingato.

"Ti godi lo spettacolino?"

Chiese divertito, decidendo di aspettare ancora un po' ad indossare il pigiama, per farsi guardare qualche altro momento: amava sentire gli occhi di Simone su di sé tanto quanto amava sentirne le labbra.

Simone ridacchiò e annuì, spostando lo sguardo in quello di Manuel. Anche i suoi occhi erano bellissimi, tanto quanto il resto del suo corpo, e amava perdersi in loro.

"Colpevole."

Rispose, facendo spallucce.

"È che mi interessi decisamente più tu di questi quattro numeri."

Aggiunse, rivolgendo a Manuel un sorriso a trentadue denti reso ancora più dolce dalle gote leggermente rosse poco sopra le fossette ai lati delle labbra.

Manuel sorrise di rimando -era impossibile non farlo- e si avvicinò al letto per prendere delicatamente tra le mani il viso di Simone, lo spettacolo più bello del mondo.

"Hai ragione, prima ho detto una cazzata. Un'enorme cazzata."

Affermò con decisione, per poi annullare la distanza tra loro con un bacio morbido, lungo tutto il tempo necessario per permettere a Simone di arruffare i capelli di Manuel più di quanto avesse fatto la maglietta che si era sfilato e a Manuel di sentire le labbra di Simone sulle proprie, calde come il suo sguardo.

"Allora, professo', adesso puoi vede' cos'altro ho sbagliato?"

Domandò Manuel con voce volutamente bassa e roca, quando si separarono per riprendere fiato. Simone avvertì distintamente quella voce calda scivolargli sotto la pelle, regalandogli un piacevole brivido.

"Se me lo chiedi così, però, mi rendi molto difficile concentrarmi."

Rispose, accennando un sorriso. Manuel fece una risatina, lo baciò in mezzo agli occhi e si allontanò per indossare il suo pigiama, rapidamente, mentre Simone cominciava a dare uno sguardo agli esercizi, poi si sedette sulla poltroncina accanto al letto. Da lì, poteva osservare il profilo perfetto di Simone, le sue sopracciglia leggermente aggrottate nello sforzo della concentrazione e le labbra che si muovevano piano, senza emettere suono, per ripassare tutti i calcoli, accompagnandosi con un dito che faceva scivolare rapidamente sulla carta. Ne era semplicemente incantato.

"Mi stai fissando, Manuel?"

Domandò Simone ad un certo punto, guardandolo sottecchi.

"Beh, adesso tocca a me godermi lo spettacolino, no?"

Ribatté Manuel, facendo poi un occhiolino.

"Non è esattamente la stessa cosa, ti accontenti di poco."

Gli fece notare Simone, senza però trattenere un sorrisetto lusingato. Manuel scosse il capo con decisione.

"Questo fallo decidere a me, Simo'. Te sei così bello quando sei tutto concentrato, che me fai veni' voglia de diventa' quel quaderno, anche se è di matematica, solo perché lo stai guardando e toccando!"

Simone, come sempre di fronte a quelle dichiarazioni improvvise del suo fidanzato, rimase totalmente spiazzato. Ogni volta si sorprendeva della facilità con cui Manuel tirava fuori quelle che per lui erano vere e proprie poesie, la cui bellezza delle parole rifletteva semplicemente quella che il suo ragazzo aveva dentro, e ogni volta si riteneva fortunato ad esserne il destinatario.

"Allora vieni qui, così prendi il posto del quaderno e ti spiego cosa hai sbagliato, marpione."

Manuel in un attimo scattò dalla sedia e si sistemò accanto a Simone, riprendendo quindi il suo posto naturale, che subito lo cinse con un braccio. Con l'altra mano, invece, gli indicava gli esercizi.

"Qui hai sbagliato a copiare la traccia, vedi? E qui invece hai fatto un piccolo errore di calcolo, perciò non ti trovavi. Sei solo stato un po' distratto, tutto qua, ma il procedimento era giusto, bravo."

Spiegò con entusiasmo, cercando di incoraggiarlo e Manuel sospirò. Doveva imparare ad essere più attento in vista dell'esame di recupero, ma a voler essere onesto, il giorno in cui aveva svolto quegli esercizi aveva la testa da un'altra parte, più precisamente alla serata speciale che stava organizzando.

"A mia discolpa posso dire che quando li ho fatti stavo pensando ad altro e che ti giuro che starò più attento?"

Simone annuì, sorridente, e gli diede un bacio sulla guancia.

"Poi ci sarebbe anche quest'altro…"

"Ma a questo me trovo, Simo. Guarda, il risultato è giusto!"

Gli fece notare Manuel, indicando il risultato sul libro.

"Sì, è vero, però è un caso, perché il procedimento è sbagliato. Non hai seguito tutti i passaggi."

Disse Simone, paziente, e Manuel sbuffò.

"No, questo non lo rifaccio, il risultato si trova! Scusa, eh, ma chi lo dice che bisogna pe' forza segui' un solo ed unico procedimento? Chi lo dice che non ce ne possono esse altri, altrettanto giusti? È come dire che c'è un solo modo di amare e gli altri sono sbagliati!"

Protestò con veemenza, giocandosi tutta la sua parlantina. Simone ne era profondamente ammirato, ma anche divertito.

"Mh, e alla Girolami dirai questo, all'esame?"

Manuel fece una risatina e scrollò le spalle.

"Beh, dipende. A te t'ho convinto?"

"A me sì, ma io non sono la Girolami."

Replicò Simone, con un dolce sorriso. Manuel gli si avvicinò, con quel suo ghigno furbetto che usava quando voleva essere particolarmente provocante -riuscendoci ogni volta-, arrivando a pochi centimetri dalle sue labbra. Gli prese il mento con due dita e Simone smise di respirare, i suoi occhi incantati si mossero da quelli di Manuel alle sue labbra in un gesto istintivo e poi di nuovo su, per tornare a guardarli.

"Per fortuna, perché co' la Girolami non ho proprio voglia de fa' questo."

Soffiò Manuel sulle sue labbra, poco più di un sussurro, e poi lo baciò.

Simone non si fece attendere e ricambiò il bacio, lasciando che le loro labbra si amassero per un po', ma poi fece scivolare le proprie sulla guancia di Manuel, che vennero piacevolmente stuzzicate dalla sua barba, seguendo un percorso che lentamente lo portò al lobo del suo orecchio.

"Per sfortuna, perché l'esame lo farai con la Girolami, quindi devi rifare gli esercizi."

Disse piano, con voce profonda, per ricordare a Manuel che anche lui sapeva provocare, quando voleva. Per sottolineare ulteriormente il concetto, posò qualche bacio poco sotto il suo orecchio, dove sapeva che il suo ragazzo era particolarmente sensibile.

Manuel aveva smesso di respirare nell'esatto momento in cui aveva capito le intenzioni dell'altro, ma ad essere onesti non aveva bisogno di ossigeno, quando Simone lo baciava così. I suoi polmoni tornarono a funzionare quando il suo ragazzo si separò da lui, eppure gli sembrava che gli mancasse l'aria.

"Devo…devo rifarli adesso? Davvero, Simo'?"

Si lamentò, affannato e con lo sguardo ferito. Simone scrollò le spalle, accennando un sorriso divertito.

"Adesso o al massimo domani, ma sì, devi rifarli tutti."


Portò una mano sulla sua guancia per accarezzarlo e l'espressione divertita divenne più dolce, premurosa. Voleva davvero che Manuel superasse i debiti delle tre materie in cui era stato rimandato, così i professori avrebbero smesso di definirlo una causa persa, un alunno che stava lì solo a scaldare la sedia, un somaro a cui era inutile tentare di spiegare qualsiasi cosa, come spesso lo avevano definito. Aveva tutte le capacità per farlo, Simone ne era certo.

"È importante, lo sai."

Aggiunse, teneramente. Manuel sospirò, prendendosi qualche secondo per godersi ancora quelle carezze. A lui del parere dei professori non fregava niente, aveva smesso di fregarsene proprio durante il suo terzo anno –la prima volta che lo aveva frequentato-, quando ormai ci aveva fatto l'abitudine ad essere definito un caso disperato e anzi aveva fatto propria quella definizione, applicandola a se stesso in tutti gli ambiti della sua vita, ma restare in classe con Simone, quello sì che era importante ed era una cosa per cui valeva la pena impegnarsi. Glielo doveva, poi, visto tutto il tempo che gli aveva dedicato per fargli entrare in testa formule e concetti. Si voltò, dunque, per tirare a sé libro, quaderno e matita.

"Li faccio adesso, perché domani ho da fare. Anzi, te volevo di'...te dispiace se vado via per qualche ora?"

Domandò, di nuovo rivolto verso Simone, che scosse il capo.

"No, tranquillo, non c'è problema. È tutto a posto?"

Chiese, con un leggero velo di apprensione negli occhi. Manuel annuì, sorridente.

"Sì, è solo che devo compra' delle cose per la nostra serata. Te l'ho detto che ho dovuto modifica' un po' i piani, no?"

Rispose, giocherellando distrattamente con la matita. Era sincero, aveva solo bisogno di un po' di tempo per girare tra i negozi, sperando di trovare ciò che gli serviva. Simone sorrise, di nuovo sereno, e si sporse a baciarlo sulla punta del naso.

"Allora prenditi tutto il tempo che ti serve, Paperotto. Sono sicuro che sarà tutto bellissimo."

E poteva affermarlo con così tanta convinzione perché passare del tempo con Manuel era già di per sé qualcosa di stupendo, soprattutto dopo ciò che era successo.
Manuel abbozzò un sorriso, perché per quanto anche a lui bastasse stare insieme per trascorrere del tempo meraviglioso, voleva con tutto il cuore che la loro serata fosse perfetta, soprattutto dopo ciò che era successo.

"Lo spero anch'io, Simo'."

Replicò, per poi voltarsi verso gli esercizi.

"Anche pe' questi me devi da' un po' de tempo, però."

Disse sconsolato e Simone ridacchiò, annuendo. Lo cinse con un braccio, affettuoso, facendogli una carezza sul fianco per incoraggiarlo.
"Tutto il tempo di cui hai bisogno, non preoccuparti. Né gli esercizi né io andiamo da nessuna parte."

Manuel sorrise a quella dolce promessa, a cui si aggrappò con tutto se stesso, e con l'entusiasmo che ne derivò si concentrò sugli esercizi da svolgere. 'A noi due, matematica.', si disse in mente.

Era il turno di Simone, adesso, riempirsi gli occhi dello spettacolo che era Manuel concentrato: lo sguardo che correva da un numero all'altro, da un rigo all'altro, così intenso che ebbe quasi paura potesse dare fuoco alla carta, la voce bassa, quasi impercettibile, che ripeteva una formula ripescata da chissà che angolo della sua mente, a volte con sicurezza, a volte in modo più incerto -ed in quel caso Simone interveniva facendogliela rivedere-, i ricci scomposti che si agitavano quando scuoteva il capo per cancellare qualcosa ed infine il sorriso trionfante quando il risultato coincideva con quello indicato sul libro.

"Ho fatto! E stavolta mi trovo, guarda!"

Esclamò Manuel, porgendo il quaderno a Simone con orgoglio. Simone, prima ancora di dare un'occhiata agli esercizi, guardò Manuel con occhi pieni d'amore e gli diede un bacio a fior di labbra.

"Bravissimo!"

Manuel ridacchiò, un po' imbarazzato.

"Vabbè, prima dacce comunque uno sguardo…può darsi che abbia comunque sbagliato qualcosa."

"Non importa, sei bravissimo perché ti ci sei applicato."

Ribatté Simone, dandogli poi un altro bacio prima di spostare lo sguardo sul quaderno. Mentre controllava gli esercizi, prese a fare dei grattini sulla nuca di Manuel, morbidi e leggeri, perché sapeva che al suo ragazzo veniva sempre un po' d'ansia quando gli ricontrollava i compiti e che quelle carezze lo aiutavano a rilassarsi. Manuel sospirò profondamente, ringraziando poi Simone con un bacio sulla guancia.

"Bravissimo di nuovo, stavolta non c'è neanche un errore! Hai capito dove avevi sbagliato?"

Chiese Simone, di nuovo rivolto verso di lui. Manuel sospirò di sollievo e annuì.

"Sì, non me devo distrarre e devo segui' tutti i passaggi del procedimento, ho capito. Adesso posso farte le coccole o te devo recita' er teorema de Pitagora, prima?"

Simone rise di gusto, sollevando poi un sopracciglio.

"Non sarebbe una cattiva idea. Com'è che fa?"

Manuel emise un mugolio di disappunto, pentendosi seduta stante di essersi dato la zappa sui piedi. 'E mo come cazzo faceva 'sto teorema?', pensò. Chiuse gli occhi, per concentrarsi.

"L'aria del quadrato costruito su un cateto…no, sull'ipotenusa de un triangolo…rettangolo, sì, rettangolo, è uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti."
Rispose con qualche incertezza, ma quando riaprì gli occhi e vide Simone annuire soddisfatto, capì di non aver detto una cazzata.

"Contento mo', professo'? È finita l'interrogazione?"

Aggiunse, sarcastico. Simone annuì, perché anche lui preferiva concentrarsi sul suo ragazzo decisamente di più che sul libro di matematica.

"Sì, sì, è finita. Voglio andare un attimo in bagno e poi sono tutto tuo."

Si stava già spostando per scendere, anche se un po' goffamente, quando Manuel scattò rapidamente in piedi per aiutarlo.

"Aspetta, te do' 'na mano. Tanto ce devo anna' pur'io."

Ed era vero, ma anche in caso contrario avrebbe comunque aiutato Simone e questo lo sapevano entrambi. Simone gli sorrise grato e si appoggiò a lui per scendere dal letto.

"Grazie, Paperotto."

"Di niente, Cerbiattino."

Si prepararono per la notte, esattamente come facevano a casa -ed ecco che il puzzle della normalità si faceva sempre più completo- e poi si sistemarono a letto.
"Com'è andata con mia madre, alla fine? Ti vedo ancora tutto intero, quindi presumo non ti abbia mangiato."

Domandò Simone con leggero sarcasmo nella voce, mentre accarezzava la mano che Manuel aveva poggiato sul suo petto. Manuel ridacchiò, poi gli rivolse un morbido sorriso.

"Presumi bene e avevi ragione, tua madre è praticamente una Santa. Le ho detto tutto, perfino che ero io lo stronzo che ti ha fatto vola' a Glasgow in piena notte, e lei…lei è stata davvero buona con me, forse pure troppo. Almeno una sgridata me la meritavo e invece niente."

Fece una mezza risata, poco più di uno sbuffo in parte divertito e in parte incredulo.

"Figurati, m'ha pure detto che so' un bravo ragazzo, ma quando mai me l'ha detto qualcuno? A parte te, chiaramente…"

Simone sentì il proprio cuore riempirsi di gioia ad ascoltare quel racconto, soprattutto a sapere che qualcuno, per una volta, avesse compreso la vera natura di Manuel e glielo avesse fatto capire chiaramente. Quel qualcuno, poi, era sua madre, e la cosa lo rendeva ancora più felice, perché lei era una delle persone a cui voleva più bene al mondo. Si portò la mano di Manuel alle labbra e la baciò, per poi riposizionarla al suo posto sul proprio petto.

"Tu meriteresti di essere riempito di complimenti dalla mattina alla sera, ma a parte questo sono davvero contento di come è andata. Non che mi aspettassi un esito diverso, te l'ho detto, ma so che ti sei tolto un peso e questo mi rende felice."

Manuel si sporse a dargli un bacio sulla guancia, pensando a quanto fosse meraviglioso il potere dell'amore, che ti permette di essere felice per la felicità dell'altra persona.

"Beh, non so se me lo merito, ma ce sei te a riempirme de belle parole tutto il giorno, e io non potrei chiedere di meglio. Anche perché dei complimenti degli altri me ne farei molto poco…"

Replicò a bassa voce, dandogli poi un altro bacio prima di tornare con il capo sul proprio spazio del cuscino. Simone accennò una risatina e fu lui, ora, ad avvicinarsi al proprio fidanzato per baciarlo, stavolta sulle labbra.

"E io, allora, non smetterò mai. Proprio mai."

Sussurrò sulle labbra dell'altro, prima di baciarlo di nuovo. Manuel lo avvolse tra le braccia, in modo da sostenere il suo corpo in tensione, e dopo lo aiutò a ritornare disteso, sorridendogli grato.

"Sai, Simo, ho parlato anche con tuo padre. È stata la prima volta dopo giorni…"

Mormorò, dopo qualche istante passato solo ad accarezzarsi e a guardarsi negli occhi. Simone si accigliò leggermente, preoccupato, perché temeva che suo padre avesse potuto fare qualche tipo di rimprovero a Manuel anche se gli aveva dimostrato di aver compreso l'importanza della sua presenza per lui.

"Ah sì? E che ti ha detto?"

Manuel spostò la propria mano dal petto al viso di Simone, che prese ad accarezzare con lo stesso affetto. Aveva notato la sua espressione preoccupata, ma non c'era davvero nulla di cui preoccuparsi.

"Quando ti hanno rapito, tuo padre mi ha detto che ero stato un irresponsabile, che ero solo un ragazzino che pensava d'esse grande…e aveva ragione, Simo', aveva ragione da vende."

Simone scosse il capo, contrariato, ma prima che potesse ribattere e dire ancora una volta a Manuel che l'importante era aver capito i propri sbagli, lui riprese a parlare.

"Una cosa che mi colpì molto, fu la sua totale assenza di rabbia nel dirmelo. Te lo giuro, Simo', sembrava aver perso tutte le forze, e forse era davvero così, lo capisco. Eppure, nonostante ciò, mi ha chiesto scusa per avermi detto quelle che, in fondo, so' pure cose vere. Mi ha chiesto scusa per questo e anche per aver pensato che era meglio che nun ce vedessimo, io e te. Mi ha accennato alla vostra discussione…"

Spiegò tranquillo, continuando ad accarezzare la guancia del suo ragazzo. Simone sospirò, annuendo appena. Aveva sperato che Manuel non venisse a sapere di quel litigio tra lui e suo padre, perché sapeva che si sarebbe sentito in colpa, ma era più sereno a sapere che il padre si fosse scusato.

"Sì, scusami, non te l'ho detto perché…perché so quanta stima hai di mio padre, quanto gli vuoi bene, e non volevo che stessi male per una cosa che, ti giuro, si è risolta subito. È vero, era arrabbiato con te e non voleva che passassimo del tempo insieme, ma poi gli ho spiegato quanto tu sei stato fondamentale per me in questi giorni, gli ho detto che senza di te non ce l'avrei fatta e lui ha capito."

Manuel sentì i propri occhi inumidirsi, perché anche se erano cose che Simone gli aveva già detto, faceva sempre un certo effetto su di lui sapere che aveva rischiato di perdere di nuovo la sua metà, questa volta per sempre.

"Perché io sono la tua acqua, giusto?"

Sussurrò appena e Simone, sorridendo teneramente, annuì e poi lo baciò in mezzo agli occhi lucidi, come lucidi erano diventati anche i propri. Una mano prese il proprio posto tra i suoi capelli e con le dita cominciò a disegnare piccoli cerchi sulla nuca del compagno, in un morbido massaggio.

"Sì, lo sei. Non posso vivere senza di te."

Rispose, sussurrando.

"E tu sei la mia luce, Simo. Nemmeno io vivrei senza di te, perché se non fossi arrivato tu nella mia vita, sarebbe stata per sempre una vita buia e fredda e non sarebbe stata vera. Prima di conoscerti, ero come l'uomo del mito della caverna di Platone: guardavo le ombre proiettate sul muro e credevo fossero la realtà, poi quelle ombre le ho fatte mie, le ho portate dentro di me e sono diventato l'ombra di me stesso. Senza di te, non avrei mai cominciato a vivere davvero."

Simone, che aveva vissuto nel buio, nell'ombra, per due intere settimane e che ad avere quel buio dentro di sé era andato spaventosamente vicino, poteva solo immaginare quanto potesse essere tremendo vivere in quel modo da sempre. Istintivamente, come a proteggerlo, lo strinse un po' di più a sé e lo baciò.

"Adesso è tutto passato, non devi più guardare le ombre."

Manuel sorrise teneramente e anche i suoi occhi, fissi in quelli di Simone, sorridevano. Portò una mano tra i suoi ricci scuri, facendoci passare le dita in una morbida carezza. Sì, ne era certo, con Simone al suo fianco non c'erano più ombre che potessero trasformarlo in ciò che non era.
"E tu non devi più avere sete."

Gli posò un bacio sull'arco di Cupido, morbido come la sua carne che sentiva sotto le proprie labbra, seppur velata dalla leggera barba che gli era cresciuta in quei giorni.
"E non ti devi nemmeno agita', altrimenti te fai male!"

Simone sospirò, perché Manuel aveva ragione, ma avrebbe sopportato anche quello pur di sentirlo vicino, pur di non avere più sete. C'era però un'alternativa, decisamente meno rischiosa, che avrebbe dato modo a lui di sentire vicino Manuel e a Manuel di mantenere una certa promessa, che a sua volta era un modo per soddisfare un certo desiderio.

"Beh...tu sai come farmi stare buono, no? Se ti va, insomma..."

Propose a bassa voce, con gli occhi che brillavano emozionati. Manuel accennò una risatina, scoprendo appena i denti bianchi, e si sollevò su Simone, incastrandolo tra le proprie braccia tese e portandolo dolcemente a ruotare il busto in una posizione più comoda e adatta alla sua condizione. Il dottor Bonvegna infatti era stato categorico, Simone doveva restare disteso supino e tenere la gamba sollevata e Manuel era deciso a fare in modo che fosse così.

"Simo', se un giorno dovessi mai dirte che nun me va' de riempirte de baci, carezze e attenzioni varie, allora dovrai chiamare la neuro perché vorrà dire che me sarà andato totalmente in pappa il cervello, hai capito?"

Simone rise, riempiendo la stanza -oltre al cuore di Manuel, come sempre- con quel suono, e sollevò una mano ad accarezzargli il viso, tracciando il profilo della sua mascella con il retro dell'indice.

"Con un cervello come il tuo, non potrebbe mai succedere."

Manuel abbozzò un sorriso imbarazzato e i suoi occhi si velarono di insicurezza. Non pensava di avere chissà che grande mente, dato che per tutta la vita gli aveva suggerito solo cazzate.

Simone, che si era accorto di quel mutamento improvviso nel suo sguardo e che si era fatto carico di tutta la sua insicurezza già da tempo, spostò le carezze tra i suoi capelli, per scacciare quei pensieri. Gli si stringeva sempre il cuore, quando Manuel non riusciva a vedersi.

"Perché, com'è il mio cervello?"

Sussurrò timidamente Manuel e Simone, sorridendogli dolcemente, gli rispose con infinito amore.

"È pieno di cose belle e non credere a nessuno che ti fa credere il contrario."

Manuel sospirò, lasciando che quelle parole gli entrassero dentro come il calore di un fuoco e lo cullassero, almeno per un po'. A lui il suo cervello sembrava pieno di tutto, fuorché di cose belle, ma se era Simone a dirlo, allora ci credeva. Si chinò quanto bastava ad accarezzare il suo naso con il proprio, per ringraziarlo.

"Non posso garanti' per il mio cervello, ma il mio cuore è sicuramente pieno de cose belle, come dici tu, perché è pieno di te. E il cuore non va in pappa. Quindi sì, per rispondere alla tua domanda, certo che me va."

Simone sorrise, sentendosi protetto e al sicuro al pensiero di essere nel cuore di Manuel.

"Anche il mio cuore è pieno di te."

Sussurrò, prima di fargli un cenno con il capo per dirgli che aveva campo libero.

Manuel sollevò la testa per qualche istante, rivolgendogli un tenero sorriso mentre pensava a quanto fosse stato fortunato ad aver incontrato proprio il suo cuore, tra tutti quelli che ci sono in giro, e ad essere stato accolto da lui. Si chinò poi di nuovo sulle sue labbra, baciandole lentamente per fargli capire quale sarebbe stato il ritmo della serata e per chiedergli se gli andasse bene.

Simone ricambiò i baci con la stessa lentezza, approvava l'idea e del resto non c'era nessuno a metter loro fretta in quella stanza d'ospedale che già stava diventando più sbiadita intorno a loro.

Manuel, dopo un po', si spostò sul viso rilassato dell’altro, posando baci un po' dove capitava sulle guance morbide, in mezzo agli occhi, sugli zigomi, sulle palpebre, sulla fronte, senza seguire uno schema se non la voglia di non lasciare neanche un centimetro di pelle libero da baci.

Simone amava quei puntini d'amore e liberava piccoli squittii felici ogni volta che sentiva le labbra del suo amato posarsi sulla propria pelle. Manuel non poteva fare a meno di sorridere dinanzi a tutta quella felicità.

"Ah, quindi è questo il verso che fanno i cerbiattini?"

Domandò canzonatorio, ma Simone reagì semplicemente con una risatina un po' più lunga.

"Quando i paperotti li rendono felici, sì."

Rispose dolcemente, portando una mano ad accarezzare il fianco di Manuel, sotto la maglia. Era più forte di lui, proprio non sapeva stare fermo quando aveva la possibilità di coccolare il suo ragazzo. Manuel sorrise sghembo quando avvertì la mano calda del fidanzato sulla propria pelle, si stava giusto chiedendo per quanto tempo avrebbe resistito senza ricambiare le sue attenzioni.

"Non ce la fai proprio a farti coccola' e basta, eh?"

Sussurrò tra un bacio e l'altro, incamminandosi in un percorso che di lì a poco lo avrebbe portato nell'incavo del suo collo. Con calma, però, c'era tempo.

Simone mise su un sorrisetto colpevole, ma non smise di accarezzare Manuel, la sua mano continuava a muoversi lentamente su e giù sul suo fianco, disegnando figure astratte con le dita.

"Amo le tue coccole, ma che male c'è se le ricambio?"

Mormorò in risposta, e intanto salì all'altezza delle costole dell'altro, facendoci scivolare sopra le dita come se fossero state le corde di un'arpa. Manuel, esattamente come un'arpa, reagì con un mugolio d'approvazione che era vera e propria musica alle orecchie di Simone. No, in fin dei conti non c'era nulla di sbagliato.

"Nessuno, basta che nun te stanchi, capito?"

"Ricevuto."

Rispose Simone, sorridendo soddisfatto per la reazione dell'altro. Fu lui, poco dopo, a mugolare quando Manuel raggiunse il suo collo e avvertì le sue labbra caldissime sulla propria pelle. Dopo quella reazione istintiva, però, si impose di trattenersi, di non emettere alcun suono, per evitare che qualcuno li sentisse e venisse a controllare. Non era facile, perché amava i baci di Manuel tanto quanto amava Manuel e gli erano mancati da impazzire, voleva goderseli come era abituato a fare, ma erano pur sempre in un ospedale e non poteva dare spettacolo.

Manuel si accorse che qualcosa non andava, non solo perché solitamente Simone riempiva la stanza con i suoi versi d'approvazione, ma anche perché lo sentiva teso, come un elastico troppo tirato, e non era questo che voleva per lui. Temendo quindi che stesse sbagliando qualcosa, si risollevò per guardarlo in viso. Anche lì, lesse i segni di un notevole sforzo.

"Che c'è, Simo, mh?"

Domandò dolcemente, accarezzandogli una guancia. Simone sospirò e accennò un sorriso.

"Niente, è tutto a posto. Tutto perfetto, davvero. Lo sai che amo i tuoi baci…"

Rispose a voce bassa, ricambiando la carezza alla guancia. A Manuel, però, quella risposta non convinse.

"E proprio perché lo so che te lo chiedo. Ho fatto qualcosa che non avrei dovuto? Forse…ho esagerato, non te la senti?"

Chiese ancora, con gli occhi pieni di preoccupazione. Sarebbe stato tipico di Simone non dirgli una cosa del genere per non dargli un dispiacere. Simone, però, scosse subito il capo, e si scusò con gli occhi prima che con le parole. Ma cosa andava a pensare, il suo ragazzo!

"No, Manuel, ti giuro che è tutto a posto. Tu sei fantastico, i tuoi baci sono fantastici e te l'ho proposto io, me la sento…"

Cominciò a dire, lasciando cadere la frase prima di aggiungere altro.

"Però qualcosa che te blocca ce sta. Dai, lo sai che me puoi di' tutto."

Lo incoraggiò Manuel con un sorriso, deciso a fare in modo che Simone si godesse quelle coccole in tutto e per tutto. Simone, davanti a quel sorriso, era del tutto inerme.

"Niente, è che…e se poi qualcuno mi sente, viene a vedere e ci trova così? Meglio che faccia silenzio, no?"

Mormorò, con occhi pensierosi. Manuel fece una risatina, molto più tranquillo di lui.

"Ah, Simo', e mica stiamo facendo una cosa brutta, no? Se viene qualcuno glielo spiego io, tranquillo."

Gli diede un buffetto sulla guancia, affettuoso.

"Certo che le pensi tutte tu, Cerbiattino mio."

Simone abbozzò un sorrisetto un po' colpevole, consapevole di star esagerando, da un lato, ma dall'altro non riusciva a non preoccuparsi.

"Lo so, però…metti che viene un infermiere, o un medico, e ci dice che disturbiamo e ti manda via? Non c'è nemmeno Riccardo, stasera, a poterci aiutare…"

Spiegò Simone, rivelando il suo vero timore. Non gli importava che qualcuno entrasse e li vedesse mentre si prendevano cura l'uno dell'altro -certo, l'idea che un loro momento così intimo venisse disturbato non lo faceva impazzire, ma non la considerava neanche una tragedia-, il vero problema era che avrebbero potuto togliergli Manuel -e, viceversa, togliere lui a Manuel- e lui era stanco di vedersi separato dalla sua metà.

Manuel gli sorrise comprensivo, guardando quegli occhioni preoccupati con i propri pieni di fiducia e sicurezza. Anche lui non aveva la minima intenzione di separarsi dall'altra metà del suo essere, ma a differenza di Simone sapeva che nessuno li avrebbe strappati con la forza, almeno non in quell'ospedale.

"No Simo, tranquillo, questo non è possibile. Riccardo m'ha detto che sei praticamente er cocco del reparto, t'hanno tutti preso a cuore, giustamente, quindi pure se viene qualcuno basta che je fai gli occhioni tristi e vedi che se ne torna da dov'è venuto."

Lo baciò in mezzo agli occhi, per rimarcare il concetto. Simone lo guardò sorpreso, non si aspettava che addirittura tutto il reparto conoscesse la sua storia e che la prendessero così a cuore.

"Ma…ma sei sicuro? Dici davvero?"

Manuel annuì, pazientemente.

"Sì, te dico! E ti stupisci, poi? È normale volerte bene, Simo', è strano il contrario."

E così dicendo annullò di nuovo la distanza tra i loro visi, stavolta facendo unire le loro labbra per il tempo necessario a sentire Simone rilassarsi. Simone, in quel bacio, scaricò tutte le sue paure e quasi dimenticò perfino di averle pensate. Era questa la forza incredibile che aveva Manuel.

"Aspetta n'attimo, così te senti più tranquillo."

Sussurrò Manuel, poi, alzandosi dal letto un istante dopo. Si avvicinò alla porta, la aprì di poco e si affacciò in corridoio, voltandosi a guardare più volte da entrambi i lati come se stesse per attraversare la strada. Se qualcuno lo avesse visto in quel momento, avrebbe notato due occhi curiosi che ispezionavano un corridoio vuoto e due orecchie attente a captare il minimo rumore di passi.

Simone, dal suo letto, lo guardava sorridente e pensava che non esistesse persona più comprensiva e paziente di Manuel, al mondo, e che lui era stato davvero davvero fortunato.

"È tutto vuoto, nun ce sta nessuno. Si vede che c'è tempo prima del prossimo giro di controllo."

Spiegò Manuel, allegro, mentre si avvicinava a passo svelto al letto di Simone.

"Va meglio, adesso?"

Chiese quando fu di nuovo accanto a lui, facendogli una carezza tra i capelli. Simone annuì, sorridendo innamorato.

"Grazie, Paperotto."

"Ah, per così poco, Cerbiattino…"

Replicò Manuel, accompagnandosi con un gesto della mano per scacciare quel ringraziamento per niente necessario.

"Già che ci siamo, però, bevi n'attimo, che ti ho sentito le labbra un po' secche."

E così dicendo aprì una delle bottigliette sul comodino e gliela porse, poi fece lo stesso per sé e bevvero entrambi.

"E quindi, dov'è che eravamo rimasti?"

Domandò mentre saliva di nuovo sul letto e si sistemava su Simone -sempre stando ben attento a non gravargli eccessivamente-, rivolgendogli un sorriso furbetto. Simone fece una risatina e lo attirò a sé in un bacio, accarezzandogli il viso.

"Toglimi la maglietta."

Sussurrò sulle sue labbra, con gli occhi che brillavano felici. Manuel sollevò le sopracciglia, sorpreso ma non stupito. Non era certo la prima volta che Simone si mostrava intraprendente, ma era sempre una sorpresa gradita.

"Mo' sì che ragioniamo, Simo'."

Commentò, mentre lo aiutava a mettersi seduto. Simone, però, scosse il capo.

"No, non voglio ragionare, non voglio pensare. Voglio solo stare con te."

 Manuel gli sorrise dolcemente e annuì, trovandosi d'accordo con lui.

"Va bene, allora non pensiamo."

Gli diede un bacio a fior di labbra, poi afferrò i lembi della maglietta e la tirò lentamente su, seguendone il percorso con lo sguardo, accarezzando con gli occhi il corpo di Simone che veniva scoperto poco a poco. I lividi erano ancora lì, ovviamente, e sembravano anche più scuri nella penombra della sera, ma non rendevano Simone meno bello. Anzi, la sera vestiva il suo corpo di un morbido blu, che lo faceva sembrare ancora più etereo: Manuel era incantato.

Simone sorrise emozionato a quello sguardo così pieno d'amore, ogni volta Manuel lo guardava come se non l'avesse mai fatto prima, ed era bellissimo sentire il suo sguardo addosso. Era come una carezza calda e morbida.

"Sei tra noi, Manuel?"

Lo richiamò, un po' canzonatorio, agitando una mano davanti al suo viso. Manuel si ridestò con un piccolo sussulto e poi fece una risatina imbarazzata.
"Sì, è che sei bello e…beh, è sempre piacevole guardarte."

"Beh, però stasera mi hai promesso qualcosa di più…"

Sussurrò Simone, avvicinandosi a lui per posare un bacio sulle sue labbra. Intanto, fece scivolare le mani sui suoi fianchi, afferrando la maglietta e sollevandola leggermente.

"Posso?"

Chiese, baciandolo di nuovo subito dopo. Voleva sentire il calore del suo corpo sul proprio, senza niente a fare da ostacolo, nemmeno una sottile maglietta di cotone. L'unica risposta che Manuel diede fu sollevare le braccia, in modo che Simone potesse togliergli la maglia che finì a fare compagnia alla sua sulla poltroncina dove lanciò entrambe.

Anche Simone si prese del tempo per osservare il corpo del suo fidanzato, partendo dai tatuaggi delle due rondini che aveva sul bacino, salendo poi lentamente verso quell'occhio gigante poco sotto le costole -che a dire il vero un po' lo inquietava, ma ci aveva fatto l'abitudine- e infine sul suo preferito, il serpente al centro del petto. Anche Manuel, vestito del blu della notte, era ancora più bello, sembrava un angelo.

"Simo', ce sei?"

Esclamò Manuel, scherzoso, agitando una mano davanti a lui, per ripicca. Simone ridacchiò e annuì.

"Ci sono, ci sono."

Lo prese per una mano e si ridistese, accompagnandolo a riprendere il suo posto su di sé. Manuel fece subito in modo di bilanciare il proprio peso per non gravare su Simone e dopo avergli dato un bacio a fior di labbra tornò nell'incavo del suo collo, esattamente dove lo aveva lasciato. Questa volta Simone non si fece scrupoli a dimostrare tutta la sua approvazione con qualche mugolio sommesso e, istintivamente, inclinò il capo verso il lato opposto, in modo che Manuel avesse più spazio per muoversi.

Manuel sorrise sulla sua pelle quando lo sentì spostarsi e lo ricompensò con una scia di baci che da poco sotto l'orecchio arrivava fino alla spalla. Le sue narici, intanto, erano inebriate dal suo profumo delicato, che non era quello del bagnoschiuma che aveva usato per lavarlo, ma era proprio il profumo di Simone, quello che cullava le sue notti e che avrebbe riconosciuto tra mille.

Simone era in visibilio per quei baci, quasi credeva di star sognando, ma era tutto meravigliosamente reale, perché per quanto conoscesse i baci di Manuel, la sua mente non sarebbe stata in grado di replicarli così bene. Portò una mano tra i suoi capelli, facendola scivolare con una carezza fino alla base della testa che prese ad accarezzare con il pollice, tenendolo stretto contro di sé, ma allentò la presa quando capì che Manuel voleva spostarsi e lo lasciò libero di fare ciò che preferiva.
Manuel, allora, scese sul suo petto, dove voleva arrivare fin dall'inizio, e cominciò a distribuire piccoli baci ovunque capitasse, non avendo a disposizione tatuaggi di cui seguire il percorso. Simone trattenne il fiato per qualche secondo, poi si rilassò e riprese a riempire la stanza di sospiri e mugolii e più Manuel lo baciava, più il pensiero che qualcuno potesse sentirlo e interromperli sbiadiva, fino a scomparire del tutto quando sentì la lingua calda e umida di Manuel sulla propria pelle, un gesto e una sensazione che annullò ogni tipo di capacità mentale nel matematico e fecero sbocciare dalle sue labbra dei gemiti più acuti.

Se fosse entrato qualcuno in quel momento, fosse stato perfino il direttore dell'ospedale, Simone non avrebbe esitato a spiegare che Manuel, da poeta qual era, non stava facendo altro che comporre una poesia sulla sua pelle.

"Com'è bello sentire il tuo cuore che batte, Simo'..."

Sussurrò Manuel dopo aver posato l'ennesimo bacio al centro del petto dell'altro ed essercisi soffermato per qualche secondo.
"È solo merito tuo, se lo fa."

Rispose Simone con voce un po' roca, sorridendo al suo Manuel che non aveva smesso di guardare per un solo istante. Manuel alzò gli occhi verso i suoi e ricambiò il sorriso.

"Anche il mio lo fa solo per merito tuo."

Replicò, ed entrambi sapevano che nelle parole dell'altro non c'era alcuna esagerazione.

"Vieni qui, per favore…"

Chiese Simone, un po' affannato, e subito Manuel si avvicinò al suo viso, facendogli una carezza sulla guancia. Forse era il caso di dargli un po' di tregua, ma Simone per il momento non sembrava essere dello stesso parere, infatti lo attirò in un bacio affamato di vita e d'amore, portando una mano tra i suoi capelli. L'altra, invece, finì sulla sua schiena per spingerlo verso di sé, con dolcezza e determinazione al tempo stesso. Manuel, preso alla sprovvista, si lasciò guidare e i loro corpi si toccarono, unendo il loro calore.

"Simo, ti puoi far male così…"

Sussurrò Manuel, preoccupato, ma Simone scosse il capo, deciso.

"No, ti prego, non ti allontanare. Non pesi e non mi fai male, te lo giuro. Restiamo un po' così, per favore…ne ho bisogno."

Mormorò con voce flebile, quasi l'uggiolio di un cucciolo che voleva essere rassicurato e coccolato. Manuel non se la sentì di rifiutare quella richiesta e si rilassò, perché anche lui aveva bisogno di sentirlo vicino.

"Tutto il tempo che vuoi, Simo, tranquillo. Non mi devi prega'."

Simone, felice, lo avvolse tra le braccia e rimasero così per qualche minuto, in un silenzio interrotto solo dai loro respiri, dai baci morbidi che Manuel posava su di lui e dal leggerissimo fruscio dei ricci di Manuel accarezzati da Simone. Erano due metà che si univano, due pezzi di puzzle che si incastravano, due cuori che si incontravano di nuovo e riprendevano a battere insieme allo stesso ritmo. Erano Simone e Manuel, Manuel e Simone, ed erano felici.

Poi, ad un certo punto, Simone allentò la presa intorno al corpo di Manuel, sciogliendolo dall'abbraccio con una carezza sui fianchi. Il ragazzo sollevò il capo e guardò l'altro, che sembrava sereno.

"Va meglio, Simo?"

Domandò con dolcezza, facendo un sorriso, e Simone annuì piano, sorridendo a sua volta. Manuel, allora, prima accarezzò quel sorriso con il pollice e poi spostò la mano sulla sua guancia, accarezzando con delicatezza il livido che ancora si intravedeva poco sotto l'occhio.

"Com'è la situazione? È ancora molto nero?"

Domandò Simone, a voce bassa, e Manuel scosse leggermente il capo, continuando ad accarezzarlo.

"No, sta guarendo. Si vede solo un po', sono sicuro che tra qualche giorno non c'avrai più niente."

E così dicendo posò un bacio sul suo zigomo, in corrispondenza del livido, per poi tornare a guardarlo e riprendere le sue carezze. Simone sospirò, sollevato.

"È molto brutto, da vedere?"

Chiese ancora, timidamente. Se quel livido era come quelli che aveva sul resto del corpo, allora doveva essere davvero brutto. Manuel accennò un sorriso intenerito.

"Il livido sì, è brutto perché farti del male è una cosa brutta, ma tu sei sempre bellissimo, Cerbiattino."

Simone sorrise timidamente, rincuorato dalle sue parole.

"Ti credo solamente perché non ho uno specchio a disposizione, eh."

Replicò Simone, con una punta di sarcasmo, ma il suo sguardo era dolce e ringraziava Manuel di vederlo bellissimo anche conciato così.

"Allora permettimi d'essere il tuo specchio e di dirti come sei."

Sussurrò Manuel, morbidamente. Simone annuì, sorridente, curioso di sapere cosa si sarebbe inventato l'altro questa volta.

"Beh, il viso tuo è come il cielo de notte."

Affermò Manuel con decisione e Simone fece una risatina, un po' imbarazzato. Manuel sapeva sempre sorprenderlo con quei paragoni che si inventava.

"Come il cielo di notte, Manuel? Non starai esagerando?"

Domandò divertito e l’altro scosse il capo con decisione.

"No, no, è così, te dico! Pe' prima cosa, i tuoi capelli, i tuoi riccioletti morbidi…"

Nominandoli, li accarezzò.

"...so' come nuvole bianche che la notte ha tinto de scuro."

Simone, già a quella prima affermazione, venne totalmente rapito dalle sue parole e dal suo modo di vedere le cose. Era meraviglioso il mondo, visto dagli occhi di Manuel.

"Poi ce stanno i tuoi occhi…"

Con una mano, mentre con l'altra si reggeva al letto, lo accarezzò poco sotto l'occhio sinistro.

"...che sono due stelle, ma non due stelle qualunque, no no! Una è la Stella Polare, che guida i naviganti nell'ignoto del mare e l'altra è Sirio, la più luminosa di tutte!"

Simone, in un altro momento, avrebbe senz'altro distolto lo sguardo, imbarazzato, ma la convinzione e la dolcezza con cui Manuel paragonava il suo viso al cielo, lo teneva ancorato a lui, e al suo sguardo pieno d'amore.

"Ce manca solo una cosa, in questo cielo stellato…"

Continuò Manuel e Simone inclinò leggermente il capo, incuriosito.

"Che cosa?"

Manuel sorrise sghembo.

"Nun te viene in mente proprio nulla?"

Domandò e Simone scosse il capo.

"No…"

Manuel ridacchiò, divertito.

"Certo che per esse' un secchione perfettone te mancano le basi...ce manca la Luna, Simo'."

Simone annuì, accennando una risatina. Certo, mancava la Luna, come aveva fatto a non pensarci?

"È vero, hai ragione. E cosa si può fare per farla spuntare?"

Manuel sorrise, con l'aria di chi era consapevole di stare per dire una cosa davvero sdolcinata, ma che veniva dal cuore e che sapeva sarebbe stata gradita.
"Beh, non è troppo difficile. Famme un bel sorriso, per favore…"

E Simone, che aveva capito dove quel poeta voleva andare a parare, non esitò a sorridere a trentadue denti, anche perché non gli era difficile sorridere quando era con lui, anzi era la cosa più naturale del mondo.

"Ecco qua, ora c'è anche la Luna e il cielo è al completo."

Affermò Manuel a bassa voce, perso in quel cielo che solo lui aveva il privilegio di poter guardare. Si chinò a baciare Simone, non riuscendo a resistere. In fondo, chi altri poteva dire di poter baciare la Luna? Simone ricambiò immediatamente il bacio, e per lui fu come baciare il Sole. C'era una piccola eclissi in quella stanza d'ospedale, senza che nessun altro, oltre a loro due, lo sapesse.

"Ma queste cose te le studi di notte?"

Domandò poi Simone, mentre riprendevano fiato, accarezzandogli i capelli. Manuel ridacchiò, scuotendo il capo.

"No, sei tu che mi ispiri, Simo. Diciamo che me faciliti il compito…"

"Io...io non so che dirti, davvero, quando fai così mi lasci senza parole. So solo ringraziarti e dirti che mi sento onorato."

Mormorò Simone, un po' impacciato, con un dolce imbarazzo nella voce. Manuel gli sorrise e gli fece una carezza tra i capelli, affettuoso come sempre.

"Simo', ma tu non me devi di' niente, mica ti dico queste cose per farmi dire qualcosa in cambio, le dico perché sono vere, perché le penso, perché voglio che tu sappia che sai ispirarmi sia parole..."

Si infilò di nuovo nell'incavo della sua spalla, lasciando qualche bacio sul collo che fece sospirare Simone.

...che gesti."

Concluse, tornando a guardarlo.

"E a questo proposito, se pe' te va bene, vorrei darti qualche altro bacio."

Simone sorrise sghembo e annuì.

"Manuel, se mai un giorno dovessi rifiutare i tuoi baci, allora dovrai chiamare la neuro perché vorrà dire che mi è andato totalmente in pappa il cervello!"

Esclamò Simone, ripetendo la risposta che l'altro gli aveva dato poco prima. Manuel ridacchiò, perché aveva ovviamente colto. Senza aggiungere altro, se non un bacio a fior di labbra, tornò a baciargli il petto, scendendo lentamente lungo lo sterno, fino alla sua pancia dove era concentrata la maggior parte dei lividi. Aveva avuto paura a sfiorarli appena quella mattina, anche adesso ne aveva, ma sapeva che le sue carezze gli facevano bene, quindi a maggior ragione dovevano farlo i suoi baci.

"Posso, Simo?"

Domandò prima di cominciare a baciarlo in quei punti, gli occhi carichi di determinazione e di affetto di nuovo fissi nei suoi.

Simone era rimasto sorpreso quando aveva sentito Manuel scendere lungo il suo busto e aveva capito le sue intenzioni, non si aspettava che tornasse anche solo a guardare quei lividi che lo avevano spaventato così tanto e di questo certamente non lo biasimava. Era felice, però, che avesse trovato la forza di farlo, perché in questo modo -almeno sperava- si sarebbe perdonato più facilmente. Annuì, quindi, sorridendogli incoraggiante.

"Se te la senti sì, ma non devi per forza, se non vuoi."

Gli rispose, preferendo comunque ricordargli che fosse libero di scegliere. Manuel annuì appena e poi si chinò di nuovo sulla sua pelle calda, lasciando baci leggerissimi e lenti. Era sicuro di volerlo fare, perché sapeva che avrebbe fatto bene ad entrambi.

Simone liberò un sospiro di sollievo e chiuse gli occhi, completamente rilassato. I baci che Manuel adesso gli stava donando erano un po' diversi da quelli di prima, meno intensi e più leggeri, lo sfioravano come il piacevole venticello notturno che entrava dalla finestra semiaperta, ma gli entravano sotto la pelle con la stessa forza, lo stesso calore, lo stesso amore e lo avrebbero aiutato a guarire.

Manuel poteva sentire Simone rilassarsi sempre di più ad ogni suo bacio e non avrebbe potuto essere più felice. Prese coraggio, bacio dopo bacio, e, dopo un po', si sollevò sulle ginocchia e portò le mani sulla sua gamba sana, cominciando a tracciare delle carezze circolari come quando si facevano il bagno insieme dopo gli allenamenti di rugby. Simone riconobbe il gesto e sorrise, ancora ad occhi chiusi, mugolando d'approvazione.

"Ma che c'hai in queste mani, Manuel? E che c'hai nelle labbra?"

Mormorò, completamente rilassato. Manuel ridacchiò compiaciuto, più per il piacere di riuscire a far rilassare Simone che per orgoglio personale.

"Solo amore, Simo', solo amore."

Rispose, con dolcezza. Era così che avrebbe voluto vederlo sempre, sereno com'era in quel momento. Simone si abbandonò totalmente al tocco gentile di Manuel, così tanto che, dopo un po', si fece sfuggire un paio di sbadigli, uno dopo l'altro. Rise per quella sua pigra reazione e anche Manuel rise, con lui e non di lui.

"C'hai sonno, Cerbiattino?"

Chiese con tenerezza e Simone annuì piano.

"È stata una giornata abbastanza pesante, in effetti."

Replicò Manuel e Simone, dopo l'ennesimo sbadiglio, si sforzò di aprire gli occhi per guardare il suo ragazzo.


"Però tra i baci e le carezze mi hai fatto scaricare tutto. È merito tuo."

Disse con decisione, anche se la sua espressione era un po' quella di un bambino che lottava per tenere gli occhi aperti. Manuel sorrise sghembo, lusingato e felice.

"Non posso che esserne contento. Famo la nanna, allora?"

Simone annuì, facendogli cenno di avvicinarsi. Manuel, dopo un'ultima carezza alla sua gamba, si sistemò accanto al fidanzato, cingendolo con un braccio come aveva preso abitudine a fare da quando dormivano in ospedale.

"Buonanotte, allora..."

Sussurrò, ma Simone scosse il capo.

"Aspetta, prima...mi passi il cellulare? Voglio farci una foto."


Disse, indicando con una mano il comodino. L'ispettore Liguori, infatti, gli aveva restituito sia il cellulare che il portafogli, che erano rimasti nel borsone degli allenamenti, da Sbarra. Simone, quando si era visto ridare il portafogli, come prima cosa aveva controllato che la foto di Manuel vestito da Paperino fosse ancora lì e, con suo sommo sollievo, l'aveva ritrovata.

Manuel alzò gli occhi al cielo, fingendosi scocciato come ogni volta che Simone proponeva di fare una foto -abitudine che aveva preso da un po' e che, in realtà, risaliva al suo primo maldestro tentativo di bacio-, ma entrambi sapevano che era tutta scena: era ben felice, infatti, di fissare nel tempo qualche momento insieme, spesso anche lui proponeva di farlo, forse proprio perché aveva rovinato quel loro primissimo scatto rifiutando in malo modo quel bacio che, se potesse, ora tornerebbe indietro per accettare e ricambiare.

"Pure in ospedale? Nun te sembra un po' troppo?"

Domandò, ma intanto aveva già preso a sistemarsi meglio accanto a Simone, nella posizione spalla contro spalla che di solito assumevano per i loro selfie nel letto. Simone scosse il capo in risposta.

"Mi hai appena riempito di baci e di carezze, mi sembra un momento perfetto da immortalare."

Replicò e Manuel si ritrovò a sorridere, dandogli ragione.

"E non ti mettere così, poggiati su di me, come quando dormi."


Aggiunse, indicandogli il petto con un cenno della mano con cui teneva il telefono. Manuel evitò di chiedere per l'ennesima volta se ne fosse sicuro, dato che pesava, perché conosceva già la risposta e poggiò la testa su Simone, che prontamente lo cinse con il braccio, formando una figura unica, perfettamente incastrati.

"Comodo?"

Chiese Simone con un sorriso e Manuel annuì, solleticandolo senza volerlo con i propri ricci. Gli era mancato da impazzire, quel posticino lì.

"Come sempre, Simo'. Tu?"

Replicò, accarezzandogli intanto un fianco con il braccio che aveva steso lungo il busto dell'altro.

"Io mi sento a posto."

Rispose Simone, sollevando poi l'altro braccio per cercare l'inquadratura giusta.

"Anch'io, Simo, anch'io."

Sussurrò Manuel, sfoggiando poi un bel sorriso in favore di camera. Non ebbero neanche bisogno di controllare la foto dopo averla scattata, sapevano entrambi che era venuta bene semplicemente perché stavano insieme.

Si addormentarono in quella stessa posizione, senza alcun bisogno di mettersi d'accordo, perché per loro era la più naturale.